La realtà del sentire

Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1]  pp. 147-151

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Finché si dice che l’uomo ha una parte immortale, cioè che sopravvive alla morte del suo corpo, non vi sono problemi di comprensione: al massimo uno non ci crede, ma capisce che cosa non crede. Invece, quando si parla di che cosa è questa parte immortale, come nasce, eccetera, la questione si fa assai più complessa. Intanto -se non la si inquadra in un disegno generale che spieghi, sia pur per sommi capi, la struttura della Realtà – si può dire quello che si vuole come la mitologia (senso occulto a parte) insegna. E in effetti, quando si è cercato di spiegare chi è l’uomo, da dove viene e quale è il suo destino, lo si è fatto disinteressandosi di quella che è la Realtà – cioè il complesso di come le cose sono in sé, della vera condizione e qualità di tutto ciò che esiste.Mentre un’ipotesi, una teoria, una spiegazione è tanto più plausibile quanto più abbraccia e si inserisce armoniosamente nel complesso generale delle cose. Allorché non si armonizza col resto – lo capite voi- non regge. Ora, io sono stufo di sentire discorsi che vogliono spiegare che cos’è l’uomo, qual è la sua origine e il fine verso il quale cammina, semplicemente fornendo delle pseudo spiegazioni che non fanno altro che spostare il problema. In altre parole: quelli che sono interrogativi circa l’uomo, diventano interrogativi circa lo spirito, ossia la parte immortale dell’uomo o come la volete chiamare.”

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Il problema che riguarda la sopravvivenza dell’uomo scivola nel problema dell’esistenza dello spirito, di cosa esso sia e se evolva o rimanga immutabile nel tempo. Ma in realtà tutto questo tema rientra in un quadro ben più ampio che riguarda la struttura dell’Esistente, cioè la vera condizione e qualità delle cose. Perciò il Maestro Kempis invita l’ascoltatore a spostare il suo interesse a quella che è la sostanza dell’insegnamento dei Maestri del Cerchio che riguarda l’insieme di Ciò che è. Per Loro, esso è assolutamente unitario, ma non configurato quale monolite, perché ciò escluderebbe la molteplicità, mentre per i Maestri questa esiste, sia pure come realtà virtuale, in quanto frutto della nostra illusoria percezione.

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Kempis: “Siccome si comincia col dire che lo Spirito non muore mai, non evolve, eccetera, se anche la spiegazione non si capisce perché non spiega nulla, il difetto è di chi sta a sentire e non di che la fornisce. Questo perché l’uomo che ascolta non ha dimestichezza con la realtà spirituale nella quale – si dice – lo spirito sa tutto,ma in effetti percorre un cammino da cui ricava qualcosa;nella quale – sempre si dice – lo spirito dovrebbe stare in una realtà di essere, ma in effetti, invece, diviene. Tutto questo non lo dico io, badate bene; lo dicono certe spiegazioni. Leggete con animo critico e ve ne renderete conto. Allora, come sta la questione? Lo spirito evolve o no? Intanto vi ricordo che non abbiamo mai usato il termine «spirito» per indicare la parte più alta dell’uomo; se mai abbiamo usato il termine «scintilla divina, per indicare che nell’uomo esiste la presenza della Divinità. E ciò che evolve, per noi, è semmai la coscienza, intesa come senso di quale deve essere la propria funzione in una Realtà in cui tutto è Uno, e la vera natura di ciascuno è un medesimo essere.”

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Il tema a questo punto diviene assai arduo, perché si tratta di definire lo spirito. Per prima cosa il Maestro Kempis chiarisce il fatto che lui non ha mai usato tale termine, ma che i Maestri del Cerchio hanno soltanto fatto riferimento ad una qualità del nostro essere che in se stessa esprime la presenza del divino in noi. Questa la possiamo molto sinteticamente denominare “sentirsi d’esistere” che non viene mai meno in ogni essere a qualunque grado di evoluzione esso sia. Riguardo alla coscienza attraverso la quale il ” sentirsi d’esistere” sempre si esprime, questa è in evoluzione e va dall’atomo di sentire, nel quale esiste soltanto sentirsi d’essere, fino alla coscienza assoluta che è l’essenza dell’unica Realtà.

