Realtà soggettiva e oggettiva

Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1]  pp. 153-163

Commenti di Andrea Innocenti

Voci di Kempis e Alan

Kempis: “Affermando che Dio è Assoluto, ne discende che Egli è l’unica Realtà oggettiva. Ogni altra realtà, che necessariamente deve essere in Lui, è una realtà relativa, cioè dipende da qualcosa. In sostanza Dio è come è perché dipende unicamente da Se stesso: cioè è indipendente, cioè è Assoluto. Ogni altra realtà è come è perché dipende da qualcosa. La stessa coscienza cosmica, che è la massima espressione del sentire del Cosmo, la massima spiritualità cosmica, per intenderci, è tuttavia una realtà relativa che è come è in dipendenza di qualcosa, non fosse altro del virtuale frazionamento dell’Assoluto.”

Alan: “Domando se la realtà relativa è anche soggettiva.”

Kempis: “Dicesi soggettivo ciò che dipende dal modo di pensare di un soggetto. Allora la domanda potrebbe suonare  anche così: la realtà che si percepisce esiste indipendentemente dalla percezione, cioè è una realtà oggettiva se pure relativa? Oppure esiste unicamente nella percezione, cioè è una realtà soggettiva?”

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Credo che il Maestro Kempis in sostanza voglia dire che se nell’atto della percezione il soggetto modifica ciò che da lui viene percepito la visione della realtà che questo acquisisce è di fatto soggettiva.

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Kempis: “Con questa domanda siamo di fronte al problema della conoscenza, vecchio quanto l’uomo. Nel pensiero degli antichi voi sapete che la conoscenza si identificava con la Realtà, grosso modo, fatta eccezione per gli scettici i quali negavano questa corrispondenza; ossia gli scettici negavano all’uomo la possibilità di confrontare la realtà conosciuta con la Realtà esistente. Nelle filosofie medievali si pose in discussione se certe idee universali ed astratte concepite dall’intelletto potessero trovare riscontro nella Realtà. Successivamente si passò ad esaminare i limiti e le possibilità della conoscenza, ponendo anche in dubbio l’esistenza di una realtà oggettiva. Nel pensiero moderno si esaminano le funzioni della conoscenza, l’efficacia, senza confrontarla con la realtà oggettiva. Tutto questo a volo d’uccello, come si sol dire, senza prendere in considerazione la possibilità che ha la scienza dell’uomo di porsi ad incrementare la conoscenza; senza interessarsi, cioè, della filosofia della scienza perché il nostro scopo non è quello di esaminare le varie tappe del pensiero umano su questo argomento, ma unicamente quello di ricordare come questa meditazione sia sempre stata presente nel pensiero degli uomini, e soprattutto esporvi il nostro punto di vista, che è il seguente: Noi ci rendiamo conto della Realtà attraverso alla percezione che è appunto l’atto della consapevolezza con cui si coglie l’esistenza di una realtà esterna per mezzo della mediazione dei sensi. Per taluno la percezione è un fenomeno di sensazioni, per altri un fenomeno della mente. Per noi è l’una e l’altra cosa. Infatti, se l’uomo anziché cinque sensi ne avesse due soltanto, ovviamente la sua percezione sarebbe diversa ed egli immaginerebbe una realtà esterna a lui come avente le sole caratteristiche da lui colte; mentre se avesse dieci sensi probabilmente coglierebbe altri aspetti del mondo in cui vive ed ipotizzerebbe una realtà in modo diverso, od una realtà diversa. Questa considerazione dunque lascia supporre che la realtà esista indipendentemente dalla percezione e noi da sempre vi abbiamo detto che esiste un ente percepente e qualcosa che viene percepito. È vero? Allora la risposta alla domanda che ci siamo posti – e cioè se la realtà esiste al di là della percezione – potrebbe essere che, sì, la realtà esiste al di là della percezione.”

Alan: “Ma questa realtà è oggettiva?”

