Determinismo – Contingentismo

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE[1], pp. 242-248


Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Osservando il triste spettacolo offerto dall’egoismo dell’uomo, spinto agli estremi della crudeltà e della completa insensibilità verso i problemi altrui – spettacolo in scena dalla preistoria ad oggi – non pochi hanno posto in dubbio l’esistenza di Dio, concepito come verità, bontà, amore e giustizia. L’Ente supremo non dovrebbe permettere che questi valori venissero calpestati, dato che non sono poi irraggiungibili, dal momento che è l’uomo a concepirli. Altri, per spiegare il mancato intervento divino senza negare l’esistenza di Dio, hanno concepito il mondo come una terra di frontiera, una specie di zona franca dove l’uomo potrebbe fare ciò che gli pare e gli piace, rendendo conto delle sue azioni solo dopo la sua morte. In sostanza, Dio permetterebbe  che sulla Terra esistesse il male per consentire all’uomo di esercitare il  suo libero arbitrio. In questa concezione non è chiara la posizione di chi si trova a subire l’esercizio dell’altrui prepotenza. Ma c’è un’altra spiegazione al triste spettacolo che si osserva, ed è che quanto si vede faccia parte di un quadro assai vasto, del quale – con ragione – all’uomo ne apparisca solo un frammento, ma che la Realtà sia oltre l’illusoria apparenza. Perché illusoria?  Parlando di  < ciò che è > della Realtà, noi abbiamo affermato  esistere due stati: il primo si coglie allorché si entra in comunione con tutto quanto esiste, ed è uno stato in cui il Tutto è fuso nell’Unità, al di là della successione, della separazione, del tempo, dello spazio, del movimento. E’, quindi uno stato di  <essere>. L’altro stato si coglie allorché si delimita virtualmente una parte dal Tutto, e con essa ci si pone in rapporto. Questo secondo stato è uno stato di <divenire>, perché in esso appare il movimento, il tempo, lo spazio la successione, la separazione. Noi abbiamo definito il primo stato, quello di <essere>, Realtà ed il secondo, quello di <divenire>, illusione. Ma questa definizione è reversibile? Certo, si possono invertire i sostantivi, a patto che si inverta il significato. Oppure si può chiamare il secondo stato < realtà parziale> anziché  <illusione> ; ma resta  il fatto  che fra uno stato che abbraccia tutto quanto esiste, ed uno stato che invece si riferisce ad una parte, la condizione e la qualità di ciò che è veramente, non possono che essere quelle che si colgono in una dimensione globale del Tutto, non nell’altra. E l’<essere> , non il <divenire> , è questa condizione e qualità.”

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Se osserviamo il mondo che ci circonda, non possiamo non avere che un senso di sconforto davanti allo spettacolo degli orrori, che l’egoismo dell’uomo crea. Una concezione tradizionale del divino non può non indurre in noi sconcerto, per la mancanza di una Sua diretta partecipazione, che ponga fine a tutte quelle nefandezze alle quali dobbiamo assistere e per le quali la nostra pur limitata coscienza umana inorridisce. Ma la visione del divino, che i Maestri del Cerchio ci prospettano, apre ampi spazi di comprensione a tutto quello  che vediamo. Non esiste niente, ne’ di brutto ne’ di bello nell’Esistente, purché lo si guardi nella prospettiva dell’essere, perché fa parte della Realtà di Dio. Se soltanto un atomo di ciò che vediamo mancasse, verrebbe meno la Sua  Essenza, e crollerebbe lo Stesso Esistente.  E’ nell’ottica umana del divenire che le cose assumono colore e differente significato. Appaiono  orrendi  fatti, che se fossero inquadrati  in una logica più ampia, prenderebbero ben altro valore. Alla domanda perché accade tutto ciò, forse la risposta dei Maestri potrebbe essere, che, (sempre vista dalla prospettiva del divenire), sono le limitazioni della coscienza, nel virtuale frazionamento  dell’Assoluto, che generano la grande illusione,  ma contemporaneamente questo è  l’artificio,  che la svela. Sono necessari il dolore ed il piacere per superare l’inerzia primordiale  della coscienza, che all’inizio è  così limitata d’ avere soltanto una infinitesima consapevolezza di sé.

