L’Io e l’Essere

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 270-272

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Questa sera vorrei limitarmi a fare delle semplici considerazioni lasciando a voi trarre le conclusioni che più vi sembrano logiche. Il discorso che voglio fare riguarda la consapevolezza di sé: il sentirsi d’esistere. L’uomo limita se stesso alla propria consapevolezza; l’antico “Cogito ergo sum” solo ora comincia ad essere rivalutato, o meglio ridimensionato, in seguito all’ipotesi che l’esistenza non sia tutta contenuta nel pensiero consapevole. Ed in effetti l’essere va oltre il pensiero, oltre la facoltà di pensare. Ma di fatto, nell’uomo comune, il senso della propria esistenza è ancora tutto legato all’io. Perciò da qui noi dobbiamo cominciare. Non è la prima volta che c’interessiamo dell’io, altre volte ne abbiamo parlato; ora da un punto di vista etico, ora analitico, fino ad affermare che nella struttura dell’individuo l’io non esiste. Infatti se, come abbiamo detto la volta scorsa, in Realtà esiste solo l’unità, allora il senso dell’io, del sentirsi diversi e distinti appartiene all’apparenza. Se in effetti siamo un solo essere, allora il senso dell’io che si oppone al non-io non ha fondamento. <Ma – direte voi- da questo punto di vista, dal punto di vista della realtà oggettiva, null’altro esiste, oggettivamente, se non Dio; e perciò non solo non esiste l’io, ma neppure l’individuo intesi come ente reale, preso a sé, distinto da ogni altro della medesima specie>.”

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Riguardo all’esistenza dell’io, può essere facile concludere per via strettamente logica, che l’io  non esiste, dal momento che la Realtà è unitaria, e quindi il molteplice rappresentato anche dall’io, non può realmente esistere. Quello di cui invece possiamo dire di essere in grado di verificare è il sentirsi d’esistere. Ma questa consapevolezza non può essere soltanto frutto della mente, perché altrimenti l’avremmo a fasi alterne, a volte sì, quando la mente è attiva, a volte no se la mente è distratta, confusa o semplicemente in stato di quiete. Invece il senso d’esistere non viene mai meno. Vuol dire quindi che proviene da qualcosa che va oltre il pensiero. Viene da una realtà, che intuiamo, lo trascende, ma che non ha bisogno dell’io. 

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Kempis: “Non c’è dubbio. Ma ciò che intendo significare  è che pur restando nell’ambito del relativo e quindi del molteplice e del soggettivo, l’io non fa parte della struttura dell’individuo, essendo il suo modo di concepire la Realtà, un’opinione derivante da un’errata percezione del reale. Da ciò si comprende che con io noi intendiamo qualcosa di diverso dall’io filosofico che sta a designare il soggetto pensante e cosciente delle proprie modificazioni; o dell’Ego della psicanalisi inteso come principio della coscienza, su cui agiscono le due forme inconsce Es o Id ossia le tendenze ereditarie ed istintive, e il super-io, ossia il complesso delle regole morali. Per noi l’io è il principio della consapevolezza contenuta o, se preferite, non ancora liberato da una concezione dualistica della Realtà.  Dicendo che l’io non fa parte della struttura dell’individuo, intendiamo significare che il principio della consapevolezza può esistere o meglio ancora, è votato ad esistere al di là della concezione io  non-io. Per noi – ancora una volta lo ripetiamo –  l’individuo non è un io che <sente> , ma un  <insieme di sentire>.”

