Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 96-100
KEMPIS:
“Per non correre il rischio di essere noioso sarò paradossale: ma quanto lo sarò, in effetti, lo giudicherete poi voi. Signori, in piedi. Squillino le trombe, rullino i tamburi! Entra Sua Maestà la Scienza! Verbo magico, onnipotente! Salvacondotto reale che apre ogni porta, imprimatur senza il quale la verità non è vera e la falsità non è falsa. Che cosa non è consentito fare in nome della scienza? L’ illecito per essa non esiste; miracolosamente tutto ciò che tocca, come Mida, lo trasforma in oro. No! Non vi sforzate di trovare motivazione alla sua tracotanza: essa stessa è la ragione, perché è ragione di sé medesima. Che cosa aspettate a tirare giù dagli altari le immagini delle vostre consunte divinità e a sostituirle con la scienza? Chi può donarvi la tranquillità, la serenità, risolvendo tutti i vostri problemi e risparmiandovi ogni fatica, se non la scienza? Pensate voi che meraviglia! Tramite le sue applicazioni vi avanzerà tanto tempo libero che, se non vi soccorrerà la vostra vita interiore, vi annoierete a morte! Su chi poggiate le vostre speranze in un avvenire migliore, se non nella scienza? E’ un’utopia sperare nella bontà degli uomini, nella fratellanza dei popoli, nell’onestà dei governanti. Chi crede più a queste favole? Solo nella scienza è posta ogni speranza, dimenticando che ogni sua scoperta può essere usata per il bene e per un più grande male. Ma che cos’è questo Nume tanto invocato? Un complesso – o il complesso – delle cognizioni su un determinato ordine di fenomeni; un sapere organico – secondo Aristotele – fondato sulla esperienza e costruito con la ragione. Mio nonno, che faceva il cuoco, era un grande scienziato. Perché ridete? La culinaria è una scienza più che un’arte. D’accordo, ho capito: volete cominciare con i < distinguo >, volete essere più realisti del re? Volete porre nel regno delle scienze solo quelle che studiano certi ordini di fenomeni sì da restare fedeli al vecchio criterio dell’oggettività secondo il quale si cominciò a distinguere la scienza dalla filosofia. Bene! Ma se proprio vogliamo attenerci al criterio dell’oggettività, poche sono le scienze che si salvano, che possono arrogarsi il diritto di chiamarsi tali: la chimica, forse la matematica, con molti <forse> la fisica – specie la nuova fisica che, per timore di diventare antiscientifica, ha rinunciato a dare un’immagine della realtà e volutamente si limita a registrare i dati dei fenomeni di cui s’interessa, senza accorgersi che corre il rischio di diventare – o di ridursi – ad una branca della statistica. Ma il criterio di occuparsi del < come > e non più del < perché > dei fenomeni, non è adottato solo dalla fisica ; in essa è tassativo per il timore di perdere, come ho detto, il carattere scientifico. Tutte le altre scienze lo hanno adottato allorché si sono rese conto che i < perché >, ossia le ragioni, son ben difficili da indagare senza la possibilità di una visione globale di quella che si crede la Realtà. Questo criterio forse sarà scientifico, ma non so quanto sia utile. Un’analisi, senza una sintesi dei dati emersi, è utile? A me sembra che corrisponda ad esaminare le cose privandole dei contenuti. Può essere una scelta, sì, certo, ma non so quanto giusta. Si può scegliere di prendere in considerazione, ad esempio, solo gli uomini con gli occhi chiari, ma questa scelta deve essere dettata da un fine che si vuol raggiungere. Ora, se il fine è < la conoscenza pura > e se si prende, o comunque accade, che il criterio adottato diventi la misura di una civiltà, occorre stare attenti a ciò che si esclude, perché fra il dire: < Non ce ne occupiamo, non è provato > e < Non vero >, < Non ha valore >, il passo è breve. Vi immaginate se fossero trascurati, cioè da non prendere in considerazione, <i contenuti >, < i significati > ? Privata del suo significato la < Divina Commedia > non esiste; essa si riduce ad un insieme di suoni – se recitata – o di fogli di carta su cui sono impressi dei segni grafici – se memorizzata in un libro. Tuttavia nell’uno e nell’altro caso è incomprensibile. Una croce, in geometria, può essere definita come l’intersecazione di due segmenti di retta perpendicolari fra loro, e nulla di più. Mentre col < significato >, fra l’altro, è un simbolo religioso in forza del quale gli uomini si sono amati, odiati, uccisi, sacrificati, hanno scritto fiumi di parole e consumato la loro vita. Il David di Michelangelo, dal punto di vista della chimica, è una quantità di minerale costituita quasi totalmente da carbonato di calcio; ma io vo domando se solo in questo aspetto esso può essere valutato. Biologicamente parlando i corpi fisici di Hitler e di Schweitzer sono identici ; eppure che diversa qualità di uomini! Il < sancta sanctorum > della scienza, che nulla ha a che vedere con le applicazioni pratiche, è costituito dalle scienze pure. Ma se solo queste avessero valore, l’uomo, al massimo, sarebbe ridotto ad un animale perché – non me ne vogliano gli psicologi – la psicologia, ammesso che sia in grado di spiegare l’enigma < uomo>, non è certo scientifica nel senso stretto del concetto e non lo diventa per il solo fatto che la si insegna nelle Università. La scienza, componente della cultura dell’uomo, limiti pure la sua indagine ai fenomeni e coi metodi che crede, per raggiungere il suo intento di darci una rappresentazione della Realtà senza delle immagini soggettive che invece ne dà il resto della