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Kempis: “Se questo è vero – come è vero – allora è chiara la relatività del giudizio  di chi, come l’uomo, non vede tutta la Realtà, ne vede una parte o – quanto meno – ne vede solo l’apparenza. Mi si potrebbe obiettare che apparente non sembra quanto ciascuno percepisce, in speciale modo il dolore. D’altra parte, è altresì vero che il dolore che si osserva negli altri, è  reale per chi l’osserva solo nella misura in cui suscita, in qualche modo, un  <sentire>. Quante creature vicinissime a voi soffrono! Magari nell’appartamento contiguo al vostro, per esse il loro dolore è reale, ma non lo è per chi ignora tutto di quelle. Da questa considerazione, ecco emergere una particolare concezione della realtà umana: per ciascuno è reale solo ciò che in qualche modo percepisce, comprendendo nel percepire anche il conoscere, e nella misura in cui è percepito. Dunque, quella che si crede realtà umana, è un insieme di soggettività. D’altra parte è altresì vero che se l’uomo evolve, evolve proprio in forza di questa soggettività; intendo dire che al limite tutto potrebbe essere uno spettacolo di ombre senz’anima e l’uomo, il singolo, evolverebbe egualmente. Sicché il triste spettacolo che si osserva, al limite potrebbe essere una finzione scenica, valida per il solo spettatore così come in filosofia è la concezione del solipsismo e ciascuno spettatore avere il suo spettacolo indipendente dagli altri. Voi sapete che non è così, perché le varie storie soggettive che s’incentrano sugli esseri hanno dei punti di contatto. La ragione  per cui esistono i comun denominatori – così abbiamo chiamato i punti di contatto delle varie storie individuali e soggettive – risiede nel fatto che ciascuno percepisce la stessa apparenza di una parte della Realtà unica totale. Ne discende che il mondo dell’apparenza, della percezione, ha una sua natura unitaria, sicché osservando la vita dei vostri simili, molto probabilmente voi  non osservate uno spettacolo di spettri senz’anima, ma teoricamente potrebbe esserlo; o quanto meno in alcuni casi lo è. Abbiamo già precisato  quando questo  accade: cioè abbiamo già parlato della non contemporanea percezione di una stessa situazione spazio-temporale da parte di <sentire> di grado diverso.”

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Non c’è un solipsismo, anche se ciascun sentire crea e percepisce un suo mondo. Ma questi mondi sono fra loro uniti da un comun denominatore, che trova la sua ragione d’essere nel modulo cosmico, che non è altro che la primaria limitazione della Coscienza cosmica, che dà origine al   virtuale frazionamento della Coscienza Assoluta. Da ciò deriva che, se da una parte ognuno è una realtà a sé stante, dall’altra è un tassello di un grande mosaico, il cui disegno appartiene alla creatività della Coscienza cosmica, la quale però crea secondo le necessità e le caratteristiche del singolo  sentire relativo, che la costituisce. Non va comunque dimenticato l’aspetto trascendenza, che riguarda la Coscienza cosmica come quella Assoluta, effetto della fusione delle individualità che la costituiscono.

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Kempis: “Ed abbiamo ancora parlato delle varianti, che realizzano l’effettiva possibilità di scelta del singolo, senza alterare la storia collettiva. Ma perché deve esistere l’effettiva possibilità di scelta del singolo? Non potrebbe essere, la libertà, una semplice apparenza, dato che abbiamo visto che anche ciò che si crede nel mondo umano oggettività è un insieme di soggettivismi? In altre parole, non potrebbe essere la libertà di cui crede di godere ciascuno, una   semplice supposizione e nulla più? Questo collimerebbe bene con il concetto di Eterno Presente, secondo cui tutto esiste già. Se così fosse, allora il futuro dell’uomo non dipenderebbe dalle sue libere scelte, ma sarebbe già predeterminato.  A meno che  – a meno che-  tutto non esistesse  già in funzione delle scelte individuali, già note da sempre all’onniscienza divina.”

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Le varianti devono essere realmente esistenti, altrimenti la libertà sarebbe soltanto ipotetica e quindi supposta, ma non effettiva. Questa è la sconvolgente rivelazione che i Maestri del Cerchio ci fanno. Nella struttura della Coscienza cosmica esistono tutte le serie dei fotogrammi e fra queste ci  sono alcuni spezzoni, che rappresentano pezzi alternativi alla serie generale. Non va però dimenticato, che i fotogrammi non hanno oggettività ed esistenza propria, ma sono creati individualmente dai sentire di coscienza relativi, secondo i loro  gradi di evoluzione ed il grande archetipo  rappresentato dal modulo della Coscienza cosmica.

