Il dolore

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 262-264

Voce del lettore e di Kempis

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Kempis: “Dopo aver conosciute nuove verità, ci riproponete la domanda: perché esiste il dolore? Voi sperate che quanto ora sapete possa insegnarvi ad annullare il dolore, lasciando inalterata la vostra esistenza, il vostro modo di pensare ed agire. Volete conoscere la ragione per cui Dio ha posto il dolore nell’esistente. Da tutti certo è stato capito che il dolore è un moto soggettivo ed è una delle innumerevoli percezioni che costituiscono l’intera gamma del <sentire individuale>. Il dolore quindi, come fatto di parte, non può trovare riscontro oggettivo, però voi che siete nel mondo soggettivo, volete sapere perché soffrite. Perché non vi chiedete il motivo di tutti i <sentire individuali>, ma di uno solo di essi? Il dolore, a differenza di altre, è una sensazione spiacevole, ed allora è naturale che si rifugga lo spiacevole per cercare il piacevole; è nel giuoco stesso  che fa evolvere.  Il dolore diventa una condanna e l’uomo, che concepisce Dio come la cosa più bella che possa esistere, vuol sapere come questa percezione sta in Dio, come può giustificarsi in Lui. In altre parole dal relativo vuol giudicare l’Assoluto. Il vostro dolore, per quanto reale possa sembrarvi – lo ripeto ancora – è un fatto soggettivo e, senza tenere presente ciò, non si può raffrontarlo con l’Assoluto; sarebbe come voler giudicare l’insieme da una parte. Ma neppure chiedersi perché esiste il dolore nel soggettivo, è giusto. Infatti non ha senso non trovare giustificazione unicamente del dolore, solo per il fatto che questo è spiacevole. Tutto è sullo stesso piano, ed allora di tutto deve essere domandato il perché, non solo del dolore. La giusta domanda non è quella di chiedersi come si giustifica il dolore nell’Assoluto, ma come tutto il mondo dei <sentire> soggettivi trova giustificazione. Cioè: perché il Tutto è così? Voi invece chiedete  <Perché una parte del Tutto è così?> Vi interessate di quella parte per il fatto che non l’accettate. Questa è la precisazione che dobbiamo fare, conosciute le ultime Verità.”

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Il problema della sofferenza è un tema, che ha sempre assillato l’umanità. Esso è infatti  una nota, che colpisce profondamente l’egoismo umano, ha però la benefica funzione di scuoterlo e costringerlo a mettersi in discussione. Così l’uomo si pone il problema del dolore, ma il suo “ io” lo circoscrive soltanto alla  dimensione soggettiva.  Accade, come quando ci fa male un arto e lo si  considera singolarmente, dimenticando che fa parte di  tutto il corpo. In modo analogo, davanti  al problema della sofferenza, lo restringiamo alla sola nostra percezione, e  consideriamo solo  ciò che noi siamo e  la nostra esperienza, dimenticando  il Tutto,  al quale apparteniamo. Non ci domandiamo invece, quale è  l’archetipo, che governa il mondo del sentire. I Maestri con questo Loro insegnamento cercano in tutti modi di farcelo intuire. Se la sua consapevolezza prima, e comprensione poi, da parte nostra si compie, per noi si apre un meraviglioso mondo di conoscenza spirituale ovvero di coscienza.

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Kempis: “Perché esiste il dolore, non occorre che ve lo ricordi; voi già lo sapete. La spiegazione data rimane valida. Il perché di tutto il resto è quello che cerchiamo di farvi capire. Noi stiamo lottando par aiutarvi a superare  non solo il dolore, ma la paura e tutto ciò che v’impedisce di essere sereni. Nella comprensione della Realtà è il superamento di ogni angoscia, ogni affanno. Ma per giungere a questo occorre rinnovare il proprio essere, i rapporti con i propri simili. L’uomo ha uno strumento nelle sue mani che non ha l’animale: l’intelletto. Ebbene la mente è come un’arma che non sa usare. Egli  è schiavo delle sue idee, ciò che non capisce è spiegato con erronee supposizioni. La mente, che non sa bene usare, lo domina. Pensate alle angosce e alle paure che prendono corpo nella mente dell’uomo! Lì è il regno del terrore, lì è il regno dei fantasmi, lì è il regno del dolore. Molte volte neppure l’uomo più evoluto vi sfugge. Quanti Santi hanno subito torture e sofferenze dai demoni immaginati dalla loro mente! Quante creature trapassate soffrono pene di un inferno da loro pensato! Quanti terrori nascono nell’intimo degli uomini per pericoli  che mai si manifesteranno o sussisteranno; perché è la mente che costruisce il terrore, la paura, il dolore. Non esistono dèmoni, oggettivamente, che torturino dei Santi. Non ha senso credere che il figlio di Dio stigmatizzi delle creature per farle soffrire in sconto di peccati dell’umanità. Eppure le stigmate esistono, i dèmoni tormentano;  e quelle sofferenze innalzano le creature. Che significato ha tutto questo? Che cosa vuol dire? Voi rispondete, perché potete rispondere! Quando vi diciamo che il dolore nasce dalla mente dell’uomo, vogliamo dire qualcosa che va oltre il semplice significato di queste parole. Perché il dolore nasce nella mente dell’uomo? E quale genere di dolore? Il dolore fisico od anche quello ben più tormentoso? Dire che il dolore si rivela nella mente dell’uomo, significa ammettere che il dolore è un fenomeno soggettivo. E chi può negare tutto questo? Chi può dire che il medesimo evento reca a due o più individui lo stesso dolore? Non v’è bisogno di dimostrare ciò che di per sé è già dimostrato. Ma perché quello è il tuo dolore? Perché tu sei fatto così, perché per te, consapevole del tuo essere, della tua posizione, dei tuoi problemi, dei tuoi principi, delle cose che per te sono irrinunciabili, quello significa amarezza, sofferenza, dolore.”

