Analisi del profondo

Commenti a cura di Anna Maria Fabene

Brano tratto dal libro DAI MONDI INVISIBILI,[1] pp. 83-87

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Sfruttamento, ingiustizia, profitto…..questi i temi affrontati inizialmente dal Maestro Claudio. L’analisi socio-economica da lui condotta trova nell’intimo dell’uomo, nel suo egoismo, le cause dalle quali scaturiscono tutti i  problemi dell’umanità. L’intimo dell’uomo viene scandagliato in tutti i suoi aspetti più reconditi. La limitata coscienza non potrà essere modificata dall’assunzione di un atteggiamento esteriore. L’unico modo per superare i propri limiti è quello di rendersi consapevoli di essi in modo costante.   

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Voce del Maestro Claudio

Claudio: “L’uomo di oggi prende coscienza dello sfruttamento a cui è sottoposto da varie parti, non parlo solo del lavoro: la moglie, i figli, facendo leva sull’affetto familiare, esigono da lui più di quanto sia ragionevole chiedere. Il prete, paventando catastrofi in questo e nell’altro mondo, esige un voto politico che assicuri un regime favorevole alla religione e così via. La reazione della presa di coscienza di fronte a tutto questo, e ai privilegi goduti da pochi, rafforza l’egoismo di ognuno. Si dice allora: “Io non voglio più essere sfruttato, io voglio godere di privilegi che gli altri godono”. Così le parti si invertono, gli sfruttati diventano sfruttatori; la confusione e la licenza aumentano lo scontento di ognuno. Se l’operaio non ha la giusta paga, è suo sacrosanto diritto lottare per averla, ma il suo dovere è quello di amare e difendere il suo lavoro. D’altra parte non è ammissibile che le posizioni vantaggiose di pochi mortifichino la collettività, che per il guadagno di certi venga danneggiata l’economia generale. Ogni uomo, per quanti beni possegga, per quanta abilità e capacità abbia, non è che un uomo, cioè un operaio degno del suo salario e nulla di più. La società futura, se vorrà sopravvivere, non potrà fondarsi sul profitto e sull’egoismo, in ultima analisi. E’ perciò necessario inserire l’individualismo nel collettivismo, nel senso di rettamente assolvere i propri compiti, ma lavorare per la collettività e non per il profitto personale. Solo da una fusione dell’individualismo con il collettivismo potrà nascere una società nuova, fondata e costituita da individui nuovi. E’ chiaro che ognuno si attende che questo cambiamento venga imposto dall’alto, da chi governa, dai pubblici poteri, essendo ognuno convinto di non avere ruolo alcuno nella cosa pubblica. Noi affermiamo che ciascuno ha la sua responsabilità, ognuno contribuisce a creare l’ambiente nel quale vive, non foss’altro con le tacite acquiescenze. Ciò che noi diciamo è esattamente l’opposto di quello che si crede comunemente; nessuno è responsabile della vostra inettitudine. Se la società è ingiusta è perché voi non siete sensibilizzati al problema della giustizia e, a vostra volta, siete ingiusti. Come potete pensare di responsabilizzare gli altri di ciò che voi dovreste fare e non fate? Quando osservate il triste spettacolo della corruzione e del facile arricchimento, voi rimpiangete di non essere nel giro, di non avere l’occasione di arricchire facilmente a vostra volta; così allo stesso modo, condannate il privilegio perché voi non siete privilegiati. Se non viene superata individualmente una concezione egoistica della vita, nessun problema che affligge l’umanità potrà essere durevolmente risolto. Che cosa dovete fare, dunque? Per prima cosa convincervi che la felicità non sta nell’accumulare ricchezze o qualità o amicizie; liberarvi dal desiderio di sfruttare gli altri ed essere convinti che la sola ricchezza è quella che giace nella profondità del proprio essere: ogni individuo è ricco solo di se stesso. E’ sfruttare gli altri anche volerli convincere alle proprie idee per avere dei seguaci. Capisco la vostra facile obiezione, ma noi non vi parliamo per avere dei seguaci; noi pensiamo che possiate trarre un aiuto dalle nostre parole, ma se voi non credete e non seguite ciò che noi diciamo, non soffriamo.  