Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 193-200
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Certamente ricorderete la mia affermazione che un corpo il quale fosse solo ad esistere in assoluto non sarebbe mai in movimento: sarebbe e nulla più. Evidentemente, se non vi fossero né tempo né spazio non potrebbe esservi il moto, dato che il moto è appunto, per definizione, la condizione di un corpo che muta posizione nello spazio con il trascorrere del tempo. Ma la mia affermazione non poteva avere un significato così semplicemente ovvio: come sempre era un invito a riflettere. Mi auguro che qualcuno questa riflessione l’abbia fatta ed allora, forse, avrà pensato che, se si parla di corpo, l’esistenza dello spazio potrebbe essere implicita perché – almeno nel mondo che voi conoscete – i corpi si collocano nello spazio. Tuttavia la questione non è così semplice come può apparire.”
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Il Maestro Kempis con questa semplice affermazione porta l’ascoltatore immediatamente alla sostanza della sua comunicazione. Pone il problema di come definire i concetti di spazio e di tempo, che sono i cardini della nostra rappresentazione della realtà. La concezione a riguardo, che Kempis enuncerà in questa comunicazione, è ben diversa da quella dell’ordinaria apparenza, la quale però, è messa in discussione anche dalle più recenti teorie della scienza moderna, che ne danno una nuova lettura, sostenuta da dimostrazioni matematiche, che si ritrovano, sotto forma di intuizioni, anche nell’insegnamento dei Maestri del Cerchio.
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Kempis: “L’uomo nel corso dei secoli ha avuto diverse concezioni di spazio: per esempio Aristotele lo pensava come il volume, l’estensione, l’ingombro dei corpi; esattamente l’opposto di quello che voi intendete nel linguaggio di tutti i giorni allorché affermate che in un ambiente c’è tanto più spazio quanto più è sgombro di corpi. Prima di Aristotele, Democrito e poi Euclide pensavano invece lo spazio come qualcosa di vuoto, ma che tuttavia esisteva oggettivamente; concezione poi ripresa da Newton il quale postula uno spazio tridimensionale, infinito, immobile, immutabile, indipendente dalla materia, e via e via. Diversamente orientata è invece la fisica dell’uomo di oggi, la quale, in seguito a più precise intuizione matematiche, confermate anche in parte da scoperte scientifiche, nega che lo spazio abbia tutti quei valori universali che gli si attribuivano in precedenza. Tanto che, a ben pensarci, sembra più vicino al concetto – lontano concetto – aristotelico, piuttosto che al concetto newtoniano. Infatti si potrebbe dire che lo spazio è la estensione del corpo-Cosmo, con tutte le sue materie più o meno dense, o se preferite, più o meno rarefatte, in cui però non esiste il vuoto assoluto. Anche se, per la verità, Aristotele affermava che l’universo, cioè quello che noi chiamiamo Cosmo, non è quello spazio perché non è contenuto da alcunché.”
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Sono significativi i riferimenti a come l’uomo abbia via via modificato la concezione dello spazio che, da essere concepito come il vuoto contenuto in una scatola, è ora pensato secondo la teoria della relatività generale come la materia che manifesta l’immenso corpo cosmico. I Maestri del Cerchio concordano con questa ultima concezione, non facile da dimostrare, ma tale da legare intimamente la rappresentazione, che ci formiamo dell’esistente, alle strutture che in essa si manifestano, non ultime quelle che danno forma a i nostri corpi fisici.
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Kempis: “Continuando le nostre riflessioni su un corpo solo ad esistere in assoluto, si scopre che la concezione di spazio della fisica relativistica bene si adatta a quello che è il nostro insegnamento. Infatti se anche il corpo che noi ipotizziamo fosse qualcosa d’incorporeo, nel senso di non materiale, egualmente sarebbe immobile, immutabile; non solo ma sarebbe anche infinito; qualcosa che secondo il vostro modo di vedere non dovrebbe avere dimensioni che invece è infinito nel vero senso del concetto, che poi dirò qual è. Perché questa affermazione vi sembri meno assurda, vi dirò che tutto quanto esiste è «qualcosa»: per esistere deve essere un “quanto”, ovviamente non in senso fisico ma certamente in senso di ” sostanza” Lo stesso pensiero è qualcosa; lo spirito lo è. Le cose più astratte che possono esistere, astratte nel senso di non materiali, che non sono in se stesse materia o sostanza, sono dell’ordine dell’attributo, della condizione della qualità, dello stato; sono cioè indissolubilmente legate alla sostanza, all’ente. Non esiste qualità senza quantità. «Non si può negare l’attributo senza negare l’esistenza stessa dell’essere» dice la filosofia. ma su questo argomento torneremo diffusamente.”
