Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 272-276
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Noi ci siamo interessati di diversi quesiti importanti della filosofia quali – per menzionare alcuni di quelli che ci hanno interessato – Realtà ed apparenza, divenire ed essere. Ebbene, fra questi occupa un posto preminente il <monismo-pluralismo> . Può sembrare che questo dilemma sia da relegare fra le inutili esercitazioni accademiche – e questo forse può essere in parte vero – ma se dalla soluzione del quesito ne risultasse prima di tutto una maggiore comprensione della realtà in cui ciascuno vive, e poi in che direzione muoversi per vivere armonicamente con questa realtà, non c’è dubbio che un simile approfondimento tornerebbe utile perché, vedete, se il Cosmo è oggettivamente composto da una pluralità di mondi e di esseri, allora la partecipazione ai problemi altrui è una questione di semplice solidarietà umana o spirituale; ma se il <tutto esistente > è una Realtà del tipo di quello concepito dal monismo spiritualistico, allora l’amore al prossimo è qualcosa di più di un semplice precetto, anche se in ogni caso sempre da seguire.”
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Il problema, che il Maestro Kempis si propone di affrontare, è un antico e fondamentale quesito che i filosofi si sono posti nei secoli. La sua soluzione ancora appartiene al campo della indeterminatezza. E’ evidente che il Maestro si propone di dare a questa una concretezza che possa appagare il ricercatore, perché le implicazioni pratiche di una sua soluzione sono molto discordanti, a seconda che questa sia diretta in una direzione o in un’altra. E’ chiaro,infatti , come sia ben diverso (anche dal punto di vista etico), pensare la Realtà costituita da una pluralità di esseri, oggettivamente esistenti ed a sé stanti oppure vederla quale unità indivisibile nella quale gli altri non sono reali, ma soltanto immagini virtuali che noi stessi creiamo.
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Kempis:“Il campo ove è focalizzata l’attenzione, onde pervenire alla conoscenza, voi sapete che è diverso fra cultura orientale e cultura occidentale. I due criteri seguiti ricalcano né più né meno, lo schema <io- non io> , disegnato dalla mente. L’<io> è il soggetto della conoscenza, il<non-io>l’oggetto. L’attenzione della cultura occidentale è concentrata, principalmente, alla ricerca della oggettività. Infatti ciò che si può analizzare, esaminare scientificamente è il <non-io>; mentre gli orientali polarizzano la loro analisi sul mondo interiore del soggetto. I criteri, essendo seguiti l’uno con l’esclusione dell’altro, non hanno portato ad una visione d’insieme di quel poco della Realtà che l’uomo può cogliere, conducendo gli orientali a poco conoscere del mondo esterno all’<io>, e gli occidentali, fino a pochi anni fa a poco sapere del mondo interiore del soggetto. Tutto questo naturalmente dando per esatta la suddivisione della realtà operata dalla mente secondo il criterio <io- non io>.Intendo dire che la mente lavora partendo da un postulato dualistico, nel senso che dà come dimostrata a priori ed oggettiva la dualità. Ma, in effetti, il dualismo <io- non io> è strutturale nella Realtà, oppure deriva unicamente da una percezione limitata ed inesatta di essa? Crediamo di avere risposto a questa domanda parlando dell’<io>. In ogni caso torneremo su questo argomento con delle considerazioni ad una prossima occasione. Ricordo solo brevemente che per noi l’<essere> non è un io che <sente> , ma è un insieme di sentire; e quindi il senso dell’<io> risulta dal punto d’incontro di due coordinate: l’ascissa, che sarebbe il senso di separatività proprio del <sentire> a livello umano –l’<io> spaziale, potremo chiamarlo – e l’ordinata che sarebbe la memoria, ciò che crea la continuità dell’ <io> nel tempo e quindi potremmo chiamarlo l’io storico o temporale. Ma in ogni caso la pluralità comprende ogni dualità, perciò risolvendo il dilemma monismo- pluralismo, ne consegue logicamente una risposta a livello generale di principio, valida anche per il dualismo <io – non io> . Ma come pervenire a capo di questo dilemma?”
