Il Maestro Dali presenta il Maestro Veneziano (23 luglio 1982)
MAESTRO DALI:
“La pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli cari!
Fino dalle prime comunicazioni, le riunioni avvenivano sotto la guida spirituale, fisica e psichica ad opera di Entità varie. Per l’insegnamento, voi conoscete già coloro che si sono adoperati : Kempis, Claudio, Il Fratello Orientale, Teresa, il Sottoscritto, Alan e da ultimo Francois. Per quanto concerne, invece, i fenomeni fisici, questi erano e sono prodotti da una Entità che si adopera a questo scopo: Michel .La parte psichica, cioè la direzione e l’armonizzazione della psiche dei presenti, è seguita da una Entità che solo ultimamente si è manifestata verbalmente durante le riunioni. Oggi noi l’ascolteremo più lungamente parlare di un argomento che riguarda proprio la sua attività, non solo durante le riunioni ma anche al di fuori, perché coloro che avessero delle turbe psichiche, che non si sentissero in equilibrio, che fossero angosciati e ansiosi, potranno rivolgersi a Lui col pensiero e indubbiamente ne trarranno un beneficio, un equilibrio, una maggiore tranquillità. Fino da ora , quindi , ringraziamolo per questo suo intervento e poniamoci in ascolto.”
L’uomo non nasce psichicamente tabula rasa
Brano tratto dal libro LA VOCE DELL’IGNOTO,[1]pp. 41-50
MAESTRO VENEZIANO:
“Figli vi benedico!
L’uomo, nei riguardi di se stesso, è come quelle madri che amano talmente i loro figli da accettarli come sono, giustificarli sempre; quelle tante madri- e anche padri, intendiamoci- che amano a tal punto da continuare ad amare anche se il figlio le fa soffrire, dimostrando così che l’evangelico comandamento di amare chi ci fa patire, che pare un ideale morale irraggiungibile, è invece più diffuso di quello che si crede. Dicevo che l’uomo si giustifica sempre perché si ama sempre, senza eccezioni. Non per nulla l’amore che ha per se stesso è stato preso come esempio di come si debbono amare gli altri. Anche dal come si pone nella realtà traspare la grande stima di se stesso: il nemico è sempre esterno, la colpa non è mai sua, ma pure, quando lo fosse , si tratterebbe sempre di debolezza, cioè di essersi lasciato trascinare, di non avere avuto la forza di resistere alla lusinga del male, di quel male che è sempre esterno a lui. È’ nata da ciò la comodissima invenzione del diavolo tentatore, che in fondo non è completamente priva di fondamento, al di là della figura infernale. Infatti, la tentazione rappresenta gli stimoli che vengono dall’ambiente, le sollecitazioni che si ricevono dal mondo. Invece il concetto della tentazione non è più corrispondente allorché faccia pensare all’uomo come ad un innocente, un puro, la cui colpa sia – come ho detto- solo e sempre debolezza; mentre è chiaro che, se certe sollecitazioni allignano, è perché c’è difetto di coscienza; quindi sì, si possono considerare anche esterne all’uomo, però non estranee dal momento che sono seguite, hanno un riscontro interiore. Ma al di là di ciò, l’essere interiore, il nucleo, l’anima, la realtà dell’uomo, sfrondato da quella miriade di influenze, suggestioni, imposizioni esterne, quale è? L’uomo, che nasce, è forse psichicamente, caratterialmente, una tabula rasa, un terreno vergine su cui l’educazione, le esperienze infantili e altri condizionamenti ambientali e culturali imprimono segni indelebili, dandogli la personalità e l’intimo fermento che l’accompagnerà tutta la vita? Oppure ciascuno nasce già con certe inclinazioni, propensioni, debolezze, che poi la vita quotidiana tirerà fuori? Se quest’ultima è l’ipotesi giusta, da che cosa è determinato il diverso intimo essere di ogni uomo? E fino a che punto l’educazione, l’ambiente, i condizionamenti possono modificare o annullare la dotazione caratteriale con cui ciascuno inizia ad affrontare la vita? Tali sono gli interrogativi a cui si cerca di dare risposta comprendendo il funzionamento psicologico dell’essere più complesso e sfuggente del creato: l’uomo. Il fatto è che fra un essere umano e l’altro può esservi più differenza che fra un verme e un