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La soggettività del dolore è un fatto evidente. Sia per il dolore fisico, sia per quello emotivo, sia per il mentale. Tutto ciò dimostra come il dolore sia legato  al percorso evolutivo dell’individuo. Si può dire, che ne è un  fattore determinante. Senza la sofferenza la coscienza di ciascuno non evolverebbe, resterebbe statica, quasi amorfa, perché priva di significative reazioni. La legge di causa ed effetto è l’archetipo, che mette in atto nell’individuo il dolore. Ogni causa mossa dà inevitabilmente  un frutto, e questa causa potrà essere prima individuata e poi  compresa nella sua essenza, solo se segna con forza la coscienza e, tanto più decisa e netta, ne sarà l’ impronta, tanto più efficace, sarà il risultato.  Si deve perciò dire, che è il dolore, più di ogni altra cosa, a permettere un  buon risultato.  In conclusione: la sofferenza costa ed arreca tormento, ma di contro, è proprio grazie ad essa, che  ne  viene un utile assai superiore allo sforzo.

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Kempis: “Di fronte al dolore, l’individuo ha delle esperienze che segnano tappe fondamentali della sua esistenza. In primo tempo non sente che il proprio dolore e quello solo lo atterrisce e lo sconvolge. E’ una visione egoistica della sofferenza. Man mano che l’esperienza prosegue, ecco che l’individuo allarga la sua visione ed è colpito anche dal dolore degli altri che stanno attorno a lui. Questo può significare paura che quello che accade agli altri possa, quanto prima, accadergli. E così per gradi fino alla visione del dolore altrui altamente sublimata di chi ha intrapreso la via dell’altruismo: piangere sul dolore degli altri come se fosse il proprio. Tuttavia questi modi di considerare il dolore si equivalgono, perché in ultima analisi si soffermano sugli effetti senza cercare di capire le cause, cioè capire l’essenza stessa del dolore. Sino a che voi non comprenderete che voi e gli altri soffrite perché siete fatti come siete e sino a che non comprenderete e quindi trascenderete voi stessi, il dolore vi abbaglierà. Che cosa significa questo discorso? Sono forse parole dette unicamente per tacitarvi? Per darvi una qualunque spiegazione in modo da non farvi più fare queste domande che possono avere una difficile risposta?  No certo! Fino a che non si è compreso che il dolore che ci tormenta è in funzione del nostro essere, del valore che noi diamo a tutto quanto costituisce la nostra personalità; fino a che – per i mistici – non si è <morti a se stessi> , esisterà il dolore. Il dolore ha unicamente lo scopo di farci capire questo, di farci trascendere quelle cose alle quali noi diamo tanta importanza e per le quali soffriamo. Oggettivamente il dolore ha la stessa importanza della gioia, della tristezza, dell’allegria e della pace. Tutto ha la stessa importanza, tutto ha la stessa finalità: quella di farci vivere in modo reale pur nel mondo dell’illusione.”

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Queste ultime parole del Maestro Kempis esprimono l’essenza di quello che è il motore che permette al film della vita di scorrere. Come le due polarità, negativa e positiva, creano la corrente elettrica, così il piacere ed il dolore danno realtà al mondo dell’illusione. Ma cos’è che impedisce alla coscienza la consapevolezza di tutto ciò? Sono le sue limitazioni. Sono loro che circoscrivono l’ ampiezza della sua prospettiva, facendo precipitare la coscienza nell’irreale per viverlo come reale.   Si può dire, che tutto questo mette in luce, l’aspetto fondamentale della vita, ovvero “l’attaccamento”. Come ha insegnato il Maestro Buddha. E’ da questo che origina il dolore, che riempie di sé la nostra esistenza.


[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.