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Alan, come abbiamo visto, si mette nei nostri panni ed assume la parte dell’interlocutore. Il Maestro Kempis, dopo avere fatto un rapido excursus di quelle che sono state le idee del genere umano relative al problema della conoscenza, comincia la sua trattazione, partendo dalle osservazioni più evidenti: cioè che la nostra percezione trae origine dai nostri sensi fisici, che sono cinque, ma che se fossero di numero diverso darebbero una rappresentazione della realtà completamente diversa. Comunque questa affermazione farebbe pensare all’esistenza di una realtà fuori di noi ben determinata e di fatto oggettiva. Ma a questo punto possiamo legittimamente porre il dubbio se questa oggettività veramente esista come tale.

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Kempis: “Se per oggettivo intendiamo il contrario di soggettivo, la risposta è sì. Ma voi potreste a questo punto dire: «Questo signor Kempis viene qua a dire male di Garibaldi! Lo sappiamo benissimo che esiste una realtà oggettiva della quale abbiamo una visione soggettiva». Eh già! ma il problema non è così semplice: infatti dobbiamo subito precisare che la realtà che si percepisce, come si percepisce, esiste unicamente nella percezione. Si dice che i raggi del sole sono caldi. Supponiamo che questa affermazione derivi semplicemente dal fatto che tutti gli uomini hanno una temperatura corporea di circa 37° e che i raggi del sole hanno una temperatura superiore, o comunque superiore alla temperatura della pelle del corpo degli uomini. Allora l’affermazione che i raggi del sole sono caldi, è un’affermazione relativa, soggettiva; l’apparente oggettività deriva unicamente dal fatto che tutti gli uomini percepiscono come caldi i raggi del sole i quali in sé, invece, non sono né freddi né caldi, ma lo diventano solo per chi li percepisce o comunque in relazione ad un termine di paragone. Affermando che il Cosmo è il comun denominatore di tutte le percezioni soggettive, noi non solo vogliamo dire che i raggi del sole, in sé, non sono né freddi né caldi, m anche e soprattutto che il sole in sé non esiste.”

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Questa affermazione finale appare quasi sconvolgente perché rovescia completamente la nostra percezione ordinaria della realtà, che si fonda sulla certezza che i nostri sensi, sia pure nella loro specifica soggettività individuale, ci diano la rappresentazione di una realtà esistente e concreta. La nostra vita si ribalta se guardandoci intorno cominciamo a dubitare delle cose che osserviamo, afferriamo, dei suoni che udiamo e soprattutto delle persone con le quali entriamo in relazione. C’è allora da domandarsi se siamo davvero nella realtà onirica che certe filosofie orientali hanno indicato come il sogno di Brahma. Ma restiamo tranquilli! L’insegnamento dei Maestri del Cerchio è tale da non creare squilibrio e le loro successive affermazioni sanno ricreare armonia nelle menti turbate dalla novità di questa prospettiva.

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Kempis: “Questa precisazione non ha lo scopo di scandalizzare i validi rappresentanti della scienza umana che ci seguono, ai quali tuttavia debbo ricordare che l’atteggiamento dello scienziato nei confronti della ricerca è mutato ormai da tempo. Da una primitiva osservazione dei fenomeni, a cui faceva seguito la formulazione di ipotesi esplicative e la ricerca di fatti confermativi, si è passati ad una riluttanza nell’avanzare ipotesi che spieghino i fatti. In particolare i fisici del vostro tempo hanno dichiarato impossibile la ricerca di ciò che sta al di là del fenomeno ed hanno rinunciato a dare una spiegazione di esso e ad illustrarne la genesi. In sostanza la fisica d’oggi ha rinunciato a dare una immagine della realtà e concentra la sua attenzione sulla osservazione dei fenomeni e nella registrazione dei fatti e delle modalità ad essi inerenti. Questo diverso atteggiamento deriva essenzialmente dal fatto che la Realtà si intuisce così diversa da come appare che darne una immagine significherebbe fare perdere alla fisica il suo carattere scientifico, cioè reale. Se questa posizione è comprensibile e giustificabile nei rapporti ufficiali, non lo è nell’intimo del proprio pensiero, dove la reputazione non è messa a repentaglio e dove ognuno ha il dovere di esaminare tutte le ipotesi possibili. Allora, qual è la portata della preoccupante precisazione che ora ho fatto? Significa essa che non esistono altro che i soggetti, i quali sognano una realtà in se stessa inesistente?”