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Interessante questa immagine matematica dell’io, visto, non come un’unica entità, ma come un insieme di punti, rappresentabili su un piano cartesiano, nel quale l’asse delle ascisse corrisponde alla posizione spaziale dell’io, mentre l’asse delle ordinate, ne indica la collocazione temporale. Quindi, il sentire di coscienza trova la sua posizione nello spazio-tempo, che è da noi vissuto, anche se questo spazio-tempo, nella realtà non esiste, perché è soltanto creazione-percezione di sentire le cui limitazioni lo fanno apparire in quel modo. Ma il problema, che hanno posto i Maestri, è quello del monismo-pluralismo, perché la sua soluzione è direttamente collegata al dualismo io-non io. E’ del tutto evidente, che se il pluralismo è illusione, anche il <non io> lo è.
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Kempis: “Non abbiamo la pretesa di risolverlo in senso assoluto; la soluzione radicale sta in campi per ora a voi inaccessibili, tuttavia, intanto, abbiamo dato una risposta che sul piano logico e filosofico, in breve, suona cosi: se si ammette una pluralità oggettiva, allora esiste un tempo oggettivo, uno spazio vuoto, non un Dio ma più Dei, ciascuno dei quali privo dei caratteri di assolutezza, eternità, infinità, immutabilità ecc. ecc. , possibili se esiste oggettivamente solo l’Unità. Ma oltre a questo, se si osservano certe manifestazioni chiamiamole … , naturali, che hanno un carattere indubbiamente unitario, si rileva come l’Unità risulti dalla confluenza di molteplicità, sicché si può ragionevolmente credere che ciò che è a noi appare molteplice confluisca nell’Unità. Per esempio: la consapevolezza, che ha un carattere così unitario, risulta l’insieme di tanti piccoli atti istintivi della mente, così diversi che potrebbero essere prodotti da tante menti diverse da quella consapevole. Cosa che non è. E questa consapevolezza non è l’insieme di tante piccole consapevolezze, ma ha un carattere a sé; tanto che certe sensazioni dolorose ben localizzabili, sono localizzate solo di riflesso. Intendo dire che se, per esempio, una parte del suo corpo soffre, l’uomo prima avverte un senso generale di malessere – è lui come unità che soffre – ed una frazione di secondo dopo localizza la parte sofferente.”
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Il Maestro, con una serie di esempi di carattere psico-fisico, vuole farci capire, come quella che appare per noi quale molteplicità, ha invece una natura unitaria, che a volte sfugge per la tendenza al frazionamento dei sensi fisici. Grazie alla mente, la quale ha la capacità di rendere unitario quel frazionamento , è possibile cogliere parzialmente la reale essenza unitaria delle cose. Naturalmente siamo ancora molto lontani da intuire l’unità del Tutto, perché questa potrà essere compresa solo allorquando la mente sarà abbandonata, in virtù del fatto, che le limitazioni ,che tengono legato il sentire di coscienza alla dualità, saranno superate ovvero quando l’io, prodotto dalla mente, non ci sarà più.
