Brano tratto dal libro DAI MONDI INVISIBILI,[1] pp. 117-120
KEMPIS:
“Avete mai pensato a quante sfumature di paura conosce l’uomo? Da quelle più violente, a quelle lievi, lievi, quasi inavvertibili, ma che tanto peso hanno nelle sue decisioni. Non esiste l’uomo a cui sia sconosciuta la paura, vi sono uomini che bene o male riescono a nasconderla o a dominarla, ma tutti la conoscono perché viene dalle nostre origini. Infatti, fratelli, alle origini l’individuo conosce la paura perché gli è necessaria; rappresenta un mezzo che lo conduce alla riflessione. Se non vi fosse stato il timore di soccombere, gli individui si sarebbero distrutti gli uni con gli altri, e non un superstite vi sarebbe stato. Ma non solo per la conservazione della specie la paura è necessaria, bensì anche per l’acquisizione di una prima larvata moralità. Il fanciullo timoroso del castigo materno, si astiene dai giochi proibiti; il goloso, avendo paura per la sua salute, riduce la sua incontinenza, il religioso, temendo il castigo di Dio… beh, pecca egualmente, però fa la penitenza. I primi uomini che apparvero sulla Terra, conoscevano la paura per eredità del regno animale dal quale provenivano; essa sorgeva in loro, di fronte al pericolo, dettata dall’istinto di conservazione. E’ strano questo istinto a volte allontana l’individuo dal pericolo, altre lo spinge in perigliose avventure, proprio perché possa sopravvivere. Ed infatti, se fosse diversamente, l’istinto di conservazione si potrebbe identificare con la paura, mentre questi possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro. La paura – dando una definizione – potrebbe essere quello smarrimento, quella titubanza che l’individuo prova in un avvenimento, in considerazione che questo potrebbe, o può, procurargli un danno. Avete mai sentito dire che il pesce grosso divora il pesce piccolo’ L’avete addirittura vissuto è vero fratelli? Orbene, l’uso di eleggere un capo od un sovrano, è nato proprio da questo decrepito vizio di divorare il piccolo. Voi capite, infatti, che i primi individui, riuniti in gruppi, non potevano certo eleggere il loro capo con il conclave! Non potevano esprimere liberamente la loro opinione come accade in queste illuminate riunioni! Anzi, il loro parere non interessava affatto, l’elezione era piuttosto un’auto-elezione: accondiscendere o prenderle di santa ragione. L’uomo poi sostituì alla forza l’astuzia, ma la musica è rimasta sempre la stessa, credetelo. La paura di buscarle stempera molti ardori combattivi. Ancora oggi, si dice che chi fa la voce grossa ha sempre ragione; così con l’incutere paura agli altri l’uomo può difendersi o sfruttare. Ma perché e di che cosa abbiamo paura? Tutta la nostra vita è pervasa da timori. Nel regno animale esiste un solo tipo di paura: quello che l’individuo prova di fronte al pericolo, e che gli è suggerito dall’istinto di conservazione. L’uomo invece conosce una grande varietà di timori, ma tutti hanno un comun denominatore: nascosto dal dubbio che qualcosa possa danneggiarlo, e siccome l’uomo pensa di poter essere danneggiato non solo nella persona fisica, ma anche nei beni, nel prestigio e via dicendo, i timori dell’uomo sono molteplici.< Chi niente possiede, niente teme di perdere>, dicemmo. Ma l’uomo accumula ed aggiunge a questi timori quello di perdere ciò che ha accumulato. L’umano accumula perché teme il futuro; la paura del futuro fa dunque valorizzare il presente. Chi soffre del presente e sperasse di raggiungere nel futuro la felicità, non avrebbe paura del domani, ma lo invocherebbe. Quando l’uomo fa un’esperienza piacevole, desidera ripeterla, e quando è riuscita a ripeterla a piacere, teme che l’incognito futuro possa privarlo di questa sua possibilità. Così il timore che il futuro possa serbargli amarezza lo rende timoroso. E’ chi ha da difendere il presente che teme l’avvenire, teme di perdere ciò che ha o ciò che è. Tutta la vita dell’uomo è prigioniera di questo desiderio di continuare, timore di non continuare, desiderio di godere, paura di soffrire. Ma fra tutti i timori che l’incognito suggerisce, regna sovrana la paura della morte.
Chi vorrebbe sopportare il peso di una vita di fatiche e di pene, se non fosse la paura di qualcosa che può accadere dopo la morte, in questo paese sconosciuto che è l’oltretomba, da cui nessun viaggiatore è mai ritornato?
