a cura di Andrea Innocenti e Anna Maria Fabene
François è un’entità che si è manifestata all’inizio degli anni ’80 svolgendo un importante ruolo di tutor per tutti coloro che si sono avvicinati all’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze 77. Ha dichiarato di essere stato, nella precedente vita, un medico occultista vissuto durante la Rivoluzione francese e di essere stato arruolato nell’esercito di Napoleone. Il suo nome era François Broussais.
NON GIUDICARE
incontro del 12 giugno 1980
DALI:
Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli cari. Alcuni di voi, alcuni dei nostri figli che ci seguono da una città diversa da questa nella quale ci manifestiamo, attraverso a questo strumento si sono fatti una domanda, una domanda alla quale noi, in altri termini abbiamo risposto, ma che, data l’importanza dell’argomento che tocca – un argomento fondamentale – vale la pena di rispondere nuovamente, con parole diverse, per cercare una maggiore chiarezza, un approfondimento. Questo nostro messaggio, o figli, potrebbe intitolarsi: NON GIUDICARE. Se voi fate attenzione potete rendervi conto che certi principi fondamentali, che fanno parte della morale e delle religioni più evolute, fanno parte anche della legislazione di tutte le civiltà. Invero certi principi come “non uccidere”, “non rubare” ecc. hanno una ragione d’essere che si fonda tanto su motivi etico-religiosi, quanto sull’indispensabile, reciproco rispetto che deve essere alla base dei rapporti fra i membri delle società che vogliono sopravvivere. Infatti, come un organismo pluricellulare vive solo se le cellule che lo costituiscono vivono in stretta armonia e cooperazione – cioè non in antagonistica lotta – allo stesso modo una nazione, una civiltà, si costituiscono tali ed evitano la disgregazione, solo se fra i cittadini esiste almeno una civile convivenza, basata sul reciproco rispetto. Questo deve farci riflettere e comprendere che i fondamentali principi morali non sono astratte imposizioni volte solo a creare problemi al singolo uomo, a misurare la sua capacità di resistenza e di sopportazione, per poi meritarsi o no il Paradiso; ma poggiano su una logica che anche un ateo non può che ritenere giusta e condividere. Questo discorso però non vuole dare alla morale un valore assoluto. Preciseremo poi in che modo è valida l’etica; certo non è assoluta: è tanto più universale quanto più si rivolge a individui di analoga evoluzione. In senso personale, la morale è tanto più valida quanto più rafforza i doveri verso gli altri e quanto più fa comprendere che il giudizio nei loro confronti – specie quel giudizio che poi preclude ogni slancio di aiuto e di comprensione non ha ragione di sussistere, anche perché non si fonda sulla completa conoscenza dell’altrui verità. Ciò che sappiamo degli altri è solo quello che appare all’esterno, mentre la realtà di ognuno è quella che scaturisce dalle intime intenzioni. Una stessa azione fatta da due uomini, può avere intenzioni diametralmente opposte. Ma non è tutto: chi giudica il comportamento ispirato al materialismo – per esempio – come riprovevole, non sa che, molto spesso, tale comportamento è solo la reazione ad una precedente vita forzatamente e sterilmente impostata e improntata al misticismo. Chi, per timore di un castigo nell’aldilà, tiene una condotta irreprensibile dal punto di vista religioso, ma solo nella forma e non nella sostanza – cioè senza uno slancio di apertura verso gli altri – certamente, rinasce, per reazione, ateo; ma come ateo sarà, verso gli altri, più generoso e migliore di quanto fu come religioso. Viceversa, chi ha tenuto una vita assolutamente sensuale sarà, nella successiva, per reazione, tutto volto al misticismo e desideroso di migliorarsi. Un tale mistico, dall’esterno e nell’ignoranza di ciò che fu, può essere giudicato un essere avanti nell’evoluzione, mentre il suo slancio religioso è solo l’altro estremo di quella dualità, di quell’alternarsi dei contrari a cui sono soggetti e soggiacciono coloro che ancora non hanno trovato l’intimo equilibrio. Quando non c’è apertura verso gli altri, quando non c’è altruistica disponibilità, ci si può spargere la cenere sul capo quanto si vuole, ma si è solo lupi in veste di agnelli. Di contro, un ateo che trovi nelle dottrine materialistiche l’incentivo a difendere e proteggere i deboli e li sfruttati, ha una vita – più che morale – altamente spirituale. L’alternarsi da un estremo all’altro della dualità, fa parte della legge di azione e reazione; un aspetto della quale è la legge di causa e di effetto. Azione e reazione che ha lo scopo di ricondurre ad un equilibrio in qualche modo alterato; ma soprattutto ha lo scopo di far raggiungere la coscienza del proprio posto e della propria funzione nei rapporti coi propri simili. In effetti tutto è perfetto e tutto conduce alla realizzazione di una sì tale coscienza.