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Kempis: “Ora, vedete, in una realtà di essere la quale, sola, badate bene sola, permette l’esistenza di un Dio Assoluto, non può esservi nulla che divenga realmente. Perciò se si intende l’evoluzione come divenire, non può esistere evoluzione. Più volte vi abbiamo ripetuto e precisato che Tutto È, e che quelle che sembrano fasi di trasformazione, la quale ha consumato ciò che era e non ha raggiunto ciò che sarà in effetti, sono tanti stati d’essere che non trascorrono, ma sono e restano al di là del tempo, cioè nel non tempo, cioè nell’eternità. Ma non voglio entrare nel difficile per ripararmi dietro certe difficoltà di comprensione per mascherare cosi le mie lacune, nello stesso modo come generalmente, viene fatto. Voglio fare un discorso il più semplice ed il più piano possibile. Non esiste uno spirito creato potenzialmente perfetto che debba divenire perfetto in atto, uno spirito che nasca in qualche modo ignorante e che debba acquisire qualcosa attraversando la materia. Questo non lo dico io, badate bene, lo enuncio semplicemente come un fatto di cronaca. Ripeto: o si crede in un Dio Assoluto, e in tal caso non può esistere alcun divenire reale, oppure Dio non esiste e tutto è frutto del caso, ammesso che possa esserlo. Qual è allora, in poche e spicce parole, la spiegazione della Realtà che noi vi proponiamo? È questa.”

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Siamo ad un punto cardine dell’insegnamento. Il concetto di Assoluto è inconciliabile con quello di divenire. Quello che ci appare quale divenire non è altro che la sequenza di stati di coscienza fra loro logicamente collegati, come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Ciascuno di essi esprime un sentire, che fondendosi con gli altri dà luogo ad un nuovo sentire di coscienza che li trascende, ma esso è ancora limitato, sia pure in minor grado. Abbiamo così una successione di sentire, i cui elementi sono l’uno contenuto nell’altro, e che trova il suo vertice, quale logico punto iniziale di riferimento, nel Massimo Sentire di Coscienza possibile, ovvero Quello Assoluto. Ed è il concetto di un Dio Assoluto, che i Maestri postulano, ed è a Quello che fanno riferimento. Al di fuori di Esso non può esserci che una visione atea dell’esistente, ovviamente con tutta la sua illogica accettabilità.

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Kempis: “Dio non può che essere il Tutto, altrimenti sarebbe incompleto. Non può che essere Assoluto poiché, se fosse relativo, non sarebbe al di sopra di tutto, sarebbe un termine della molteplicità. Per questa ragione Dio non è contrapposto ad alcunché. Infatti solo ciò che è limitato può contrapporsi, ma Dio deve essere illimitato altrimenti sarebbe, appunto, incompleto. Invero quei caratteri assoluti che Dio deve avere – come eternità, infinitezza, eccetera – non travisano il concetto assoluto di Dio ma ne fanno parte; sono insiti nel concetto di Dio assoluto ma lo puntualizzano esattamente solo se si intende che non lo contrappongono ad alcunché. Dio è il Tutto-Uno-Assoluto, cioè non ha certe qualità e manca di certe altre: è Colui che ha tutte le qualità ma al tempo stesso non ne ha nessuna in particolare. Pure essendo il Tutto, trascende la sommatoria di tutto quanto esiste; e siccome tutto è in Lui – e non potrebbe non esserlo –Egli è immanente e trascendente al tempo stesso. Questa immanenza fa sì che Dio è in tutto; questa trascendenza fa sì che le qualità relative del mondo degli esseri relativi non incidono nella natura divina ed assoluta.”

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Come conciliare la nostra visione relativa della realtà con quella Assoluta indicata dai Maestri è il difficile compito al quale si dedicano le Guide del Cerchio Firenze. Il solo concepire l’Assoluto è di per sé impossibile per una coscienza relativa. Si possono usare un’infinità di parole per descrivere tale concetto, ma al termine ci troviamo sempre dentro un senso di inadeguatezza e non appagamento. Possiamo solo coglierlo, sfiorandolo appena, concentrandoci sul Sentirsi d’esistere che vibra in noi. Da lì parte quell’idea-sensazione che, dandoci l’impressione di un infinito eterno, e senza tempo ci proietta in una dimensione completamente diversa da quella ordinaria e che ci ancora al relativo della materia.

