Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 162-168
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Il tema delle considerazioni ultimamente svolte merita di occupare ancora la vostra attenzione: vi chiediamo chi sia l’uomo, dal momento che non è il suo corpo fisico, non è il suo corpo astrale, non è il suo corpo mentale eccetera. Noi speriamo che adesso, dopo aver parlato e approfondito alcune considerazioni sulla natura di Dio, voi possiate da soli rispondere a questa domanda. Espressioni come ” Identificarsi in Dio”, “Riconoscersi in Lui ” , le abbiamo usate fino dalle prime comunicazioni, dai primi messaggi, anche se, in effetti, esse sono state intese da voi in modo abbastanza curioso. Ma ciò dipendeva dalle vostre credenze religiose, principalmente dall’idea del paradiso. Infatti, identificarsi in Dio per molti di voi stava ad indicare, entrare armi e bagagli, in Lui, ossia in una sorta di massima beatitudine; conservando, se non il proprio io, la propria personalità, almeno la propria individualità. Talvolta invece , “Identificarsi in Dio” era per taluno sinonimo di annullamento, alla stessa stregua di come viene interpretato il nirvana dei buddhisti. Dirò poi se sia giusto parlare di annullamento.”
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Il Maestro Kempis è venuto subito al punto. La domanda di fondo che tutti ci facciamo è “Chi è l’uomo?” meglio “Chi sono io?” Quando e fino a che punto potremo identificarci in Dio? Le passate credenze religiose ci hanno dato risposte diverse, forse soddisfacenti per la fede ma assai poco per la ragione. Allora il Maestro continua il suo messaggio, facendo appello ai concetti che fino ad ora sono stati enunciati dai Mastri del Cerchio, riassumendoli, sintetizzandoli e esponendoli in modo da dare al concetto di “Identificazione in Dio” un’interpretazione più logica ed accettabile dalla ragione.
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Kempis: “Abbiamo detto e ripetuto che Dio solo è la Realtà assoluta, oggettiva, eccetera. Qualunque altra esistenza, dai cosmi ai mondi, alle materie, agli esseri, agli ego, ai Sé, agli spiriti – come qualcuno li chiama- , che esistesse oggettivamente al pari di Lui, interromperebbe le Sue qualità assolute. Perciò Dio non sarebbe più l’unico e quindi non sarebbe più completo, e quindi non sarebbe più infinito, e quindi non sarebbe più perfetto, eccetera. Ma da questa affermazione voi non dovete intendere che Egli sia monolitico, che apparisca molteplice e composito in virtù di una specie di miraggio. Egli è l’Unità che risulta dalla fusione della molteplicità. Se diversamente da così avessimo inteso, non vi avremmo parlato delle <situazioni cosmiche> fisse nell’eternità del non tempo, percependo le quali tutto appare in movimento. Tuttavia, fino da quando vi abbiamo parlato di queste <situazioni cosmiche>, vi abbiamo avvertito che esse non sono delle realtà oggettive . Di oggettivo – lo ripeto- non c’è che Dio considerato nella Sua Unità. ”
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Tutto quello che possiamo dire su Dio deriva dal definirlo Assoluto. Di questo non ne possiamo fare a meno. Perché l’assolutezza è implicita nel concetto di Dio, se non lo fosse non lo potremmo considerare Dio. Sarebbe un ente con tante qualità, se si vuole eccelse, ma non lo potremmo chiamare Dio. Lo potremmo adorare, amare, pregare quanto si vuole, ma avremmo a che fare con qualcosa che la logica c’impone di non chiamare Dio. Si potrebbe obiettare che ciò non è importante, e che ciò che conta è il cuore, ovvero la coscienza che dal cuore scaturisce , ma l’aspetto peculiare ed originale dell’insegnamento dei Maestri del Cerchio è che svelano lo svilupparsi della coscienza attraverso l’incontestabile rigore di strutture logiche. E’ sì vero che la logica dipende da postulati connaturati alla natura umana, perciò in parte suscettibili di ulteriore sviluppo, ma l’uomo di oggi può, con le capacità logiche che la sua attuale evoluzione gli consente, discretamente capire concetti, anche difficili ed astratti, senza dover fare atti di fede.