uccello, perciò il funzionamento del processo psicologico dell’uomo sfugge ad una condizione generale, e da ciò il permanere del mistero. Sostenere che l’uomo nasca, psichicamente e caratterialmente, come una tabula rasa, e che solo le esperienze infantili determinino il suo carattere è come sostenere che l’uomo è assolutamente libero nelle sue scelte, cioè sostenere un’ipotesi manifestamente impossibile. Pure se si considera l’uomo identificato e limitato al corpo materiale, nel momento in cui apre gli occhi nel piano fisico ha già una dotazione di neuroni che lo diversificano, anche impercettibilmente, da ogni altro suo simile: perciò non è una tabula rasa. Tuttavia, il fatto di non essere una tabula rasa non impedisce alle esperienze infantili di esprimersi in modo abbastanza condizionante nella psiche, sicché le varie influenze e impulsi che fanno agire o non agire l’uomo traggono origine, in primo luogo, da ciò che egli è quale risultato di precedenti incarnazioni- ossia quale stato di coscienza raggiunta, che spesso è confuso con l’inconscio collettivo- e secondariamente dalle esperienze infantili, dall’ educazione ricevuta, quali elementi a lui necessari per continuare il processo evolutivo in base all’evoluzione conseguita. L’ambiente nel quale è immerso l’uomo corrisponde come un perfetto incastro alle sue necessità evolutive, e le ripercussioni delle esperienze sussistono e producono effetti non solo nell’età infantile bensì finché l’uomo vive confrontandosi e scontrandosi con i suoi simili, agendo e subendo, dominando ed essendo soggiogato. Secondo la scienza, l’uomo psichico è formato da un nucleo autocosciente detto io su cui agiscono due forme inconsce: es – o il complesso degli istinti che tendono ad affermarsi, delle tendenze ereditarie o individuali che attengono alla vita, alle esigenze animali – e il super io costituito dall’esigenza etica, dal complesso delle regole morali e quindi dall’esercizio dei divieti. Secondo tale schematizzazione manicheista, anche il nucleo dell’essere si potrebbe considerare una tabula rasa su cui agiscono le due forme inconsce in qualche modo acquisite. Mentre noi affermiamo che il nucleo dell’essere va oltre il principio autoconsapevole e non è affatto una tabula rasa. Il nucleo dell’essere è quella coscienza che riassume e contiene il succo delle molteplici incarnazioni che si manifesta quanto meno come fortezza, determinazione, volontà nell’assolvere il proprio dovere, ma che per gradi arriva all’espressione massima del sacrificio di sé, a favore di altri. Il sacrificio di sé non è, quindi, un io che capitola a favore del super io inteso come moralità posticcia, acquisita dall’educazione, bensì coscienza raggiunta, parte del proprio essere, intima natura. Quanto più si è costituita la coscienza individuale, attraverso le esperienze fatte nelle molteplici incarnazioni, e tanto meno si è trascinati dall’es; sicché in linea generale si può dire che quanto più l’uomo è evoluto in senso spirituale e tanto meno è condizionato dall’educazione, dall’ambiente, dalle tendenze genetiche ereditarie. L’intimo essere di ognuno è dato in primo luogo dalla propria coscienza acquisita ne corso dell’evoluzione e in secondo luogo da tutti quei fattori che sono posticci rispetto al vero essere stabile e che derivano da esperienze infantili, dati caratteriali, condizionamenti di vario genere , sociale, culturale, religioso, ecc. Ripeto: i fattori posticci possono attecchire nell’essere proprio nello spazio che la mancanza di coscienza individuale lascia vuoto; ed è proprio vivendo quelle debolezze, quelle limitazioni, che la coscienza si espande e l’individuo si libera. Il senso etico degli uomini può derivare dalla loro coscienza individuale raggiunta, oppure, quando così non è, dalla credenze religiose indotte. La differente origine si rivela solo nell’atto pratico, perché quando è costruzione posticcia la professata moralità è ben presto tacitata a favore del proprio interesse contrario; mentre quando è coscienza raggiunta non potrà mai essere tacitata per un motivo egoistico. Cosicché