Commenti a cura di Andrea Innocenti
Brano tratto da OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 225-228
Kempis: “Come si fa per conoscere qualcosa che si scopre? Uno scienziato, un chimico, ad esempio, che abbia scoperto un nuovo elemento, cercherà di capirne la valenza, il peso atomico, insomma lo sottopone ad una misurazione. Misurare, definire un qualche cosa significa paragonarlo, inquadrarlo con quello che già si conosce; insomma rendere assimilabile il nuovo, paragonandolo al vecchio. Quando, dunque, si conosce un nuovo concetto, si cerca di coglierne il significato paragonandolo a ciò che sapevamo. Quando udite qualche nuova Verità, ecco che subito, per capire la differenza che v’è fra questo nuovo ed il vecchio, ponete le due Verità l’una accanto all’altra per confrontarle; e la nuova sarà tanto più comprensibile quanto più la si potrà ravvicinare a quella che già si è conosciuta, non dico «assimilata» per posta in pratica, ma assimilata per capita, perché di essa si è divenuti padroni. Ora, a chi vuole restare in pace con la propria coscienza, a chi non vuole turbati i propri sonninel pensiero di aver perduto tempo ieri, per imparare della Verità così prestamente e facilmente superabili, noi diciamo: «Non vi impaurite, state tranquilli, il nuovo è abbastanza vicino al vecchio. Noi progrediamo vicino al vecchio. Noi progrediamo per piccoli passi; piccoli passi, sfumature in avanti appena, appena percettibili». Un esempio di questa mia affermazione possiamo averlo confrontando quanto ora sapete del Cosmo con quanto sapevate. Non c’è una ritrattazione, ma un approfondimento. Un tempo vedevate un Cosmo, oserei dire, indipendente dall’Assoluto; sì era una Sua emanazione, ma in sostanza l’Assoluto – se fosse stato un vecchio barbogio seduto in trono- avrebbe potuto dire: «Il Cosmo è circa alla metà della sua esistenza». Questa, naturalmente esagerando, era la conclusione che si poteva avere secondo quello che conoscevate. Ma che cosa è successo? È successo che questo Cosmo, nel suo insieme, particolarmente per il piano fisico, il piano astrale, e il piano mentale non ha più una sua vita indipendente, ma vive ogni qual volta gli individui si legano a certe situazioni (fotogrammi) unitarie fisse. Quindi non più una vita, ma innumerevoli vite, una per ogni volta che questi fotogrammi sono percorsi da un individuo.”
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Il Maestro Kempis coglie l’occasione per dare delle informazioni sul metodo d’insegnamento dei Maestri del Cerchio. Questo nella sua sostanza è rivoluzionario, ma viene dato con estrema gradualità, dimostrando con ciò il grande rispetto, che i Maestri hanno, degli ascoltatori e delle loro capacità di comprensione. In ciò si manifesta tutto l’amore, che Essi hanno per le coscienze che sono in boccio ed ancora si devono aprire a consapevolezze sempre più ampie. Così il Cosmo, che in una passata rappresentazione appare unitario e statico, come una statua scolpita nel marmo da un artista, che la osserva distaccato e quasi a lei è estraneo, adesso Il Cosmo prende vita e vivacità, in virtù degli individui, sentire di coscienza relativi, che, legandosi ai fotogrammi, che lo costituiscono e gli danno corpo, lo trasformano in una Realtà attiva e vitale. Vedremo poi, che anche questa è una verità di passaggio, parzialmente superata, da ulteriori insegnamenti dei Maestri.