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Kempis: “La posizione più precisa che il nostro intelletto può farci provare sta nel punto di equilibrio fra l’unità monolitica e la pluralità poliedrica. Più volte abbiamo ripetuto che esiste qualcosa di fisso ed immobile, percependo il quale tutto appare in movimento, prende vita e moto il mondo di ciascuno. Ho detto <percependo> poiché il processo della percezione è un processo della soggettività; quella nostra affermazione, poi approfondita, è sempre stata ad indicare la soggettività del cosmo inteso come comun denominatore di tutte le soggettività. E’ chiaro che Dio non può essere il nulla; la Sua materia l’abbiamo chiamata <spirito> – la Sua sostanza più che la materia- distinguendoci nell’uso di questo termine, per esempio, da Kardec che con <spirito> intendeva la parte immortale dell’uomo, quella che sopravvive. Per noi , spirito è divina sostanza, invece. Ma nemmeno lo <spirito>esiste oggettivamente rispetto a Dio, o da Dio distinto. Di oggettivo non c’è che Lui. Se ci limita ad osservare la costituzione dello spirito, divina sostanza, appariscono i mondi, le materie, gli esseri, i Sé, gli ego, i quali però appartengono alla soggettività. Sicché non si può dire che lo <spirito> sia composto da cosmi, da mondi, eccetera, ma se mai il contrario. ”
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Interessante è questo dare a Dio la concretezza della sostanza. Ciò avviene non solo per il Sentire Assoluto, ma anche per tutti i sentire relativi che da esso discendono, quale immediata conseguenza del virtuale frazionamento. Ne consegue che la coscienza non è soltanto qualità, ma anche quantità. E’ così che il cosmo, “comune denominatore di tutte le soggettività”, può apparire come una realtà concreta. Inoltre è stupefacente vedere come questa sostanza non sia informe e caotica, ma strutturata secondo archetipi intrinsecamente legati da principi logico-matematici, che danno, anch’essi, al tutto così percepito, l’apparenza di oggettiva. Ma questa è soltanto la grande illusione del limitarsi del sentire, che manifesta il suo essere monolitica unità sottoforma di una poliedrica pluralità. In tal modo funziona il sentire, che a qualsiasi livello s’esprima, crea e percepisce quelle che sono le sua potenzialità. Così Dio afferma il Suo: “Ciò che è”. Indescrivibile in altro modo con la ragione, ma affermato in ogni atomo istantaneo di coscienza.
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Kempis: “Perché questo rovesciamento ? Nel mondo della soggettività accade facilmente: un abitante della Terra, osservando il fenomeno del dì e della notte, può credere che esso sia dovuto al moto di rotazione del sole attorno alla Terra, moto che avverrebbe da est a ovest. Se si sposta il punto di osservazione, il fenomeno del dì e della notte appare invece dovuto al moto di rotazione della Terra su se stessa in presenza del sole, moto che avviene da ovest ad est, esattamente in senso opposto a come appariva il presunto moto del sole all’abitante della Terra. Ripeto: il manifestato e il non manifestato compaiono allorché si delimita lo spirito assoluto. Che cosa è spirito lo abbiamo detto : è <sentire> . Esiste un solo spirito assoluto, un solo sentire assoluto, una sola coscienza assoluta. Ogni altro sentire, dunque, è un sentire relativo, cioè sentire in termini relativi, circoscritti, limitati, soggettivi. Che cosa sia questo <sentire> del quale vi parliamo, non è agevole a dirvelo, lo riconosco: il sentire è l’essere, è la parte di realtà che esprime o la realtà che esprime. ”
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Questo è un punto molto interessante, perché qui il Maestro Kempis si trova a dovere definire e spiegare il concetto di sentire. Concetto che per un essere umano, immerso nel mondo della percezione, non è comprensibile, in quanto non oggetto dell’esperienza, legata alla conoscenza che proviene dalla dualità. Il sentire è invece soggetto, che ha la sua più elementare espressione nel sentirsi d’essere. Per intuirlo bisogna fare un salto di qualità, abbandonare l’io e di conseguenza il non io. C’è allora identificazione, in che cosa? Solo “In se stessi” Si “E’ ” e basta. Ogni parola od argomentazione ci precipita nella dualità, così il sentire sfugge e torna l’io. Ha ragione il Maestro quando dice che ” non è agevole” parlarne. Sta in ciò il misticismo dei Maestri del Cerchio. Il loro metodo è evidente : Con la ragione portano ad un certo punto, oltre non si può andare, questo è il trampolino di lancio che ci immerge all’interno della coscienza. E’ questa la meditazione, che il Cerchio propone. E’ moderna ed innovativa, perché basata su concetti presi dalla scienza e tecnica di oggi, argomentati tramite logica e razionalità, e poi proiettati mediante l’intuizione dell’anima, fuori dalla dimensione della dualità.
