Le organizzazioni filantropiche

Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 105-109

Voce del Maestro Claudio

Claudio:La licenziosità di molti, il disordine, la confusione, l’insicurezza, la mancanza di un approdo certo a cui fare riferimento, gli scandali, avvenimenti tutti promossi e divulgati per fini politici, inducono i benpensanti a guardare con simpatia all’avvento di un uomo forte che ristabilisca l’ordine ed il rispetto dei sani principi. Intanto ci sarebbe da meditare se il rispetto dei sani principi e dell’ordine non sia da raggiungere attraverso ad un intimo convincimento piuttosto che ad una imposizione esterna. E poi vi sarebbe da domandarsi se i <benpensanti> siano tali per intima convinzione o semplicemente per il timore delle conseguenze che un comportamento spregiudicato potrebbe avere; e se l’impunita spregiudicatezza sia condannata dai benpensanti solo perché, restando senza castigo, di fatto punisce chi si è mantenuto benpensante con sacrificio. Meditazioni, queste, che se fossero fatte basterebbero a riscattare l’attuale caos. Voglio dire che, se la situazione quale voi la conoscete e la vivete, inducesse l’uomo a meditare su se stesso, ciò basterebbe a ripagarla. Vi sarebbe anche da riflettere sulla convinzione che ogni uomo ha che i propri problemi siano risolti da qualcuno, per lui, e dal passare del tempo. Non v’è bisogno che io ripeta tutto quello che vi abbiamo detto sulla necessità che il singolo si convinca che se non cambia lui stesso non può cambiare il mondo nel quale vive. E che se non comincia subito, ora, nel presente, è inutile che speri nel futuro. Voi, invece, che cosa fate? Vi appellate ai valori affermati nel passato:  le <celebrazioni> diventano un mezzo con cui, attraverso ad un vuoto alibi di parole, nascondete le vere intenzioni. Oppure pregate per la bontà, per la pace, per la salvezza degli uomini. Ma quanto sarebbe più utile – anziché appellarvi ai valori del passato – che agiste nel presente; anziché pregare Dio perché voglia salvare il genere umano, foste voi stessi ad agire. Non è certo Dio che deve essere convinto, o dal quale può venire il pericolo; non è Lui che dovete temere. La propensione che ha ogni uomo di delegare ad altri la propria salvezza non esiste solo per i problemi della società: c’è la stessa propensione per i travagli che dilaniano il singolo. E la forma più lieve d’essa propensione si configura nella ricerca del giudizio di chi – dall’esterno e freddamente – può dare un parere sui propri problemi. Ma anche in ciò si manifesta la natura di contraddizione dell’uomo, perché molto spesso quello che si cerca, consapevolmente o no, è solo la conferma di un modo di agire che si è già deciso di tenere, e nulla più. Del resto, che valore che volete abbia il parere di chi non conosce la verità di voi stessi? Siete voi, invece, che dovete conoscere la vostra verità. Riconosco che non è una ricerca, un’analisi agevole, perché le vere motivazioni degli stati d’animo e delle azioni, molto spesso, giacciono nei profondi strati dell’io; ma quello che conta è che voi facciate questa ricerca e la facciate semplicemente e serenamente, senza poi voler abbellire o addolcire l’immagine che scoprirete di voi stessi; semplicemente per rendervi conto delle vostre intenzioni. Voi non costituite una eccezione alla diffusa tendenza che ha l’uomo a cercare un Salvatore, un Maestro, a cui delegare la fatica e l’incomodo di risolvere tutti i propri problemi e su cui scaricare tutte le proprie responsabilità. Noi rappresentiamo per voi questo Messia. Nella vostra speranza, abbiamo tutte le carte in regola per esserlo; ma vederci sotto questa luce significa strumentalizzarci, usare le nostre parole per le vostre intenzioni. Significa tradire il senso, il significato del nostro venire tra voi, che è quello – invece – di mettervi di fronte alle vostre responsabilità. Sia ben chiaro che noi non stiamo dolendoci di questo fatto: se fossimo soggetti a dispiacerci, in ogni caso lo saremmo per voi e non per noi. Ora, una nostra defezione non sarebbe risolutiva, perché non è certo con l’evitare le occasioni di errare che si sradicano le cause dell’errore. L’errore non nasce da fatti, circostanze del mondo esterno che possono essere corrette, ma nasce da un intimo modo d interpretare la Realtà. Noi stessi, nella vostra interpretazione, rappresentiamo un errore. Infatti voi siete convinti che semplicemente stando ad ascoltarci potrete realizzare la vostra Verità. L’importanza che voi date agli ultimi messaggi, come se fossero quelli risolutivi, dimostra che pensate alla vostra liberazione in termini di acquisizione, come se si trattasse di un processo di accumulazione di notizie, di un fatto culturale. Mentre lo scopo del nostro dire è quello di stimolarvi all’azione costante, alla scoperta di voi stessi, alla liberazione, che è del presente. Un altro errore è costituito dal fatto che voi ci considerate fonte di conforto e di sicurezza per poter permanere nella vostra indolenza e nelle vostre cristallizzazioni. Mentre