Brano inedito di una seduta del 7-12-80
François: “Vedete, cari, quando voi vi trovate di fronte a delle occasioni piuttosto dolorose, faticose, nella vostra vita, dimenticate tutto – dice il Maestro Claudio – alla ricerca di queste ragioni, o delle ragioni che possono aver determinato la vostra situazione contingente. Ed è il momento in cui, in effetti, si ha la misura delle proprie convinzioni, perché una convinzione superficiale immediatamente e con molta facilità viene dimenticata; mentre una convinzione ben radicata resiste più a lungo o, per lo meno, serve da punto di riferimento per la propria ricerca, per l’esame e l’analisi che si fa per cercare di trovare le cause che possono avere determinato certe situazioni dolorose, oppure anche faticose.
Naturalmente la prima cosa che l’uomo fa quando soffre, è quello di pensare che il suo stato sia causato dalla collera divina, una vendetta di Dio. Ve ne parlo perché io stesso ho avuto questi pensieri. Pensa che Dio gli mandi quel castigo perché ha fatto qualcosa che non doveva fare. Naturalmente questo non è così terribile, così brutto, come invece può essere un altro atteggiamento che taluni hanno, per esempio quello di ribellione. Altri appunto, invece, si ribellano a Dio e dicono: “Dio non doveva mandarmi questa cosa perché io non la meritavo”. Senza neppure pensare di avere una certa responsabilità in questo. Quindi vi sono proprio due punti di vista che segnano la misura dello stato d’animo di chi soffre e dello stato che questo ha nei riguardi di Dio. La prima è ribellione, cioè credere di essere vittima di un’ingiustizia e che quindi Dio abbia mandato questo dolore così, gratuitamente, ingiustamente, senza causa. L’altra, invece, è credere di aver fatto qualcosa di errato per cui si sia suscitata la collera di Dio e che Dio, quindi, si vendichi.
Ora, né l’uno né l’altro sono esatti modi di vedere quello che accade. Però, fra i due, certamente quello che ricerca la causa dell’errore di fronte a quello che, invece, si ribella partendo dal punto di vista di avere assolutamente ragione e di non avere fatto niente che possa avere determinato quella situazione dolorosa, il primo punto di vista è qualcosa di più vicino alla Verità che l’altro. Per quanto, ripeto, anche il primo non sia affatto vero.
Ora, quando capita qualcosa, si pensa sempre che questo qualcosa venga dall’esterno; sembrerebbe quasi che Dio fosse lì e ogni tanto toccasse come alle bocce… no, quel gioco dei birilli, è vero? Che si tira una palla e ogni tanto si butta in terra qualche uomo, si cerca di colpirlo. Perché queste cose, queste che voi chiamate prove, queste situazioni difficoltose e dolorose, voi pensate sempre che vengano dall’esterno. Ma invece ciò non è esatto perché, vedete, ogni essere – non solo umano, ma anche della scala naturale -, ogni pianta, ogni animale è una sorta di “tutto” che ha una sua struttura ben precisa. Io ho qui davanti a me questo apparecchio il quale è immobile, non ha autonomia. Ma se fosse dotato di autonomia e facesse qualche cosa, facendola in un determinato modo, provocherebbe a se stesso anche un danno: se agisse contro le leggi che ne determinano l’esistenza ed il funzionamento, evidentemente provocherebbe in se stesso un danno. E se fosse dotato di sensibilità, ecco che ne soffrirebbe, il danno si ripercuoterebbe in modo sensibile ed egli avvertirebbe il dolore. A quel punto sarebbe ridicolo che l’apparecchio dicesse: “Dio mi ha mandato questo dolore”. Se fosse onesto e vedesse le cose chiaramente, dovrebbe capire che non glielo ha mandato Dio direttamente come una punizione, come un dono in senso negativo, col dolore. Ma che, agendo per ignoranza o per incomprensione, o agendo anche nella conoscenza, ma contro le leggi che determinano l’esistenza, egli stesso e da sé si è procurato quel danno e quindi quella sofferenza.
Così è di voi, cari; quando voi avete una sofferenza fisica, un dolore, una malattia, non fate che rivelare, nel vostro essere, l’effetto di qualcosa che avete fatto – consapevolmente o anche inconsapevolmente – che era contro le leggi che determinano la vostra esistenza di “esseri”. E quindi non è Dio che in prima persona e direttamente vi manda quel dolore, ma è semplicemente una reazione a ciò che avete fatto senza comprendere in pieno.