E’ chiaro che alla base dell’esistenza di ognuno c’è l’egoismo e che l’egoismo non può essere sradicato ipso facto; così quello che vi chiediamo all’inizio è un comportamento più giusto nei confronti dei vostri simili, un’esistenza in cui le necessità siano ridotte all’essenziale, ben sapendo che questo non vi cambia, che questo ha valore solo nel confronto degli altri e della società in cui vivete, ma che vi lascia inalterati nell’intimo vostro. Tuttavia è necessario acciocché la libertà dei singoli non divenga licenza, l’egoismo individuale non si trasformi in crudeltà, prepotenza e tirannia. Ma voi dovete superare  “l’io” egoistico e personale che impronta ogni vostra azione, ogni vostro desiderio, ogni vostro pensiero. Ciò è possibile solo se si è convinti della necessità di un simile cambiamento; il discorso che noi facciamo ha valore per chi sa che la causa della confusione, di tutto ciò che non procede rettamente, non sta al di fuori di sé, ma sta nell’intimo di ognuno. Le nostre parole invece non servono a chi rinuncia alla società perché si pone nella posizione della volpe della favola di Esopo che rinuncia all’uva solo perché non vi può arrivare. Ma come è possibile superare “ l’io” egoistico ed umano? Per secoli gli uomini, quando hanno pensato a questo problema sollecitati dalle grandi spiritualità, hanno creduto sufficiente comportarsi come degli altruisti per cancellare il proprio egoismo, e non hanno pensato invece che cambiando l’atteggiamento esteriore, la natura interiore rimane immutata. E’ perfettamente inutile che l’ambizioso si cosparga il capo di cenere, se non ha mutato la sua natura interiore: lo farà indubbiamente per meritarsi un posto preminente in una supposta vita spirituale. L’unico modo per superare i propri limiti è quello di rendersi consapevoli di essi. Vedete, lo scopo della vita dell’uomo potete chiamarlo come volete, ma – in sostanza – significa una cosa sola: superare una visione egoistica dell’esistenza. Nessun “sentire di coscienza” può essere raggiunto se non viene superato l’egoismo. Questo, in poche parole, lo scopo della vita dell’uomo. Allora per raggiungere questo scopo, è necessario rendersi consapevoli dei limiti che stanno alla base di una concezione egoistica della propria esistenza: eseguire una sorta di auto-psico-analisi. Ciò può sembrare molto complesso perché, scoprendovi egoisti, voi pensate di cambiare la vostra natura cambiando un atteggiamento esteriore, tutto dando, distruggendo la vostra esistenza che fino ad allora avete costruito fondandola su quella visione della vita. Ma non è così, niente di tutto questo. Ed ecco dove la cosa, da complessa, si fa semplice perché richiede solo e null’altro di più, che un po’ di costanza. Voi dovete esaminare i vostri stati d’animo e quindi i vostri comportamenti; dovete ricercare la ragione dei vostri timori, della vostra incomprensione, dei vostri pensieri. Voi dovete fare, per le vostre azioni e per i vostri desideri, quello che fate nei confronti degli altri. Io vedo con quanta solerzia voi cercate di indovinare le intenzioni altrui nei vostri confronti, specialmente. “ Perché mi avrà fatto questa domanda? Per quale motivo avrà evitato di incontrarsi con me?”. Dunque quello che c’è da fare voi lo sapete fare. Si tratta solo di spostare la vostra attenzione dagli altri a voi stessi, mantenendo nell’analisi un contegno distaccato e sincero. Alcuni sogliono giocare delle partite a scacchi da soli, ponendosi ora da una parte e ora dall’altra della scacchiera. Così voi, nell’analisi di voi stessi, dovete svolgere questo doppio ruolo dell’osservatore e della persona osservata, dimenticando – nell’osservare- che gli osservati siete voi stessi. Ma la fase più delicata dell’analisi, oltre al rendersi consapevoli, è di non cadere nella tentazione di comportarsi in modo opposto a come si scopre di essere. Vediamo di fare un esempio: supponiamo che analizzando voi stessi, scopriate di essere degli arrivisti  che non esitano a mettere in cattiva luce i propri colleghi pur di valorizzare se stessi. Da un certo punto di vista l’arrivismo non è un difetto, è un pregio perché rende attivo l’individuo e così lo rende creativo. Ma ciò che io affermo è che l’arrivismo è un portato dell’egoismo e l’egoismo limita l’individuo, lo fa schiavo e lo rende crudele. Se voi siete convinti e soddisfatti della vostra esistenza, se credete che la causa di ogni confusione risieda fuori di voi, allora l’arrivismo non è un difetto, è un pregio. Ma se fate parte del novero degli uomini che, pur potendo soddisfare ogni loro desiderio, si sentono inappagati, allora l’arrivismo è un difetto che deve essere troncato alla radice, e si giunge alla radice non comportandosi come dei non arrivisti, ma ponendosi fuori di quella concezione che ci conduce ad essere degli arrivisti, convincendovi – come prima ho detto- che la felicità non sta nell’accumulare cose che si crede possano arricchire il proprio “io”. Forse queste parole ricordano una concezione religiosa della vita; non fate l’errore di considerare l’uomo diviso in due parti: una spirituale e una materiale e credere che quando la materiale gioisca la spirituale soffra e viceversa. Quando l’uomo soffre è perché non ha compreso qualcosa, e se allora il suo spirito potesse soffrirebbe. Io ho cercato di riassumere in modo sintetico qual è l’analisi che voi dovete fare di voi stessi; non so se sono riuscito – in poche parole – a rendervi più chiaro quello che già sapevate; ma è verso coloro che qua seguono da poco che mi rivolgo.

