Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 215-223
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Più volte abbiamo ripetuto che il sentire del quale parliamo, considerato nella sua forma più elementare, è la coscienza d’esistere: Il sentirsi d’essere. Invece il sentire nella espressione assoluta è la Coscienza Assoluta, il sentire d’essere il Tutto-Uno, e perciò sentire al di là della separatività e della sequenzialità; in altre parole: una coscienza in cui il Tutto è nella sua reale condizione d’essere di Eterno Presente e di Infinita Presenza; una coscienza che non è condizionata né dal tempo né dallo spazio; una coscienza che contiene il Tutto-Uno.”
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In questa lezione viene ulteriormente approfondito il concetto del ” sentire”. È difficile definire cosa s’intende per sentire, perché rappresenta una modalità d’essere e non soltanto una funzione. La sua più semplice espressione è “il sentirsi d’esistere”, che ne rappresenta l’essenza. Ogni essere, dal cristallo al santo, l’ha in sé, ma la Realtà che tutto abbraccia e contiene è il Sentire Assoluto, ovvero la sua massima possibile manifestazione. In questa comunicazione il maestro Kempis ne descrive i vari aspetti e possibilità in relazione a ciò che la nostra consapevolezza può in qualche modo evidenziare e capire.
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Kempis: “Questo non significa che gli estremi della scala siano contrapposti o contrapponibili. Infatti il Sentire Assoluto, contenendo in sé per intensità ogni possibile sentire, quindi i sentire di tutti i Cosmi, è così l’Uno-Assoluto che proprio perché tale, non ha e non può avere contrapposti. Come ho detto, il Sentire Assoluto contiene per ampiezza tutti i possibili sentire; e non potrebbe essere diversamente perché, altrimenti, non sarebbe assoluto. Sul piano assoluto, non essendovi successione, potenza ed atto sono una sola cosa; quindi se il Sentire Assoluto, per essere tale, deve contenere in ampiezza tutti i possibili sentire, essi non possono che esistere ed essere realizzati, cioè non possono rimanere allo stato di possibilità non realizzata: sul piano assoluto ” possibile ” e realizzato sono la stessa cosa; solo ciò che è realizzato è possibile, e ciò che è possibile è realizzato. Questo perché Tutto è Uno”.
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Per Kempis possibile e realizzato sono la stessa cosa, per logica dobbiamo dedurre che l’impossibile non può avere realizzazione, nemmeno nell’Assoluto. Non è facile capire come potenza ed atto siano una cosa sola. Forse si può intuire ciò tenendo presente che il Reale è coscienza e la coscienza ha in sé entrambi gli aspetti, non può esistere niente che sia soltanto concepito e non realizzato, perché fanno parte della stessa sostanza. Quindi noi siamo coscienza, così lo è ciò che percepiamo, desideriamo o pensiamo, niente esiste che non lo sia. Questa in parte sconvolgente considerazione da’ alla concezione della vita una nuova valenza, nella quale la nostra responsabilità si fa imperante, insieme però all’esigenza di non attaccamento e distacco.
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Kempis: “Da quanto ho affermato si può azzardare una figurazione concettuale della Coscienza Assoluta, e cioè: i sentire relativi sarebbero come le cellule che compongono la Coscienza Assoluta, la quale tuttavia, come più volte ho detto, trascende la sommatoria dei sentire che, in un certo senso, la costituiscono.”
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Questa figurazione, che come dice il Maestro “tutta concettuale”, è molto importante, perché dà veramente l’immagine dell’esistente, assai assimilabile ad un corpo umano. Dice il vero la Bibbia, fermo restandone il valore simbolico, quando afferma essere stato l’uomo creato ad immagine di Dio. L’uomo esprime veramente nella sua totale completezza la rappresentazione anche concreta dell’Assoluto, naturalmente tutto ciò va inteso con l’adeguata comprensione, che ne fa considerare i fondamentali e determinanti aspetti delle incommensurabili limitazioni umane.
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Kempis: “Un sentire relativo esiste nella sequenzialità e nella separatività, nel tempo e nello spazio, proprio perché è contenuto nella Coscienza Assoluta, contribuendo in modo indispensabile alla assolutezza della coscienza, proprio perché è manifestato o si manifesta nel tempo e nello spazio. Perciò pensate quanto ciascun essere – dico: ciascuno- sia importante e, quello che più conta, lo sia egualmente a tutti gli altri.”
