Diverso modo di esistere di un’unica cosa

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 221-225


Voce del Maestro Kempis

Kempis: “V’è un episodio biblico che viene richiamato alla memoria ascoltando il nostro dire ed i vostri commenti. Certo che l’esempio non si adatta perfettamente: vi sono dei presupposti alquanto differenti. Ma non posso fare a meno di ricordarvelo, tanto, in certi momenti, il richiamo alla memoria sia così suggerito. È l’episodio del popolo che vuole giungere là dove è il trono di Dio, nel più alto dei cieli. E comincia a costruire una torre altissima per giungere alla meta prefissa. Ma sopraggiunge la confusione delle lingue per cui ognuno ne parla una per proprio conto e la costruzione che si fondava sulla reciproca collaborazione diviene impossibile. Ora qua non siete voi che volete carpire i segreti dell’Olimpo, dell’iniziazione più segreta; ma noi, che a forza, vogliamo trascinarvi al di là di quella soglia oltre la quale pochi hanno potuto guardare. E trascinandovi dobbiamo essere preparati ai vostri malumori, alla confusione dei linguaggi, ai rimpianti, a tanti e tanti interrogativi. Eppure vogliamo ad ogni costo spingervi oltre quello, che già sapevate. Ditemi, quale scopo poteva avere il seguitare a parlarvi degli insegnamenti che già avevamo ripetuto a sufficienza? Tanti sono gli interrogativi che ancora vi attendono. Ma se gli argomenti che abbiamo momentaneamente lasciati -per poi riprendere con un nuovo sapere – vi interessano ancora, altre fonti vi sono che di essi possono parlarvi, continuare a ripetere quello che già sapete. Noi, cercando di sfatare i pericoli di una novella torre di Babele, continuiamo a trascinarvi; a trascinare la vostra comprensione oltre gli schemi di un mondo che già conoscete a sufficienza. Oltre, laddove non è il tempo.”

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Simpatiche sono queste considerazioni del Maestro Kempis, perché esprimono il clima delle sedute, nelle quali, l’atmosfera era sì impregnata da grande spiritualità, ma non c’era un’eccessiva sacralità. L’atmosfera era amichevole, quasi famigliare ed anche il Maestro, che più degli altri poteva incutere un qualche imbarazzato timore, fa delle considerazioni come avrebbe potuto fare un insegnante di livello ben inferiore. Infatti Kempis spiega agli uditori, ora allievi, che lui deve andare oltre nell’insegnamento, e se loro vogliono continuare a riflettere sugli argomenti che egli ha già ampiamente trattato, possono liberamente rivolgersi ad altre fonti, che sono in grado di parlarne.

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Kempis:Una volta, constatando la differenza di evoluzione che esiste fra gli uomini, trovaste che ciò non era giusto e vi domandaste perché. Cercando di capire le ragioni, giungeste – forse anche dietro nostro suggerimento – alla conclusione che ciò dipendeva da un’ubicazione dei «centri di sensibilità e di espressione» nello spazio. Questa diversa ubicazione conduceva ad un diverso risuonare, ad un cammino più spedito di alcuni rispetto ad altri e così da un’iniziale diversità minima, si giungeva ad un’enorme diversità successiva e quindi a differenti evoluzioni. Oggi noi possiamo dire che oltre ad una diversa ubicazione nello spazio dei «centri di sensibilità e di espressione» e di «coscienza e di espressione» dopo, c’è anche una diversa ubicazione nel tempo. Ma quello che prima sembrava un’ingiustizia oggi appare invece eguaglianza. Già perché – aggiungo uno scandalo agli scandali – qua c’è l’eguaglianza perfetta. Una sorta di comunismo ideale, secondo il quale non vi sono creature diligenti e sgobbone che mangiano i tempi, ed altre che invece «ripetano», secondo un antico concetto. Quante cose vanno aggiustate alla luce delle nuove Verità! Ma tutte le creature camminano, pressappoco, di pari passo. E non v’è la necessità di attendere l’ambiente favorevole sulla Terra per passare alla successiva incarnazione, ma ciascun individuo, di volta in volta, va, si cala nell’ambiente favorevole alla sua evoluzione. Ebbene, chi ha «sentito» un ambiente adatto alla sua evoluzione e capace di condurlo un gradino più innanzi, ed ha completato quell’esperienza – cioè ha chiuso una vita sul piano fisico, tirate le somme nel piano astrale e nel piano mentale – non ha più bisogno di attendere che le lancette degli anni trascorrano ed anche dei secoli, a volte prima di potersi reincarnare, ma trova il suo ambiente favorevole più innanzi, più avanti secondo il senso del tempo fisico; e trova quell’ambiente pronto fino ad allora ad accoglierlo per dargli le necessarie esperienze, per aggiungere ulteriore evoluzione. Per fare sfociare il «sentire» da lui raggiunto di grado A, ad un «sentire» successivo di grado A+I. Ecco dunque che quello che fino ad oggi sapevate ha subito un ritocco. Gli ambienti son sempre pronti a ricevere l’individuo, allo scopo di fare sfociare il suo «sentire» in un «sentire» più esteso. Da un «sentire» precedente ad un sentire «seguente». E queste parole mi ricordano altre parole dette in altra circostanza, quasi identiche parole. Chissà che i due concetti vicendevolmente non si compendino!”

