Commenti a cura di Andrea Innocenti
Brano tratto da OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 166-167
Kempis: “I più grandi nemici dell’umanità sono i rivoluzionari perché con le loro azioni, ed anche meno, con i loro discorsi, con le loro idee, turbano la tranquillità degli ambienti, dei benpensanti, di coloro insomma che cominciano ad adagiarsi su posizioni acquisite e che danno una certa tranquillità. Ebbene, lo stesso Cristo, Suo malgrado, fu un rivoluzionario e seguendo questo paradosso potremmo dire che Egli fu il peggiore malfattore dell’umanità, perché cominciò con l’istillare nuove idee in quelle che i suoi contemporanei avevano già acquisito, adattato ai propri modi di vivere, ai propri egoismi, ai propri tornaconti. Istillando nuove idee turbò la tranquillità di tante creature; non solo, ma addirittura molti, che non lo compresero, diventarono «gli illusi» e più il tempo passava, più gli illusi crescevano, più le Sue idee erano male interpretate; fino a che non si eressero dei roghi per bruciare chi si pensava andasse contro quello che ciascuno credeva essere la Verità portata dal Cristo, o chi, più platealmente, era contro gli interessi di una qualche parte. Quindi se il Cristo non fosse stato il Figlio di Dio, indubbiamente da questo punto di vista, sarebbe stato il più grande malfattore dell’umanità! Impallidiscono le stragi delle guerre in confronto alle notti di San Bartolomeo ed a tutti i roghi dell’Inquisizione che nel nome di Cristo si sono eretti! Eppure – ermeticità del Vero – il Cristo è il Maestro per eccellenza, il Signore della Terra. Chi ci capisce qualcosa, indubbiamente, è bravo. Ancora un paradosso, ancora un controsenso! Ma proprio questo parlare di Kempis turba e mette in movimento ciò che, finalmente, con tanta pazienza e tanta buona volontà, eravate riusciti a capire! Figli e fratelli, il progresso è fatto di questo. Le nuove idee – anche se non capovolgono quello che fino ad allora si era creduto, ma anzi lo esplicano ulteriormente – sono destinate a produrre questi fermenti. Gli uomini, da un eccesso all’altro, girano intorno alla linea diritta dei nuovi concetti e vibrano, quasi fossero particelle attratte o respinte. In questo alternarsi da una posizione all’altra, finalmente si giunge a percorrere il nuovo concetto nel senso, nella direzione esatta. Ma ecco che, non appena questa direzione è raggiunta, non appena questo alternarsi accenna a diventare, da una linea a zig e zag, una linea retta, ecco che proprio allora un «guastafeste» presenta un nuovo modo di vedere e, da capo, il fermento ha nuovamente inizio. Tutto è vibrazione, tutto è passaggio, tutto è movimento nel Cosmo; eppure se noi confrontiamo il moto unidirezionale di un Cosmo, rispetto al moto assoluto, vediamo il Cosmo come fermo.”
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Il Maestro Kempis inizia questo paragrafo, fra i primi del libro “Oltre l’illusione” dedicati all’insegnamento esoterico, con questo inciso che apparentemente sembra non riguardare il tema dell’insegnamento esoterico, ma se riflettiamo bene ci rendiamo conto della sua importanza, esso è la spiegazione di come i Maestri svilupperanno la Loro dottrina. Nel libro “Dai mondi invisibili” la realtà della quale parlano è duale (io e non-io) ed interpretata secondo la logica del divenire. I Maestri parlano della realtà secondo la percezione che la normale mente umana ha. In quel caso siamo ben lontani da immaginare o pensare il mondo diversamente da come ci appare. Ora però le Guide del Cerchio propongono un salto di qualità, invitano a ragionare come si penserebbe in una dimensione non più duale e basata sulla visione della Realtà Essere. Questa è la Loro vera rivoluzione, che non rinnega il divenire in quanto modalità di percezione dovuta a certe limitazioni della coscienza, ma la supera perché presuppone coscienze meno limitate e perciò capaci di comprendere una dimensione più aderente alla Realtà Assoluta, che è in essere.
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Kempis: “«Ma il Cosmo – direte voi – invece si muove». Certo che si muove. Ed ecco la vostra discussione di questa sera. Volete sapere se questo Cosmo, come gli altri, si consuma, finisce, cessa di esistere nel piano relativo. Come potete voi vedere nell’Assoluto, laddove tutto è eternamente presente – nel senso che non vi è scorrere di tempo, né misurarsi di spazio – la Manifestazione del Cosmo? Come è possibile vedere nell’Assoluto, cioè nella Realtà, l’esistenza di un Cosmo? Voi sapete che un Cosmo non è la Realtà Assoluta, di Assoluto non v’è che Lui. Tutto ciò che non è Assoluto è relativo; il Cosmo, quindi, è relativo, pur tuttavia è contenuto nell’Assoluto. Un Cosmo, come relativo, non è in una condizione di esistere di Eterno Presente, cioè senza tempo e senza spazio, perché solo l’Assoluto è in questa condizione di esistere. Il relativo ha quindi un tempo ed uno spazio. «E come – direte voi – ciò che ha tempo e spazio può essere contenuto in ciò che non ha tempo e non ha spazio?». La risposta è: «Perché il relativo nell’Eterno Presente non esiste quale voi e noi in questo momento lo vediamo, lo sentiamo, lo misuriamo. La sensazione di tempo e di spazio quale la conosciamo è del Cosmo; solo qui ha senso, valore e rilievo». Pur tuttavia il Cosmo, la Manifestazione, è contenuta nell’Assoluto ed è contenuta nel modo in cui esiste oggettivamente. Esiste dunque oggettivamente? Un Cosmo esiste oggettivamente, perché tutto è contenuto nell’Assoluto, e tutto quanto è contenuto nell’Assoluto ha quindi un’esistenza reale ed oggettiva, la quale è cosa tutt’affatto diversa da quella che voi in questo momento state vivendo. Non si può quindi, ripeto, dire che questo Cosmo quale voi e noi lo sentiamo, lo viviamo, lo misuriamo ora in questo momento, tale è nell’Assoluto, nell’Eterno Presente, perché è inconcepibile che ciò che ha tempo, spazio, trascorrere, misura e dimensione, esista con questo tempo con questo spazio con questa misura e con questa dimensione, in ciò che non ha tempo, non ha spazio, non ha dimensione. Pur tuttavia – altro paradosso – lì vi esiste, perché niente di ciò che esiste può essere al di fuori dell’Assoluto. Sottolineo: la sensazione del tempo e dello spazio è una sensazione, la quale tale si rivela ed acquista aspetto di realtà misurabile, controllabile, discopribile in laboratorio, sperimentabile, solo nell’ambito e nei limiti del Cosmo.”
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Kempis concilia il divenire con l’essere, in quanto la visione del divenire è una nostra percezione, ma poiché noi siamo nell’Assoluto, anch’essa fa parte dell’Assoluto, ma da Lui viene percepita anche nella sua dimensione di trascendenza, mentre attraverso i sentire relativi, cioè noi, dà corpo anche alla realtà del divenire, quando esprime il Suo aspetto immanente. In altre parole, il mondo che noi percepiamo è sempre reale, ma quale lo percepiamo lo è tale solo attraverso di noi, in quanto l’Assoluto ha la dimensione d’immanenza, mentre la sua esistenza acquista una differente realtà come è percepita dall’Assoluto, nello Suo stato di trascendenza.
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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.