Voi direte: ma quando invece vi sono delle catastrofi o delle disgrazie che accadono e che non vengono da dentro il mio corpo fisico, che non si rivelano dentro il mio corpo fisico, ma vengono da fuori, oppure da altri miei simili che mi affliggono, che mi fanno soffrire ecc. ecc., come la metti, caro François, con questo tuo discorso? Ed io vi dico che la metto nella stessa maniera, perché voi dovete pensare di far parte di un Tutto; che il vostro essere non si limita al vostro corpo, ma che voi siete – e noi siamo tutti -, come una cellula di un immenso organismo. Siamo immersi in questo immenso organismo e ciò che sembra venire dall’esterno, in effetti viene sempre dall’intimo, nell’intimo di questo immenso organismo del quale noi facciamo parte. Quindi anche una disgrazia che può accadere apparentemente all’esterno e che ci ferisce, ci colpisce, ci dilania, è qualcosa che accade per la reazione che questo Tutto-Uno ha nei confronti di chi, a suo tempo, l’ha smossa. Anche ciò che sembra venire dal di fuori, in effetti è sempre stato causato dal di dentro di ognuno di noi. L’effetto può venire e ricadere sul corpo fisico, come sul corpo astrale, come sul corpo mentale. E lo strumento attraverso il quale questo effetto ricade, può essere insito nell’interno di ogni essere singolo; oppure può essere al di fuori dei suoi veicoli, ma anche quando è al di fuori dei suoi veicoli, è sempre nell’interno e all’interno della sua realtà.
Questo mi premeva precisare a voi che spesso parlate di Karma come di qualcosa che ancora non avete ben compreso e centrato a pieno. Voi che pensate sempre che le difficoltà vengano inviate da Dio e magari imprecate contro di Lui. Ricordatevi: siete voi che non avete agito in armonia alle leggi che stabiliscono la costituzione del vostro essere.
Quello che ancora desideravo dirvi, cari, riguarda una affermazione che un po’ si ritrova in certi… Maestri – così chiamiamoli, umani, incarnati – o presunti tali, o sedicenti tali, i quali credono nella legge di causa e di effetto, cioè nel Karma, è vero? Vi sono taluni i quali, dopo aver detto o lasciato credere di essere dei Maestri altissimi, addirittura incarnazioni del divino, si sono poi trovati in difficoltà inerenti alla salute del loro veicolo fisico, del loro corpo, è vero? Ed hanno sofferto anche visibilmente ed anche lungamente. La spiegazione di questa sofferenza è stata che questi Maestri si sarebbero presi su di sé il Karma dei discepoli, o addirittura appunto… non come fatto sporadico… Ma che vi sarebbero degli “Avatar”, delle incarnazioni divine, che avrebbero questa possibilità: di portare su di sé il Karma di altri uomini.
Questa proprio è una cosa che a me non va di lasciar passare sotto silenzio e che voi vi crediate. Tutte le volte che qualcuno ve la dice, io vi prego di correggere questo errore, perché fare una simile affermazione significa non avere capito proprio niente del Karma, cari, proprio niente! Cioè significa dare al Karma il significato di qualcosa, di un debito, che in tutte le maniere dovrebbe essere pagato nei riguardi d’Iddio, no? Così come dice: “Tu, Dio, devi avere da Tizio due milioni, e siccome Tizio non te li dà, te li do io; Tu sei contento lo stesso perché i tuoi due milioni li hai avuti, che te li abbia dati lui o che te li abbia dati io”.
Ecco, questa è né più né meno la visione del Karma che esce fuori da una simile affermazione. Mentre si sa benissimo – e i Maestri vostri l’hanno spiegato chiaramente e decisamente -, che il Karma non ha questo aspetto così sciocco, così crudele, in fondo; ma ha l’aspetto proprio personale, diretto alla persona. Non può essere assunto da un altro. Che cosa significa? Puoi tu insegnare – vero figlia Giuliana -, ma puoi tu capire per i tuoi alunni? Debbono essere loro che comprendono la lezione; tu la sai benissimo, tu che sei la maestra loro sai benissimo e quindi è inutile che tu faccia il loro compito. Non ha senso assolutamente. Quindi il Karma non è assolutamente trasferibile da una persona all’altra. Perché, al limite, se lo fosse, si farebbe del male a quella persona, anzi. Non ci sarebbe correttivo. Sarebbe una cosa inutile e fine a se stessa, perché proprio, invece, vivendo quel Karma, la persona impara. E non facendoglielo vivere non impara.
Ecco, questo mi premeva sottolineare, in senso generale, per tutti.”