Il tempo non esiste

11/02/1971                           

KEMPIS:

“Salve a voi.

Certo si è che non possiamo lasciarvi per un poco del vostro tempo senza che le idee vi si confondano, e che poi l’addebito di questa confusione non ci venga imputata in qualche modo.

Ma è ancora una volta importante che voi poniate attenzione al senso del tempo. Che voi non cadiate nell’errore di credere ad un tempo che scorre oggettivamente, di pensare che il tempo sia qualche cosa che in un certo senso – pur non esistendo nell’Eterno Presente – esista in un modo, direi, oggettivo laddove, appunto, è il mondo sensibile, tangibile, percettibile, ma limitato. Ora questo sarebbe un grave errore: ricadere in questo significa, inconsciamente, cercare di ritrovare quegli appigli che ci piacevano, fino ad oggi, e dai quali soffriamo a separarci. Ecco che il tempo forse rappresenta, per taluno di voi, una sorta di simbolo di realtà di questo piano fisico; e nonostante che le nostre parole abbiano proprio lo scopo di demolire questa posticcia realtà del piano fisico. Eccoci allora all’esempio delle varianti che voi avete ricordato questa sera; e cioè se una variante di due azioni, possa in un certo senso durare meno.

Quando vi facemmo l’esempio della variante, della frase letta e non udita – o viceversa – noi prendemmo proprio la variante esistente nel piano fisico. Alcuni percorsero la strada nella quale la frase era saltata, altri percorsero l’altro fatto nella quale la frase era letta. E pur tuttavia entrambi giungeste a ricongiungervi in un medesimo fotogramma. Ecco dunque che questo ci dimostra come il tempo, in senso oggettivo, anche, con il valore che si può dare a questo termine nel piano fisico, non esiste. È tutta una questione creata dalla mente perché se il vostro essere sensibile interiore – e quindi la facoltà di percepire, attraverso alla mente, al veicolo astrale – anziché essere legato ad un veicolo fisico – che per altro noi sappiamo inesistente in quanto sminuzzato in una quantità di fotogrammi del piano fisico -, anziché essere legato a questo veicolo fisico, fosse legato… – avete mai visto una favilla che si sprigiona da un fuoco? – al ciclo vitale di durata di quella favilla, ecco che voi provereste la sensazione di lunghezza di trascorrere di una esistenza, come la state provando ora, anche in quel caso. Perché, ripeto, il tempo non scaturisce da un certo ritmo di trascorrere di qualche cosa, ma è una questione che sorge nell’intimo di ogni individuo. Se, per esempio, una azione comporta lo scorrere di un certo numero di fotogrammi – mi seguite? – e la variante a questa azione comporta lo scorrere di un numero maggiore di fotogrammi, ebbene due protagonisti che seguano l’uno una versione dell’azione, l’altro l’altra versione, giungeranno a ricongiungersi nelle varianti – ammesso che il loro “sentire” sia contemporaneo – contemporaneamente, perché, ripeto – come giustamente avete detto – il tempo è quello che i fotogrammi segnano. Il tempo è quello che l’individuo – dicendo più esattamente – che l’individuo sente intimamente immedesimandosi nei fotogrammi. Dunque non vi è un risucchio di attenzione, un accorciare, in un certo senso, la vita anche fisica per colui che segue una variante più breve. Mi seguite, figli? Ma è tutta una questione interiore per cui anche uno scorrere brevissimo può diventare lunghissimo e viceversa.

La riprova di tutto ciò è in una cosa detta tanto da essere addirittura… abusata, quanto sia soggettivo lo scorrere del tempo, è vero? Quanto a volte sembra veloce questo scorrere, e quanto, invece, lunghissimo. Tutto dipende da uno stato d’animo, da uno stato interiore dell’individuo.