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Questa affermazione è molto facile a capirsi ma assai difficile a viverla nel suo più profondo significato. Infatti, se vissuta con consapevolezza e convinzione, dà a ciascuno forza, sicurezza e senso di responsabilità. Inoltre ci pone davanti al prossimo con la massima tolleranza ed accettazione, perché tutti siamo un tassello dell’Esistente e contribuiamo in egual misura a farlo essere, ognuno ha eguale importanza di un altro, ma nessuno supera l’Unità della quale fa parte e per la quale afferma se stesso.
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Kempis: “Tutto quanto esiste nel mondo della molteplicità – ossia tutto quanto ogni essere sta vivendo, ossia il sentire di ogni essere, ossia ogni possibile sentire – è la manifestazione nel mondo della molteplicità, cioè del tempo, dello spazio, della sequenzialità, della separatività, di ciò che è, che esiste al di là del tempo, delle spazio, della sequenzialità, della separatività, di ciò che ha la sua reale dimensione d’esistenza nell’Eterno Presente, nell’Infinita Presenza, nell’Unità Assoluta. Il sembrare di finire, di non essere mai lo stesso, di trascorrere, è il modo attraverso il quale ciò che per sua stessa natura è illimitato si limita; è l’apparente limitazione che origina la caleidoscopica molteplicità; ed è l’apparente molteplicità che rende Assoluta, e quindi Unica, Una, la Realtà.”
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Qui si vuole esprimere come l’illimitato si limita, passando dalla condizione di consapevolezza assoluta e quindi di Eterno Presente a quella in sé limitata, che crea e percepisce il mondo del quale noi siamo consapevoli, fondato sull’illusione del divenire in uno spazio-tempo percepito quale oggettivo e reale. Come è già stato detto: è tutta coscienza, che, per effetto della sua qualità-quantità più o meno limitata, costruisce dentro di sé il proprio film, condizionato dagli archetipi relativi ai diversi gradi di limitazione. È proprio dal porre attenzione prima e consapevolezza dopo, che questa coscienza relativa, perché limitata, può acquisire nuova ampiezza e grazie ad essa ottenere nuova prospettiva di percezione. Questa è la modalità mediante la quale dal relativo si passa all’Assoluto, naturalmente rimanendo sempre nell’unica dimensione possibile, quella dell’essere, come rappresentata nell’Eterno Presente.
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Kempis: “Senza meditare su stati d’essere che sono inimmaginabili per la condizione umana, si può egualmente parlare dell’argomento del sentire soffermandoci a considerare quale parte del sentire relativo, del quale vi parliamo, vi sia nei sentimenti e nei risentimenti dell’uomo. Quando abbiamo parlato di sentire dell’uomo, peraltro precisando sempre sentire in senso lato, ci siamo riferiti a tutti quei movimenti dell’animo umano che sono conosciuti come sensazioni, emozioni, desideri, preoccupazioni, angosce, gioie, trepidazioni, e a tutte quelle elaborazioni della mente che costituiscono l’attività intellettiva. Infatti, se il sentire nella sua forma più elementare è coscienza di esistere, è sentire in tale senso tutto ciò che dà il sentirsi di essere che fa sentire di esistere. E che cos’è, nell’uomo, che lo fa sentire di esistere se non il suo intimo essere in cui si ripercuote il mondo esterno ? in cui gli stimoli che provengono dall’ambiente si traducono in reazioni e quindi in attività?”
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Abbiamo qui la presentazione di quello che i Maestri chiamano SENTIRE IN SENSO LATO (la PERSONALITÀ). Di esso noi abbiamo facilmente consapevolezza e la sua essenza è sì ‘sentire d’esistere’, ma la sua manifestazione è in continuo cambiamento per la legge di ‘causa ed effetto’ (Karma), che vi ha radicato file ora attivi ora quiescenti.
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Kempis: “Ciò non significa però che il sentirsi di essere non possa esistere anche indipendente da ogni stimolazione ambientale. L’essere, infatti, può sentirsi vivo anche quando non ha sensazioni, emozioni desideri, pensieri e via dicendo; ma perché questo sia vero, e possa esserlo, è necessario che il suo intimo essere abbia raggiunto una particolare ricchezza, un patrimonio-retaggio di molteplici acquisizioni; in altre parole, che abbia abbastanza costituita la sua coscienza individuale, ciò che rappresenta e determina il sentire vero e proprio.”
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Qui il Maestro Kempis introduce il concetto di quello che i Maestri del Cerchio chiamano SENTIRE DI COSCIENZA. Definire cosa sia il sentire di coscienza con parole semplici ed in modo più chiaro di Kempis è impossibile, ci limiteremo a dire soltanto questo: esso è la nostra vera realtà dalla quale discende tutto ciò che viene manifestato e vissuto in tutta la nostra vita, sia come incarnazione terrena sia come esistenza dopo la morte. Quello è l’autore del grande film al quale partecipiamo come attori che invece credono di esserne spettatori.