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Sempre in questa prospettiva di una visione duale della realtà, il Maestro descrive l’evoluzione dell’individuo, e come l’ampiezza della coscienza sia adattata all’ambiente circostante con il fine del suo sviluppo. Ma questa è una verità di passaggio, anche se nella sua essenza corretta. Infatti è vero, che un certo determinato ambiente permette alla coscienza di ampliarsi, ma l’ambiente non è lì, ed ad esso si collega il sentire per la sua evoluzione. È il sentire stesso, che crea l’ambiente adeguato a permettere l’ampliarsi della coscienza. Ovviamente il sentire non crea le situazioni che dovrà sperimentare in modo causale e caotico, perché anche lui, in ragione delle sue limitazioni, è condizionato dagli archetipi della coscienza cosmica, che regolano i passaggi necessari alle coscienze per superare le limitazioni stesse.

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Kempis: “Una minima variazione – dicemmo – che avrebbe portato un’enorme differenza. Ed invece noi vediamo che tutti i «sentire» hanno un medesimo grado iniziale: le lettere A che compaiono tutte sulla pagina del racconto in qualunque rigo esse siano dislocate. E poi le lettere B e poi su, su, fino a completare il racconto. Ma chi ha il suo «sentire» minimo in questa vostra epoca e completa la sua vita, la sua esperienza, e d è pronto per un altro «sentire» più esteso, non ha bisogno di aspettare che la Terra faccia 3 o4 o 5 mila giri per poi trovare, sulla Terra stessa un ambiente a lui favorevole. Non sale in qualche piano in attesa che la Terra giri. L’ambiente a lui favorevole, ancorché ubicato – e questo sempre – in un tempo futuro, rispetto a quello che egli ha lasciato, è lì che lo attende ed è pronto ad accoglierlo non appena potrà immedesimarvisi, indipendentemente da un girar di pianeti che, oggettivamente, non esiste. Questo mi premeva sottolineare. Cose, del resto, che da soli avreste colto, conclusioni che da soli avreste tratto.”

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Dopo ogni incarnazione, ed avere fatto un certo numero di esperienze, l’individuo non è più lo stesso. Avrà una nuova coscienza più o meno ampia, questo dipende dalla spinta della coscienza stessa. A quella vita, inevitabilmente ne succederà un’altra. Il sentire di coscienza, allora si collegherà ad un ambiente favorevole alla sua successiva evoluzione, e non sarà una sua libera scelta, perché questa sarà condizionata da ciò che serve al suo sviluppo. Ne possiamo dedurre, con molta precisione, che il luogo dove ci troviamo a nascere, i genitori che abbiamo, le esperienze che abbiamo fatte, facciamo e faremo, ecc. non sono assolutamente casuali, ma sono strumenti determinati dalle nostre necessità evolutive. Tutto questo toglie ogni motivo di recriminazione nella nostra vita, che non può non apparire quale madre consapevole e comprensiva, così come la causa della sofferenza si trova soltanto nei limiti della nostra coscienza.