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Kempis: “Generalmente si crede che la realtà cosmica sia del tutto esteriore, esterna all’individuo, e che solo una piccola parte venga captata dall’individuo attraverso la sua percezione. Ebbene io vi dico e affermo che la realtà cosmica è del tutto interiore e che anche quella parte che viene colta come esteriore, se voi riflettete, non si può dire sicuramente che lo sia e che piuttosto non si tratti di immaginazione. Voi avete dei pensieri, dei desideri, che sono stimolati dalla percezione del mondo nel quale vivete; ciò è così importante, per voi, che si può dire che viviate solo quando desiderate, quando pensate. Ma il processo della percezione, per rivelarsi , deve sottostare al gioco dei contrari: il piacere – il dolore, il caldo – il freddo, eccetera. Nei rari momenti in cui vi sottraete a questo gioco, o dopo un enorme travaglio interiore, quando tace il pensiero e il desiderio, qualcuno di voi può avere provato un sentire nuovo in cui cessa il tempo, in cui vi è pienezza, beatitudine e sembra di poter contenere tutto quanto ci circonda. Ebbene, questa non è una sensazione: è una pallida ombra di quel sentire del quale vi parliamo, che è uno stato di coscienza che esiste in sé per sé e non più in funzione della percezione. Questo stato di coscienza può sussistere al di là degli stimoli, tant’è vero che l’individuo che l’ha raggiunto durevolmente lascia la trafila delle reincarnazioni. Egli è allora, puro sentire, coscienza pura, e sarebbe assurdo pensare che l’essere che esprime questo stato di coscienza studiasse, conversasse, si recasse; queste sono attività umane . Ciò che è conosciuto come ego, come Sé, non ha questa dimensione umana. Sarebbe altrettanto assurdo pensare che il Sé, l’Ego, o lo Spirito -secondo Kardec- fosse un quid che da relativo divenisse assoluto o che , in qualche modo, divenisse. Niente può, in Realtà, divenire, tanto meno lo Spirito. La stessa espressione <dalla potenza all’atto>non è giusta, se con essa s’intende un accrescersi, un trasformarsi, un mutare, un destarsi dello Spirito. ”
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Adesso il Maestro dà un’indicazione di come poter individuare sia pur vagamente il sentire dentro di noi. Gli Indiani istruiti dagli antichi Rischi hanno elaborato una disciplina che permette, sia pure entro certi limiti, di realizzare consapevolmente stati interiori che ci avvicinano, al sentire del quale parla il Maestro Kempis. Quella disciplina va sotto il nome di Yoga; essa ha varie modalità di esprimersi, ma in essenza consiste nell’arresto delle funzioni mentali. Questo arresto può comunque aversi anche spontaneamente, come suggerisce Kempis, senza forzature ed in particolari momenti della vita dell’individuo. C’è da domandarsi perché è necessario tale arresto? Per capirlo bisogna fare riferimento alla struttura dell’individuo. Esso ha un veicolo fisico, uno emozionale o astrale, uno mentale, il tutto è sotteso da un veicolo di qualità e natura diversa ovvero corpo akasico o sentire di coscienza. Ordinariamente la consapevolezza di un essere umano incarnato proviene dal veicolo mentale e fino a che la mente è in funzione, il sentire di coscienza può dare consapevolezza solo in minima parte, tanto meno coscienza di sé. Quando però il sentire, ha adeguatamente superato certe limitazioni, la sua consapevolezza va oltre la dimensione della dualità, cessano le incarnazioni ed i veicoli: fisico, astrale e mentale non esistono più. Va comunque tenuto presente, che per i Maestri, la Realtà è in essere, quindi non c’è mai un accrescersi od un trasformarsi del sentire, ma si tratta di tanti sentire disposti in logica successione dal più limitato a quello senza limitazioni, separati, solo virtualmente separati, perché è così che tali si sentono, mentre trovano la loro unitaria fusione nel sentire Assoluto, che tutti li contiene e trascende.
