Vivere la propria verità

Brano tratto da OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 111-116

Voce del Maestro Dali

Dali: “La pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli cari.

Verità, per l’uomo, è ciò che lui crede: infatti lo crede perché lo ritiene vero, e tale può ritenerlo indipendentemente dalla corrispondenza con la Realtà; cioè può ritenere vero qualcosa senza averlo accertato; ossia può credere per fede. Se l’uomo può credere per una sorta di intima convinzione svincolata da ogni prova, viceversa può ostinarsi a non credere per un suo intimo, infondato rifiuto. Quando crede istintivamente, non ha bisogno di prove; quando non vuol credere, nessuna prova sarà convincente per lui. Escludendo un secondo fine intenzionale, quando si crede o non si crede a dispetto della prova, si ubbidisce ad una necessità di ordine psicologico che può assumere anche aspetti patologici. La Verità in sé non ha alcuna importanza per chi ne fosse depositario ma non la vivesse; mentre è di somma importanza come ciascuno vive la propria verità. Se assurdamente credeste che un uomo fosse Dio e per qualche ragione lo tradiste, tradireste Dio, e il fatto che in realtà quell’uomo non fosse Dio non cambierebbe il valore del tradimento, anche se tradire Dio non è più grave che tradire un uomo. Dal punto di vista dell’esperienza individuale, la verità di fede non è certo meno importante della verità scientifica; tuttavia si può pensare che credere in qualcosa senza una conferma oggettiva, essendo un atteggiamento irrazionale, sia necessariamente dannoso; mentre in effetti è utile e buono solo ciò che fa bene, sicché può far bene ed essere utile e buono tanto la razionalità quanto l’irrazionalità; dipende dai casi e dalle persone. In senso generale, invece, si può dire che fa bene ed è buono ciò che serve a chiarire le idee, facilitare la comprensione e quindi ampliare la coscienza. Se la razionalità aiuta in questo senso, è buona la razionalità; se invece è la fede che volge a questa mèta, è la fede che fa bene. Si è – molto e spesso – portati a vedere fede e ragione agli antipodi, come se la fede non potesse essere ragionevole e la ragione non rimanesse, svincolata da ogni accertamento, tale, se ragione non rimanesse anche se svincolata da ogni conferma. Fede e ragione si alternano più assai di quanto si creda nella vita dell’uomo. Per quanto ognuno possa dire il contrario, fa suo malgrado continuamente atti di fede, e il mistico – coerente con se stesso e con la sua fede – non è forse in ciò estremamente logico? Quando si ascolta il parere, l’opinione di qualcuno, fosse anche il più esperto ed autorevole, si sottoscrive sempre un atto di fede. Inoltre, anche l’assoluta certezza che altri hanno raggiunto attraverso a prove, allorché si condivida solo sulla base della loro testimonianza è, per chi la condivida, un atto di fede. D’altra parte, se ognuno dovesse credere e fare solo ciò che lui stesso ha personalmente, ripetutamente e oggettivamente sperimentato, potrebbe credere e fare ben poche cose. Mentre invece, con tanti piccoli atti di fede, crede a quanto altri hanno accertato ed agisce sulla fiducia dell’esperienza altrui. Così, crede che esistano luoghi che non ha mai visitato, organi del suo corpo che non può vedere e – perché no? – altri corpi oltre il fisico. Che differenza c’è fra queste affermazioni? Perché l’ultima non si accetta con la stessa facilità con cui si accettano altre, pure non frutto di personali constatazioni? Per coerenza, se si è disposti a fare atti di fede accettando come vere le esperienze degli altri, poche sono le affermazioni che si possono fondatamente escludere. Certo c’è, e deve sempre esservi, una istintiva ricerca dell’oggettività o, per lo meno, della soggettività comune a più persone: intendo dire che è credibile una esperienza tanto eccezionale da accadere forse una sola volta nella vita di un uomo, purché la ripetibilità – che non può esservi a livello personale – la si ritrovi a livello generale, cioè nel fatto che più persone hanno avuto una simile esperienza. Sempre sul piano della ricerca dell’oggettività, si potrebbe obiettare che certe affermazioni, frutto della constatazione di alcuni, le si accettano, anche senza verificarle personalmente, purché – volendo – le si possano controllare. Cioè: da atti di fede possono diventare verità accertate personalmente. Mentre altre, anche volendo, non si possono verificare e quindi rimangono semplici opinioni. Per esempio, ognuno può accertare che nel corpo fisico dell’uomo esiste un organo chiamato fegato, mentre non tutti possono controllare che esiste un altro mondo oltre quello fisico. In altre parole, il fatto che l’affermazione non è da tutti controllabile toglie ad essa l’oggettività, la rende soggettiva, discutibile e dubitabile. Ed è tanto più dubitabile quanto più è singolare e quanto meno è diffusa. Una tale regola –metro a cui riferirsi può essere giusta e logica in astratto, ma quando poi viene applicata, può in sostanza dare un risultato opposto al prefisso che era quello di camminare sulla terraferma, nel paludoso terreno delle opinioni e delle affermazioni incontrollabili. Per esempio, se si prendono in considerazione le affermazioni dei mistici circa l’esistenza di un mondo spirituale, non si può dire che pochi siano stati quelli che hanno avuto esperienze estatiche dalle quali hanno tratto simili affermazioni; quindi siamo di fronte ad una molteplicità di esperienze e tutte, nell’aspetto essenziale, convergenti. Il metro della credibilità segna dunque una riserva consistente, anche se non piena. Infatti, perché l’affermazione sia oggettiva