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Kempis: “Perché sentire vero e proprio? Forse che quando un uomo con fredda determinazione premedita ed attua l’azione di uccidere un suo simile, quell’odio che manifesta e che denota la sua scarsa evoluzione non è un suo sentire?, non fa parte del suo essere? O quando, suggestionati da una crudele propaganda, i fanatici arrivano a suicidarsi in massa, si può forse dire che l’azione non rispecchiava la volontà e l’intenzione dell’attore, la sua vera aspirazione non dissimulata e quindi il suo sentire quanto meno del momento? Nessuno certo potrebbe sostenerlo. Tuttavia il vero sentire, quello che va oltre il divenire, che è stabile e indeperibile, che è capace di sottrarre l’essere ai condizionamenti dell’ambiente e alle reazioni scatenate dagli stimoli esterni e alimentate dalla mancanza di amore, è qualcosa di ben diverso. Il vero sentire è ciò che mai scade, ma cresce e, modificandosi nell’espressione, non è mai in contraddizione con se stesso. Il vero sentire è ciò che fa vivere un essere unicamente per gli altri dimenticando se stesso. Quindi «vero» non nel senso di veritiero ma nel senso di non deperibile, anzi destinato a crescere in intensità e nobiltà: il SENTIRE di COSCIENZA.”
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Kempis esprime con chiarezza cosa intende per sentire di coscienza, potremmo dire la Parte Divina che è in noi, quello che gli orientali chiamano Atman. Ci si può domandare come mai, se in noi c’è il sentire divino, arriviamo a compiere le più turpi azioni. La risposta che i Maestri del Cerchio danno è che questo sentire è limitato, la sua consapevolezza e coscienza non abbraccia tutta la Realtà. Proprio da questa sua limitazione nasce la creazione-percezione della realtà che è intorno a noi. In questa virtuale limitazione sta il mistero della vita che ci circonda e che consideriamo oggettiva e immodificabile. Il limite è virtuale, perché è solo così che lui crede di essere. Non ce la fa ad andare oltre, anche se la sua vera Essenza gli permetterebbe di riconoscersi nel Tutto. Questa virtuale chiusura interiore lo porta a fare una specie di “atto di fede condizionato ” che è all’origine del meraviglioso e a volte terrificante film che stiamo vivendo.
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Kempis: “Certo anche quando, colti dall’ira, violentemente reagite o agite colpendo chi è oggetto della vostra collera, manifestate uno stato d’animo e per ciò un sentire in senso lato; cioè agite come sentite, almeno in quel momento; ma in quel sentire poco c’è di quel sentire di coscienza che si acquisisce con l’evoluzione, che non si perde più ma via via cresce ed è capace di fare di un egoista un essere che si consuma d’amore per gli altri, che è capace di trasformare l’angoscia che danno la crudeltà e l’avidità nella beatitudine di chi ha tutto, perché è tutto.”
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Qui le due specie di sentire sono messe a confronto. Sono in realtà dipendenti fra loro, perché hanno la stessa natura, ma uno, quello in senso lato, è funzione di meccanismi quali i veicoli del mondo della percezione, l’altro invece è lui stesso che li ha creati e, se la sua ampiezza lo consente, è capace di trascenderli, allora accade che l’egoismo dell’io si muta nel suo superamento, che scivola nell’ identificazione verso l’Unità.
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Kempis: “È proprio la mancanza di un simile sentire che rende gli esseri egoisti e preda dei molteplici condizionamenti ambientali, dei meccanismi animali; è proprio il sentirsi al centro del mondo e quindi il non tenere in considerazione le altrui legittime aspettative, i giusti diritti, e quindi la mancanza di amore altruistico che fanno dell’uomo un essere che vuole prevalere sugli altri, in un modo o nell’altro in un campo o nell’altro. Così, c’è difetto di sentire di coscienza, mancanza di coscienza individuale, quando si ruba, si sfrutta, si uccide, si tradisce; quando non si fa il proprio dovere o lo si fa per guadagnarsi il paradiso.”
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È l’insufficienza di sentire di coscienza, caratterizzato da quantità-qualità, che permette ai veicoli del mondo della percezione, di attivarsi quali meccanismi, in se stessi privi di discernimento. In sostanza così si esprime l’espansionismo dell’ego, che colora di sé la personalità, quando la coscienza non è in grado di manifestare se stessa.