FRANÇOIS:
A mano a mano che si riesce a comprendere che tutto è in Dio, che il mondo fisico non è una terra di frontiera a sé stante dove l’uomo deve dimostrarsi degno di essere accolto nel mondo divino, si acquista la convinzione che tutto è perfetto e, nello stesso tempo, perfettibile. In altre parole, tale perfezione non va intesa fine a se stessa, ché, altrimenti, non lo sarebbe; è una perfezione finalistica che ha uno scopo ed è proprio tenendo presente lo scopo, l’ordine, che la disposizione di ciò che è, diventa perfetta. Per esempio: gli istinti che dominano tutti gli animali, rendono possibile la manifestazione dei primi “sentire” perciò fan parte della perfezione del tutto; tuttavia non hanno valore assoluto, perché è proprio dal sottrarsi all’imperio di quegli istinti che l’uomo realizza in sé “sentire” più ampi. Allo stesso modo gli errori degli uomini, le crudeltà, il dolore e tutto ciò che l’uomo addebita a Dio – se non altro per il fatto che Dio non ne impedisce l’accadere – accade proprio per far trovare a ciascuno il senso della responsabilità, la coscienza delle proprie azioni; per fare comprendere ad ognuno che non si sfugge ai propri doveri, che nessuno può vivere solo per se stesso.
KEMPIS:
Affermare che tutto è perfetto al di là del valore relativo che ogni evento ed esperienza hanno nei riguardi di ciascuno può sembrare negare ogni valore alla morale. Se infatti tutto è perfetto, in ultima analisi, che senso ha rifuggire il male e tendere al bene? Perché il male, in fondo, fa parte della perfezione del Tutto. Qui occorre stare bene attenti a non confondere il piano della <relatività> – relatività individuale – con l’Assoluto. Sul piano relativo non c’è dubbio che esistono “bene” e “male”: si tratta di mettersi d’accordo quali sono le cose da considerare tali; anche da ciò, appunto, la relatività dei concetti. Questo sempre sul piano della relatività. Ma sul piano Assoluto – qui mi dispiace ma sono costretto a fare un discorso filosofico – non possono esistere “bene” e “male” assoluti, perché essendo termini di una contrapposizione, vicendevolmente annullerebbero il reciproco carattere “assoluto”. Infatti sul piano “assoluto” conserva la propria assolutezza solo ciò che non ha il suo contrario. Per esempio: L’Essere Assoluto, la “coscienza assoluta”, l'”esistenza assoluta”. I contrari, ” non essere assoluto”, “incoscienza assoluta”, “inesistenza assoluta”, non possono esistere, come ho spiegato altre volte. Richiamo solo la vostra attenzione sul fatto che “l’essere relativo”, ” la coscienza relativa”, ” l’esistenza relativa” esistono, ma non sono contrapposti all’Assoluto, tant’è vero che sono nel suo seno. Ora, siccome il “sentirsi d’essere” di ognuno, passando in successione a stati di coscienza sempre più ampi, riconoscerà nella coscienza assoluta la propria vera identità, essendo questa coscienza assoluta – o Dio – la Realtà finale di ognuno – quella vera – essa può essere considerata il sommo vero bene di ciascuno. Fatta questa considerazione, si sarebbe tentati di affermare che una morale generale potrebbe scaturire dal principio che è bene tutto ciò che volge direttamente all’unione divina, e perciò alla comunione degli esseri, ed è male ciò che divide. Ma se, come noi affermiamo, comunque l’uomo indirizzi la propria vita, inevitabilmente il fine di unione è raggiunto – altrimenti se anche un solo essere fosse staccato da Dio, io sarebbe incompleto – allora anche questo male è relativo e limitato. Tuttavia, ripeto, questa affermazione non significa altrettanto implicitamente che sul piano individuale il male non abbia peso. Un termine di comprensione si può trovare nell’evoluzione biologica: infatti proprio come l’evoluzione biologica procede per tentativi e talvolta per via indiretta, correggendosi naturalmente scontrandosi con la realtà ambientale, cosi, il cammino spirituale dell’uomo, può segnare deviazioni e percorsi indiretti. Ora, certe deviazioni, certe esperienze in senso immediato, opposto, al