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Kempis: “Diodoro Cromo sosteneva che non v’è differenza fra possibilità e realtà, perché ciò che non si realizza non è possibile; e concludeva che tutto quanto accade deve accadere, perché ciò che non accade non accade proprio a motivo che non può accadere. Non crediate che questo sillogismo sia facilmente contrattabile come può sembrare. Se getto un dado ed esce un numero, non osservo una delle sei possibili realizzazioni, perché se quel numero è uscito ciò significa che fattori cinetici ed altro ne hanno determinato l’uscita; e siccome in quel momento i fattori cinetici erano quelli  e quelli soli, quel numero solo poteva uscire e non un altro; dunque esisteva una sola possibilità veramente tale: quella che si è realizzata. Ciò che non si realizza a motivo di fattori cinetici o di altro genere, non è possibile. Da questo ad affermare che non esiste possibilità di scelta, il passo è brevissimo. Senza entrare in polemica con Diodoro Cromo, ciò che fa superare questa argomentazione – almeno per quanto riguarda la possibilità di scelta – è proprio la pluralità alternativa dell’esistenza soggettiva. Infatti Diodoro Cromo nega più possibili realizzazioni in una stessa dimensione della realtà. Noi condividiamo questo, ma vedete: quanto più si afferma esistere un severo determinismo – cioè una rigida concatenazione di cause fisiche e psichiche, che non lascia spazio a comportamenti autonomi ed indipendenti del singolo – e tanto più è necessario, per affermare l’esistenza delle scelte individuali, ricorrere al concetto delle varianti che sono serie alternative di cause concatenate, ciascuna serie delle quali è legata con la serie che sta a monte – con la serie madre – non da un rapporto causale, ma contingente. Dunque causalità in seno alle serie; contingentismo laddove le serie si originano, le storie si sdoppiano. Dunque, determinismo nella vita macrocosmica e nella storia generale; indeterminismo nella struttura dei microcosmi laddove esiste potenzialmente un salto quantico nell’andamento dell’evoluzione individuale.”

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In conclusione: per Diodoro Cromo esiste un puro determinismo, quindi tutto quello che c’è, c’è perché deve  esserci, e soprattutto non può essere diversamente. La visione dei Maestri del Cerchio non si allontana molto da quello che sostiene Diodoro Cromo, ma c’è una cosa, che la differenzia da quel filosofo,  è la Teoria delle varianti. Così  l‘insegnamento del Cerchio, è fortemente determinista per quanto riguarda il macrocosmo, ovvero la storia generale, mentre diviene contingentista  per alcune scelte individuali, rispetto alle quali si  aprono possibilità di autonomia e libertà. 

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Kempis: “In altre parole, o si dice che la libertà non è necessaria all’incremento dell’evoluzione individuale – e quindi non esiste – oppure se si ammette che in determinati momenti della sua esistenza, l’individuo non dico possa, ma debba operare delle libere scelte, allora non si può ridurre la libertà ad un semplice fatto esterno, ad assenza di impedimenti esteriori mentre nell’intimo dell’uomo la libertà non esiste perché ciascuno ha una sola possibilità: quella che corrisponde al suo intimo essere. Tutt’altro: nel mondo umano, a differenza del mondo naturale, la libertà non è un fatto esterno, ma è un fatto interiore e le varianti esistono proprio per dare questo carattere intimo alla libertà. A prescindere dall’assenza di impedimenti esterni, i condizionamenti caratteriali e quant’altro contribuisce a formare la personalità dell’individuo e a determinare gli interessi dell’intimo essere, nel mondo umano non sono a senso unico, ma conducono l’uomo a reali scelte alternative. Se così  non fosse, basterebbe una buon psicologia per indovinare tutti i comportamenti umani, mentre la psicologia è più valida a posteriori che a priori proprio per questo motivo. Giovanna d’Arco, grazie alle varianti, può non abiurare e vivere una sua storia particolare, che s’innesta in quella generale rimasta invariata nei punti compatibili, per esempio: la prigionia e la morte. In effetti nessuno sa, tranne Giovanna d’Arco, se essa abiura o no. Proprio questo significa l’affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, ma non in dipendenza di esse.”