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Kempis: “E qua si apre un altro aspetto del discorso sul sentire: comportarsi diversamente da come si sente, che è una caratteristica prettamente umana, sconosciuta agli animali. L’animale, normalmente, non conosce le varie forme di dissimulazione che l’uomo, vivendo in società, per varie ragioni continuamente mette in atto nei suoi comportamenti. Comportarsi diversamente da come si sente può essere riprovevole, come nella ipocrisia, o encomiabile, come nelle rinunce che si fanno per non dispiacere agli altri. Anche in questo comportamento, quindi, non si sfugge alla legge generale secondo cui la verità dell’intimo sentire, e quindi dell’individuo, sta nell’intenzione. Ciò è tanto vero che solo quando si ha l’intenzione di danneggiare il comportamento può essere diverso dal sentire. Infatti, quando per non nuocere si agisce diversamente da come si desidererebbe, anche se si ha un comportamento che non corrisponde al desiderio, e quindi al sentire in senso lato, tuttavia quel comportamento corrisponde all’intenzione di non nuocere e quindi al sentire di coscienza, a quello vero.”
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La cartina di tornasole è rappresentata dall’intenzione che sta dietro all’azione. Questa può essere determinata dall’anima o dalla personalità. Nel primo caso c’è la libertà dal condizionamento dell’ego, altrimenti prevalgono i meccanismi dei veicoli inferiori, che non discernono, mettono in atto le loro spinte interne. Così negli animali, il cui veicolo causale quasi non esiste, il comportamento è come quello di un robot, assolutamente prevedibile, ma privo dell’ipocrisia, presente, invece, nell’essere umano, soggetto alla morale sociale. Essa quasi mai esprime coscienza, ma è soltanto l’espressione delle convenzioni, che i diversi espansionismi degli ego hanno elaborato per propria necessità.
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Kempis: “In altre parole: quando tra il fare una cosa che gratificherebbe il proprio egoismo e il non farla per non nuocere agli altri che ne sarebbero dispiaciuti o danneggiati prevale la volontà di non danneggiare, si agisce come si sente anche se l’azione non corrisponde al desiderio egoistico, perché fra i due sentire – quello di desiderio e quello di coscienza – quello vero è il secondo che prevale sul primo: perciò si agisce secondo il proprio vero sentire. Così si spiega logicamente perché abbiamo sempre affermato che è legittimo violentare se stessi solo quando lo si fa per non danneggiare gli altri, perché solo in questo caso il comportamento rispecchia l’intenzione ed il sentire di non nuocere.”
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Qui siamo posti di fronte alla responsabilità delle nostre azioni. Quando prevale l’egoismo c’è difetto di sentire di coscienza o meglio, questo, chiuso dalle sue limitazioni, non è in grado di esprimersi, ma ciò non è, come si potrebbe pensare “peccato”, è soltanto uno degli infiniti aspetti del Sentire Assoluto, la cui esistenza è affermata proprio a partire dalla sua massima limitazione. Dal punto di vista comportamentale i Maestri hanno sempre detto di non violentare se stessi, ovvero non forzare le spinte dei veicoli del mondo della percezione, ma soltanto qualora la propria intenzione sia veramente quella di non nuocere agli altri è lecito farlo, perché in quel caso è la coscienza che manifesta la sua voce.
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Kempis: “Quando invece si violenta se stessi, ad esempio, per meritarsi il paradiso, il comportamento morale non corrisponde al sentire, che è solo quello di meritarsi il premio eterno, cioè egoistico: perciò v’è rottura fra comportamento e sentire e il dominio di sé che determina tale rottura, non è positivo. Mentre quando si tiene un comportamento retto, coartando i propri desideri egoistici, convinti di seguire e perseguire il volere di Dio, allora non c’è discordanza fra il sentire e l’agire: entrambi sono ispirati e volti a seguire la divina volontà. Se ne può concludere che solo quando si è animati dall’egoismo può esservi discordanza fra sentire ed agire. La discordanza fra sentire ed agire trae seco nel tempo tutte quelle scontentezze, conflittualità, irritabilità, squilibri che sono all’origine di molte nevrosi.”
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La forma non conta per i Maestri, conta la sostanza ovvero l’intenzione. Può esserci benissimo un comportamento apparentemente irreprensibile che però nasconda cattiva coscienza, comunque questa, prima o poi, verrà fuori, il karma è inesorabile al riguardo. Un’altra osservazione assai importante, che si può fare, è collegare il sorgere delle nevrosi alla discordanza fra il sentire di coscienza ed il sentire in senso lato, ovvero fra anima e personalità. Finché non si trova in noi stessi la coerenza non vi potrà mai essere armonia fra i veicoli della percezione e quelli del piano akasico. Solo la continua consapevolezza assicura un fermo ed equilibrato procedere in tale direzione.