Avete forse qualche domanda?”

Domanda: “Scusa, non ho capito bene cosa significa < Non comportatevi nella maniera opposta a quella che…”.

Claudio: “Come ho detto, l’insegnamento morale che l’uomo ha conosciuto, o per lo meno l’interpretazione dell’uomo, data alle parole dei Maestri, è sempre stata del tutto esteriore. Si è mirato ad avere un modo di agire. Se l’uomo pensa ai cosiddetti Maestri, pensa che questi siano altruisti, che si comportino in un certo modo; ed allora crede che l’evoluzione di quei Maestri sia raggiungibile comportandosi in quella maniera. E non comprende, invece, che la cosiddetta evoluzione è un fatto di <sentire interiore>, che non ha alcuna importanza – nei confronti  di questo < sentire interiore ed individuale > – il mutare di un atteggiamento esteriore. Non è così, lo ripeto, figli. Voi dovete rendervi conto di ciò che si agita nell’intimo vostro: voi dovete superare una concezione della vita fondata sulla separatività. Che cos’è in sostanza, una cura psicoanalitica? Riportare nella sfera della consapevolezza dell’individuo quegli istinti che – per il fatto d’ essere condannati dalla morale e dalla società – sono stati dall’individuo sepolti negli strati profondi del suo “io” e , riportandoli alla sua consapevolezza, farglieli superare. Quello che io vi propongo è un processo analogo. Voi dovete rendervi consapevoli di ciò che sta dentro di voi, dei limiti che sono alla base della concezione egoistica dell’esistenza. Al di là della tentazione di comportarvi in modo opposto a come scoprite di essere; al di là del bisogno, direi quasi, di condannare voi stessi: semplicemente rendendovi consapevoli, perché è questa consapevolezza che – per un processo naturale – vi affrancherà da quei limiti che sono alla base di ogni concezione egoistica, troncando così alla radice la causa di ogni dolore, di ogni incomprensione. ”


[1] DAI MONDI INVISIBILI: Incontri e colloqui. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1977.