cultura. Ma nessuno – dico nessuno – le attribuisca il diritto di sentenziare ciò che è vero, e, meno ancora, ciò che è valido perché così non è. Ma se anche lo fosse, riflettete e ditemi quale misera realtà sarebbe in grado di offrirci e quale enorme parte ne escluderebbe. Di più: se il metodo scientifico di < conoscere > è quello oggettivo dell’osservazione diretta per mezzo dei sensi – includendo in questo metodo anche gli strumenti atti ad ampliare la portata dei sensi umani -, permettetemi di sorridere, perché nulla vi è di meno attendibile di essi. Certo non voglio qui ripetere tutto quanto vi abbiamo detto sulla soggettività delle percezioni sensorie e sul fatto che l’analogia o anche l’identità di percezione da parte di tutti gli uomini non dimostra l’esistenza oggettiva di ciò che è percepito. Infatti quantunque gli osservatori possano essere miliardi, il punto di osservazione è lo stesso: l’uomo con i cinque sensi. Non parliamo quindi dell’attendibilità dei sensi che è un fatto assolutamente anti-scientifico. D’altra parte tagliar fuori il soggetto della conoscenza – l’uomo – per cercare di raggiungere la massima oggettività dell’informazione, significa costruire un mondo materiale in cui l’uomo è soltanto uno spettatore, in cui gli avvenimenti sono riconducibili, in larga misura, ad una interpretazione energetica diretta. Ciò che è paradossale, nello spirito scientifico, è che esso accetta come reale solo ciò che è conoscibile attraverso la percezione dei sensi; non di meno l’immagine che la conoscenza scientifica, volente o nolente, dà del mondo, esclude ogni valore anche solo sensorio, percettivo, emozionale. Una concezione scientifica del mondo non contiene in sé alcun valore etico. Eppure non c’è bisogno che vi inviti a riflettere quale parte predominante nella realtà dell’uomo questi valori hanno e debbono avere! Se anche la scienza fosse in grado di descrivere dettagliatamente come le lacrime solcano il viso degli uomini, resterebbe il fatto che nulla essa ci dice del dolore e dell’emozione, dei pensieri e dei sentimenti che sono i veri valori umani. Credere che solo la scienza sia in grado di rendere il mondo un paradiso equivale a credere all’assurdo che la scienza, in sé, sia buona. La bellezza e la bontà non sono materie scientifiche, eppure non c’è dubbio che esse sono potenzialmente benefiche come la scienza. Fidare n ella scienza, in effetti, significa fidare nel buon uso di essa da parte dell’uomo. Credere che la scienza possa risolvere tutti o parte dei problemi umani è un atteggiamento irrazionale. Assai di più lo può un miglioramento della qualità degli uomini. Se la ricerca scientifica, giustamente, esige un impegno di mezzi e se ciò è fatto nella speranza di un miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, non meno dovrebbe essere fatto per migliorare l’uomo. La conclusione di questi pensieri oziosi sulla scienza, è che l’uomo deve ricordare che l’equilibrio è sempre il risultato di più forze uguali e contrarie, e che laddove una sia predominante rispetto alle altre, il sistema non è più in equilibrio. Nego che una qualsiasi delle componenti della cultura umana debba essere considerata più nobile delle altre. Affinché la scienza non diventi un soliloquio, è necessario che essa mantenga un rapporto dialettico, non solo col mondo inorganico e con quello organico, ma anche con la realtà umana. Perciò è necessario che essa modifichi i suoi principi fondamentali; certo è che, con gli attuali, non giungerà mai a cogliere l’unità del tutto, ossia Dio; così come non coglie la realtà umana riducendo l’uomo ad un meccanismo. Ma ciò che essa non coglie non significa che non esista. L’esistenza di Dio può apparire solo da una visione globale di una scienza che include la totalità delle discipline e che non limiti la sua speculazione agli eventi colti dalle percezioni sensorie, ma la estenda – per lo meno – anche al regno della ragione pura. Una volta, uno scienziato ricercatore, famoso per il rigore con cui conduceva i suoi esperimenti e per la riluttanza ad ammettere la realtà di un fenomeno anche quando ne aveva osservato il prodursi più e più volte, tornatosene a casa, se ne stava assorto ripensando di ripetere ancora certi esperimenti per trarre una maggiore credibilità scientifica. Il suo stato assorto, causato da suo lodevole scrupolo di ricercatore, richiamò l’attenzione di sua madre che, facendoglisi incontro, così lo interrogò accarezzandogli i capelli: < Figlio mio, c’è qualcosa che ti preoccupa ?>. Nulla. Pensavo al mio lavoro mamma>. < Mamma >. E un dubbio maligno, causato da una sorta di deformazione professionale, si impossessò della sua mente e cominciò ad assillarlo con grande tormento. < Mamma>, ho detto. Che prova esiste che questa donna sia mia madre? Ch’io sia veramente quel figlio uscito dalle sue viscere? Ma poi avrà avuto un figlio? E quel figlio sarò io, oppure sarò stato sostituito per un errore o un’altra causa al vero figlio di questa donna? Qual è la certezza ch’essa sia mia madre? La levatrice? Chi mi dice che non sia d’accordo per la sostituzione? Mio padre? Non era presente alla mia nascita. No, no, no, le testimonianze non servono. Bisogna ripetere l’esperienza >. Ma, rendendosi conto che ripetere la sua nascita non era possibile, si convinse che ogni uomo è figlio di madre scientificamente ignota. A tacere poi della paternità. <Absit injuria verbi >.( Sia detto senza offesa).”
[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.