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Kempis:Altre Verità s’intravedono, altre considerazioni; l’errata conclusione che ci fa sentire soli pur avendo attorno a sé tante creature. Pensando che il «sentire» delle creature che vedete non sia presente contemporaneamente al vostro «sentire», voi credete, o ritenete, che questo dia un sapore diverso alle vostre azioni e alla realtà del piano fisico. Ma nessuna differenza, in effetti esiste. Parlo più chiaramente: che il figlio S. In questo momento nel quale io «sento» questi fotogrammi, senta anch’esso con me o no, non toglie né accresce niente alla validità di questa mia esperienza. Il fatto che l’esperienza sia vissuta non simultaneamente da coloro che ne sono i soggetti e gli oggetti, non diminuisce valore all’esperienza. L’esperienza rimane integra nel suo significato. Quindi è errato pensare che questo nuovo modo di vedere possa togliere valore alla vita. Se mai lo modifica, perché v’insegna ad agire bene per l’agire bene; perché v’insegna a dare importanza all’intimo dell’uomo e al vostro intimo. Pensate, se di tutto quello che vi circonda niente fosse vero, ma l’unica Verità fosse l’intimo vostro, voi egualmente evolvereste. Se veramente la sensazione dell’iniziando di sentirsi solo nel Cosmo fosse giusta e reale, egualmente esisterebbe l’evoluzione. Se gli esseri che vi circondano non fossero creature reali, nella loro relatività, ma fossero «simulatori», la vostra esperienza interiore non diminuirebbe di un cubito, sarebbe egualmente valida. Per un astronauta che, senza saperlo, fosse chiuso in una cabina spaziale e vivesse un volo interplanetario simulato – ma simulato così bene da fargli ritenere di essere veramente negli spazi siderali – per quell’astronauta l’esperienza sarebbe egualmente reale e valida. È dunque importane l’intimo dell’uomo, il suo «sentire» e di ciascuno il proprio. Se di tutta questa bella assemblea di creature niente fosse vero e reale tranne l’intimo di chi parla, ebbene l’esperienza sarebbe certamente valida per me. Questa enunciazione non è una curiosità, ma un principio di Verità. Così se questo fotogramma pur essendo vissuto da tutti coloro che in esso sono raffigurati, fosse vissuto singolarmente da ognuno in tempi diversi, a ciascuno porterebbe il suo contributo di progresso, di esperienza; in ultima analisi, di evoluzione.”

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Il Maestro Kempis ribadisce con forza il concetto di quale veramente è il significato della nostra vita. Solo l’intimo nostro conta, ovvero il sentire di coscienza, il resto, illusione o realtà non è importante di per sé, ma lo è soltanto nella misura, che lascia un segno nella coscienza. Perché i Maestri ci dicono tutto ciò? Come si riflette nella nostra vita sapere questo? Non certamente per renderci abulici, rinunciatari od inerti, ma per stimolare il nostro agire secondo una nuova motivazione, che non sia dettata dall’egoismo, dall’avidità e dall’odio, ma sia quella disgiunta dall’interesse personale. «Non hai diritto ai frutti dell’azione» dice il Dio Krishna ad Arjuna nella Bhagavad Gita. Così la pensano i Maestri del Cerchio e questa è, secondo Loro, la meta per la nostra evoluzione. Questo traguardo indicherà, che il sentire di coscienza ha superato le limitazioni, che gli impediscono di riconoscersi quale stessa espressione di Dio.