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Kempis: “Abbiamo visto che questo percorrere fotogrammi corrisponde ad un «sentire» nel piano akasico. Questa visione d’insieme muta un po’ il concetto che ci eravamo fatti. Ma certo che secondo l’esempio fatto possiamo ancora vedere questo Padre Eterno che dice: «Il Cosmo fisico, astrale e mentale è lì fermo non ha più un suo movimento autonomo e, direi, oggettivo nella sua relatività, però c’è uno scorrere ancora, ed è lo scorrere del «sentire degli individui». Lo scorrere non è più sul piano fisico astrale e mentale, ma è nel piano akasico, per cui io Padre Eterno, anche servendomi dei miei poteri di onniscienza, dando una guardatina a questo Cosmo, vedo che gli individui stanno «sentendo» tutti contemporaneamente, a qualunque razza essi appartengano, da incarnati, in un qualunque tempo, essi nel Cosmo siano ubicati nel fare delle esperienze, vedo che tutti hanno un «sentire» X. Per cui posso dire che lo scorrere, la teoria del «sentire» è pressappoco a metà del suo cammino» Eh no, figli e fratelli, no, non può essere neanche cosi! Allora vi abbiamo enunciata la Verità del sentire chiuso e limitato ma unitario che crea l’idea di una successione nella sua esistenza, l’illusione di qualcosa che trascorre. In effetti il Cosmo, sia esso fisico, astrale, mentale o akasico, è tutto lì. Non è più neppure quindi che trascorra, sviluppi l’individuo nel piano akasico – pur non essendovi fotogrammi secondo il concetto che noi vi abbiamo illustrato, come nel piano fisico, astrale e mentale – vi sono le teorie dei «sentire individuali», ciascuna facente capo ad una individualità.”
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Nel piano akasico non ci sono più i fotogrammi, che danno l’impressione del divenire, ma ancora i sentire hanno la sensazione del trascorrere, perché sono in successione logica legati l’uno all’altro secondo il filo dell’individualità alla quale appartengono. Ma il divenire non esiste quindi è soltanto una loro sensazione, che discende dalle limitazioni, che essi hanno. La Realtà è in Essere, quindi tutto è già lì, in un Eterno Presente. Se ci concentriamo e meditiamo su questa visione dell’Esistente, percepiamo uno stato di quiete e di consapevolezza, che ci proietta nell’attimo che stiamo vivendo e ce lo fa sentire come un momento eterno, immutabile, stupendo, perché esprime il divino, che ha in sé e che sempre è presente nella vita.
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Kempis: “Niente in sostanza trascorre. E di fatti come sarebbe possibile ubicare l’Eternità, nel non tempo, l’inizio di uno scorrere di «sentire individuale»? Sarebbe impossibile. Dunque quello che noi sentiamo trascorrere, come essere ad un punto, rispetto all’Assoluto, non è più così. Esiste tutto. «Ma allora – direte voi – perché noi percepiamo come un trascorrere? Come passare da un antecedente e tendere ad un seguente? Come «ora» e non «prima» e non «dopo»? Perché di per sé il «sentire relativo », chiuso, limitato, non può che rivelarsi così: un «sentire» definito non può che esistere e sussistere in questi termini. Collocare questa sensazione illusoria di «ora» nella Realtà che è priva di tempo e di spazio è assurdo: significa non comprendere il concetto di Realtà. Qual è l’ulteriore piccolo passo avanti? È che comprendiamo che oggettivamente possiamo solo dire. Tutto è. E allora quale significato può avere un Cosmo, emanazione dell’Assoluto, quasi avulso dall’Assoluto? Dobbiamo dire che il Cosmo è nell’Assoluto, è parte dell’Assoluto. Quanto vecchie e nuove suonano queste parole se si comprendono veramente! Tutto è nell’Assoluto, anche quello che chiamavamo «relativo» non è che un aspetto dell’Assoluto ed è nell’Assoluto. Niente trascorre. Dov’è valida questa Verità, solo nell’Eterno Presente? No. Niente trascorre in senso assoluto. L’Eterno Presente esiste come un ente a sé, depositario del Tutto, nel quale Eterno Presente niente muta, trascorre, passa, si aggiunge, si accresce; ed esiste, poi, un Cosmo nel quale tutto muta, passa, trascorre, cresce? No. L’Eterno Presente non è che lo stato d’essere, di esistere del Tutto. Il Cosmo stesso – visto dall’Assoluto, cioè al di fuori dell’illusione che lo fa apparire come definito, come trascorrente e come accrescentesi – il Cosmo stesso è Eterno Presente. Il relativo stesso è sempre, senza tempo, è senza fine.”