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Quantità e qualità sono inscindibili, questa è un’affermazione che i Maestri hanno sempre sostenuta. Lo Spirito è sempre qualcosa, si tratta solo di differente densità di coscienza rispetto alla materia cosiddetta fisica. Questa visione risolve, fondendole insieme, la concezione materialista e quella idealista. Rimane però la differenza di densità fra i temi delle due concezioni, essi stessi determinati dalle diverse ampiezze della coscienza di riferimento, a loro volta prodotta dalle virtuali limitazioni. Ciò che chiamiamo vita non è altro che questo gioco della coscienza, che si chiude in sé per poi aprirsi dopo avere proiettato quella stessa sua limitazione ed averla, attraverso il processo della consapevolezza, sua innata facoltà, trasformata e metabolizzata in coscienza meno ampia.
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Kempis: “Taluno afferma che anche il mondo materiale sensibile è invece immateriale perché è una vibrazione, o qualcosa di simile; volendo con questa affermazione, spiritualizzare lo spirito; invece non comprende che la vibrazione, nella concezione più astratta, al massimo può essere la condizione di qualcosa, della sostanza. Ma se il mondo materiale è allora vibrazione, cioè è condizione, la sostanza è lo spirito, perciò lo spirito diventa meno astratto, più concreto, più reale del mondo materiale sensibile. Ora, se anche il corpo che noi poniamo esista, unico in assoluto, fosse qualcosa che avesse una sola dimensione; e certamente non sto pensando a qualcosa di simile alla vostra retta che nella vostra stessa concezione è infinita, ma, per esempio, al segmento di retta; egualmente il mondo originato sarebbe infinito; e lo sarebbe anche se fosse una figura a due dimensioni, o un corpo a tre dimensioni; oserei dire, secondo il vostro modo di vedere, fossero anche di grandezza finita. Sì, lo sarebbero, infiniti, qualunque cosa fossero, perché sarebbero tutto l’esistente: e, come tale, non sarebbero limitati da alcunché. Nel mondo che voi conoscete, un qualunque oggetto che prendete in considerazione è limitato da tutto il resto che non è quell’oggetto: cioè un oggetto non è solo ad esistere in assoluto. Ma un oggetto che così fosse, cioè solo ad esistere in assoluto, sarebbe perciò illimitato, non conoscerebbe il limite della finitezza, sarebbe infinito.”
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Quello che il Maestro vuole dire è che l’unicità comporta l’infinitezza. Per questo dobbiamo vedere infinito l’Assoluto in quando unica essenza esistente. Non può esserci per essa alcuna limitazione quindi non è definibile la sua figurazione.
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Kempis: “Quando noi diciamo «un oggetto solo ad esistere in assoluto», voi non dovete immaginare l’oggetto circondato dal non-oggetto, dal vuoto; il vuoto, il nulla, il non-essere assoluti, non possono esistere, perché non possono essere. Una tale esistenza sarebbe una contraddizione in termini, un assurdo. Anche il non-essere degli orientali è relativo, cioè è «non essere qualcosa», ma essere qualcos’altro. Vedete, lo zero della aritmetica che non ha valore di quantità, ma solo di posizione, concettualmente afferma qualcosa, afferma il non valore. Nella realtà fisica – che so? – la stasi, l’equilibrio di un corpo che si contrappongono al moto, pur non esistendo in sé, sono qualcosa, sono la «condizione» di un corpo che non muta posizione nello spazio con il trascorrere del tempo. Ma il non-essere assoluto – sottolineo assoluto – non può avere significati analoghi, perché nel momento stesso che fosse, che esistesse, che si ponesse, affermerebbe qualcosa, quanto meno se stesso, e perciò non sarebbe più il «non essere assoluto». Il non-essere assoluto si può immaginare solo quale contrapposizione all’essere assoluto, ma è un errore contrapporre qualcosa all’assoluto perché, se vi fosse qualcosa a lui contrapponibile, l’essere non sarebbe più assoluto: sarebbe semplicemente il termine di una dualità.”