Ma oltre al “sentire” contemporaneo, esiste il “sentire” non contemporaneo. Questo voi lo sapete bene perché è stata questa Verità che, nello scorso ciclo di riunioni ci ha tormentato durante lo studio delle varianti. Tutto sarebbe stato facile se vi fosse sempre la contemporaneità del “sentire”, se fra le creature che sono rappresentate in un fotogramma e che in qualche modo, appunto, sentiranno questo fotogramma – in linea di massima -, esistesse una contemporaneità di “sentire”. Ecco che le scelte dell’uno che potessero influire sulla vita dell’altro si potrebbero comprendere in quanto lo scorrere dei fotogrammi, attraverso al “sentire”, sarebbe di pari passo e quindi facilmente comprensibile il variare una storia. Ma quando due o più creature che sono rappresentate viventi in un fotogramma, in una serie di fotogrammi, comprendenti varianti, invece non percepiscono queste serie contemporaneamente – e pure apparendo che le scelte di uno influiscano sulla vita dell’altro -, noi ci troviamo di fronte ad un ostacolo quasi insormontabile nella comprensione. Ma anche di questo abbiamo parlato e non vogliamo ripeterci, perché basterà che voi – se avete ancora qualche dubbio – non lo udiate chiarito da noi, ma rileggiate quello che, lungamente, abbiamo detto; anzi, in un primo tempo, cercato di farvi dire.

Ora però vogliamo parlare di un caso differente. Non vogliamo parlare delle varianti in sé, ma della preghiera.

Ecco, supponiamo che vi sia una creatura la quale sia ammalata di una malattia X, la quale malattia X sia dalla scienza degli uomini diagnosticata come incurabile. – Mi seguite, figli e fratelli? -. Supponiamo che i parenti di questa creatura preghino. Preghino per aiutare la loro congiunta o il loro congiunto. Preghino grandemente, intensamente. Ora voi vi domandate: “Quale effetto ha la preghiera?”. La preghiera ha sempre un effetto. Ma nel caso del quale noi parliamo – voi sapete che gli esempi si possono costruire su misura – ma questo, direi, può essere un esempio che riflette effettivamente la realtà. Vediamo che cosa accade.

La creatura ammalata viene sottoposta ad una terapia ed esiste, per questo fatto, una serie di fotogrammi. Questa terapia ha un certo esito, ma come variante a questa azione, a questo insieme, a questa cronistoria, ce n’è un’altra nella quale la medesima terapia, sfocia, si realizza con una prognosi molto molto più favorevole. Ecco come sta il problema: parenti che pregano… – naturalmente questo diventa quasi infantile e quasi fa ridere: sembra la favolina della nonna, detta come io la sto dicendo, togliendo tutto quell’aspetto mistico meraviglioso che è legato alla preghiera -, ma facciamo per parlare, non oso dire scientificamente, ma in senso positivistico, in senso logico, è vero? Parenti che pregano, terapia che sfocia con prognosi favorevole, rassicurante. È vero, figli? Parenti che non pregano, terapia che sfocia con prognosi meno rassicurante, dubitativa. Dunque vedete che esiste la storia e la contro-storia. Direte voi: “Che cosa cambia? Cosa opera la preghiera?”.

Intanto c’è da dire che nella linea generale, nella vita della creatura ammalata, in effetti non cambia l’esito finale in quanto che, anche se la prognosi è meno favorevole e più dubitativa, tuttavia non… non c’è condanna. (È esatto. Mi suggerisce l’espressione la figlia N.). In nessun modo c’è condanna, anche nel modo più sfavorevole. Per parte dei parenti che pregano, voi vedete che la preghiera si riversa immediatamente con effetto benefico su loro. Perché? Che cosa accade? Essi hanno la certezza che il loro congiunto non soffrirà e non perirà di quella malattia. Mi seguite, figli e fratelli? E per il congiunto che cosa accade? Niente muta perché il congiunto non saprà mai, né nell’un caso né nell’altro, che l’effetto della malattia poteva essere disastroso. Questo parlando proprio strettamente in tema di varianti. E voi dite, allora: “Dunque che cosa accade con la contemporaneità del ‘sentire’?”. La non contemporaneità del “sentire” voi vedete che convive benissimo con queste varianti perché: il malato seguirà la sua strada, quella cioè del suo Karma, e voi sapete che il Karma non comporta possibilità di evasione, di varianti. È vero? E voi vedete che i parenti, invece, cercando di beneficare il proprio congiunto, sperimenteranno immediatamente la legge di causa e di effetto, in quanto essi stessi, per primi, saranno beneficati dalla potenza della preghiera.

