Il mantra della malattia

Brano tratto dal libro LA VOCE DELL’IGNOTO,[1] p. 32


Voce del Fratello Orientale

Fratello Orientale: “Om Mani Padme Aum!

A te, fratello caro, che invece sei veramente ammalato nel corpo, raccomandiamo egualmente di reagire, di non far pesare sui tuoi cari la tua malattia più di quanto già possa pesare. Non limitarti più di quanto la tua stessa malattia oggettivamente ti limita, non temerla dandoti per vinta da essa, ma sfidala! Se cadi nella disperazione, ti chiudi alla possibilità di ricevere qualsiasi aiuto. Non pensare di vivere una esperienza negativa; trai da essa quel motivo di cambiamento per il quale si è determinata e resa necessaria. Il tuo vero bene non è la semplice guarigione ma la tua giusta reazione, la trasformazione che essa deve operare in te. Perciò ricorda che il vero aiuto non è tanto quello di guarirti, quanto quello di aiutarti a comprendere. Non sentirti abbandonato e solo; ripeti mentalmente con me questo mantra, in forza del quale puoi meglio impiegare le doti che la natura ti ha assegnato per la sana attività dei tuoi corpi:

Io sono una cellula di un immenso organismo nel quale mi sento illusoriamente distinto e separato, ma dove in realtà sono parte integrante del Tutto. In questo immenso organismo io vivo in simbiosi con ogni essere e sono investito da una corrente vitale che ha come fine il perpetuarsi della Vita sempre pronta a manifestarsi. In una tale esplosione di Vita, la malattia è contro il fine della natura ed è quindi un fatto che la natura stessa combatte. Io non devo perciò sentirmi rifiutato ed abbandonarmi alla malattia ma reagire con tutta la mia volontà. In tutto ciò non sono solo, la natura stessa mi aiuta con la sua inestinguibile corrente vitale che tende a conservare la Vita. Infatti, lo stato di bisogno di ogni essere è percepito dall’intero comune organismo, che gli indirizza energie riequilibratrici insite nello stesso moto vitale. Sta dunque a me aprirmi a queste energie e goderne tutta la potenza. La forza che io devo evocare non deve giungere da un punto remoto del cosmo ma da dentro me stesso, quindi è a mia portata. Se in me essa è assopita, io voglio che si liberi ed agisca costantemente. Impartisco questo ordine alla mia mente, che se è capace di farmi ammalare lo è altrettanto di farmi guarire, sfruttando la forza vitale della natura. Io domino la mia mente e l’asservo a me stesso. Conosco i suoi tranelli, le paure che mi infonde per prevalere sulla  mia volontà ed agire a suo capriccio. Io sono il suo sovrano e l’asservo al mio volere. Essa mi ubbidisce e fedele lavora per me con tutte le sue possibilità consce ed inconsce. Anche quando la mia attività cosciente è vòlta ad altro, la mia mente inconscia continua ad alimentare la  mia guarigione, attimo dopo attimo. La mia mente è uno strumento prezioso: io voglio che sia la mia forza e la mia chiarezza. Perciò le impedisco di creare ombre che mi torturano e angosce che mi annientano. E tu, malattia, non mi incuti alcun timore. Che cosa puoi fare più che far morire il mio corpo? Niente può farmi cessare di esistere. Morire è rinascere. La morte non esiste.”

[1] LA VOCE DELL’IGNOTO. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1983.