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Kempis: “Com’è costituita, allora, questa parte più sottile di ogni essere, tanto per chiamarla in qualche modo? Spero che non penserete ancora ad un frammento di divinità emanato da Dio che fa vivere e crescere un essere in realtà da Dio distinto. Fra le dimensioni in cui impera la percezione e la realtà sembra del tutto esteriore- cioè fra i piani fisico , astrale e mentale, tanto per intenderci – e la Realtà ultima, esiste una dimensione intermedia – ancora soggettiva, perché di oggettivo non v’è che Lui – che noi abbiamo chiamato convenzionalmente piano akasico, ma che potrebbe essere stata chiamata <piano delle individualità>, o più precisamente ancora < condizione d’esistenza>, comprendente vari stati di coscienza, ciascuno dei quali potrebbe essere la realtà in modo sempre meno limitato. Questi stati di coscienza sono la divina sostanza spirito virtualmente circoscritta, delimitata. Ora, siccome il processo della delimitazione non può trarre fuori da Dio la parte delimitata, perché niente può esistere da Dio disgiunto e cioè oltre Dio ( e questa è una conseguenza logica del concetto Dio -Assoluto), ne deriva che il sentire assoluto, la coscienza assoluta, contiene in sé tutti i sentire e, per lo stesso principio, il sentire più complesso contiene il più semplice. ”
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Il Maestro continua nel cercare di rendere comprensibile alla ragione il concetto di cosa sia il sentire. Come abbiamo già detto non è facile a descriversi con parole. Una cosa appare chiara, che ha una quantità oltre ad avere una qualità, ma entrambe non possono separarlo dall’Assoluto. La sua condizione lo fa essere in un piano d’esistenza, come per gli stati di coscienza inferiori. Va però tenuto presente, che per piani d’esistenza non s’intende, realtà oggettivamente esistenti e separate da Dio, ma differenti livelli di consapevolezza dei sentire di coscienza, che a tale scopo si strutturano secondo modalità di differente densità. Queste vanno da densità più sublimi come quelle del piano akasico a quelle molto pesanti del piano fisico. La sostanza base di tutti i sentire è la sostanza indifferenziata, che possiamo chiamare spirito e che rappresenta l’aspetto quantitativo dell’Assoluto, e dei sentire relativi, che da esso provengono per effetto del virtuale frazionamento.
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Kempis: “Vi parrà strano questo mio indugiare su Dio. Certo, parlando di Dio, più se ne parla e meno si è precisi. Per definirlo basterebbe dire l’essere è l’essere, o, parlando della sua natura, dire Dio eguale Assoluto, perché tutto il resto, tutti gli altri aspetti , i Suoi caratteri infinito ed eterno, non sono che una conseguenza logica di questa affermazione: Dio = Assoluto. Noi possiamo partire dalla prima affermazione che ora vi ho detto, ed arrivare fino a piani più semplici, alla vita dell’uomo, secondo un filo strettamente logico, o viceversa, partire dal basso ad arrivare all’alto. Cambiando logica, non cambia la conclusione. Un calcolo fatto col sistema decimale, o fatto col sistema binario, dà lo stesso risultato. Cambiare logica può essere utile per intendere una realtà diversa, ma non per giungere ad una conclusione opposta. Noi vi parliamo, e cerchiamo di catturare la vostra attenzione, perché è il solo mezzo per spingervi – anche per coloro che sono temperamenti mistici – a meditare. A maggior ragione per coloro che sono temperamenti razionali. Questo è quello che possiamo fare noi: prendervi da tutti i lati, da tutti i punti in cui siete vulnerabili per stimolarvi, per indurvi a suscitare in voi questo fluire del <sentire>. Dunque dicevo che ciò che noi diciamo è un passaggio logico. Se voi dite A è uguale a B e B è uguale a C, poi non potete dire che A non è uguale a C. Oh ! Certo potete pensarlo, non c’è dubbio, ma siete incoerenti non siete logici. ”
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Con chiarezza i Maestri del Cerchio, tramite questa comunicazione del Maestro Kempis, esplicitano qui il Loro intento, che è quello di suscitare in ognuno di noi “il fluire del sentire”. Hanno fino ad ora insegnato che ciascuno di noi è un sentire relativo, conseguenza del virtuale frazionamento, di quello Assoluto. La causa del quale sono le limitazioni, esse sono soggettive e non reali, ma è proprio a loro si deve la rappresentazione, che tanto ci coinvolge, e che chiamiamo vita. Perciò fluire del sentire vuol dire caduta di limitazioni, l’una è conseguenza dell’altro e viceversa. La strada per il superamento delle limitazioni è la consapevolezza, essa può essere di due tipi: forzata, quale effetto della legge del Karma, o spontanea dovuta all’evoluzione della coscienza. E’ in quella fase che s’inserisce la Benedizione dei Maestri dello Spirito, che con la Loro potente Luce favoriscono, in noi, il salto di qualità.