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Kempis: “Mi spiego con un esempio pedestre. Il numero 2 è il risultato della somma di due unità:contiene due unità. Tuttavia il numero 2 ha un valore diverso dall’unità, pur contenendola. Quindi, per esempio, quello che nel mondo relativo è male, esistendo, è in Dio. Ma Dio è Dio e il male è male. Perciò Dio non è amore nel senso umano, più di quando non sia odio. Dio è Essere Assoluto, al quale non si può contrapporre il non essere. Il non essere assoluto non può esistere, poiché sarebbe una contraddizione intrinseca. Nel momento che il non essere esistesse – cioè fosse -, non sarebbe più un non essere. Perciò il non essere assoluto può solo non esistere. Sul piano relativo il discorso è diverso: si può non essere qualcosa perché si è qualcos’altro. Ora, l’Essere Assoluto, colui che deve sentirsi d’essere, non può che avere questa coscienza, altrimenti sarebbe incosciente; ma se fosse incosciente – dal momento che sul piano assoluto non esiste che Lui- la sua esistenza non sarebbe rivelata in alcun modo, perciò non esisterebbe. Infatti, filosoficamente, qualunque cosa, per esistere, o ha una sua pur larvata coscienza d’essere oppure – se non ce l’ha – deve esservi qualcuno cosciente che la percepisce; altrimenti- ripeto – non esiste.”

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Il Maestro Kempis si serve del rigore della logica per dimostrare che esiste solo l’Assoluto. Oltre non può esserci niente altro, nemmeno il non-essere perché se esistesse per logica non sarebbe più non- essere, ovvero il non-essere non può esistere. Non solo, ma l’Assoluto deve essere anche cosciente, perché,se non lo fosse, non essendoci altro che Lui, nessuno potrebbe averne coscienza, quindi la Sua esistenza, non essendo da alcunché rivelata, Lo renderebbe inesistente. La logica potrebbe non bastare ad accettare il concetto di un Dio Assoluto, è necessario anche aprirsi all’intuizione dell’anima, che sola può permettere una più definitiva consapevolezza di Dio, ma bisogna riconoscere che,per l’uomo di media evoluzione, questa via indicata dal Maestro può rappresentare un discreto supporto alla consapevolezza prima e poi all’ampliamento della coscienza.

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Kempis: “Ora, se Dio è coscienza d’essere – e non potrebbe essere diversamente – lo è in senso assoluto. Ma il sentirsi d’essere assoluto, o sentire assoluto, deve comprendere in sé i possibili gradi di sentire, cioè non può essere monolitico, altrimenti sarebbe un solo elementare sentire. Per essere assoluto deve essere poliedrico. Ma il sentire assoluto non può essere una poliedricità di sentire assoluti; non può esistere più di un Assoluto, allo stesso modo di come non può esistere più di un Dio, perché l’uno limiterebbe l’altro. Perciò la poliedricità del sentire assoluto poggia sulla molteplicità di sentire relativi. È chiaro che il sentire assoluto rappresenta la completezza del sentire, cioè deve contenere in sé tutti i possibili sentire, ripeto, pur essendo in sé diverso da ciascun singolo sentire e dalla totalità di essi, così come la fusione di due diverse immagini bidimensionali oculari dà un’immagine tridimensionale che è qualcosa di diverso e di più delle due immagini piatte che ne sono alla base.”

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Sempre seguendo il filo della logica il Maestro Kempis dimostra la necessità della esistenza dei sentire relativi, perché altrimenti il sentire assoluto sarebbe un monolite costituito da un solo elementare sentire. Ma questi sentire relativi non si sommano fra loro, ma si fondono, dando luogo ad un nuovo sentire, che li trascende. Per capire il concetto di fusione e relativa trascendenza, i Maestri hanno più volte fatto ricorso alla visione monoculare e binoculare degli occhi. Potremmo fare altri esempi analoghi, ma questo rende veramente bene l’idea di tale processo, soprattutto perché permette di andare oltre il semplice ragionamento ed aprire all’intuizione, sia pure, semplicemente quella prodotta dai sensi fisici.