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Come sempre i Maestri del Cerchio collegano il loro insegnamento, per quanto possibile, alle conoscenze che la scienza umana ha realizzato. Essi rilevano che, in modo particolare, la fisica oggi non ha la pretesa di dare una spiegazione ai fenomeni che vadano al di là della loro apparenza, ne analizza ed osserva soltanto le modalità, lasciando però in sospeso qualsiasi deduzione che implichi affermazioni conclusive sulla vera essenza di essi. Questo atteggiamento riguarda però l’ufficialità del pensiero scientifico, ma ovviamente non può essere inerente alla parte intima di ognuno, dove ciò che conta è la pulsione della coscienza, la quale permette intuizioni che trascendendo la logica proiettano verso la sintesi dialettica. A questo punto il Maestro Kempis riprende i concetti precedentemente espressi e si domanda se essi ci abbiano indotto ad una visione onirica della percezione individuale, errore che Lui si appresta a correggere.

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Kempis: “Vedete, un sogno è una storia della fantasia, costruita con elementi del mondo della percezione. Voi potete sognare – che so? – che vostra sorella ha i baffi, ma questa insolita storia è costruita con una sorella e con dei baffi, cioè con immagini che voi avete attinto al mondo della vostra percezione. Se non vi fosse la percezione, non vi sarebbero immagini e non vi sarebbero sogni. Ora noi affermiamo che il Cosmo è il comun denominatore di tutte le percezioni soggettive; se parliamo di percezione, implicitamente ammettiamo l’esistenza di un ente percepente e di qualcosa che viene percepito, perciò non possiamo voler dire che esistono solo i soggetti, perché se così fosse non vi sarebbe percezione e quindi non vi sarebbe l’elemento comune delle percezioni. Difatti quelli di voi che hanno buona memoria ricordano che da sempre noi abbiamo affermato che esiste un «quid» (qualcosa non meglio identificabile, perché oggettivamente non distinguibile da Dio, cioè oggettivamente inesistente, che potremmo chiamare parte di Dio, se Dio non fosse indivisibile), un «quid» che percepito si rivela come elemento comune di tutte le percezioni. Questo elemento comune nell’apparenza è formato da vari elementi ed è con questi elementi che ciascun soggetto costruisce immagini soggettive di un mondo già in se stesso soggettivo. Il «quid» che, percepito, si rivela come mondo fisico, mondo astrale, mondo mentale, in se stesso è la divina sostanza «spirito» che non viene minimamente toccata dal fatto che nella percezione assuma un aspetto o l’altro.”

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La sostanza alla quale fa riferimento il Maestro Kempis potremo denominarla sostanza di Dio che esprime l’aspetto quantitativo dell’Assoluto, Che ha due configurazioni quella quantitativa e quella qualitativa. La prima, la possiamo identificare come sostanza indiversificata ed è il supporto di tutto ciò che viene percepito nei piani della dualità. I sentire relativi la modellano secondo le loro possibilità creando con ciò tutto il mondo che ci circonda, che però non esiste oggettivamente ma soltanto quale comun denominatore di sentire aventi limitazioni analoghe. Dando così origine alla grande illusione.