i valori che gli uomini hanno perduto rispetto al passato erano valori posticci, che saranno trovati, invece, quali valori reali, facenti parte della propria coscienza individuale. Questo trovare la coscienza, cioè fare o semplicemente pensare, desiderare qualcosa per il proprio sentire e non per imposizione o suggestione è conseguenza di un processo in cui gli elementi componenti sono una serie di stimoli esterni, ambientali agenti sull’uomo, e l’azione e reazione dell’uomo stesso, frutto della sua partecipazione quale soggetto attivo e passivo del processo. Nell’uomo cosciente il modo di comportarsi, di rispondere agli impulsi, non segue le leggi della psicologia, tanto che può non reagire a un impulso provocatore e agire al di fuori di ogni stimolo esterno. Mentre l’uomo che è all’inizio del processo di acquisizione della coscienza è assai più prevedibile nei suoi comportamenti; inoltre interpreta la realtà soggettivamente, non riesce cioè ad uscire fuori da se stesso, dai suoi interessi e dai suoi comodi per concepire uno stato delle cose che soddisfi gli interessi di tutti; e non solo: la sua soggettività è tale da fargli interpretare ciò che gli altri dicono o fanno , gli avvenimenti, secondo ciò che pensa, desidera o teme. Veramente, in certi casi, non occorrono le “varianti” per far vivere a due protagonisti di uno stesso avvenimento due storie diverse: così quelle che nelle intenzioni di uno nascono come gesti di simpatia, nell’interpretazione dell’altro prendono corpo come offese. Ma come può nascere il malinteso? Il “conoscere” è sempre “riconoscere”, fu detto. La percezione senza l’interpretazione, la catalogazione, sarebbe priva di significato. Quando c’è una convinzione a priori, anche semplicemente un’idea preconcetta, essa inquina il processo dell’apprendere, del conoscere, del sapere; processo che è sempre, come ho detto, un fatto di comparazione fra ciò che si sa e ciò che si viene a conoscere. Cosicché, in una determinata situazione che coinvolge persone nei confronti delle quali si ha una certa opinione, il loro comportamento è interpretato in chiave dell’immagine che ci si è fatti di esse, anche se la loro intenzione è totalmente diversa; perciò la realtà assume un aspetto falso; cioè vi è una falsificazione della realtà. Non crediate che tutto ciò possa avvenire solo nel nascosto mondo delle intenzioni, dove è facile attribuire agli altri intenti che nessuno può sapere se sono veramente quelli, tranne chi dovrebbe averli. Voglio dire che si possono attribuire agli altri non solo pensieri e desideri non corrispondenti ai veri, bensì anche azioni: un gesto e anche un episodio possono essere letti e presi come prova confermativa della propria opinione preconcetta. Così, in molte occasioni, è nata la Storia! C’è da chiedersi perché mai, quale è il motivo per cui la propria convinzione arriva a falsificare la realtà. La risposta a questa domanda implica una interpretazione delle vicende umane in chiave completamente diversa da quella che comunemente è seguita. Infatti, normalmente come dicevo all’inizio, la responsabilità, la colpa, sono sempre altrui, e quando non è possibile ascrivere ad altri i fatti dannosi allora è il destino avverso che li ha fatalmente imposti; mentre è assai più vero che la responsabilità delle vicende umane, il seme da cui traggono origine, è quasi sempre del soggetto. Se poi si pensa alla legge di causa ed effetto, allora anche quegli avvenimenti che sembrano casuali e indipendenti dalla volontà di chi li subisce furono invece fondati, promossi, da chi ne è vittima apparentemente irresponsabile. Una simile chiave di interpretazione delle vicende umane porta, per esempio, ad affermare che quando due litigano non importa sapere chi ha cominciato: entrambi lo vogliono. Questa è la più semplice delle conclusioni a cui si può pervenire. Infatti, proseguendo sullo stesso binario si può concludere che non solo gli stati d’animo, l’umore malinconico o le nevrosi sono voluti da chi ne soffre, ma anche malattie organiche e situazioni della propria vita lo sono; cioè c’è