Così dice il cogitabondo Amleto, che – evidentemente – dimentica l’apparizione del padre defunto.
Chi è più forte ? Chi riesce a vincere la paura della morte e si uccide, o colui che continua una vita di affanni?
Ma l’amletico dubbio identifica nella paura della morte solo la paura dell’incognito, tralasciando la paura del dolore fisico. Chi è tanto forte da non aver paura del dolore? Si desidera e si ricerca ciò che, in qualche modo, può dare piacere; si teme e si sfugge ciò che, in qualunque modo, può dare dolore. Vi è un solo timore: la paura della sofferenza. Convincete gli uomini che chi vi torcerà un capello patirà un’eterna sofferenza e sarete potenti; ogni porta si spalancherà dinnanzi a voi. Le stesse ricchezze di re Salomone vi saranno offerte, potrete vendere tutto ciò che gli uomini saranno disposti a comprare, anche ciò che non è vendibile, ed in nome della salvezza eterna vi sarà permesso perdere i secolari. Vi è un solo vittorioso fra gli uomini, o fratelli; colui che riesce ad incutere paura. Però tal genere di supremazia non ammette indecisioni; abbiate un attimo di titubanza e solo le porte del carcere si apriranno davanti a voi. Qualcuno disse: < Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecore > . Però, nel momento della morte avrebbe voluto vivere ancora novantanove giorni. Se volete mostrarvi diversi da quello che siete, sappiate sostenere fino in fondo la vostra parte; il mondo è crudele con chi lo ha ingannato. Votate tutta la vostra vita alla realizzazione della più grande opera, ed un attimo di titubanza farà sprofondare nel nulla dell’immaginazione tutta la vostra fatica. La paura crea un panico che spesso paralizza i riflessi dell’uomo e lo perde definitivamente. Conoscete la storia dell’uccellino che alla vista del serpente teme di muoversi e finisce con l’essere divorato vivo, quando avrebbe potuto volarsene via? La paura impedisce la comprensione; chi può esattamente valutare i fatti e le circostanze se è colto da timore? Voi tutti conoscete le tristi conseguenze del panico collettivo, di questa specie di reazione a catena, per dirla in termine moderno. Similmente accade nell’individuo. Se è colto da timore non reagisce, il timore ben presto si trasforma in paura e poi in terrore, impedendogli così, anche se ora volesse, di reagire alle cause. Abbiamo necessità di comprendere e temiamo. se per un istante analizzassimo noi stessi, resteremmo meravigliati dai tanti timori che sono in noi: la timidezza è paura; il rispetto umano, la superstizione; la carità che facciamo per meritarci il paradiso, si chiama paura dell’inferno. La ricerca di conforto denuncia la nostra debolezza e la nostra paura. Vogliamo emergere, vogliamo essere od avere più degli altri e temiamo chiunque possa frenare la nostra espansione. Scavalchiamo chi non sa difendersi incutendoci paura, approfittiamo di chi ci teme. Siamo simili alle bestie. Avvicinatevi al pasto dell’animale e lo sentirete ringhiare.
[N.D.R. DI QUESTA SECONDA PARTE DELLA COMUNICAZIONE NON ABBIAMO LA REGISTRAZIONE]
Avete notato mai quanta soddisfazione v’è a dir male del prossimo? Perché, così facendo, valorizziamo noi stessi; tanta più soddisfazione, quanti più vizi ha che noi crediamo di non avere. E’ la paura che un altro, con i suoi meriti, ci passi avanti. Insomma, tutto ciò che dubitiamo possa arrecarci un danno ci suggerisce paura. Allora, che solo il vizio e la passione siano contagiosi? Incoscienti, non coraggiosi. Il danno che immaginiamo possa investirci è frutto di una valutazione personale. Ciò che veramente ci danneggia, spesso ci attrae e ci inebria e quando ce ne accorgiamo è troppo tardi per avere paura. La debolezza, il vuoto interiore, la mancanza di sicurezza ci rende timorosi. Chi ha fiducia in se stesso, corre gli stessi pericoli degli altri, ma non teme; e chi è riuscito in qualche impresa straordinaria deve sempre ringraziare il suo coraggio. L’individuo ha coraggio quando è sicuro di riuscire; così ha coraggio nell’affrontare i rischi di un’impresa quando è sicuro di riuscire. Talvolta questa sicurezza gli può venire dal non conoscere esattamente i pericoli che lo minacciano, cioè dall’ignoranza o dall’inconsapevolezza. Altre volte, proprio queste lo rendono mal sicuro di sé e quindi timoroso. Paura sempre tanta paura. In questa marea di paure che ora ci