fine spirituale per cui ciascuno vive, possono considerarsi male relativo, anche solo per questa collocazione apparentemente opposta alla meta finale. Solo in questo senso, cioè in un senso del tutto particolare – oltre che relativo- e solo in questa forma esiste il male. In ogni caso, il male, l’errore, non sono mai fine a sé stessi; in ultima analisi si risolvono o significano capire qualcosa attraverso al suo contrario, il che è una via dolorosa da evitare. Diversamente da così esisterebbe Dio e il male, ma si tratterebbe di un Dio relativo. Del resto non siamo noi i primi a negare il carattere assoluto del male. Già nella filosofia greca – vedasi principalmente Plotino – è contestata la concezione del male come principio assoluto. Perfino nel Cristianesimo – che con il suo Lucifero sembra assai vicino a posizioni Manicheistiche di una realtà duale vista come una terra di scontro fra bene e male – perfino nel Cristianesimo, dicevo, Sant’Agostino nega la sostanzialità del male. Così pure nel pensiero moderno, specialmente con Leibniz e Hegel il male è concepito come un momento, talvolta necessario, al realizzarsi del bene. Ora molti incorrono però nell’errore di credere che un valore relativo sia un “non valore”. Perciò – badate bene – incorrere in questo errore è travisare completamente la questione.
CLAUDIO:
La relatività di ciò che è male e quindi per il principio contrario atto alla relatività di ciò che è bene, sul piano personale insegna soprattutto a vivere secondo la propria natura, a comprendere gli altri e a usare l’auto-controllo allorché le proprie azioni rechino danno ai propri simili. Queste conclusioni scaturiscono dalla considerazione che il modo di vivere di chi avesse raggiunto il vertice della moralità, sarebbe prima di tutto una questione di “intimo essere”, di natura e poi di condotta e di azioni ispirate da un “sentire” in quei termini e non imposte dalla volontà soffocatrice di un diverso “sentire”. Inoltre una tale natura, un simile “sentire”, si rivela per gradi e per ognuno attraverso ad esperienze, forse analoghe, ma diverse. Quindi, anche dando una definizione più generale possibile di ciò che è bene e della morale – ossia identificando il bene nella meta a cui conduce il cammino dello spirito e definendo ” comportamenti morali ” quelli ispirati da un interesse che non riguarda la propria persona – è chiaro che ciascuno, circa la moralità dei comportamenti, può solo dire di se stesso, dato che la morale individuale scaturisce dal personale sviluppo del “sentire” e quindi ognuno, in definitiva, ha una morale valida solo per se stesso.
KEMPIS:
Infatti un uomo in cui ancora non si è affermata la coscienza individuale, vive unicamente per se stesso, per il proprio predominio sugli altri, per il proprio piacere; insomma nei confronti dei propri simili non ha una condotta certo ispirata ad aiutarli. Sarebbe assurdo pretendere da lui un comportamento che comprendesse uno slancio di altruismo; mentre sarebbe già indice di un pieno affermarsi della coscienza un’azione da lui fatta al di fuori della ricerca del proprio piacere e dei propri interessi. Le valutazioni di un uomo simile, quindi, non potrebbero prescindere dal grado di evoluzione in cui egli si trovasse, perché un raffronto di ciò che quell’uomo è, con il vertice morale rappresentato dall’abnegazione di se stessi, non avrebbe senso. E, per dirla in termini etico-religiosi, non potrebbe essere posto a suo carico il suo mancare un’occasione di manifestare altruismo. E’ impossibile perciò giudicare se un uomo è volontariamente volto al suo bene morale o meno, non conoscendosi il suo grado di evoluzione. Né si può giudicarlo dalle azioni che possono nascondere intenzioni diametralmente opposte a quelle che appaiano. Si può solo giudicarlo raffrontando le sue azioni con la morale comune, con la legge sociale, ma ciò significa ben poco, se si escludono le necessarie implicazioni sociali atte a contenere le sopraffazioni dei prepotenti.