un bisogno psicologico a monte di tutto quello che si subisce con dolore. Se quindi si è vittime di un compagno che fa angherie e approfitta del più debole, è perché quella situazione che si subisce corrisponde a una necessità psicologica che si ha, e ciò rimarrebbe vero quand’anche fosse una situazione estremamente dolorosa. Certamente, a qualcuno tutto ciò sembrerà eccessivo, e facilmente l’incredulo porterà a favore della sua incredulità il fatto che il suo dolore non è conseguenza di ubbie, bensì di vicende dolorose e assolutamente non provocate e volute da lui. Intanto, c’è da dire che una vicenda dolorosa può essere vissuta più o meno dolorosamente, e chi avesse la necessità psicologica di autopunirsi vivrebbe assai più dolorosamente e disperatamente una situazione di altri che non avessero la sua necessità. Poi, c’è il discorso dei due litiganti, e cioè che non di rado, in certe situazioni, in qualche modo ci si è posti, e lo dimostra il fatto che in esse si vuol rimanere, perché nulla si fa per uscirne. E c’è ancora di più: si sa che in determinate condizioni di tensione interiore si possono porre in atto i poteri paranormali che ognuno ha e che non tutti possono manifestare a piacimento, così come sembrano poterlo fare alcuni, solo perché non tutti sanno creare a piacere, appunto, quella particolare necessaria tensione interiore. Ora, chi ha un atteggiamento di pessimismo, chi pensa di essere sfortunato rispetto agli altri, perseguitato dalla sorte, può benissimo avviare effetti psicocinetici avversi a se stesso che possono concretarsi in fatti oggettivamente contrari. A quel punto, si sente perseguitato dalla sorte o addirittura da Dio; mentre, per una qualche necessità psicologica, egli è il persecutore di se stesso. Convincersi che vivere drammaticamente le proprie vicende dipenda dalla necessità psicologica di autopunizione può far pensare che tale necessità sia conseguenza di una condanna di se stessi per ciò che si è fatto. In altre parole, il soggetto avrebbe esaminato il suo operato e, trovatolo errato, desidererebbe riparare autopunendosi; mentre così non è e, per capire perché, basta pensare all’effetto karmico, che non è punitivo ma di comprensione. Cioè il karma non è conseguenza della comprensione, bensì la comprensione è conseguenza del Karma. Così certe azioni, desideri, pensieri traggono seco come effetto il desiderio di autopunizione, ed è vivendo situazioni autopunitive che l’individuo cambierà – comprendendolo – quelle azioni, quei desideri, quei pensieri. Amico, tu resti incredulo alle mie parole. Non credi verosimile che tu possa essere il persecutore di te stesso. Credimi, è più inverosimile e assurdo che lo sia Dio. A te non sembra possibile che la causa di quanto ti accade, della tua sofferenza, sia da attribuire a te stesso. Credimi, è più inverosimile e crudele che tu soffra a motivo dei capricci di un altro. Ti sembra inaccettabile che gli avvenimenti che ti sconvolgono siano permessi perché tu ti desti alla conoscenza. Credimi, è più inaccettabile e ripugnante che non abbiano significato. Non pensare a Dio come a qualcuno che non abbia altro da fare che renderti difficile la vita, ma considera sempre te stesso l’autore dei guai che ti affliggono. Certo, il ruolo di vittima di persecuzioni è più accettabile, perché più nobilitante, di quello di autore. Però ricorda: di una sola persona si può essere vittime, nel vero senso: di se stessi. Liberati dall’idea che il tuo compito sia essere martire degli altri e dell’avverso destino. Però, da parte di Chi è origine, sostentamento e fine della nostra esistenza, non c’è persecuzione né freddo distacco, tutt’altro: c’è totale partecipazione e anelito alla nostra migliore riuscita; c’è amore nei confronti nostri, perciò c’è comprensione dei nostri limiti e quindi della nostra fragilità: poiché noi soli, amico, siamo gli autori- vittime dei nostri errori. Nessuno ci giudica, nessuno ci condanna, nessuno ci punisce, se non noi stessi.
FIGLI VI BENEDICO!”
[1] LA VOCE DELL’IGNOTO. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1983.