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Il Maestro chiarisce, che nell’Eterno Presente c’è anche il relativo, naturalmente visto dalla prospettiva dell’Assoluto. All’interno del relativo tutto appare non soltanto in divenire, ma anche limitato e quindi caduco. Se si resta in tale prospettiva la morte appare la signora dell’esistente, perché nulla le può sfuggire. Più ci si rammarica per questo, maggiore è l’angoscia, che il suo esistere ci procura. C’è soltanto una strada per sfuggire tale angoscia, proiettarsi verso una dimensione, più in armonia con le note dell’Assoluto. Allora tutto cambia colore, ciò che si pensava destinato a finire, ora si colloca in una prospettiva nuova. Acquista un suo significato ed una sua importanza. Si diviene consapevoli, che se venisse meno, quel particolare momento, l’Esistente si annullerebbe, come se da un prezioso mosaico fosse tolto anche un solo tassello.
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Kempis: “Questi limiti, questi confini del Cosmo, che eravamo abituati a collocare in modo preciso per aiutarci nella comprensione, questi confini che servivano a dividere il bene dal male, il bello dal brutto, il relativo pieno di brutture, di storture, di cattiverie, dall’Assoluto tutto meraviglia e bellezza, questi confini cominciano a sfumarsi, a cadere. Cade forse tutto? No! Il Tutto acquista un significato più aderente alla Realtà, il Tutto acquista un senso più proprio. Ecco che si deve parlare di un Tutto unico, di tutti i Cosmi nell’Assoluto, intessuti, sangue del sangue dell’Assoluto. Carne della carne dell’Assoluto, dove l’illusione esiste solo nel momento in cui dall’Assoluto ci si circoscrive, ci si isola, ed allora solo si diventi relativi, ed allora solo nasce il tempo, acquista un senso lo spazio, un senso di trascorrere. Solo allora è emanato il relativo, solo allora il limite vige; ma quando è possibile creare un momento, che significa un tempo, laddove il tempo non esiste? Quando è possibile circoscrivere qualcosa, laddove la circoscrizione non ha senso? Questo che io vi dico ha solo significato accademico, solo significato per comprendere, non altro. Non c’è un «ora», un «qui», nell’Assoluto. Non può esistere questo, non può esistere un punto nell’evoluzione degli individui, nell’Assoluto. Questo trascorrere, questo passare, questo attendere un futuro, rimpiangere il passato, sentirsi qui e non là, non è, figli e fratelli, che illusione. Un’illusione del «sentire individuale» il quale, per così chiamarsi, così e solo in questo modo può sussistere. Ecco dov’è l’Unità del Tutto. Io vi auguro, con tutto il mio amore, che possiate intravedere che cosa si nasconde oltre il suono povero e misero di queste parole. Vi amo e vi benedico.”
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L’immagine di quello che percepiamo, come lo percepiamo, in tutti i suoi aspetti brutti e belli, fa parte dell’Assoluto, ma in Lui non è come appare a noi, che siamo, sì Sua modalità di essere, ma come conseguenza del Suo virtuale frazionamento. Tutto nell’Eterno Presente assume la Luce dell’essenza divina ed è perciò perfetto quale aspetto dell’immanenza di Dio. Il Maestro ci guida e stimola a superare il limite del nostro relativo, l’io ci tiene legati ad esso, il ricordo, la recriminazione, ogni forma di avidità ed egoismo sono espressioni dell’attaccamento, che impedisce al sentire di aprirsi all’Unità. C’è un momento nel quale la sola ragione non è sufficiente ad andare oltre questa interiore chiusura, che è dentro di noi, bisogna aprirsi al cuore. Questo è quello che ci indica Kempis con le sue parole, questa volta non soltanto ispirate, ma anche cariche di amore e partecipazione.
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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.