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Kempis: “Il sentire che fa parte del proprio intimo essere non è legato al ricordo di esperienze avute. Ciò che è entrato a fare parte del proprio sentire non è più perduto, ancorché si dimentichi l’avvenimento o gli avvenimenti che hanno determinato l’ampliamento del sentire. Così, il sentire che, per ampiezza, contiene sentire meno ampi, è quello che è anche se l’individuo che lo manifesta non ricorda le esperienze che manifestarono i sentire meno ampi contenuti nel suo sentire attuale. Tuttavia, nell’essere di ognuno è sempre contenuta, ed è sempre possibile riviverla, ogni esperienza di ogni esistenza nei minimi dettagli che, vissuta, fu capace di manifestare il relativo sentire.”
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Il sentire di coscienza è espressione di tutte le esperienze passate che lo hanno determinato. Lo è a tal punto che ognuno potrebbe riviverle, anche in ogni minimo dettaglio. Questo di fatto non avviene fino ad un’ adeguata evoluzione, ciò equivale a dire che le vite passate possono essere ricordate solo quando l’ampiezza della coscienza lo permetta. Ma questo non toglie che la sintesi di esse, quasi come dei file, non sia radicata in noi, ed in determinate ed opportune situazioni non si faccia sentire.
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Kempis: “Se ciò è vero per il sentire di coscienza, non lo è però per il sentire in senso lato. Tutti i condizionamenti che l’individuo subisce dall’ambiente e dall’educazione; i quali determinarono, quando il suo sentire di coscienza era esiguo ,il suo modo di pensare, i suoi desideri, le sue aspirazioni; sono qualcosa che gli è appiccicato addosso; che non viene dal suo vero essere se non in quanto il suo essere non si oppone al recepimento di quei comandamenti. Perciò quei pensieri, quei desideri, quelle aspirazioni sono strettamente connessi a una mentalità legata al ricordo degli ammaestramenti avuti per mezzo dell’educazione; quando quel ricordo viene a cadere, cade la mentalità posticcia.”
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Chiaro è il modo di essere e la funzione del sentire in senso lato. Esso viene a formarsi tramite le esperienze che il mondo della percezione gli offre, perciò per lui l’ambiente è determinante, così come l’educazione della famiglia, che acquista quindi una fondamentale importanza. Le conseguenze che ne derivano sono assai significative e riguardano sia singoli individui, che intere popolazione. Potranno essere queste condizionate da persone disoneste, non essendo, spesso, i sentire di coscienza capaci di contrastare le influenze negative che pervengono.
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Kempis: “In certe società, fra gli elementi che concorrono a rendere stimato un uomo c’è la non disponibilità della propria moglie all’adulterio. È paradossale: quello che, tutt’al più, può essere considerato un comportamento censurabile della moglie, diventa disonore del marito. Ebbene, gli uomini di quelle società naturalmente diventano tutori dell’onestà delle loro mogli, non tanto perché un adulterio li colpisce affettivamente quanto per salvaguardare la loro reputazione. Invero un simile costume sociale fa presa perché non si è morti a se stessi, cioè non si ha quel sentire che fa trascendere l’ambizione ispirata dall’io egoistico e fa capire che quello che gli altri possono pensare non cambia quello che in realtà si è.”
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Quest’ultima affermazione è molto importante: Ognuno è quello che è, ovvero il suo sentire di coscienza non può essere mascherato dalla personalità, determinata dalle esperienze fatte nell’ultima vita o in quelle precedenti. Non c’è possibilità d’equivoco, anche se l’introspezione al riguardo può costare molto, perché l’espansionismo dell’ego fa fatica a sentirsi sotto esame, criticato e non adeguatamente riconosciuto. Quelli che sono i propri limiti vanno ammessi. Ma è proprio nel riconoscerli che nasce la possibilità del loro superamento. Si potrebbe dire che in questo è il cammino dell’evoluzione. Riuscire a capire ciò e svelarne “Maia” (magia), mantenendo però sempre la leggerezza della “Lila” (gioco della vita) è forse il grande traguardo che si pone al termine del sentiero iniziatico.