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Kempis:Ciò che arreca al mio intimo evoluzione e sviluppo, non è il fatto che dietro quello che gli occhi di un corpo fisico vedano vi sia o non vi sia, contemporaneamente al mio, un «sentire», ma è il fatto che io viva questo fotogramma. È il fatto che questo fotogramma contiene per me un’esperienza; come lo contiene per tutti coloro che a questo fotogramma si uniscono. Se noi vedessimo gli altri individui che fummo, in epoche passate della nostra evoluzione – parlo con il vecchio linguaggio – senza sapere di trattarsi d’individui appartenenti alla nostra individualità, saremmo convinti trattarsi di tutt’altre creature. Di creature definite «prossimo nostro». C’è differenza fra noi quali siamo, nel modo di esistere attuale, e noi quali fummo nel modo di esistere di allora? La differenza è un diverso modo di esistere. E ciò che mi differenzia, i n fondo, dalla figlia Nella o dalla figlia Bettina è un diverso modo di esistere. Ma se io guardo la serie dei numeri, vedo che ciascun numero, diverso dall’altro, in fondo è un diverso modo di esistere dell’Unità. L’Unità, che ripetuta, moltiplicata, divisa e via dicendo, combinata in modo diverso, mi dà un’entità numerica X la quale è differente da un’entità numerica Y solo perché questa unità – come base ad entrambe – è combinata in modo diverso. Ma tanto X quanto Y sono un diverso modo di esistere dell’Unità.”

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Efficace questo paragone fra il numero e l’individuo. La caratteristica di ogni numero la potremo trovare nella quantità delle unità, che lo compongono, così la personalità di un individuo è espressa dalla forma, quantità e struttura dei suoi veicoli fisico, astrale e mentale. Ma sia il numero, che l’individuo, sono entrambi espressione di una stessa realtà. Per il numero l’essenza è il numero uno, ovvero l’unità, per l’individuo l’essenza è il sentire di coscienza. Viviamo perciò in un mondo di forme, che sono l’apparenza di un’unica Realtà, che è Coscienza ovvero Sentirsi d’esistere nel suo massimo limite. Ogni cosa, dicono i Maestri, per «sussistere», deve sentire od essere sentita. Quindi tutto è coscienza o prodotto della sua attività.

Kempis: “Ed allora se l’Assoluto è il Tutto e l’unità, prima serie dei numeri, è l’inizio del tutto-relativo -del relativo- se v’è questa differenza fra lo stato di evoluzione mio attuale ed uno precedente – che è un diverso modo di esistere di allora rispetto ad ora- questo diverso modo di esistere c’è anche fra me e chi mi sta vicino, ma è un diverso modo di esistere di una cosa unica. Dunque v’è l’Assoluto, v’è il relativo; tutto ciò che sta oltre il relativo, è un diverso modo di esistere di una stessa cosa. E tutto dunque, in fondo, è una stessa cosa. È la base comune che è in ciascuna cosa; e come fra me ed il mio diverso modo d’esistere – pur appartenente alla mia individualità – nulla v’è di differente se non questo diverso modo di esistere, come nulla di diverso v’è fra me e chi mi attornia se non un diverso modo di esistere, così che ciascuno di noi, ciascuno individuo, appartenga o no ad una stessa individualità, non è che un diverso modo di esistere dell’Unità comune, non è che una sua variante, una possibile combinazione dell’Unità. Ed allora come e come giusto suona il Comandamento: «Ama il prossimo tuo come te stesso».”

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Questa comunicazione termina col riaffermareil concetto che è fondamento di tutto l’insegnamento del Cerchio. Esiste solo l’Unità. Siamo un’unica Cosa. La molteplicità è soltanto frutto della grande illusione, che discende dal limitarsi della coscienza, ovvero il virtuale frazionamento del Sentire Assoluto. Virtuale e non reale, perché non esiste realmente, in quanto è Lui che, come si serrasse in sé, dimentica la Sua vera essenza, ed inizia un cammino di creazione-percezione-consapevolezza per riscoprire Chi è. Ma questo non è un cammino nel divenire, perché tutto è già lì, in una realtà in essere, che si vela in una successione di sentire parziali, ordinati secondo vari gradi di consapevolezza. Solo nella trascendenza l’Assoluto esprime la Sua reale unitaria Essenza, che trova la sintesi nell’insegnamento del Cristo: «Ama il prossimo tuo come te stesso»

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[1]  OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.