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L’esistenza di alcuni margini di reale libertà è un fatto indispensabile per l’evoluzione dell’umana coscienza, in quanto l’evoluto dovrà essere sempre meno condizionato, così sempre minore sarà il numero  delle sue  limitazioni.  Non avere limiti vuol dire, in teoria, essere liberi  di fare quello che si vuole. Ma accade all’evoluto di desiderare sempre più intensamente di identificarsi in Dio, allora la sua volontà tende a riconoscersi nel Volere Divino, e ciò che lui desidera è :” Che sia fatta la Sua Volontà”. Tutto questo riguarda però l’intimo di ognuno, solo lui può sapere, se veramente ha fatto una scelta. Per chi vede le cose da fuori, ovvero secondo la storia generale, appare un’unica successione di fotogrammi  e quella prende come vera. La teoria delle Varianti ci induce però ad avere il dubbio che: non è detto, che nell’intimo della coscienza dell’individuo, le cose siano andate, quali  un osservatore esterno crede.    

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Kempis: “Inoltre, questa affermazione, prima di tutto non deve farci intendere che il manifestato sia stato pensato, progettato, realizzato ad hoc da Dio come un momento esterno alla Sua esistenza,  perché il manifestato forma parte integrante dell’esistenza di Dio, della Sua Natura, della Realtà divina. Un Dio assoluto che sia considerabile in due momenti: uno in cui è privo della Sua creazione, emanazione, manifestazione ed uno in cui ne è completo, sarà un’immagine mistica meravigliosa, ma filosoficamente è un assurdo.  In secondo luogo affermare che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, significa implicitamente affermare l’esistenza delle scelte, e data la Natura di Dio che comprende in Sé tutto quanto esiste, senza successione fra potenza ed atto, se le scelte esistono non possono che essere reali possibilità, più che possibili realizzazioni, come Diodoro Cromo suggerisce. E come potrebbe esserlo, se non con le varianti? L’affermazione che tutto esiste in funzione delle scelte individuali, è un’affermazione limitativa perché limita il numero delle varianti alle effettive scelte dell’individuo, non a quelle teoriche e supposte, ma è un’affermazione confermativa dell’esistenza delle scelte e perciò delle varianti.”

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L’esistenza di un Dio assoluto comporta, che niente può essere fuori da Dio. Quindi se per l’individuo ci deve essere una possibilità di scelta, devono per forza esistere in Dio le varianti, essere reali, e non soltanto come delle semplici possibilità. Possiamo porci  a questo punto il problema di cosa accada agli spezzoni  di fotogrammi non scelti dall’individuo nella variante. Infatti, perché se una scelta deve esserci, questa deve essere effettiva, quindi perché questa sia reale,  i percorsi  rispetto all’Assoluto devono essere identici e non diversificati, in quanto uno percepito e gli altri  no. Il Maestro, in seguito, comporrà questa incongruenza logica,  spiegando, che dal punto di vista dell’Assoluto,  sono tutti identici,  perché è la coscienza cosmica, che percepisce quelli non scelti dall’individuo, rendendoli così  tutti fra loro perfettamente uguali.   

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Kempis: “Alcuni di voi trovano difficoltà ad ammettere l’esistenza della varianti, perché pare a loro che esse  costituiscano un inutile sciupio contrario ad ogni principio economico. Io non entro nel merito di ciò che si può ritenere utile o inutile, perché sono convinto che tutto quanto esiste ha una ragione d’esistenza e perciò, da questo punto di vista, tutto è utile. Ma a parte il fatto che questo rigore economico è più proprio di un severo determinismo  che di un determinismo relativo, identificabile con un relativo contingentismo quali noi li propugniamo, e che il severo determinismo già da tempo è stato posto in crisi dalla scoperta in  fisica del principio di indeterminazione, ma a parte tutto questo, ammettiamo pure che tutto esista nel rispetto di questo vostro presunto rigore economico. Allora lo stesso rigore lo si dovrebbe trovare non dico nel mondo umano – dove la mancanza potrebbe attribuirsi alla natura dissipatrice dell’uomo – ma almeno nel mondo naturale. Ebbene, domandate ai biologi se in natura si riscontra questo rigoroso principio economico, o se piuttosto – fra tante realizzazioni – non sia una sola quella che si concretizza.  Dunque, secondo il vostro ragionamento, tutte le altre che iniziano a realizzarsi, ma che non si completano, costituiscono un inutile sciupio. Ebbene, se questo è vero, lo sciupio esiste indipendentemente dalle varianti; ma se di sciupio non si tratta, non lo è neppure quello delle varianti che affermano l’indipendenza relativa dell’individuo in una marea di cause concatenate. Vi pare poco? Forse tutto questo non sarà logico, ma allora ditemi qual è la vostra logica.”

