Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 96-97
TERESA:
“Generalmente all’uomo piace sentenziare, disporre, comandare. Ma chi è preposto al comando dovrebbe sempre porsi, nell’intimo suo, nei panni di chi deve eseguire e non chiedere di più di quanto egli stesso possa sopportare. Chi è preposto al comando sia consapevole della responsabilità che ha, essendo responsabile di coloro che dirige; il suo ufficio non si esaurisca con l’ostentare il suo grado, col gloriarsene: piuttosto sia preoccupato per quello che l’ufficio comporta. E chi è in sottordine, subordinato, non si senta perciò privo di importanza. Lo stesso Cristo dicendo” Padre, sia fatta la Tua volontà e non la mia”, ci ha insegnato la via dell’ubbidienza e ci ha svelato che essa è comandata da Dio. Dire con convinzione “Sia fatta la Tua volontà” è avere trovato la sicurezza che il dolore che incontriamo è sempre il frutto dei nostri errori, è sempre il frutto della nostra incomprensione, e che Dio lo permette per il nostro vero bene, per un fine non di vendetta ma di amore. Ripetiamo con convinzione le parole del salmista: “Signore, Tu sei il mio Pastore, io non mancherò di nulla, mi fai riposare sui verdi pascoli, mi conduci presso acque tranquille, ristori l’anima mia. Anche se camminassi nella valle delle tenebre non temerei nulla di male, perché Tu sei con me”.
“Oh, Padre, fa ch’io Ti veda attraverso le creature; fa ch’io non mi fermi al lato tristemente umano, agli inevitabili limiti, ai difetti più o meno scostanti, fa ch’io non consideri la loro abilità, la loro sicurezza, la loro bellezza come qualcosa che appartiene a loro ma che li consideri Tuoi doni, quali in effetti sono; fa che al di là di ogni apparenza io veda Te, Essere per Essenza, di cui noi siamo riflessi, tanto più somiglianti quanto meno siamo limitati. Ciò che Tu vuoi che l’uomo faccia e come l’uomo sia non è un mistero solo che l’uomo lo voglia, che se lo domandi. E non si può neppure dire che fare la Tua volontà sia faticoso, costi sforzo; lo è quando l’uomo non vuole, ma quando ci si abbandona a Te, quando si dimentica se stessi, il proprio guadagno, il voler apparire, allora la Tua via porta innanzi con sicurezza, con la gioia nel cuore e una forza che tutto fa superare. Se si fissano in Te i nostri propositi Tu non ci abbandoni, ricolmi di consolazione la nostra vita. Capisco, o Signore che è a te che dobbiamo consapevolmente e volontariamente venire. Dicci dove dobbiamo guardare per vederTi e non vedere altro. Se, come dice Sant’Agostino, quelli che si rifugiano in te è con la fede che Ti trovano, dacci o Signore ,la fede; se è con la virtù, dacci la virtù; se è con la scienza, dacci la scienza. Forse per trovarTi, o Signore, dobbiamo lasciare il mondo, gli affetti, la famiglia, il lavoro? È proprio indispensabile che rinunciamo a tutto, ci isoliamo? No, Tu non lo vuoi necessariamente, tanto più perché se l’uomo non supera dentro di sé l’attaccamento smisurato alle cose sensibili è inutile che fugga il mondo; lontano che vada con sé recherà sempre nel suo cuore le sue innumerevoli brame. Invece, se pur restando nel mondo, nella famiglia, pur lavorando, compirà le sue azioni anonime, insignificanti, dedicandole a Te, se amerà e servirà di più i suoi cari donando a Te quella vita apparentemente inutile; se cercherà di pulire, abbellire, facilitare la vita degli altri per amore a Te; o Signore, allora sì che Ti mostrerai”.
[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.