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Kempis: “Ancora: se voi chiudete alternativamente prima un occhio e poi l’altro, vi rendete conto come ciascun occhio percepisca un’immagine diversa, così diversa che se le due immagini fossero fotografate, le fotografie non sarebbero assolutamente sovrapponibili. Non solo, ma l’insieme delle due immagini è un’immagine ancora diversa, un’immagine che ha una profondità. Ebbene, se si analizza questo processo, ci si rende conto delle modalità secondo cui si svolge. Voi sapete meglio di me che il vedere non è un processo tanto degli occhi quanto della mente. Un’immagine, in sé, è un insieme di macchie, di colori, di chiari e scuri, di luce e d’ombra, di forme. E’ la mente che analizza quelle macchie colorate e le trasforma in visione consapevole. Io non so se vi è mai capitato di osservare un oggetto in scarse condizioni di visibilità e non riuscire a capire che cosa sia quell’oggetto. Ebbene quando la vostra mente ha indovinato che cos’è quell’oggetto, anche la visione pare più nitida, sembra cioè che siano migliorate le condizioni di visibilità, cosa che non è accaduta. Allora tornando alle nostre due immagini monoculari è chiaro che la mente esegue per ciascuna di esse una distinta elaborazione, altrimenti non si avrebbero due immagini, ma si avrebbe un duplice insieme di macchie di colore. E’ come cioè se ciascun occhio avesse una sua mente; non solo, ma, siccome la visione simultanea è un’immagine con caratteristiche che vanno oltre la somma delle caratteristiche delle due immagini, è chiaro che la mente – con una terza attività – fonde le due immagini precedentemente elaborate e le trasforma in una visione tridimensionale. Ora questa fusione non avviene per una realtà strutturale del corpo dell’uomo; avviene per un processo mentale, vi è dunque un’azione unificatrice della mente, una sintesi percettiva che rende possibile il carattere unitario della consapevolezza. Aggiungo che, perché questa fusione possa avvenire, è indispensabile una condizione: la simultaneità della percezione.”
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I sensi, quali per esempio gli occhi, sono dei semplici rilevatori di alcune modificazioni che avvengono sul piano fisico, vedi l’emissione di onde elettromagnetiche nel caso della luce. Chi però, elabora ed interpreta queste emissioni, è la mente, che si serve sul piano fisico di un terminale, ovvero il cervello. A sua volta, esso, è collegato ad un elaboratore, il corpo mentale, struttura fatta di materia del piano mentale inferiore, costituita dai primi tre sottopiani di quel piano ed organizzati secondo dei relativi archetipi. Il corpo mentale è costruito in funzione delle necessità del corpo causale, costituito dalla materia del piano mentale superiore, formata dagli ultimi quattro sottopiani di quel piano. In conclusione, si deve dire che è la mente che costruisce la grande illusione, ovvero il film delle nostre vite. Non va però dimenticato, che tutto origina dal sentire di coscienza. E’ lui infatti, che, limitandosi, vela la sua vera natura, dando così corpo, a materie sempre più dense, costituenti i veicoli dei mondi inferiori. Ultima e più densa, è la materia del piano fisico, esprimente la massima limitazione delle possibilità creative- percettive del sentire.
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Kempis: “Vedrò di spiegarmi più chiaramente con un altro esempio, un processo analogo al vedere: il processo dell’udire. Voi sapete che la percezione simultanea di un rumore da parte dei due orecchi, fra l’altro indica il punto spaziale di provenienza del suono. Se la percezione non è simultanea, si ha un effetto eco, con perdita della possibilità di individuazione del punto spaziale di provenienza, sicché la simultaneità della percezione dà alla mente una consapevolezza che va oltre la somma delle informazioni ricevute. Tutto questo è possibile perché la mente è una, nonostante svolga funzioni così diverse che potrebbero essere prodotti di altrettante menti indipendenti, consegnate per la sintesi finale alla mente consapevole. Come si suol dire, la mente svolge più pari in commedia, crea più personaggi, ma è – e resta – una. Direte voi: < Che cosa centra questo discorso?>. Ebbene c’entra. Ho cercato di porre in evidenza tre punti salienti e cioè: che nella sequenzialità appare diverso e molteplice ciò che in realtà è uno: che nella simultaneità v’è fusione, che nella fusione v’è trascendenza. Invero nella sequenza temporale, dove non esiste alcuna contemporaneità, gli uomini appaiono diversi e divisi; si può dire che la molteplicità si mostra in senso orizzontale e verticale. Nella successione dei <sentire>, nel tempo del <mondo degli individui> – come lo abbiamo chiamato – <sentire> analoghi sono contemporanei e, per questa simultaneità si fondono. Nel non tempo, nell’assoluta simultaneità, tutto è comunione, fusione, unità, trascendenza dalla molteplicità. Che ciò sia vero la stessa logica lo conferma: infatti se la Realtà fosse costituita in senso pluralistico – per esempio alla maniera delle monadi di Leibniz – impossibile sarebbe coerenza. Tant’è vero che lo stesso Leibniz per spiegare armoniosa convivenza delle monadi, ricorre al concetto dell’armonia prestabilita. La verità è che la molteplicità è un’apparenza, soggetto ed oggetto sono un’unica cosa, la stessa esistenza ha ciò che percepisce e ciò che è percepito.”