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Kempis: “Ora, una tale sollecitudine a salvaguardare il proprio onore è chiaramente posticcia, portata dalle consuetudini e credenze sociali e legata al ricordo di simili regole. Se il ricordo venisse meno e l’individuo fosse trapiantato in un altro diverso ambiente, il suo sentire lato verrebbe meno quale non facente parte del suo intimo, reale essere. Il giorno invece in cui supererà il processo di affermazione del suo io egoistico, e quindi l’ambizione e la sensibilità all’altrui giudizio favorevole, in qualunque ambiente sarà posto che subordini l’onore dell’uomo alla fedeltà della moglie egli non sarò mai condizionato da tale regola, perché il suo vero, intimo, reale sentire glielo impedirà.”
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Anche da questa osservazione appare chiara la differenza fra il sentire in senso lato e quello di coscienza. Il primo è fluttuante, volatile, legato alle diverse situazioni ed espressione dei veicoli inferiori, anche se la materia che lo fa esistere è quella della coscienza, la cui proprietà di fondo è il sentirsi d’esistere. Il secondo invece è la vera essenza dell’essere, è ciò che lo rende Dio, dal quale è separato soltanto virtualmente in quanto è lui che si sente tale. Questo è forse il significato di cosa intendono i Maestri per limitazione.
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Kempis: “Da quanto ho detto non traete delle facili conclusioni: per esempio che gli anticonformisti siano persone dall’ampio sentire. Come sempre abbiamo detto, non si potrà mai sapere, esaminando un comportamento, qual’ è l’intenzione e quindi il sentire vero di chi ha quella tale condotta. Il senso del mio discorso è di non indurvi ad esaminare voi stessi se non per scoprire la realtà del vostro essere; e ciò può avvenire solo scoprendo i vostri comportamenti, le vostre intenzioni al fine di vedere chiaramente qual’ è il vostro sentire. Così, quando siete irritati, quando provate astio nei confronti degli altri, o addirittura odiate; quando desiderate qualcosa o qualcuno a tal punto che fareste di tutto per raggiungere l’oggetto del vostro desiderio; domandatevi quanto tutto questo sia frutto dei condizionamenti ambientali, l’efficacia dei quali voi rendete possibile con la mancanza di un vero sentire che vi sottragga alle lusinghe e ai richiami sensuali. Una tale deficienza non è una colpa, tuttavia il fatto che non lo sia non vi esime dall’adoperarvi per far fluire in voi un sentire più ampio. Le strade che possono tanto sono, come minimo, due: lasciarsi trasportare, fino alla saturazione, dai richiami e dagli stimoli dell’ambiente credendo che siano ciò che si vuole e di cui si ha bisogno in senso vitale; o rendersi consapevoli di essi e quindi sdrammatizzare il richiamo e il contenuto, sostituire la funzione stimolante e promovente che essi hanno con una visione, una concezione della vita più nobile e più vera.”
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L’intenzione è il focus dell’insegnamento dei Maestri del Cerchio. Essa è la manifestazione della limitazione del sentire di coscienza, che si concretizza nell’incapacità di resistere ai condizionamenti dell’ambiente o alle spinte del subconscio, la cui origine è nelle esperienze precedentemente vissute e non ancora comprese. È evidente come tutto ciò non debba essere oggetto di recriminazione e di sensi di colpa, ma siccome la direzione della vita è verso l’armonica unione delle energie, tutto questo si traduce in cause d’effetti, il più delle volte dolorosi. L’attenzione e la conseguente consapevolezza alla spinta motivante, sono l’unica via alla comprensione, che consiste nell’ ampliare sia in qualità sia in quantità il limitato sentire di coscienza. Con quest’ultima affermazione, i Maestri indicano anche la possibilità di abbandonarsi completamente agli stimoli, alle pulsioni dell’ambiente e alle spinte in noi ancora non risolte; ciò è possibile perché la vita ha lo strumento adeguato alla correzione dell’errore. Esso si chiama legge del Karma, ossia legge di causa ed effetto, è grazie a lei che il sentire di coscienza massimamente limitato, sia pure nella logica di una realtà in essere, diviene Coscienza Assoluta. Purtroppo però, pur essendo estremamente proficuo per l’anima, il cammino in quel caso, dal punto di vista della personalità, si fa assai doloroso. Va comunque tenuto molto chiaro e presente che il karma non è punizione, ma soltanto strumento “didattico” per l’acquisizione della consapevolezza.