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Alcuni uditori hanno probabilmente fatto al Maestro Kempis l’obbiezione, che le varianti possono essere uno sciupio nell’economia del cosmo, dal momento che, alla conclusione del ramo della variante, il sentire di coscienza realizza  lo stesso livello evolutivo al quale giunge seguendo il ramo rappresentato dallo spezzone di variante non scelto. Ma se si guarda il mondo della natura, dove l’evoluzione della forma è preminente, la crescita per tentativi è quasi la norma. Perciò non c’è da meravigliarsi  se modalità analoghe le troviamo per lo sviluppo della coscienza nel regno umano. Quindi nessuno spreco c’è mai nell’Esistente, perché ogni pur minima cosa è importante, avendo un intimo significato volto al fine dell’evoluzione.

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Kempis: “Il discorso che noi facciamo sulle varianti, è valido nella misura in cui è necessario che, per incrementare l’evoluzione individuale, l’uomo debba essere effettivamente – anche se relativamente – libero. Ma da che cosa possiamo arguire che la libertà è necessaria ad incrementare l’evoluzione dell’uomo? Passando in rassegna le varie specie naturali, si osserva come le specie dotate di maggiore autonomia siano quelle che hanno un grado maggiore d’espressione. Fra la vita di una pianta che per voi uomini, fino a qualche anno fa era considerata priva di sensibilità, e la vita di un animale vertebrato, la differenza di autonomia e di espressione è evidente. V’è dunque un legame fra autonomia ed espressione;  quanto più una vita esprime, più è autonoma e viceversa. Non solo, ma v’è un legame fra autonomia, espressione ed evoluzione. Infatti se si ammette che ciascuna forma di vita esprime un quid psichico o di mente, si deve ammettere che il quid espresso dalla pianta è meno evoluto di quello espresso da un animale vertebrato, proprio come l’autonomia e l’espressione. Sicché, personalmente, posso con ragione credere che privando un esser della sua autonomia, lo si priva non solo della sua possibilità di esprimere, ma anche della sua possibilità di evolvere. Non per nulla in fisiologia è risaputo che l’esercizio autonomo reca sviluppo; e che cos’è l’autonomia del mondo naturale se non l’analogo della libertà nel mondo umano? Dunque privando l’uomo della sua libertà, lo privo della sua possibilità di evolvere? Attenti! In che misura è vera questa affermazione? L’essere relativo non nasce forse nella limitazione? Ed il karma, che qualunque sia reca coscienza, non è forse sottoposizione ad un effetto, e quindi coercizione? Dunque anche i fattori coercitivi recano sviluppo. Certo ma lo recano quali contrari della libertà. L’individuo dall’ambiente ha degli stimoli; dai suoi istinti naturali riceve questi stimoli. Ma è proprio dal soggiacere a questi stimoli o dal resistere ad essi che nasce l’esperienza, la maturazione, la coscienza. Dunque l’evoluzione è il frutto di una misurata dualità: coercizione, libertà. Una delle tante dualità che rendono possibile la vita degli esseri nel mondo della percezione.”

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L’alternarsi degli opposti è ciò, che permette attraverso alla sintesi, l’evoluzione della vita. Così,  per la coscienza dell’uomo, libertà e costrizione ne consentono la crescita. La  variante è il mezzo, ideato dalla Natura, per dare la possibilità alla coscienza dell’essere umano,  di avere quei margini di libertà, che la liberano dai rigidi vincoli del determinismo della legge di causa ed effetto. Libertà vuol dire non soggiacere agli stimoli, che i veicoli inferiori  imporrebbero, in quanto meccanismi automatizzati, privi  di qualsiasi forma di autonoma consapevolezza.  Non soggiacere ad essi è lo sforzo che la coscienza dovrebbe fare, per affrancarsi dalle limitazioni, che li hanno creati. Infatti sono le limitazioni del sentire di coscienza, che ne restringono la consapevolezza e gli impediscono di rendersi conto della sua reale natura divina. 