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Kempis: “Una macchia di umidità su un muro non è interessata dal fatto che nella fantasia dell’osservatore assuma l’aspetto di una figura nota o di un’altra. Questo appunto significa che il divenire dei mondi non incide nella Realtà di Dio. In effetti esiste qualcosa che, percepito, dà la visione della realtà che ci è nota, perciò la realtà che noi percepiamo esiste unicamente nella nostra percezione. La realtà che noi conosciamo assume l’aspetto che ci è noto in funzione delle nostre possibilità di percezione. Ora, siccome tutto quanto esiste è in Dio e fa parte di Dio, è chiaro che osservando il mondo nel quale viviamo, osserviamo una parte di Dio; tanto è vero che se, senza distogliere la nostra attenzione dal mondo in cui siamo immersi, crescessero le nostre possibilità di percezione –badate bene,- è un’ipotesi assurda quella che sto facendo – fino al limite necessario, noi giungeremmo a percepire Dio senza avere distolto la nostra attenzione da uno stesso soggetto. Dunque ciò che noi percepiamo è una parte di Dio, in Dio, ma non esiste quale noi la percepiamo, non esiste oggettivamente. Dio, infatti, è indivisibile e credere di poter circoscrivere una Sua parte e capire come è fatto Dio, è una vera illusione. L’insieme è tutt’altra cosa che la somma delle parti e Dio è tutt’altra cosa che l’insieme. Il Cosmo, pur essendo in Dio, non è oggettivamente in Lui delimitato; la delimitazione del mondo che noi conosciamo non è oggettiva, scaturisce unicamente dalle nostre possibilità di percezione. Il piano fisico non è distinto da quello astrale se non dal fatto che così lo si percepisce. La Realtà non ha questi confini così rigorosi come generalmente si crede. Dio infatti – lo ripeto – è indivisibile. Ogni parte non esiste oggettivamente in sé, non è una realtà oggettiva. Esiste un’ Unica Realtà oggettiva, la Realtà assoluta o Dio. Ogni altra realtà è una realtà relativa che scaturisce da una delimitazione, non oggettiva, di questa Realtà Unica. A sua volta la delimitazione scaturisce dalla percezione di un ente percepente. A livello umano esiste un ente percepente – l’uomo- e qualcosa che viene percepito, la Realtà Unica. La visione che ha l’uomo di questa Realtà Unica è una realtà relativa che ha un colore, una forma, un sapore, una consistenza, ma che non ha niente a che vedere con la Realtà Unica, essendo la Realtà Unica incolore, informe, inconsistente, omogenea, indeterminata, infinita, indivisibile, immutabile, eccetera. Perciò la realtà relativa, esistendo unicamente nella percezione individuale- ed in forza di questa – è sempre soggettiva. Ripeto: l’unica Realtà oggettiva è la Realtà assoluta o Dio.”

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Il tema profondo che qui viene affrontato è l’unicità di Dio. È questa l’essenza delle religioni principali. Essa si contrappone a quella che è l’apparenza della realtà come appare alla nostra percezione. La mente è divisiva, frammenta e separa. La stessa scienza umana nell’analizzare i fenomeni è analitica e solo nei suoi livelli più elevati riesce a trovare delle sintesi, che essendo però sempre parziali, sulla base di nuove percezioni, vengono riformulate, ampliandone sempre più la portata unificante. Da un lato la consapevolezza della nostra soggettività serve a limitare l’orgoglio, che l’io umano sempre alimenta, dall’altro non può essere un freno alla spinta di conoscenza che ha la scintilla divina che è in noi e che vorrebbe andare oltre il limite della propria incapacità, che impedisce la consapevolezza e la comprensione di essere essa stessa Dio.

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Kempis: “Spero di avere chiarito a sufficienza che cosa intendiamo con «soggettivo» ed «oggettivo» e che parlare di percezione significa parlare di un mondo che comprende un ente percepente e qualcosa che viene percepito, ma significa anche parlare di un mondo che non ha alcun elemento oggettivo nel vero senso del significato e del concetto. Spero che risulti chiaro che quanto ho detto è riferito unicamente al mondo della percezione e che non corrisponde più in un’altra dimensione d’esistenza dove esistono solo i soggetti, perché non vi è bisogno di percezione, non essendovi più bisogno di immagini: esiste solo il «sentire» il quale è come retaggio del mondo della percezione. Se la questione è chiarita, diventa pacifica.”

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Questa precisazione è significativa e chiarificante. Quando il Maestro parla di percezione si riferisce alla dimensione della dualità, nella quale il soggetto si sente separato dall’oggetto ed attraverso a questo rapporto di distinzione il soggetto amplia la sua capacità sensoriale fino al punto di identificarsi con l’oggetto stesso. Da lì il sentire di coscienza non ha più bisogno dell’altro e la sua visione, non più soggettiva, diviene soltanto relativa, perché determinata dai limiti stessi della sua capacità coscienziale. Quello è il mondo del piano akasico nel quale le modalità dell’evoluzione divengono completamente diverse dalle nostre.