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Kempis: “Di tutto ciò abbiamo già diffusamente parlato e non c’è bisogno che ci ripetiamo. Mi pare più utile riflettere un poco di più sul sentire, per esempio domandandosi come è possibile che la diversità porti all’unità? Mi spiego: non c’è dubbio che ogni essere, vivendo, ha delle esperienze che pure essendo analoghe a quelle di altri esseri della sua stessa specie sono tuttavia diverse in qualcosa. Tale differenza è ancora più apprezzabile se pensate agli esseri che stanno sperimentando lo stadio di vita umana, cioè a quegli esseri che sono fra sé spiccatamente diversi perché hanno personalità differenti. Ora, è chiaro che un essere posto in una determinata circostanza, cioè impegnato in una certa esperienza, ha delle reazioni: ossia sente, in senso lato, in funzione anche della sua personalità e dei suoi condizionamenti ambientali. Tali reazioni, tali sentire, sono quindi diversi da un essere all’altro che pure sperimentano analoghe esperienze. Ma se anche le condizioni esterne che concretizzano un’esperienza fossero eguali, cioè l’esperienza fosse meccanicamente identica non c’è dubbio che la risposta a tale esperienza sarebbe diversa da un essere all’altro, posti nelle stesse circostanze, perché diverso è il loro intimo essere. Perciò sembrerebbe di poter concludere che gli esseri continuano a diversificarsi sempre di più nel sentire, o perlomeno tendono sempre a mantenere la reciproca diversità, sicché in un simile contesto l’unità potrebbe essere concepita solo come unione, non come comunione-identificazione. Ed allora, tutto il discorso delle fusioni dei sentire equipollenti, come finisce? E la contemporaneità o simultaneità dei sentire come può esistere se ciascun sentire è diverso? Ecco appunto la necessità di distinguere fra sentire in senso lato e sentire di coscienza. Ciò che è diverso fra un individuo e l’altro è il sentire in senso lato, mentre ciò che può identificarsi è il sentire di coscienza. Il sentire di coscienza, che impedisce in ogni occasione di uccidere, non è diverso fra gli individui che l’hanno raggiunto pure essendo state diverse le esperienze che li hanno condotti a raggiungerlo, pure essendo diverso anche l’attuale loro sentire in senso lato. Allora, una equipollenza di sentire di coscienza esiste, mentre non esiste per il sentire in senso lato. Ed è giusto: l’equipollenza di sentire di coscienza rende possibili le fusioni dei sentire allorché essa equipollenza diventerebbe identità; questo proprio perché nell’esistente non vi sono ripetizioni, ma solo variazioni. Una cosa identica a un’altra non avrebbe ragione d’esistere; non affermerebbe, non manifesterebbe nessuna diversità; non sarebbe unica. Mentre ciascuna unità delle molteplicità è unica ed afferma una realtà che non ha l’eguale ed è perciò indispensabile: senza di essa la completezza assoluta verrebbe meno.”
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Appare perciò sempre più chiara la differenza fra il sentire in senso lato ed il sentire di coscienza. Il sentire in senso lato, ovvero la personalità, è unico per ognuno. Non ci può essere una personalità identica ad un’altra. Due gemelli che siano vissuti nello stesso ambiente non potranno mai essere eguali, perché le possibili sfumature che li differenziano sono infinite. Come conseguenza di ciò, che fino ad ora è stato detto è che: ognuno, esprimendo una delle possibilità dell’ Esistente, manifesta Dio, il Quale, nella sua dimensione di Eterno Presente, logicamente include in sé anche il massimo grado di limitazione, espresso dai sentire. Rendersi conto che noi siamo in Dio, in ogni istante della nostra vita, è forse la meta ultima dell’evoluzione della coscienza. Il concetto di fusione, già enunciato dai Maestri del Cerchio, visto nell’ottica della realtà in essere, consiste nel passaggio da sentire di coscienza equipollenti, cioè aventi lo stesso grado di limitazioni, in un nuovo e più ampio sentire di coscienza che li trascende. Rende bene l’astratta, ma logica rappresentazione che Kempis ha dato di tutto ciò nel libro “Per un mondo migliore”, dove ha fatto ricorso all’esempio di collegare le differenti limitazioni a dei numeri e ne ha ordinato la posizione secondo le possibili combinazioni relative alle unità dei numeri stessi. La differenza fra due sentire di coscienza equipollenti appare evidente, hanno sì lo stesso grado ma la disposizione delle loro limitazioni è differente. Riguardo invece ai sentire in senso lato, essendo essi espressione di fotogrammi, avranno una struttura granulare e frammentata, che per forza dovrà renderli diversi. Quindi non possono esserci doppioni di sentire nell’Esistente. In conclusione, ogni momento della nostra vita esprime la manifestazione della coscienza dell’Assoluto, da lì la stupenda bellezza dell’attimo fuggente.
