Le organizzazioni ai fini dell’evoluzione spirituale

a cura di Anna Maria Fabene

Brano tratto da PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 118-121

Dali: “Esaminiamo a grandi tratti le linee dell’evoluzione spirituale dell’individuo. Inizialmente l’individuo non ha coscienza di se stesso ed è un centro di sensibilità ed espressione. Fino a che l’individuo non si incarna come uomo, lo scopo della sua esistenza nel piano fisico è quello di costituire i propri veicoli, gli strumenti atti a dargli la possibilità di manifestare se stesso, in altre parole portarlo a quel livello di sviluppo che possa servire all’ulteriore fase dell’evoluzione individuale. Allorché questo livello è raggiunto, l’individuo ha coscienza di se stesso ed è diventato un centro di coscienza e di espressione. Mentre prima era solo un centro di sensibilità, percepiva e rivelava quanto l’ambiente circostante gli faceva percepire: freddo, caldo, sete e via dicendo. Successivamente vi è una individualizzazione ed infatti l’uomo dice: io ho freddo, io ho caldo, e così via. A questo punto è facile capire che per l’individuo si schiude un mondo nuovo: il mondo dell’io, il mondo che il senso di separatività gli suggerisce. Così l’individuo conosce profondamente e profondamente percepisce l’egoismo, l’avidità, la bramosia di possesso; stimoli che nascono appunto dall’io, dal sentirsi separati da quanto circonda. Questo egoismo inizialmente è violento e si manifesta in forme violente: il furto, l’omicidio, la violenza, perché l’individuo, che non si discosta molto dall’animale, cerca la via più breve per venire in possesso di quanto è oggetto del suo desiderio. Ed ecco che allora occorrono dei fattori che possano limitare questo richiamo violento dell’individuo in modo che non vi siano dei gravi danni verso altri individui che a lui sono vicini. Voi sapete che vi è una inibizione naturale rappresentata dalla limitazione della libertà di arbitrio dell’individuo quando questi non sia molto evoluto; ma, come sempre, ogni forza è doppia e a questa che risiede nell’intimo dell’individuo, nel suo essere, ne è accoppiata un’altra, la quale invece sta al di fuori dell’individuo, nell’organizzazione sociale in cui l’individuo vive. Abbiamo allora i tabù, le leggi che non si possono violare, i comandamenti morali o religiosi i quali, sotto la minaccia di un castigo o l’inibizione della paura, vietano di compiere certi atti violenti che l’individuo vorrebbe compiere. Gli individui si costituiscono in società e le società hanno le loro regole, le loro leggi che devono essere osservate per il rispetto reciproco degli individui. Noi vediamo quindi, a questo grado di evoluzione, che le istituzioni sociali sono necessarie in modo simile alla limitazione di libertà di arbitrio che risiede nell’intimo dell’individuo. Successivamente, quando l’evoluzione o la maturazione spirituale dell’individuo è tale per cui egli non compirebbe più atti di violenza per assecondare il proprio egoismo, anche se non vi fossero proibizioni formali, le organizzazioni perdono il loro significato e il loro scopo. Le organizzazioni vanno molto bene per le conquiste umane, per quello che l’uomo non riesce ad ottenere singolarmente in fatto di riconoscimento, in fatto di mète sociali, ma sono contrarie allo spirito stesso della verità e dell’insegnamento quando siano costituite e fondate con l’intenzione di fare evolvere l’individuo. Chi si accosta ad una organizzazione spirituale con lo scopo di evolvere se stesso, di raggiungere una mèta, in effetti non fa che assecondare il processo di espansione dell’io. Così voi non dovete parlare ai vostri simili per insegnare loro, non dovete sentirvi degli istruttori, ma ciascuno di voi, quando se ne presenta l’occasione, addivenga ad un colloquio con un suo simile per amore verso questo, per seguire quel prezioso impulso che sente di aiutarlo, senza preoccuparsi se il suo simile lo segue, se il suo simile lo giudica evoluto o intellettualmente quadrato, erudito e via dicendo: ma, ripeto, con il solo scopo di dare chiarezza al proprio fratello. Occorre stabilire individualmente questi colloqui, queste intime comunioni, nelle quali il desiderio di primeggiare non esiste, nelle quali esiste unicamente il desiderio di vedere tornare il sorriso sul volto del proprio interlocutore, nelle quali non si esige che il proprio interlocutore abbia capito e divenga un neofito, perché in questo caso sarebbe una palese dimostrazione che il presunto altruismo è un moto ambizioso ed egoistico. Non è importante che il colloquio si ripeta. Se il vostro interlocutore avrà bisogno ancora delle vostre parole, sarà egli stesso a chiederlo, e non voi ad imporglielo; se il vostro interlocutore sarà beneficato da quello che gli avete detto, sarà lui che vi chiederà di parlare ancora con voi. Ma voi non dovete sentirvi lusingati da questa richiesta, imperciocché se così fosse sarebbe una chiara, lampante, inequivocabile manifestazione che vi è ancora dell’ambizione che vi muove a parlare. E se anche così è, non vi diciamo “tacete”, no, continuate pure a parlare perché il vostro interlocutore in ogni modo beneficerà delle vostre parole, sia che siano mosse dall’egoismo che dall’altruismo. Però se è l’ambizione che vi muove, siatene consapevoli ed allora vedrete che non vi sentirete più dei novelli predicatori, dei discepoli prediletti che sono mandati tra gli uomini per catechizzare le masse, ma delle creature che ricercano, come la maggior parte delle altre, un mezzo per avere soddisfazione egoistica. L’individuo è quello che è. Né le organizzazioni né il prestigio che i suoi simili gli possono accordare, lo accrescono spiritualmente. In effetti, se l’uomo gode presso i suoi simili di una certa rispettabilità, la sua persona ha un peso nei confronti degli altri, una responsabilità nei confronti di chi gli accorda questo prestigio; ma in se stesso l’individuo è quello che è, e se, di peso, noi lo prendiamo dal centro più o meno ristretto di coloro che gli accordano un privilegio e lo trasportiamo in un altro cerchio di individui dove nessuno lo conosce, l’individuo torna ad essere quello che è, rimane nudo di fronte agli altri, ricco solo della sua ricchezza interiore. Se presso i vostri simili voi godete di una fama, di una notorietà, di un prestigio, siate consapevoli della fiducia che godete, sappiate bene usarla perché è “un talento” che avete e che deve essere speso nella maniera giusta. Chi è ascoltato dagli altri perché, a torto o a ragione, è ritenuto in grado di poter dire qualcosa, sia consapevole di questa sua possibilità, di questo suo potere e sappia spendere questo “talento” che ha in più rispetto agli altri, questo ascendente che ha sulle altre creature, in modo altruistico e a loro beneficio. Se da altri ha ricevuto questa cambiale firmata in bianco, sappiate contraccambiare usandola per il bene e non per il proprio interesse.”