occorre che tutti possano ripetere l’esperienza del mistico ed accertare così la veridicità di quanto afferma. Ma il punto è proprio questo: il controllo personale e generale non può avvenire perché è impossibile in assoluto, o perché non lo si vuol fare? Supponiamo che, per controllo, io voglia ripetere l’esperienza che condusse Ohm a denunciare la legge- che ha preso il suo nome- circa la resistenza offerta dai conduttori al passaggio della corrente elettrica. Una cosa semplicissima per i tecnici del ramo; una cosa incomprensibile, perfino nella stessa enunciazione, per tutti gli altri. Tuttavia si dirà che con pazienza, studio e applicazione, anche un profano può osservare e capire il principio e toccarlo con mano attraverso una dimostrazione sperimentale. Bene. Il discorso fila ed è così vero che lo rimane anche per la dimostrazione di un’altra realtà, quella del mondo spirituale. Infatti, con pazienza, studio e applicazione si possono sviluppare certi sensi che danno a chi li possiede la capacità di vedere ciò che gli occhi non fanno vedere. Certo, occorre un po’ più di tempo e molta più applicazione, ma lo consentirete, se fate il paragone fra una semplice legge della fisica e l’esistenza di un mondo assai più vasto di quello materiale, il discorso è lo stesso. Il mistico è colui che ha la preparazione- se volete – necessaria a sperimentare una parte della realtà non immediatamente sperimentabile da tutti, così come l’elettrotecnico ha la preparazione necessaria per toccare con mano, per provare una legge della fisica oscura, nascosta e ignorata da chi non ha quella particolare preparazione che lui ha. Entrambe le esperienze, quella del mistico e quella dell’elettrotecnico, sono verificabili solo da chi abbia le doti necessarie, e quindi non si capisce, sul piano della validità, perché la testimonianza dell’elettrotecnico dovrebbe essere più credibile di quella del mistico. Dirò di più: non si capisce nemmeno come, allorché si parla della legge di Ohm, nessun profano – cioè coloro che non hanno la possibilità di verificarla- si sogni di contestarla; mentre ciò accade comunemente quando si parla della realtà spirituale. Ma c’è di più: mentre sul piano della tecnica nessuno può improvvisare, per quanto riguarda invece il mondo spirituale chiunque si sente l’autorizzazione di improvvisare ed arriva, perfino, a pensarsi pontefice di quel mondo. Ed eccoci al nòcciolo di questo discorso, perché certo la mia intenzione non era quella di intrattenervi sui paradossi del credere. Che cosa voglio significare? Voglio forse spingervi a credere a tutto? O peggio ancora, visto che sono poche le cose che voi potete verificare direttamente, voglio mettervi in mano ai sacerdoti delle varie discipline? No. Vorrei fare di voi degli esseri coerenti, equilibrati, che ragionano con il proprio intelletto; che si sottraggono al fascino di quelli che sanno di più; che quando debbono affrontare un problema, si documentano il più possibile e, quando non possono farne a meno, si rivolgono al tecnico. Ma il tecnico deve fornire delle soluzioni in armonia alle vostre ideologie, non viceversa; non deve istillare in voi delle ideologie per farvi diventare dei consumatori delle sue soluzioni. Vorrei che voi foste delle creature che non alimentano le caste che le corporazioni rappresentano nel mondo odierno; perciò vorrei che la vostra cultura fosse più ampia possibile, piuttosto che ristretta e approfondita, che abbracciasse un gran numero di discipline, perché in questo modo voi non contribuireste a creare tutte quelle specializzazioni, frammentazioni, che sono create non per necessità ma solo per aumentare i centri di potere. Vorrei che guardaste i vostri simili con la vera carità che non conosce distinzioni; che è benevolenza nei loro confronti, tolleranza, misericordia, comprensione; che è anche aiuto materiale, quando di quello c’è bisogno, ma soprattutto è aiuto di ogni genere. Si è caritatevoli quando non si porta rancore, quando si sorvola e si abbona ciò che si potrebbe esigere, quando si tace sulle miserie altrui. Vorrei che foste non solo soggetto di una simile carità, ma anche oggetto, perché ciò significherebbe che vi sono uomini buoni e che quindi si può sperare in un mondo più bello, in un mondo in cui la fede non è un’offesa alla ragione e la ragione ispira la fede. Ma indipendentemente da ciò, sempre vorrei che i vostri atti di fede poggiassero quanto più possibile sulla ragione e quanto più possibile fossero svincolati dall’altrui suggestione. Infatti, vorrei interrompere la vostra dipendenza dagli altri, perché quando si dipende da qualcuno si è sempre nelle sue mani. Vorrei che foste autonomi il più possibile e, quando lo foste divenuti, che allora collaboraste gli uni con gli altri, che dipendeste gli uni dagli altri. No, non è una contraddizione quello che sto dicendo, figli, perché vi sono più tipi di dipendenza: quella che io vorrei che voi aveste non è la dipendenza dell’irresponsabile, che si fa guidare dagli altri perché proprio non prova nessun interesse se non in ciò che riguarda i suoi bisogni più corporali, sensuali. Mentre c’è anche la dipendenza di colui che ha una abilità, una capacità e che la mette al servizio della comunità umana, che fa parte di una società i cui membri lavorano, agiscono concordemente, unitariamente, per il reciproco progresso; la dipendenza dell’essere consapevole, responsabile, che può dipendere solo da chi è più consapevole e più responsabile di lui stesso, da chi è in grado di dirgli: «La tua fede è la mia certezza!». Questo il vorrei per voi, o figli.”


[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.