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La chiave di tutto è la consapevolezza, che in parte è dovuta alla mente, ma che ha la sua radice che discende dall’anima,  meglio ancora dal sentire di coscienza. E’ il sentire, che le dà  tale capacità, ed è questa la ragione per la quale, anche quando la mente è ferma, il sentirsi d’esistere non viene mai meno. Questo sentirsi d’esistere non rappresenta un individuo, ma è l’insieme di tanti stati d’essere legati fra loro in una  successione logica, che dà l’impressione di un’unità, la quale al contrario, proprio non esiste nella dimensione del relativo. L’unità trova invece la sua realizzazione attraverso al passaggio di stati di coscienza, che scivolano l’uno dentro l’altro, e si fondono fra loro, sfociando alla fine nell’ultima ed estrema Unità  ovvero la Coscienza Assoluta. Questo è l’enigma della identificazione della molteplicità nell’Uno. 

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Kempis: “Allora da che cosa nasce il senso dell’io? E’ chiaro che parlare di io, significa parlare di livello di evoluzione umana. Nel superuomo, cioè in colui che ha già lasciato la ruota delle nascite e delle morti, non esiste più l’io,  ma ciò non significa che non esista la consapevolezza di sé. L’io nasce innanzi tutto dalla limitata percezione che l’uomo ha; ossia dal ristretto campo della sensibilità ricettiva. Se l’uomo ha fame non si sfamerà vedendo mangiare un altro. Da ciò nasce la convinzione che il proprio essere non si estenda oltre la possibilità di ricezione consapevole. Nasce la distinzione fra ciò che colpisce direttamente e quello di cui non si ha cognizione. V’è poi il ricordo che, tenendo ben presenti le esperienze consumate ed i limiti entro cui esse toccano, contribuisce a ben identificare il campo della propria ricezione e quindi alimenta, così, il senso di separatività. Inoltre il ricordo crea la continuità dell’io nel tempo. < La tal cosa è accaduta a me >.  Ora, se voi pensate a quando eravate dei fanciulli, voi pensate ad un dato momento della vostra esistenza; eppure i fanciulli che eravate, erano ben diversi dagli uomini che siete. V’è differenza nelle azioni, negli interessi, nei desideri, nelle emozioni, quasi che si trattasse di un altro essere; ma il ricordo vi garantisce che si tratta di voi stessi. Se qualcuno vi dicesse che avete avuto una vita in precedenza all’attuale, certamente questo fatto vi incuriosirebbe, ma la prova di ciò potrebbe venirvi solo dal ricordare quella vita. Eppure quante azioni di questa attuale esistenza  non ricordate, e non v’è dubbio che voi le avete compiute!”

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L’io, come reale struttura del sentire di coscienza, non esiste. Il senso dell’io nasce dal ricordo e dalla limitata percezione dell’uomo. Nell’attuale livello di evoluzione dell’umanità, la conoscenza proviene essenzialmente dai sensi fisici, da essi nasce la ristretta consapevolezza. Le possibilità di comprensione  per ciascuno, non vanno oltre lui stesso; ciò che è oltre, appartiene ad un’altra realtà, cioè ad un non-io. All’esistenza del non-io, per logica, deve conseguire la nascita del senso dell’io. Derivando tutto ciò dai sensi, l’immagine del reale, che ne viene fuori, non può che essere illusoria. La memoria poi, rafforza  il senso dell’ io, proiettandolo dallo spazio nel tempo, perché lo fa esistere nelle dimensioni di passato e di futuro, facendogli mantenere un’identità oltre il presente. Ciò, che invece mantiene sempre immutata se stessa, è la consapevolezza del sentire di esistere, perché è propria della coscienza stessa, la cui esistenza è eterna.

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Kempis: “Dunque il ricordo, che secondo voi garantisce la continuità del vostro essere, quando manchi, non prova che questa continuità non vi sia. Se parlo del ricordo è perché voi date tanta importanza ad esso al fine dell’identificazione di voi stessi. Il ricordo, come ho detto, vi garantisce che voi continuate nel tempo. Ma è un errore collegare se stessi al ricordo; la continuità sta nello stesso sentire d’essere, nell’essere in sé che non cessa, e non può cessare d’essere. Il ricordo perisce, si può anche dimenticare che si è o chi si è stati, come nei casi di totale amnesia; ma il sentirsi d’essere non cesserà mai. E questo sentirsi d’essere non è destinato a perire come perisce il ricordo, ma ad ampliarsi sempre di più, fino a sussistere indipendentemente dai pensieri, dai desideri,dalle sensazioni; anzi, nel silenzio di questi, ad espandersi talmente da abbracciare tutto quanto l’io esclude: il non-io. La vostra esistenza futura, quindi, non prevede la continuazione delle vostre limitazioni, della ristretta concezione dualistica che voi avete della realtà, dell’io che è limitazione, ma l’espansione del vostro essere, l’effusione, la comunione con tutto quanto esiste.”

