Incontro pubblico all’Alpha Centauri Firenze 11-12-1982
François:
“Cari amici, buonasera! Vi avevo fatto una piccola promessa ultimamente, quando, per la prima volta volli presentarmi fra voi e dissi: “ In altra occasione, spero che vi saranno delle domande”. Ecco, questa sera, più che per rispondere alle domande, vengo qua per complimentarvi con voi perché questa è stata una riunione veramente bella, che ha seguito, più da vicino, il cliché che dovrebbe essere proprio alle cose del Cerchio, cioè non una cattedra con delle persone esperte, dei vecchi barbogi che seguono da tempo e che hanno sempre delle risposte (questo è detto senza riferimento ai cari amici che in altre occasioni si sono prestati a rispondere alle vostre domande). Ma semplicemente come una conversazione fra voi, che siete qua riuniti, e che avete in comune questo interesse per le cose che dicono i Maestri. Questa sera, veramente, devo dire che la serata è stata proprio improntata con il giusto cliché, se di cliché si deve parlare e se cliché deve essere. La prima domanda di questa sera è stata fatta da una giovane, nuova amica che, infondo, è andata a trovare uno degli argomenti che sembrano più difficili e a questa domanda un po’ tutti avete partecipato nel dare la risposta, devo dire anche, in maniera veramente centrata. Quello che c’è da tener presente nel concetto di Dio presentato dai Maestri è il fatto che si discosta completamente da quanto invece è stato illustrato dalle religioni dell’occidente e dell’oriente, cioè che l’emanato, l’esistente, il cosmo, l’uomo, è un atto di creazione di Dio, perché anche se guardiamo alla concezione più vicina alla Realtà – che è quella del Panteismo orientale- c’è questo Dio che è tutto che però ha l’emanazione e il riassorbimento; quindi è un Tutto che conserva ancora in sé qualcosa che diviene. Quindi, non è molto esatto e non molto aderente alla Realtà. Altra differenza è nel Dio illustrato dalla vostra religione, quella dell’occidente, il Dio del teismo, il Dio che crea e trae dal nulla tutte le cose. Anche questo non corrisponde alla realtà, alla verità. Il concetto di Dio illustrato dai Maestri, è ben diverso, perché per comprenderlo bisogna prescindere dal fatto di creazione o di emanazione dentro se stesso di tutto quanto esiste. Dio è Assoluto e contiene sempre e da sempre e per sempre tutto quanto esiste. Siamo solo noi, esseri limitati, che nella nostra relatività e soggettività percepiamo la realtà in divenire, come se ad un dato punto fosse nata e poi morisse, perché così è il gioco della percezione. Gioco della percezione che ha una ben precisa ragione, che è quella di far affermare, sviluppare, manifestare gradi di sentire, stati di coscienza sempre più ampi: ma è una nostra illusione quella di vedere qualcosa che nasce e poi va a morire. Se non fosse illusione, sarebbe legittimo chiedersi: “ Che bisogno aveva Dio di far manifestare, far nascere tutto questo? Se ne poteva rimanere nella Sua assolutezza e – infondo, infondo, diciamolo chiaramente, in termini un po’ crudi – non venire a farci soffrire e a crearci dei problemi. Allora, invece, miei cari amici, il concetto errato è questo. Tutto quanto esiste fa parte di Dio da sempre e per sempre. Immaginate come un immenso organismo (lo diceva anche il Maestro Orientale nell’ultimo messaggio) di cui ciascun essere è una cellula e c’è da sempre e per sempre: quindi non ne esce, né ritorna mai. E’ sempre lì. Ed il fatto che noi siamo sempre è perché contribuiamo all’Assolutezza di Dio e siamo parte integrante della Coscienza Assoluta. Certo, voi direte: “ Talvolta (un caro amico ha fatto la domanda sul dolore) questo esistere è doloroso”. E’ vero, è vero. Lo stesso nascere, vivere, costa fatica; talvolta è veramente straziante. Che bisogno c’era del dolore in Dio? Ecco, c’è questo cari: che il dolore è sempre l’ultima alternativa alla comprensione: prima di giungere al dolore si può comprendere attraverso la mente ed attraverso la fede. Quando, per cattiva volontà, non si riesce a superare qualcosa o a trattenersi dal fare qualcosa che reca danno ad altri, allora si crea un’esperienza, cosiddetta diretta, la quale conduce la creatura, che non ha compreso, ad avere un effetto doloroso. Quindi, il dolore è l’ultimo rimedio. Ciò non toglie – dice l’amico – che il dolore sia sempre dolore. Ecco, purtroppo, è l’ultimo rimedio e quindi, da un punto di vista, è l’unica medicina che conduce a comprendere chi, prima non ha voluto comprendere attraverso ad altre vie. E’ l’ultimo rimedio. Sì, la vita può essere fatica, grave dolore, voi che ne siete immersi lo sapete meglio di me: però, state certi cari, che quello che si paga, in confronto a quello che si riceve, è una minima parte. Infondo, ciò che sembra così immenso, così grande da superare e da sopportare, quando è trascorso veramente sembra niente, sembra qualcosa che è impossibile possa averci travolti e distrutti: sembra incredibile che noi possiamo essere stati soggiogati da questo dolore e che nel momento in cui noi lo vivevamo, non vedessimo via di uscita. Ecco, cari, io non ho altro mezzo di convincervi che questo modo di parlare, di avvicinarmi a voi; però, pensate, ognuno di noi, ogni essere non finisce, non finisce neppure il suo sentire: il suo sentire è continuo, è un sentire continuamente cangiante, di momento in momento, e questo scorrere da un sentire all’altro, che è illusorio, conduce alla costituzione consapevole di un essere, di ciascun essere, e questo scivolare da un sentire all’altro, conduce ogni essere a riconoscersi nell’assolutezza di Dio. Pensate la meraviglia: nell’assolutezza di Dio, dove v’è coscienza assoluta, dove tutto è sentito globalmente – ma non nel singolo particolare – dove tutto è presente in maniera imperitura. Quindi, comprendo che nello stato di limitazione come noi siamo, cari amici, può benissimo accadere che borbottiamo, protestiamo, non comprendiamo; però, se le cose che ci sembrano difficili e tremende sono affrontate con semplicità, cominciando da poco e da vicino, state certi che, a poco a poco, la risposta giunge. Ed è una risposta che dona comprensione, una risposta che è rivelatrice e che veramente fa trarre un sospiro di sollievo e di felicità. Io spero ancora di tornare fra voi, così per conversare, per rispondere alle vostre domande ma soprattutto spero che voi possiate trovare in queste riunioni quell’amicizia, quella comprensione, quel conforto, quella compagnia che vi manca. Mancano a tutti, anche a coloro che hanno famiglia, che hanno figli, che hanno genitori, mancano a tutti. Amici io vi vedo e lo so: mancano a tutti, non solo a quelli che sono soli. Ecco, io spero che voi riusciate a trovare tutto questo qui con noi. Io spero di essere un portavoce, abbastanza passabile fra voi e i Maestri: spero di esserlo, perché è la cosa che più desidero. E allora, con un veramente sentito “a presto” vi abbraccio tutti e vi stringo a me. A presto cari, a presto!”