noi non vogliamo costituire, per voi, una spiegazione – giustificazione che vi dia rassegnazione circa le vostre limitazioni. Se così facessimo vi allontaneremmo dalla comprensione. Mentre vi invitiamo a superare le limitazioni ora, nel presente; non a lasciare a noi e al tempo di fare quello che voi soli potete fare. Non vogliamo fare di voi delle creature che siano da noi dipendenti, perché se così facessimo vi plageremmo; noi vi invitiamo, anzi, ad essere degli individualisti per quanto concerne la scoperta di voi stessi ed ispirarvi al collettivismo solo per le istituzioni sociali. Sarebbe perciò un errore se voi ci consideraste una sorta di religione o di organizzazione. E’ giusto organizzarsi per i compiti che la società deve svolgere, ma non ha senso il farlo per quanto ognuno è chiamato a fare nei confronti di se stesso quale essere interiore.  Al pari, noi non vogliamo convincervi, fare di voi degli accoliti, perché non vogliamo aggredirvi. Voi siete già abbastanza aggrediti dalla società che, suggestionandovi, vi impone che gusti avere, cosa pensare, in che sperare e che cosa credere. Non c’è movimento di pensiero che non si costituisca in organizzazione e non cerchi di catturarvi per inquadrarvi. Noi non abbiamo bisogno di propaganda, non siamo persuasori occulti. Le stesse esperienze che l’uomo consuma lo conducono a quella Verità della quale vi parliamo. Tuttavia non possiamo fare altro che disporvi alla Verità, cioè non possiamo darvi quel < sentire> che alberga nel profondo del vostro cuore e che voi soli potete far fluire, liberare. Nel cammino verso la liberazione non si procede di un passo con la costrizione, senza la convinzione. Non è certo lo sforzo che può rendervi intimamente liberi, solo rendendovi conto delle vostre limitazioni non ne sarete più costretti; solo comprendendo le ragioni della vostra sofferenza, della paura, della delusione, – ragioni che risiedono nel processo di espansione dell’io – nasce un nuovo <essere>. Solo l’intimo convincimento può liberarvi dalla concupiscenza, dal desiderio, dalla gelosia, dal rancore, dalla brama di possesso e di potere. Allora, aiutare gli altri diventa semplice e naturale come per la luce rischiarare le tenebre. Ma se non ponete attenzione a voi stessi non potrete mai trovare l’intimo convincimento. Non usate la vostra mente per escogitare espedienti atti a conciliare il vostro egoismo con i giusti diritti degli altri. Se amaste veramente, non avreste bisogno di tollerare. Non contenti di sostituire la tolleranza all’amore, ne fate poi un ideale irraggiungibile. Quello che in sé è quanto di meno deve fare chi vive in una società, cioè tollerare, diventa programma di organizzazioni filantropiche. Non serve organizzarsi per tollerare, per essere fratelli. Gran parte degli uomini non liberano  se stessi perché non lo desiderano, non essendo convinti di una simile necessità. Se voi domandate a chi soffre perché desidera avere molte avventure galanti e non ne ha, se per far cessare la sofferenza sarebbe disposto a rinunciare all’appetito sessuale, vi sentirete rispondere di no, ed è giusto che sia così. Quello che io voglio dire, è che l’uomo soffre perché l’uomo non vuole uscire fuori dalle proprie limitazioni; lo vuole quando si è convinto di esse ed allora il superarle non è poi tanto difficile come può sembrare e, soprattutto, non costa sforzo. Ora, se voi non ponete attenzione in voi stessi, non saprete mai quanto siete limitati, avidi, possessivi, non saprete mai se soffrite perché volete uscire fuori dalle vostre limitazioni, o semplicemente perché non potete avere ciò che desiderate. Chi soffre perché non vince al gioco d’azzardo, per non soffrire cerca di vincere, mentre dovrebbe ricercare dentro di sé le ragioni che lo spingono a giocare.  Invero voi  attribuite le cause della vostra sofferenza a ciò che non potete avere; l’affetto di una persona, la stima dei vostri simili, il possesso di beni e via dicendo, e non comprendete che le cause della vostra sofferenza giacciono nell’intimo vostro. Non è certo ciò che desiderate che può appagarvi. Se vi sentite insicuri, non è la sicurezza che può colmare la vostra insicurezza. La sicurezza è l’effetto di avere scoperto e superato le cause della insicurezza. Non serve cercare fuori di sé, ravvisandolo nelle cose e nelle persone, ciò che giace radicato nell’intimo vostro, e che può essere trovato solo scavando dentro di voi. Che cosa si agita, generalmente, nell’intimo di ognuno? Le innumerevoli brame, soddisfacendo le quali credete di trovare la felicità e non comprendete che, invece, ben altre sono le cause del vostro soffrire. Ma nella partita dovete fare i conti con le leggi morali che servono a frenare i desideri egoistici degli uomini. Ora, ciò che dovete fare, non è tanto convincervi che le leggi morali sono giuste, quanto cercare le cause dei vostri desideri egoistici e superarli.  Questa è la cosa giusta da fare, perché vi conduce ad  essere voi stessi la legge morale.


[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.