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Kempis: “Riassumendo: il mondo umano, al pari di tutto ciò che <diviene> è conciliabile con il Dio Eterno Presente solo se si comprende che il <divenire> non è reale, è un’illusione della percezione soggettiva; che tutto esiste già in modo da assicurare la libertà dell’individuo ove e quando questo sia necessario, per mezzo delle varianti che esistono in funzione delle effettive scelte individuali. Il mondo umano creduto oggettivo è costituito dall’insieme delle soggettività. Questa base comune, costituita dai punti di contatto delle soggettività,  fa sì che le percezioni individuali non siano disarticolate le une dalle altre, ma al tempo stesso non impedisce che siano realizzate più versioni della realtà umana per mezzo delle varianti che sono punti di disgiunzione della soggettività. Punti di contatto, punti di disgiunzione: un’altra dualità del mondo della percezione. Tutto questo realizza in varie misure la libertà individuale che è sempre relativa ed è sempre proporzionale all’evoluzione. Libertà ed evoluzione sono strettamente connesse, come lo sono evoluzione e legge di causa e di effetto. Nel mondo della percezione, l’esercizio della propria autonomia reca evoluzione direttamente o indirettamente, per mezzo dell’effetto coercitivo. Una più grande evoluzione consente una più grande autonomia, con  il progressivo identificarsi della volontà individuale con la volontà divina – per dirla in un termine mistico – che poi è la finalità del Tutto.”

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In sintesi: con il crescere dell’evoluzione aumentano le possibilità di progresso ed in parallelo il numero  delle varianti, mentre all’inizio il determinismo è massimo, ovvero le varianti quasi non ci sono. Invece nei piani del sentire non esistono percorsi alternativi, anche se qui l’individuo è perfettamente libero, perché ora la sua volontà s’identifica con la volontà divina. Per chi ha la sua consapevolezza nei piani della dualità, la realtà appare in divenire e si presenta inconcepibile la dimensione dell’essere. La teoria dei fotogrammi come insegnata dai Maestri del Cerchio rende plausibile, mediante la logica, alla mente umana la Realtà in essere, così anche la teoria delle varianti è per logica  facilmente accettabile, anche se a prima vista, può apparire sconvolgente.  

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Kempis: “Dunque quello delle varianti è un momento della struttura cosmica che va dalle soglie dell’incarnazione umana per spegnersi con il progressivo identificarsi della volontà dell’individuo con la finalità del Tutto. Cioè termina allorché l’individuo abbandona la ruota delle nascite nel mondo della percezione. In questa fase particolare dell’esistenza individuale, allorché l’uomo può sottrarsi agli stimoli e agli istinti animali, ma ancora non ha coscientemente indirizzata la sua volontà con la finalità del Tutto, è essenziale per lui : a) poter disporre di scelte effettive, cioè di realtà alternative effettivamente realizzabili nel senso di Diodoro Cromo; b) che la sua scelta rimanga sua, cioè indeterminata per tutti tranne che per lui; c) che la scelta non interferisca nella storia generale – cioè quella comune a tutti gli altri – la quale rimane quella che è, qualunque sia l’opzione che l’individuo decide. Lo strumento delle varianti soddisfa tutte queste condizioni. Tuttavia, talvolta è più facile capire il principio che non come le cose effettivamente sono articolate. Talaltra è più convincete conoscere l’attuazione pratica che non i criteri fondamentali. La mèta è comprendere: per raggiungerla ognuno scelga il punto di vista che gli è connaturale.”

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La teoria delle varianti come è stato dimostrato dal Maestro Kempis ha tre caratteristiche fondamentali  che la rendono veramente esauriente e completa, e cioè  1° Che le scelte sono reali  e non soltanto ipotizzate. 2°  Che la scelta che un individuo fa è personale e sconosciuta agli altri .3° Che la scelta individuale non interferisce con la storia generale. Tenendo presente  che non è possibile sapere  quando siamo  posti davanti ad una vera e proprio variante,  ci troviamo nella condizione  di sentirci completamente  liberi anche se ben sappiamo che questa libertà può non esserci.  In fine come interpretare e vivere la teoria delle varianti è assolutamente individuale, perché tutto dipende dal punto di vista secondo il quale  la guardiamo e questo è assolutamente soggettivo  sia pure parziale.

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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.