Questo è un esempio tirato in modo molto molto semplicistico, ma serve per ricondurvi ancora a valutare l’importanza delle varianti; a cercare di farvi comprendere quanto queste possano benissimo sussistere anche con la Verità della non contemporaneità del “sentire”.

Certo si è, figli e fratelli, che dire queste cose rappresenta per noi una grande… tribolazione. In questo senso: queste cose, voi sapete, non si trovano scritte né dette pubblicamente. La ragione di ciò sta nel fatto che il pubblico non è pronto per apprendere a cuor leggero queste Verità. Queste Verità distruggono quel mondo di favola, romantico, di fantasia, che appare fino a questo orizzonte; fino a un passo prima di questo orizzonte. Noi vi parliamo della Verità che sta oltre il piano fisico, il piano astrale e il piano mentale: ci stiamo interessando della Verità che è nel mondo akasico. Ed attraverso a questa Verità – che non è ancora l’ultima, badate bene, e questo voi lo sapete – cerchiamo di farvi comprendere come il finito possa stare all’infinito, come lo scorrere all’eternità, il tempo al non tempo, lo spazio al non spazio e via dicendo. È vero, figli e fratelli? Questo cerchiamo di farvi comprendere.

Ma queste verità hanno un costo: costa sapere, per chi è attaccato ancora alla vicinanza del “sentire”, e crede ancora a questo svilupparsi e svolgersi del Cosmo, di mano in mano, costa sapere che tutto già esiste; che non ha importanza che il “sentire” delle persone a me care non sia contemporaneo al mio “sentire”. Costa perché non si riesce a capire che il Tutto è il nostro ambiente: non vi dico solo “il Cosmo è casa nostra”, ma il TUTTO. E il fatto che una persona a me cara non percepisca contemporaneamente i frutti che questi fotogrammi che io sto vivendo danno a me, non ha alcuna importanza perché tutto rimane nel TUTTO; e se non li ha già percepiti, questi frutti, dato che non li percepisce contemporaneamente a me, li percepirà. Non ha importanza; tutto rimane nel nostro ambiente. Ed in ultima analisi, tutto è sempre. Tutto è sempre contemporaneo e senza trascorrere, se andiamo oltre il piano akasico.

Ma, comprendo, costa: costa sapere che aspetto diverso ha la preghiera: che alcune volte, nonostante tutta la nostra buona volontà di aiutare le creature, nulla possiamo fare perché la creatura non deve essere aiutata; non può essere tolta, a quella creatura, l’esperienza dolorosa che deve subire. E una infinità di altri aspetti.

Per questo motivo – figlio Loreno – noi vi diciamo queste Verità con grano salis, con molta precauzione, con molta circospezione. Comprendo che sarebbe molto bello per voi un colloquio continuo, un contatto immediato. Ma… ma nessuno mai, nel punto di trapasso da quelle Verità – quelle che voi conoscete già da tempo – a queste ha mai saputo tutto insieme: troppo diverso è il modo di vedere e di concepire. E questa difficoltà che puoi riscontrare nel considerare il mondo dei fotogrammi, ora dalla parte appunto dello scorrere, ora dalla parte dell’Eterno Presente, deriva da una sorta di istinto direi di conservazione, da una sorta di istinto di lasciare le cose come sono che è insito in ogni individuo. Una specie di difesa contro qualcosa di nuovo e talmente nuovo che quasi sconvolge. Ora noi…

Ma prima sconvolge, prima distrugge, prima di costruire. Ora noi ben volentieri rispondiamo alle vostre domande. Ma non vogliamo essere quelli che vi distruggono cose che ancora, forse, voi non dovete vedere distrutte. In ogni caso sempre, voi stessi dovete essere a distruggere.

Quindi con molta precauzione vi facciamo intravedere questa Verità differente, mai proclamata. Sempre con l’intento che siate voi ad afferrarla, che siate voi a scoprirla nella sua giusta luce. E questo è l’augurio che anch’io vi faccio.

Pace a voi.”

Lascia un commento