CLAUDIO:
La verità dell’intimo si rivela nell’intenzione ed è una rivelazione che anche quando ciascuno voglia conoscere la propria, rimane riservata, personale. Gli altri non potranno mai conoscerla con certezza. Tuttavia, se ” il vero essere ” di ogni uomo sfugge al giudizio dei sui simili, non così è, né deve esserlo, necessariamente per ciascuno il proprio. Diversamente ciascuno sarebbe autorizzato a comportarsi nella completa ignoranza di se stesso e secondo il suo capriccio; mentre ognuno deve conoscersi, sapere il vero scopo che lo muove ad agire. La conoscenza del proprio “intimo essere ” può sorprendere può diventare la condanna di chi ha tenuto una vita retta e l’assoluzione di chi, disinvoltamente, ha infranto regole della morale comune. Il motivo per cui ognuno deve conoscere se stesso, risiede nel fatto che la manifestazione di un “sentire” più ampio di quello in atto, ha luogo quando le “limitazioni” che racchiudono quel “sentire” cadono, e cadono a seguito di intime riflessioni, di un’attenta analisi, appunto, nella quale si comprende che la propria responsabilità, la propria esistenza, deve essere più sentita, deve essere più volta agli altri. Quindi un duplice rendersi consapevoli e dei propri limiti e delle possibilità di essere diversi.
KEMPIS:
La manifestazione del mondo del “sentire cosmico” si rivela, nel mondo umano, progressivamente come “sentire altruistico” e segue una scala in cui, ad uno estremo, c’è il proprio, singolo egoismo cioè, ad un estremo, c’è un uomo che vive solo per se stesso, per la propria affermazione, per il suo predominio sugli altri, che vorrebbe tutti asserviti a sé, all’altro estremo c’è il prototipo dell’uomo che “sente” l’altruismo fino all’abnegazione di se stesso. Fra questi due estremi si svolge l’evoluzione spirituale dell’uomo attraverso ad una quantità di punti di passaggio che seguono un progressivo smorzarsi dell’egoismo per un graduale rivelarsi del “sentire altruistico”. Infatti fare qualcosa che non sia volta al proprio piacere, ad una qualche utilità per se stessi – per esempio fare il così detto proprio dovere – rivela già un egoismo meno totale che l’agire unicamente per il proprio piacere, per il predominio di sé con l’intenzione di schiacciare e nuocere a tutti in modo che nessuno sia superiore o eguale. Non solo, ma anche nel fare il proprio dovere, vi sono delle differenziazioni nelle ragioni per cui si è portati a farlo che si rivelano ” gradi diversi di egoismo ” anche in comportamenti apparentemente eguali. Si può fare il proprio dovere per paura delle conseguenze che possono ricadere sui trasgressori; oppure per guadagnarsi il paradiso ola stima altrui, ed è già qualcosa, ma non è tanto quanto fare il proprio dovere per amore ad esso e basta! Analoga differenziazione si può fare nel rispetto verso gli altri. il comportamento rispettoso può essere motivato dalla paura, dal proprio desiderio di ottenere favori e vantaggi, ma tuttavia rappresenta un egoismo meno brutale di quello che anima un uomo che vive solo per il proprio piacere più gretto, più greve, più sensuale. D’altra parte invece esservi – nel rispetto verso il superiore – una reale deferenza, un dimenticare se stessi per qualcuno, e così, in un progressivo destarsi, accendersi, prima del radioso “sentire” altruistico che ispira l’olocausto di per sé per il bene altrui, si passa poi al desiderio di non nuocere, di non pesare sugli altri, di essere utili e via, via su!