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Kempis: “Mi chiedevo: perché abbiamo chiamato <dimensione intermedia> quella dimensione e quella condizione di esistenza simbolizzate nel piano akasico? Nel piano fisico, astrale e mentale, la realtà che l’individuo osserva appare come condizionata da un oggettività spazio temporale del tutto esteriore, per cui l’illusione è duplice; all’illusione del tempo e dello spazio si aggiunge l’illusione che fa apparire la realtà come esteriore. Nel piano akasico non esiste realtà esteriore: l’individuo non percepisce la realtà, è una realtà, perciò non è soggetto all’illusione della percezione. Badate bene è ancora soggetto all’illusione del divenire perché il sentire soggiace al succedersi, ed è ancora soggetto all’illusione della separatività perché ciascun sentire sente di essere una parte oltre la quale sta il resto: cioè v’è ancora una specie di tempo e di spazio, infatti solo in Dio si annulla ogni tempo ed ogni spazio, ogni separatività ed ogni sequenza. Se allora vogliamo fare un scale dell’illusione, chiamiamola così, ad un estremo della quale stia la realtà e all’altro estremo la massima illusione, è chiaro che quella condizione di esistenza che noi abbiamo chiamato piano akasico, sta in una posizione intermedia. Ma badate bene, da questo esempio non dovete credere che l’illusione sia contrapponibile alla realtà; lo sarebbe solo se l’illusione esistesse oggettivamente, fosse una realtà oggettiva, il che è una contraddizione in termini, ovviamente. ”
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Immaginarsi la dimensione della non dualità non è facile, perché siamo abituati ai due termini soggetto-oggetto, mentre nel piano akasico solo il sentire è realtà, ciò però, ripeto, è fuori dalla nostra ordinaria percezione. Per rendersene conto bisogna fare un discreto sforzo d’immaginazione e naturalmente la rappresentazione, che ne ricaviamo, non sarà mai come l’esperienza. C’è comunque una cosa assai interessante da mettere in evidenza, e cioè che: pur non essendoci nei piani dell’ akasico la dimensione della dualità, rimane ancora l’illusione del divenire sia pure in una sua forma diversa. Quindi ci sono ancora lo spazio ed il tempo, ma con altre caratteristiche. Il primo è rappresentato dal senso dell’individualità, che rimane nel sentire, e che lo fa sentire ancora non identificato con l’ Unità. Mentre il secondo è dovuto alla sequenzialità dei sentire, che sono disposti in una successione logica. Il Maestro però, alla fine, ci tiene a precisare, che anche l’illusione, che si forma in questo piano, non è fuori e distinta dalla Realtà, la quale è Assoluta e di conseguenza unitaria.
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Kempis: “Noi affermiamo che l’individuo non ha in Sé, un ego, uno spirito che si desta alla Realtà, ma che ciò che è conosciuto come Sé, come ego, come spirito, è un insieme di stati di coscienza l’uno sfociante nell’altro che abbracciano, perché sono, realtà sempre più ampie e profonde. Se fossi sicuro che voi sapete andare oltre l’angusto senso di un esempio, sarei tentato di portarvi l’immagine di tanti cerci concentrici di raggio sempre maggiore. Noi affermiamo che ciascuno stato di coscienza non trascorre, permane nel non tempo al di là del suo illusorio succedersi, derivante dal suo essere la realtà in modo sempre meno limitato. Per tornare al nostro esempio, i cerchi di raggio inferiori non si annullano nel cerco di raggio maggiore: permangono al di là del tempo, quantunque niente e nessuno, nella Realtà assoluta, può essere distinto, evidenziato, distinguibile da Dio. ”
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L’io, da questa visione dei Maestri, viene come completamente frantumato, Ciascuno di noi non può più dire io sono, ma “siamo”. Ovvero tanti stati di coscienza che creano e percepiscano la loro essenza, quali macchine cinematografiche, che acquistassero coscienza di sé, proprio dall’osservare il film, che esse stesse proiettano. Tutto è lì fermo nella realtà essere dell’Eterno Presente. Niente mai viene perso, solo la consapevolezza scivola da istante in istante, dando l’illusione di un divenire, che è solo apparenza. Da questa visione deriva la necessità di un nuovo e diverso approccio alla vita. L’attaccamento non ha più senso, non c’è più un io da difendere, la morte non esiste, perché non c’è niente che debba o possa morire. Si dirà allora come porsi davanti a tutte le passioni, angosce e pulsioni, che ci assalgono e che molto spesso sono incontenibili? Forse i Maestri direbbero che tutto ciò è espressione dell’essenza del sentire, vanno osservate, non violentate, ma soprattutto devono essere comprese attraverso una continua attenzione.