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Kempis: “In conclusione, il sentire in senso lato di un essere, sentire che come ho detto comprende le sensazioni, i desideri, i gusti, i pensieri, insomma tutti i moti dell’animo, non ha l’eguale in nessun altro essere. Può essere simile, analogo, della stessa natura, ma non di più. Il sentire di coscienza degli esseri può invece essere equipollente; questo perché tale sentire in sé non ha tutte quelle sovrastrutture che sono le sensazioni, i desideri, eccetera, e che sono motivi di differenziazioni. Il sentire di coscienza è un sentire di fondo che quanto più è ampio, intenso, tanto meno è diversificato. I sentire di coscienza analoghi, cioè che hanno le stesse limitazioni, proprio perché tali vibrano, si manifestano all’unisono, sono contemporanei, simultanei. Ed è logico che sia così: tutto ciò che ha le stesse condizioni d’esistenza, insomma che è simile, non può che reagire negli stessi termini. Quindi: simultaneità di manifestazione fra sentire analoghi e successione, nel manifestarsi, di sentire diversi per ampiezza, partendo dal sentire più semplice e giungendo al sentire più vasto. La sequenza del manifestarsi dei sentire, sto parlando dei sentire di coscienza, è la seguente:
1° Manifestazione simultanea del più semplice sentire in qualunque spazio-tempo essi abbiano ubicati i veicoli densi, quindi contemporaneità di sentire anche in senso lato di uomini appartenenti ad epoche storiche diverse.
2° Poi: manifestazione dei sentire in senso lato, cioè esistenza degli esseri nei piani densi e conseguente caduta di limitazioni del sentire-base di coscienza.
3° Realizzarsi, con tale caduta, di equipollenza di sentire.
4° Reciproca identificazione dei sentire equipollenti e comunione degli stessi in un solo sentire.
5° Ancora: manifestazione simultanea di tali nuovi sentire più ampi in qualunque spazio-tempo essi siano ubicati ed abbiano ubicati i loro veicoli densi.
6° Quindi: vita di uomini appartenenti ad epoche storiche diverse e conseguente caduta di limitazioni del loro sentire di coscienza.
7° Realizzarsi di sentire equipollenti e comunione degli stessi in un solo sentire. E così via.
Naturalmente questo processo ha un termine allorché tutti i sentire raggiungono quella comunione e identificazione che ne fa un solo sentire: il Sentire Assoluto.
Ma il termine non è fine del sentire: è fine della limitazione del divenire. È sentire non più in termini di successione, di divisione, ma in termini di Essere, di Eterno Presente, di Infinita Presenza, della intera Realtà Assoluta. È essere non solo un sentire di coscienza che comprende tutti i sentire base di tutti gli esseri, ma anche tutti i sentire, in senso lato, di tutti gli esseri che costituiscono la molteplicità, il virtuale frazionamento dell’Uno-Assoluto.”
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Abbiamo visto che due sentire di coscienza equipollenti, pur essendo contemporanei, non sono identici, perché hanno sì stesse limitazioni, ma queste sono differentemente posizionate. L’identità potrà esserci soltanto alla caduta di quelle limitazioni che rappresentano, per la loro disposizione, ragione di diversità, a quel punto ci sarà la fusione, ovvero l’esistenza di un unico sentire che li comprenda e trascenda. Il Maestro termina la sua lezione sintetizzando magistralmente il percorso evolutivo del sentire di coscienza. Il Sentire Assoluto, solo virtualmente frazionandosi, dà luogo all’epopea della manifestazione dei sentire di coscienza, che inizia da quelli di massima limitazione per terminare con il Sentire Assoluto che oltre a contenerli li trascende. Riguardo ai sentire in senso lato corrispondenti ai rispettivi sentire di coscienza, pur essendo contemporanei quando i sentire di coscienza hanno le stesse limitazioni, si manifestano in spazio-tempo non necessariamente coincidenti. Attraverso l’esperienza fatta nelle varie vite, che si susseguono partendo dai piani più densi, le immagini karmiche relative alle personalità, che si annidano nei veicoli del mondo della percezione, vengono disattivate, come conseguenza di ciò la consapevolezza acquisita permette di superare le limitazioni corrispondenti dei sentire di coscienza. Così di fusione in fusione si riduce il numero dei sentire di coscienza fino a raggiungere l’Unità ovvero il Sentire Assoluto. Il tutto, va sottolineato, avviene quale processo logico nell’essere e non nel divenire. Questa è la splendida conclusione del Maestro Kempis. L’immagine finale del percorso dell’evoluzione della coscienza, che sfocia nell’ Uno Assoluto, non è concepibile con la ragione, forse solo l’intuizione la può dare, quando sia ispirata dalle parole: COSÌ IN CIELO COME IN TERRA.
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.