CLAUDIO:
Da questa prospettiva, il giudizio circa la moralità dei comportamenti si modifica. E’ chiaro infatti, da tale prospettiva, che allorquando si dimentica se stessi, protesi verso il raggiungimento di un ideale, si è sempre nel giusto, anche se l’ideale è errato. Di contro, se si trascorre l’intera vita in preghiera con l’intento egoistico di salvare la propria anima, si è sempre in errore.
FRATELLO ORIENTALE:
Salve, fratello caro ! Quando vivi per la tua famiglia e aiuti i tuoi famigliari, ma non per evitare difficoltà a te stesso evitandole a loro, bensì per il loro bene anche a costo del tuo sacrificio, tu sei più nel giusto di chi conduce una vita caritatevole con l’intento di guadagnarti il Paradiso. Ma bada! Se costatando che sei nel giusto, tu ne godi, sappi da ciò che non lo sei! Quando ciò che fai è dettato dal tuo “sentire”, ti è inavvertito, non ti pesa anche se ti è, in effetti, di grande fatica. Anzi, tu desideri farlo, è per te del tutto naturale il farlo, ne soffriresti se te lo impedissero, perché quel “sentire” è parte del tuo intimo e più vero”essere”.
DALI:
Il termine “sentire”, da noi usato come sostantivo, sta a designare una natura interiore dell’uomo poco conosciuta. Ognuno sa che cosa sono le azioni, le sensazioni, i desideri, i pensieri, i sentimenti nel senso comunemente inteso. Tutti questi … chiamiamoli moti dell’anima possono essere gradevoli o sgradevoli, nobili o grossolani, giusti o errati, secondo il giudizio relativo dell’uomo. Perfino il sentimento – che pure secondo taluni costituisce la vita morale – non sfugge a questa classificazione. Mentre quello che noi intendiamo per “sentire” non può essere errato, non può essere spiacevole; sfugge alla legge dei contrari perché non appartiene al mondo della percezione, anche se il mondo della percezione è quello che lo fa nascere. ” Sentire” e ” coscienza” nel nostro linguaggio, si identificano. Ma la coscienza individuale può essere errata – secondo taluno – ; la coscienza che noi intendiamo, no! La coscienza, come il sentire, può essere insufficiente, mai errata. L’errore nasce proprio dalla carenza di “sentire”, da una limitazione della coscienza. L’egoismo, considerato dall’uomo un sentimento, non è un “sentire”: nasce dalla mancanza di sentire come conseguenza di una coscienza embrionale. A mano a mano che la coscienza si costituisce, l’egoismo si riduce, il “sentire” si amplia, perché una coscienza costituita è altruismo spinto all’abnegazione più totale di se stessi.
KEMPIS:
Ma la “coscienza-sentire” non è solo altruismo. L’altruismo è una conseguenza ad uno stato d’essere di viva partecipazione al Tutto, al di là di ogni limitazione personale, di ogni visione di parte; è superare il dolore alla sua stessa radice, la propria incompletezza ed esistere nella beatitudine che nasce dall’aver raggiunto “uno stato d’essere” che abbraccia realtà sempre più universali.
CLAUDIO:
La realtà del tuo “essere”, la verità di te stesso sta dietro a ciò che fai, ciò che dici, ciò che pensi e può essere del tutto difforme dalle tue azioni, parole, desideri, pensieri. Essa giace in te ed attende di essere liberata.
FRATELLO ORIENTALE:
Tu che sei volto ad accumulare beni materiali e di essi ne fai il tuo tesoro, sappi che non è quella la tua vera ricchezza.
KEMPIS:
Tu che hai raggiunto posizioni di preminenza, di potere, di notorietà, sappi che non in quello sta la tua vera ricchezza.
DALI:
Tu che accudisci alla bellezza del tuo corpo come ad un bene prezioso che ti appartenga, sappi che non è quella la tua vera ricchezza.
CLAUDIO:
Tu che apprezzi il sapere, l’abilità, la cultura e la perizia, sappi che non sono ancora quelli la tua vera ricchezza.
DALI:
La tua vera ricchezza è un bene che ti appartiene durevolmente, come e più che l’umidità all’acqua, il calore al fuoco, tu a te stesso. Essa giace nel profondo del tuo “essere” e si chiama “sentire”.
Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli cari.