La mistica e la religione

Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 93-96

KEMPIS:

“L’intuizione è una forma di conoscenza che non rivela  delle astrazioni, ma una realtà , o, addirittura, la Realtà. L’intuizione è una forma di conoscenza per identificazione. Questo discorso però non deve farvi credere erroneamente che la conoscenza di Dio sia riservata ai soli temperamenti mistici, perché il misticismo – come affermava Hegel – è un atteggiamento irrazionalistico  che antepone l’intuizione al procedimento discorsivo. L’intuizione è una forma di conoscenza a disposizione di ogni essere. Un altro errore diffuso è quello di credere che l’intuizione avvenga senza alcuna partecipazione del soggetto, mentre è anch’essa un effetto che si produce ogni qualvolta il soggetto – consapevolmente o no, più sovente inconsapevolmente  – si pone nelle condizioni atte a riceverla;  cioè muove la causa che la provoca. Il primo atto di questo processo si chiama porre attenzione,  come per ogni forma di conoscenza. La conoscenza intuitiva che ci rivela < le cose che sono sopra di noi > , per usare l’espressione di Plotino,  è più ricorrente nel misticismo che non nei temperamenti razionali, perché il mistico cerca un rapporto diretto ed individuale con la divinità, libero dai condizionamenti della ragione, e in questo modo mette in moto quel processo che si conclude con l’intuizione: nel suo caso, con l’estasi. Il temperamento razionale, invece, raramente si rivolge a Dio in termini di conoscenza, perciò le sue intuizioni riguardano altre realtà;  ciò non toglie che anche i temperamenti razionali possano avere delle estasi. E se l’esperienza estatica non è esclusiva del misticismo, allo stesso modo il misticismo non necessariamente è legato alla religiosità. L’ uno e l’altro sono atteggiamenti diversi. Il misticismo e la religiosità sono invece confusi, nella comune considerazione, perché tanto nell’uno che nell’altra si cerca un rapporto con la divinità; ma mentre il mistico può non essere legato ad alcuna particolare credenza religiosa , nel religioso v’è un attaccamento al complesso di credenze e di atti di culto che costituiscono la religione. Inoltre, nel religioso, può non esservi alcun vero afflato mistico. Non va tuttavia dimenticato che i fondatori e i riformatori delle grandi religioni erano essenzialmente dei mistici che hanno cercato di tradurre nel linguaggio e nei concetti le loro estasi; e siccome queste sono intraducibili in un simile linguaggio, ne sono risultate delle espressioni incomplete e inadeguate. L’ essere come tale non  è caratterizzabile : l’Assoluto non è riportabile nel mondo relativo. Su queste espressioni incomplete e inadeguate, gli uomini hanno costruito le loro religioni dimenticando anche, fra l’altro, che chi ha cercato di tradurre in parole la propria, o le proprie estasi , inevitabilmente lo ha fatto servendosi dei mezzi che la sua cultura gli metteva a disposizione. Ecco perché le dottrine religiose sono traduzioni in parole – e perciò in simboli – di un’estasi. E’ chiaro che una coscienza estatica, estrinsecata anche nel migliore dei modi, perde il suo carattere autentico; e l’autenticità di una siffatta operazione può risiedere solo nel tentativo di comunicare  – e perciò di tramandare  – la Verità rivestendola di parole e di simboli per chi non sia in grado di comprenderla da sé. Chi si accosta ad una religione, per quanto illuminata possa essere ritenuta, deve tenere presente questa impostazione iniziale, per evitare di confondere il carattere simbolico della tradizione con la Realtà. Le tradizioni religiose sono favole, che consolano, infondono coraggio a chi non ha coscienza di riscattarsi dalla schiavitù del mutabile e del contingente. Con questo non intendo dire che niente di valido e di vero vi sia nelle religioni. Oltre all’utilità, alla quale adesso ho accennato, non c’è dubbio che ciascuna contiene un frammento di Verità, adombrato con differenti formulazioni, perché differenti sono gli ambienti culturali nei quali le religioni si sono sviluppate. Se chi si accosta ad una religione tenesse presente tutto questo, molto probabilmente le religioni cesserebbero di essere causa di incomprensione e di divisione fra gli uomini. Ogni religioso deve tenere presente che la religione non è nata per l’odio fra gli uomini, ma per il loro amore. E deve tenerlo presente per evitare che all’aspetto negativo derivante dal carattere incompleto delle dottrine religiose, si aggiunga il danno di fautori fanatici di esse. Certo non intendo parlare degli errori dei religiosi laici ed ecclesiastici, l’atteggiamento dei quali religiosi è essenzialmente di due tipi: nel primo tipo la religione è considerata come qualcosa da tenere presente in una piccola parte della giornata, o addirittura della settimana; il secondo atteggiamento, invece, deriva dal fatto che siccome le dottrine religiose non si interessano dell’aspetto pratico della vita  –  ed è giusto che sia così, perché per questo vi sono particolari scienze e discipline – ciò è interpretato da certi religiosi come se l’uomo fosse chiamato ad odiare il mondo. Vorrei ricordare – particolarmente ai religiosi – che l’uomo non deve amare più le proprie opinioni della Verità; e, ai non religiosi, che lo scopo della vita non è quello di godere il mondo, ma quello di istruire, educare l’individuo. Se la religione deve avere un posto ed un significato, nel mondo di oggi, deve insegnare l’unione dell’uomo con la natura, con i suoi simili e con l’Unico Essere. Deve far capire che ciò che può unire gli uomini, più che una comune origine, è una comune meta. Deve farsi più intima e più universale, Sbarazzandosi del superfluo e riportandosi alle Verità fondamentali della fede. Deve affermare il primato dello spirito sulle forme esteriore sulla adesione dogmatica ad una formula. Deve accogliere tutti gli uomini, perché il vero spirito religioso non imprigiona, non divide, ma, anzi, sviluppa un più significativo atteggiamento nei confronti dei propri simili e della vita, che libera dalla schiavitù della dipendenza e dell’ignoranza. Deve cessare di vantare l’esclusività della propria verità. La violenza con cui certe dottrine e certe fazioni religiose si vogliono imporre nella storia costituisce fonte di grandissime calamità. Ma le dispute religiose cesserebbero se gli uomini comprendessero che alla base di tutte le religioni c’è una stessa Verità,  come alla radice di tutti gli <esseri> sta una medesima identità. Ed è importante che le dispute religiose cessino, perché ciò sta a significare che l’uomo ha trovato dentro di sé la guida al cammino che deve compiere, vanificando tutte le organizzazione religiose.”


[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.