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Il Maestro Kempis argomenta qui sul filo di una logica strettissima. Il non-essere non può esistere, la logica non lo consente, perché se lo fosse, allora esisterebbe, quindi non sarebbe più non-essere. Ci si può chiedere perché il Maestro insiste tanto su questi ragionamenti invece di dare figurazioni che si prestino di più all’intuizione, non solo dell’anima, ma anche soltanto a quelle provenienti dal corpo delle emozioni, ovvero l’astrale. Questo è ciò che caratterizza l’insegnamento di questo Maestro. La via della conoscenza deve passare attraverso le più elevate potenzialità della mente inferiore, e queste sono espresse nel potere argomentare logicamente. La struttura di questo veicolo umano, predisposto alla conoscenza, è questa, perché così è la natura logica dell’esistente percepito? Oppure è la creazione-percezione della coscienza che crea una tale rappresentazione della realtà, in quanto il sentire di coscienza è per sua natura logico? Non è facile dare una risposta, ma sembra di capire che i Maestri propendano per la seconda ipotesi, in quanto è il sentire di coscienza relativo che crea e percepisce la rappresentazione della realtà, sia pure non arbitrariamente, perché soggetto al modulo cosmico (prima limitazione della coscienza cosmica) intrinsecamente logico.
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Kempis: “Allora il nostro segmento di retta – che, voi certamente ben capite, è una figurazione, fra l’altro molto imprecisa dopo quello che ho detto sull’esistenza e sulla sostanza – quindi costituirebbe un mondo unidimensionale infinito, ma con uno spazio come lo concepiva Aristotele: cioè l’estensione dei corpi. Se invece, in assoluto, l’unico ad esistere fosse una figura piana, cioè a due dimensioni; oppure un corpo a tre dimensioni; i mondi originati sarebbero «infinito bidimensionale» o «infinito tridimensionale», ma sempre con uno «spazio» aristotelico. Per giungere ad uno «spazio» quale voi lo conoscete, è necessario cambiare tipo di realtà; e cioè da una realtà unica in cui esiste un solo corpo, un solo “quid”, passare quanto meno ad una realtà duale. Non è la prima volta che parliamo di questo tipo di realtà, la più semplice delle realtà molteplici. Ricorderete l’esempio dei due pianeti in avvicinamento: in una realtà in cui esistono solamente, in assoluto, due corpi, o due “quid”, non è immaginabile l’ipotesi che uno solo dei due corpi si muova incontro all’altro, ma si può solo dire che la distanza che li separa diminuisce. Ora, due corpi che esistono in realtà non sono infiniti, non possono esserlo: l’uno diventa limite dell’altro. Inoltre, fra due corpi che esistono nella stessa realtà c’è un rapporto quanto meno inteso in senso matematico: tale rapporto crea il concetto di relatività, di dipendenza perché, come prima dicevo, ciascun corpo è condizionato dall’altro. Ora, due corpi che esistono nella stessa realtà non necessariamente sono limitrofi, cioè a contatto; ma se anche lo fossero, per il fatto stesso che i corpi sono due salterebbe fuori il concetto di spazio inteso non più nel senso aristotelico stretto, di estensione dei corpi, ma anche come estensione del “non corpi”, cioè di quel “quid” che divide, delimita, distingue i corpi: fa dell’esistente due corpi. Ora, mi sembra abbastanza comprensibile che, se non esistono i corpi, non esiste il “non corpi”. Quindi lo spazio, comunque lo si voglia intendere, sia come estensione dei corpi e sia come estensione dei “non corpi” è strettamente connesso ai corpi. Ma se lo spazio è connesso e dipende strettamente da ciò che esiste, non può esistere uno spazio a tre dimensioni se non esistono corpi a tre dimensioni. Nella molteplicità quindi è possibile l’esistenza di uno spazio a n dimensioni purché vi sia un sol corpo che tante ne abbia.”
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La concezione relativistica della realtà viene fatta propria dai Maestri e non poteva non essere così, se si pensa alla loro asserzione, secondo la quale la realtà che viviamo è per ognuno creata e percepita dal proprio relativo sentire di coscienza. Se riportiamo tale concetto nei termini della rappresentazione materiale, che abbiamo del mondo, non possiamo più pensare allo spazio, come il vuoto di un contenitore, che contenga in sé tutti corpi, ma è logico pensarlo come l’ estensione della materia stessa e da essa determinato. A sua volta il moto dei corpi non può più essere considerato come assoluto, ma va visto relativo ad un riferimento, non necessariamente sempre lo stesso, che lo evidenzi e quantifichi.