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Attraverso alcune applicazioni pratiche il Maestro Kempis cerca di portare la nostra capacità intuitiva al punto di avere una sia pure parziale consapevolezza dell’Unità del tutto , per farci comprendere come la molteplicità sia soltanto apparenza. E’ questa la grande illusione della quale parlano i Maestri con il titolo di questo libro. Non è facile rendersene conto, perché i sensi fisici, le emozioni, gli attaccamenti, che la mente attraverso l’io crea, sono molto potenti, e ci tengono fortemente ancorati ad una percezione, che rende difficoltoso volgere la testa al Cielo , tenendola invece ancorata alla Terra. Per potere andare oltre ci vuole: determinazione, costanza e capacità di superare le utopie, che la vita presenta. La bellezza di questo libro risiede proprio nel fornire le argomentazioni logiche, che possono sostenere in noi, la spinta interiore.
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Kempis: “Tutti i mistici di tutti i tempi e di tutte le religioni, con le loro visioni estatiche, hanno colto l’Unità materiale e spirituale dell’esistente e, se la nostra testimonianza può avere valore, noi pure lo confermiamo ed aggiungiamo: come i singoli atti del processo della consapevolezza sembrano prodotti di altrettante menti indipendenti da quella consapevole – mentre in effetti sono funzioni diverse di una stessa mente – così i <sentire > relativi non sono che virtuali frazioni dell’unico <sentire> che li sovrasta ed abbraccia tutti per il principio della trascendenza. E come la simultaneità di distinte percezioni sensorie pone la mente in grado di superare la somma delle informazioni ricevute, così <sentire> contemporanei si fondono e sfociano in un <sentire> che li trascende e così via. Ma come la consapevolezza della mente, nella simultaneità della percezione, va oltre la somma delle informazioni ricevute in forza della sua natura unitaria, così la trascendenza di Dio rispetto ai <sentire> relativi deriva dal Suo essere Uno ed Eterno Presente. E come i singoli atti del processo della consapevolezza risultano riassorbiti dalla sintesi finale, così noi in Realtà siamo un solo corpo, un solo spirito, un solo <essere> al di là di ogni apparenza. Se non riuscite a capire questo, tutto quello che avete udito dai Maestri,dai Profeti, dagli spiriti, dai filosofi più illuminati, non è che una miscellanea priva di costrutto, di senso logico.”
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Per capire la trascendenza dell’Assoluto quale sintesi e finale fusione di tutti i sentire relativi, il Maestro Kempis ci invita a porre l’attenzione alle percezioni sensorie, che sono come tanti momenti di consapevolezza di altrettante menti indipendenti, le quali non sono altro che attività di un’unica mente, che le usa fondendole in unica consapevolezza. Analogo è il processo della Coscienza Assoluta, che unifica, fondendoli in sé, tutti i sentire relativi. Questi rappresentano uno dei tanti per noi inconcepibili Suoi modi di essere. In conclusione la molteplicità non è reale, è il frutto di una grande illusione, che sentire relativi, in quanto limitati, creano e, al nostro grado di sentire, così percepiscono. La descrizione, che i Maestri danno dell’Esistente, è soltanto una delle infinite modalità di Dio, il Quale, in quanto Realtà Assoluta, non ha altra finalità che Se Stesso.
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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.