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Kempis: “I sentire relativi costituiscono il mondo della relatività della molteplicità. Sono gli esseri, siamo noi, voi tutti. Ma questa molteplicità non è smembrata; costituisce un solo tutto inscindibile; e questa unità di un solo Essere – che pure è l’Essere divino – è realizzata attraverso alla continuità del sentire. In altre parole, ciascun sentire che esiste nella e per la eternità del non tempo, ma che si rivela, vibra in una sola volta in successione dal più semplice al più complesso, fa parte di una serie di sentire aggregati per analogia. Cosicché si realizza nella successione dei sentire quella continuità di sentirsi d’essere che rimane da un sentire all’altro della stessa serie e che costituisce l’idea di un essere che sente e che si trasforma, pur conservando una stessa identità in un supposto divenire. Questi virtuali esseri che sentono – virtuali rispetto alla Realtà ultima, che è quella di un Solo Essere Divino – siamo noi, voi, noi tutti, con una coscienza in espansione. Ma in effetti – ripeto – la coscienza che si espande, o il sentire che si modifica, o l’individuo che diviene con la Realtà, è una illusione perché, in effetti, tutto è nella Eternità del Non Tempo. L’illusione del divenire nasce dal fatto che ciascun sentire,essendo relativo, non può che essere limitato; perciò non può che rivelarsi, sentirsi finito come proveniente da e tendente a; come momento di una successione senza soluzione di continuità. Mentre, in effetti, si tratta di tanti sentire che esistono senza fine, nella eternità del non tempo.”

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I sentire relativi sono tutti gli esseri che esistono, quindi anche noi. Ma come avviene tutto questo per ciascun essere? Bisogna abbandonare ogni passata concezione ed acquisire una diversa visione di noi stessi. Siamo delle realtà non unitarie, ma granulari, ovvero delle successioni di sentire ciascuno dei quali, avente una propria consapevolezza, che resta fissa nelle sua realtà di esistenza. Da dove viene la sensazione del divenire, potremmo domandarci? Essa discende per ogni sentire dall’essere limitato e quindi dal sentirsi tale, ma proveniente da uno più ristretto, per poi essere proiettato verso uno più ampio, secondo una successione senza soluzione di continuità. Le cose però non stanno così,si tratta invece di tanti sentire immobili, che esistono nell’eternità. È assai difficile accettare questa visione, forse si deve provare a fermare la mente, lasciando che l’intuizione dell’anima porti questa consapevolezza. Credo che questo sia il punto focale di una vera meditazione. Ma l’ottenimento di un tale stato è il solo che permette il giusto distacco quando ci immergiamo nel mondo dei piani della percezione.

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Kempis: “Nulla e nessuno, quindi, è stato creato o emanato in un momento particolare dalla Realtà divina, ma tutto esiste e fa parte integrante di quella Realtà. Tutto esiste e ne fa parte da sempre e per sempre, ammesso che queste espressioni si possano usare per ciò che è,non solo senza tempo, ma senza qualunque successione in un Eterno Presente. Niente quindi spiriti che sono creati e che evolvono,o acquistano coscienza o esperienza; ma completezza di coscienza divina che comprende ogni sentire. L’idea stessa degli esseri, o spiriti, che evolvono o prendono coscienza, èun’illusione; come lo è la molteplicità intesa come realtà vera, perché tutto – in effetti – è una sola Realtà, un solo Essere: Dio. EDio è quello stato di coscienza che in un solo abbraccio fonde l’illusoria molteplicità e nel quale ognuno di quegli esseri illusori è destinato a riconoscersi; a riconoscere la propria vera identità, il proprio vero essere, la propria vera esistenza. Amen.

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La conclusione della comunicazione è in parte mistica, perché induce l’ascoltatore a sentirsi in perfetta unione con il tutto, facendogli perdere il senso della sua individualità. L’io, potente strumento della mente, deve essere annullato, perché sia possibile entrare in sintonia con questa conclusione. Nello stesso tempo le argomentazioni logiche, che il Maestro espone, sono un forte sostegno per l’io razionale, che non può non sentirsi da queste gratificato. Ma alla fine non può che cedere,ed accettare di fare parte di quello stato di coscienza che contiene in séi molti, la cui illusione, di essere fra loro distinti e separati, svanisce annullandosi in una esaustiva identificazione.


[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.