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La memoria è uno strumento utilissimo per la vita ordinaria, l’io se ne serve continuamente. Per valutarne l’importanza,  basta vedere il dramma, che vivono coloro che la perdono. Ma questa è destinata a finire, se non in una stessa vita certamente da una vita all’altra. Essa è una facoltà che riguarda i veicoli del mondo della percezione, ma la nostra vera realtà non risiede, né nel corpo fisico,  né nel corpo astrale né in quello mentale. La nostra reale essenza è il sentire di coscienza e la sua più elementare facoltà è  il sentirsi d’esistere. E’ per questo che tale capacità  non viene mai meno, anche quando la consapevolezza, che per noi nasce dai veicoli inferiori, cessa di sostenerci, come può  avvenire nello stato di coma  o semplicemente nel sonno. Il sentirsi d’esistere è quindi la prova della nostra eternità, e quando le limitazioni, che annebbiano la coscienza saranno superate e la dualità verrà annullata, allora si concretizzerà l’identificazione con l’unità del Tutto .

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Kempis: “Ora, se la considerazione che il non ricordare un dato momento della propria esistenza non significa che quel momento non sia stato vissuto, la si sposta dal ricordo alla consapevolezza del presente, se ne deduce che il fatto che nel presente non si sappia o non si <senta> qualcosa, non significa che questo <qualcosa> non faccia parte di se stessi. In altre parole: premesso che l’essere uomo va ben oltre l’io, sia inteso come soggetto pensante che come principio della consapevolezza – perché l’essere ha una parte inconscia e ciò è ormai universalmente accettato, tanto che stima la parte inconsapevole assai più grande di quella consapevole – vi domando fino a che punto è vera ed è giusta la concezione che si ha della realtà , basata unicamente sul ricordo e sulla consapevolezza del presente? Può nascondere quella parte inconscia dell’essere qualcosa che modifichi totalmente la concezione della realtà secondo lo schema io-non io? E cosa  vi accadrebbe se – come dopo il trapasso vengono ritrovati i ricordi di precedenti incarnazioni – ad un dato punto della vostra esistenza  di individui trovaste non la consapevolezza d’essere stati qualcun altro, ma la consapevolezza d’essere qualcun altro ? Che so ? D’essere l’aggressore e l’aggredito, d’essere insomma tutto quanto una concezione ristretta, che voi avete attualmente, vi fa escludere di essere. D’essere io e non io? Meditate su questi interrogativi. Vi aiuteranno ad avvicinarvi ad un nuovo modo di concepire la realtà.”

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Questa esortazione a meditare  del Maestro Kempis sulle affermazioni paradossali, che finora ha fatto,può essere per noi molto utile per capire noi stessi e la realtà alla quale apparteniamo. Che vuol dire “Essere l’aggressore e l’aggredito” ? Forse vuole farci intendere che l’io , nel quale siamo radicati, ed al quale tanto teniamo, non esiste. Affermazione questa, che dall’inizio di questa lezione, il Maestro continua a ripetere. La meditazione su tale testimonianza, può diventare nostra esperienza di vita,  essenza della nostra vita. Allora ne viene, che noi e gli altri siamo tutt’uno, ovvero “Ama il prossimo tuo come te stesso “ . Infatti non c’è distinzione tra me e quello che penso sia  il mio prossimo. 

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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.