                                            Brano tratto da PER UN MONDO MIGLIORE, pp. 84-85

Dali: “Vedete, figli, noi non vogliamo recarvi conforto, né dipingere a fosche tinte il vostro avvenire. Vogliamo richiamarvi alle vostre responsabilità, ad una critica costruttiva, non depressiva e fine a se stessa. Gli eventi della storia che state vivendo lavorano nella nostra stessa direzione e vogliono indurvi a meditare, a comprendere che non basta creare organizzazioni che si prefiggono la fratellanza dei popoli, la soluzione pacifica delle controversie fra le nazioni, l’eguaglianza degli uomini, se poi, nei singoli, manca quel prezioso fermento interiore che, in questi termini, fa loro sentire la realtà. Non basta creare istituzioni per difendere i diritti degli oppressi, se poi gli uomini si servono di queste istituzioni per non fare neppure più i loro doveri elementari. Non basta propagandare i principi umanitari se mancano nell’intimo di ognuno; perché se manca nell’intimo di ogni uomo ciò che si vuole raggiungere esteriormente, vana rimane la speranza. Abolite pure il concetto di nazione, i confini, le lingue, le razze, le religioni e tutto quanto possa servire di appiglio per considerare un uomo diverso dall’altro, per originare affermazioni di principio circa la superiorità dell’uno sull’altro; e cento altri appigli si creeranno per dividere, classificare, diversificare. L’appartenenza ad un partito, il grado di istruzione, non sono forse nuovi appigli, nuovi pretesti di suddivisione che vanno a sostituire quelli che faticosamente, in parte, si è riusciti a cancellare? Tuttavia, se il retto comportamento di ognuno non può ridursi ad un fatto esteriore, ma deve fondarsi sull’intimo convincimento che nessuno ha diritto di costruire la propria felicità sul dolore dei propri simili, questo non significa che quando manchi questo intimo convincimento, all’esterno non vi sia nulla che in qualche modo non supplisca, non colmi un tal vuoto interiore. Certo che la mancanza di sentire la realtà in termini altruistici può minare e financo vanificare ciò che le istituzioni filantropiche si propongono; ma sarebbe un errore sostituire ciò che non è perfetto con il vuoto. Noi abbiamo sempre proclamato la nostra avversione ad ogni forma di organizzazione, soprattutto perché gli uomini prendono a pretesto l’organizzazione per non fare più quello che è loro dovere personale; per scusare – di fronte a se stessi – la loro mancanza di anelito verso i propri simili, la loro mancanza di senso di aiuto ai propri simili, rimandandola, trasferendola all’organizzazione. Le nostre parole hanno un senso nel richiamarvi – come ho detto – alle vostre responsabilità; nel farvi comprendere che la giustizia, l’efficienza, la rettitudine, possono essere realizzate nella società se prima di ogni altro, e prima di ogni altra cosa, voi siete retti, efficienti e giusti; perché a nessun altro, se non a voi stessi, spetta portare questi valori nel mondo; nessun altro, se non voi stessi, può efficacemente farlo.”


[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.