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Kempis: “Parlando della realtà in termini di spazio, di corpi, di sostanza, può sembrare che si voglia dare un aspetto prettamente materialistico di essa, e diventa paradossale che proprio chi si definisce “uno spirito” dia una simile immagine della Realtà. Non va dimenticato che nella vostra cultura occidentale la distinzione della realtà in materia e spirito ha assunto una fisionomia precisa da Cartesio in poi. Ebbene la nostra concezione del reale è più simile a quella arcaica, secondo la quale il mondo era materiale e spirituale al tempo stesso. Tuttavia noi affermiamo che la realtà è una, e come tale non è né spirito e né materia. Ogni distinzione è semplicemente convenzionale e di comodo. La scienza che non tiene presente tutto ciò ed adotta sistema chiusi per spiegare la realtà ne lascerà sempre degli aspetti incompresi. Ora, l’attuale concezione dello spazio non ne fa più qualcosa di infinito, ma qualcosa di curvato e probabilmente, si dice, riflettente su se stesso. Ne risulta così un continuo spazio- temporale in cui un ipotetico astronauta immortale continuerebbe a viaggiare in perpetuo nello spazio senza mai trovarne la fine, senza mai ritrovare gli stessi paesaggi, pur essendo lo spazio finito. Ciò è in qualche modo comprensibile solo se si pone che lo spazio, più che contenere dipenda da ciò che esiste; ed il tempo, più che essere, dipenda dalla successione degli eventi. Ho detto «esiste» ed «eventi», cioè ho adottato una concezione meno relativistica di quella dell’omonima scienza, per la ragione che dirò poi.”
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La mente umana, come il filosofo Cartesio ha esemplarmente manifestato, difficilmente si sottrae alla tentazione d’interpretare la realtà in maniera duale, cioè materia (res exstensa) e spirito (res cogitans) entrambi di diversa natura. Per i Maestri del Cerchio la Realtà è unica ed è coscienza. Questa a seconda della sua ampiezza ha differenti gradi di densità, fino ad esprimersi a livelli talmente bassi d’attività da potersi assimilare a materia inerte, anche se l’inerzia in assoluto mai esiste. Lo spazio ed il tempo prendono in questa prospettiva una collocazione non molto differente da come sono visti dalla teoria della relatività la quale, però, ovviamente rimane aderente alla visione materialistica della scienza. La massa determina lo spazio, il cambiamento nella manifestazione conduce all’idea di tempo. Così la coscienza, che per i Maestri ha come attributi sia la qualità che la quantità, crea lo spazio in quanto espressione di sostanza, contemporaneamente nella successione della sua ampiezza permette il configurarsi del concetto del tempo.
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Kempis: “La scienza relativistica, infatti, circa la simultaneità afferma che un evento simultaneo con un insieme di altri eventi lo è solo in relazione ad un dato sistema inerziale. Questo significa – in parole semplicistiche, ma anche più comprensibili – che più eventi percepiti da un osservatore come simultanei non lo sono invece più, percepiti simultaneamente da un altro osservatore che, rispetto al primo, sia in moto. E non è questo quello che noi abbiamo sempre affermato con l’esempio dei fotogrammi, dicendo che una stessa serie di fotogrammi non è percepita simultaneamente da sentire di grado diverso, che pure alla stessa serie sono collegati? Questa affermazione della scienza relativistica dovrebbe fare meditare coloro che sostengono che quanto la scienza umana ha oggettivamente provato e controllato non potrà mai essere smentito dalle successive ricerche e scoperte. Chissà che le successive ricerche e scoperte non rivelino un nuovo e diverso punto di osservazione della realtà, e quindi una nuova e diversa percezione degli eventi e dei fenomeni?”
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La concezione del concetto di contemporaneità quale assoluto, come sostenuto dalla fisica classica, viene completamente ribaltato dalla teoria della relatività ristretta, in maniera analoga i Maestri del Cerchio, per i Quali la realtà è coscienza, danno un ulteriore spiegazione della contemporaneità. Per Loro essa è determinata dai gradi di sentire di coscienza. Due sentire sono contemporanei solo se hanno la stessa evoluzione. Da ciò discende che possiamo “dialogare” con gli altri secondo fotogrammi che loro o noi percepiamo in momenti decisamente diversi. Questa perciò è la conseguenza logica della non realtà dello spazio-tempo.