annichiliscono, ora ci spingono all’azione, chi è mai tanto coraggioso da opporsi e muoversi di moto proprio? Fino dai tempi più antichi l’individuo timoroso, pauroso, è stato giudicato non favorevolmente. Fino d’allora la paura è stata considerata una qualità negativa. Gli eroi ed i semidei della mitologia sono completamente affrancati da essa. I valorosi delle leggende di tutti i popoli debbono la loro immortalità al loro coraggio. Raccontare una storia nella quale il protagonista vede premiata la paura, equivale ad annoiare chi ascolta e far sorridere di incredulità. Se – invece – l’eroe è un coraggioso, sarà subito visto di buon occhio e con molta condiscendenza saranno seguite le sue gesta anche se non lo rendono un modello di moralità. Ma passando dalla fantasia alla realtà, troviamo tanti che in guerra si sono gettati allo sbaraglio per essere considerati coraggiosi. Presso i popoli primitivi, ancora oggi, l’adolescente, per essere considerato un uomo, deve mettere in vari modi alla prova il suo coraggio. Negli antichi riti di iniziazione le prove di coraggio erano di fondamentale importanza, perché si diceva che le fede deve dare sicurezza, quindi se il candidato avesse avuto fede non avrebbe dovuto temere; ed in effetti la vera fede è certezza. Dire <io credo> equivale a dire io sono certo. Questa, o fratelli, è quella fede che opera quei miracoli che la più esatta teologia non potrà mai operare. La vera fede non lascia posto alla speranza. Si spera nell’incertezza; la speranza non è in funzione delle probabilità favorevoli alla soluzione che invochiamo. Sperare significa auspicarsi che non debba accadere qualcosa che ci fa timore; è invocare il rimedio ad una situazione di fatto che ci incute paura. La speranza è quindi un’evasione alla paura che ci angoscia. Finché l’uomo ha timore, spererà; guai se non ci fosse questa speranza, se non vi fosse questo rimedio alla paura. Sperare nelle situazioni disperate è come mettere la testa nella sabbia per scacciare il pericolo; illudersi. ma chi è mai tanto forte da non avere bisogno della speranza? Chi è mai tanto coraggioso da conoscere esattamente le sofferenze che deve avere, senza illudersi e senza aver bisogno di ricorrere alla speranza? Questo è il vero coraggioso, finalmente ve lo dico , fratelli: l’uomo libero. Egli ha fede che niente può veramente danneggiare e niente teme di perdere. Non ha paura del futuro neppure quando diviene tanto incognito da chiamarsi < morte >. Ed è logico che sia così: è libero, infatti, nel vero senso della parola, anche dalla paura, che, essendo nell’uomo uno stato d’animo inibitorio, è un ostacolo alla sua liberazione. Ma è dunque la paura così dannosa? E’ deleteria per il saggio, provvidenziale per l’incosciente. Nella scala dell’evoluzione, fino a che l’individuo non ha libertà, conosce la paura; ma appena il suo intelletto comincia ad organizzarsi, ed egli può disporre di una maggiore libertà, la paura produce in lui un fermento necessario come il lievito alla bontà del pane. Quante cristallizzazioni impedisce la paura! Quanta prudenza insegna! Ma lo scoglio che fu di salvezza ieri, diviene pesante zavorra oggi, perché tutto è movimento. I profeti e gli illuminati della Bibbia insegnavano ad avere paura di Dio. Cristo ha mostrato l’amore divino ed ha insegnato a chiamarlo <Padre>. Quel Cristo, che oggi non avrebbe paura a barattare la chiesa che porta il Suo nome per aiutare una creatura, anche allora non ebbe timore a superare le decrepite concezioni che avevano fatto il loro tempo. Ma il suo tempo non l’ha fatto; purtroppo, la paura è ancora oggi, giacché in mancanza di coscienza la richiama dagli oscuri meandri dei secoli passati, ove solamente doveva regnare, rendendola ancora necessaria in un tempo in cui la fiducia dovrebbe dare serenità agli uomini. Ma come le prime luci dell’alba fugano i fantasmi e pongono fine agli incubi notturni, man mano che l’uomo comprenderà il mondo nel quale vive, si dissolverà in lui ogni timore. In ciò, gran parte potranno avere le scoperte scientifiche. Ma se la coscienza individuale non instaurerà il regno dell’amore fraterno, esse scoperte si trasformeranno, per l’uomo, in motivo di più grande paura. a voi la scelta, o fratelli.”
[1] DAI MONDI INVISIBILI: Incontri e colloqui. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1977.