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Kempis: “Ancora affermiamo che per quella continuità di sentire che deriva dal fatto che il sentire più complesso contiene il più semplice, ciascun essere inevitabilmente si riconosce in Dio. Ma questo riconoscersi in Dio non deve trarvi in inganno e farci credere che ciascuno di noi è Dio. Voi sapete che l’individualità è stata paragonata , specie dalle filosofie orientali e dalle religioni orientali, in molti modi, secondo molte figure: noi possiamo paragonarla al tronco di un albero i cui rami sono le personalità rivestite nelle varie incarnazioni. Ora, il ramo più alto non è il ramo più basso innalzato: è un altro ramo. Allo stesso modo noi esprimiamo uno stato di coscienza che non è lo stesso che esprimevamo in una precedente incarnazione; ma fra l’uno stato e l’altro esiste una continuità che abbiamo chiamato <individualità>. Allo stesso modo noi siamo ben diversi da Dio, ma fra noi e Lui esiste una continuità che ci conduce a riconoscersi in Lui. ”
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Lo scorrere dei sentire delle diverse personalità secondo una consequenzialità logica, costituisce quello che i Maestri chiamano individualità. L’immagine dell’albero i cui rami rappresentano le diverse personalità, che si sono succedute nelle diverse incarnazioni, è molto efficace. Quindi ogni nuovo sentire prende alimento da quelli che l’hanno preceduto e soprattutto fa parte di una struttura che tutti li contiene e forma con essi un unico organismo. Possiamo allargare l’analogia all’immagine di un bosco, poi di una regione, una nazione, un continente, la Terra ecc. fino ad arrivare all’Assoluto, quale organismo che contiene in sé tutto l’esistente. Naturalmente è solo un’immagine, che ha però una coerenza logica analoga a quella che potrebbe essere per l’Assoluto.
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Kempis: “Chi afferma che una tale mèta equivale all’annullamento degli esseri e della emanazione, non sa quel che si dice: non ha capito che creazione o emanazione non è un evento oggettivo e, quindi, oggettivamente non esiste. E’ quindi assurdo sforzarsi di immaginare una realtà che contenga l’emanazione come componente oggettiva. Assurdo è pensare di collocare gli esseri, i Sé, gli spiriti, gli ego- che esistono solo dove esiste sequenza e separatività, tempi e spazi- nella Realtà assoluta che è al di là di tutto questo. Volerli collocare in quella Realtà unica ed assoluta significa voler creare tanti Dei, che poi in realtà non possono essere tali, perché può esistere un solo Essere assoluto: quello nel quale tutti ci riconosciamo. Ma come raggiungere la coscienza cosmica non significa pervenire ad uno stato di solidarietà con tutti gli esseri del cosmo- tutti per uno, uno per tutti- ma significa essere la coscienza cosmica, aver trasceso quel velo illusorio che ci fa distinguere gli uni dagli altri, così identificarsi in Dio non significa raggiungere un massimo stato di beatitudine e conservare la propria individualità. Identificarsi in Dio significa essere tutto e nulla in particolare. Significa <sentire> al di là del trascorrere, del divenire, dell’illusione. Significa essere Lui. Ed anche da quel poco che possiamo immaginare, può chiamarsi annullamento una tale esistenza?”
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Così il Maestro Kempis termina la sua comunicazione. E’ molto chiara la conclusione, noi siamo Dio ma non lo sappiamo, l’identificazione in Lui altro non può essere che il rendersene conto, ciò avviene solo quando l’ultima limitazione viene superata e si scioglie il virtuale frazionamento. Difficile è capire per la nostra consapevolezza, immersa nella dimensione della dualità, come tutto ciò possa accadere al di fuori del divenire, ovvero tutto lo sia già lì, fermo immobile, nel non tempo dell’ Eterno Presente. Se tanto, tanto l’intuizione permettere di comprendere anche soltanto un barlume di tutto questo, si rovescia completamento il nostro rapporto con la vita. L’amore romantico o cerebrale diviene un semplice gioco della fantasia, ma appare pieno di senso l’affermazione di Gesù :”Ama il prossimo tuo come te stesso” perché il prossimo siamo noi stessi. Questo forse è il vero significato della frase “Identificazione in Dio” .
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[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.