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Kempis: “Tempo e spazio non sono più valori universali ed omogenei. L’omogeneità è sostituita da un rapporto costante. Ma se il rapporto fra tempo e spazio è costante, tanto che il tempo è considerato una dimensione dello spazio, allora lo spazio contiene solo tutto ciò che esiste nell’unità di tempo intesa come unità di mutazione; ma se così è, allora lo spazio è diverso nel tempo; e se lo spazio nel tempo muta, cioè non è mai uguale a se stesso, allora esiste uno spazio per ogni evento. Difatti, in parole ancora semplici, la scienza relativistica dice che lo spazio non si deve più considerare come uno schermo tridimensionale sempre eguale a se stesso, immobile, immutabile, sul quale si proietta la serie degli eventi; ma l’evento è un fatto spazio-temporale, per cui esiste un tempo ed uno spazio per ogni evento: per ogni fotogramma dicemmo noi. E non è questo quello che noi abbiamo sempre affermato, giusto con l’esempio dei fotogrammi, sostenendo vero il concetto della realtà-essere in confronto al concetto della realtà in divenire?”
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È interessante, per noi immersi nel mondo della percezione, constatare come i Maestri del Cerchio trovino nei concetti della teoria della relatività generale conferma alla loro enunciazione della teoria dei fotogrammi. Questa teoria è un cardine per comprendere ed accettare la rappresentazione in essere della Realtà. Il Loro fare riferimento alle conoscenze scientifiche fa sì che l’insegnamento, pur parlando di cose decisamente fuori dalla nostra consapevolezza, appaia non dogmatico e plausibile, anche per coloro la cui visione delle cose sia estremamente radicata nelle materia.
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Kempis: “Si potrà obiettare che non v’è nessuna prova che la realtà sia da intendersi in «essere». Ma bisogna stare attenti a dire che non sia vero, e che quindi non esista ciò che non è interpretabile in una solo direzione, cioè in senso esclusivo, e che in senso esclusivo è percepito; perché, se così si fa, si identifica l’esistenza con la percezione, e il concetto dello spazio come ciò che contiene tutto quello che esiste nell’unità di mutazione diventa ciò che contiene tutto quello che è percepito in quella unità. Ma se così è, allora l’esplosione di una supernova che in qualche modo voi osservate ai limiti del cielo visibile, cioè nella vostra ora, diverrebbe un evento dello spazio-tempo quale è ora. Mentre così non è, o tutta la scienza relativistica diventa un controsenso. Quindi è necessario ben distinguere ciò che esiste in sé da ciò che è percepito.”
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La nostra percezione ci dà una rappresentazione della realtà in divenire, su questo non c’è dubbio. Ma quanto può valere la sua oggettività? Fino dall’antichità alcuni pensatori hanno espresso molti dubbi al riguardo ed alcuni sono arrivati a negarla del tutto. I Maestri del Cerchio considerano la percezione umana, determinata dal grado di evoluzione del sentire della coscienza, comunque in assoluto completamente illusoria, ma ne sostengono l’utilità sia per ragioni sociali, che di vita pratica.
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Kempis: “La conclusione filosofica di questo discorso – quella, in fondo che ci interessa-è che se le scoperte scientifiche progredissero di pari passo con la giusta interpretazione dei fenomeni voi assistereste al progressivo dissolversi di tutti i sistemi chiusi e comprendereste che ogni percezione della realtà è una immagine, come tale incompleta e inesatta. Nel mondo della percezione, le scoperte scientifiche sono vere sempre e solo per approssimazione. La Realtà, nella sua essenza, è irraggiungibile. Ma questo non significa che l’uomo debba volgere la sua attenzione e credere vero ed esistente solo ciò che percepisce e quale lo percepisce; ma deve dargli la misura della sua dimensione. Questo in fondo è anche il significato filosofico delle teorie “speciale” e generale della “relatività”.”
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La conclusione di questa comunicazione è molto liberatoria, perché apre ad una visione della vita non rigida e determinata, ma dialettica, in virtù di un relativismo non onirico ma logico e ragionevole.
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.