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Kempis: “Siccome io sono uno spirito maligno che ha in odio la pace interiore ed esteriore, mi voglio soffermare proprio sul concetto di interiore ed esteriore nel mondo della percezione. Che cosa significa esteriore? Che è fuori di sé. Ma ciò che è fuori di sé lo è realmente o così appare? Bene, direte: «La risposta a questa domanda è fin troppo semplice, ormai anche i muri di questa stanza sanno che la Realtà è diversa dall’apparenza». D’accordo. Ma io vi invito a meditare su quanto vi dirò. Ho affermato che la percezione comprende un ente percepente e qualcosa che viene percepito. Se l’ente percepente è il soggetto con il suo mondo interiore, il percepito, l’oggetto, è ritenuto quasi totalmente esterno al soggetto. Ma dove finisce l’interno e comincia l’esterno? Secondo la psicologia, la percezione è quel processo mentale che organizza le semplici sensazioni in categorie superiori capaci di modificare l’azione dell’uomo. Soffermiamoci sulle sensazioni che secondo questa definizione – e in fondo secondo tutte le altre – sono all’origine della percezione e domandiamoci che cosa sono le sensazioni. Si definiscono così le modificazioni della propria auto-consapevolezza in seguito ad uno stimolo interno o esterno che colpisce i sensi. Molte cose potremmo dire circa le sensazioni: le nostre affermazioni potrebbero non essere condivise; per esempio, dai materialisti, i quali considerano le sensazioni di natura prettamente materiale, fisiologica. In ogni caso nessuno potrà mai negare l’estrema soggettività della sensazioni. E pensate che il mondo di ciascuno è costituito con questi mattoni che sono le sensazioni. Ora, né il fisico né il fisiologo vi sapranno mai dire che cosa siano, per esempio, quelle sensazioni chiamate colori. Il fisico vi dirà che la luce di una certa frequenza, cioè di una certa lunghezza d’onda compresa in una certa gamma che colpisca un occhio, è vista di un certo colore; il fisiologo vi spiegherà che le onde luminose che colpiscono la retina di un occhio sano, attraverso al nervo ottico eccitano una certa zona del cervello e si rivelano nella sensazione di un certo colore. Ma il colore quale lo conoscete, non esiste nel mondo esterno, è una creazione del cervello; e così è di tutte le sensazioni. Questo non lo dico io, lo dice la vostra scienza. Dunque tutto il mondo esterno può ridursi a qualcosa che suscita delle sensazioni.”

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Queste considerazioni del Maestro di fatto sono una riflessione su quello che dice la stessa scienza ufficiale e sono in fondo una risposta alla domanda dove comincia il mondo esterno e dove finisce quello interno. Quel confine non è possibile tracciarlo, anzi potremmo anche azzardare l’idea che esterno ed interno siano la stessa cosa, da ciò dedurre, come hanno fatto i filosofi idealisti, che esiste un’unica realtà, la nostra, quella che noi stessi ci creiamo. La domanda allora che si pone è: “In che modo la creiamo Quanto c’è di solipsismo in essa e quanto invece appartiene ad una dimensione che ci trascenda?” I Maestri del Cerchio danno a ciò una risposta, che verrà in seguito approfondita. Si può dire che la sostanza del Loro messaggio, esposto nell’arco di ben trentasette anni, verte ad indurre l’ascoltatore a comprenderla al punto di farne propria natura.

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Kempis: “Il corpo umano è un po’ come un registratore magnetico che traduce un nastro magnetizzato in un concerto. Il mondo esterno a voi, in fondo – rifletteteci bene – in che senso è esterno? Esterno a che cosa? Se è vero che il vero Sé è al di là dei corpi dell’uomo, allora anche i pensieri sono esterni al Sé. Ma è giusta questa concezione? Occorre stabilire i confini dell’essere. Se vi fosse un apparecchio, tecnicamente perfetto, che facesse vibrare i vostri timpani come vibrano quando vibrano le corde di un pianoforte, voi udreste il suono di un pianoforte senza la presenza dello strumento musicale. E se un altro apparecchio facesse vibrare la vostra corteccia cerebrale come vibra attraverso agli organi dell’udito quando sono percosse le corde di un pianoforte, ancora udreste il suono di questo strumento fantasma. Come ho detto, allora è vero che tutto il mondo esterno può ridursi a qualcosa che suscita delle sensazioni le quali stimolano dei pensieri. Ora questo «qualcosa» abbiamo visto che non è oggettivo, perché non v’è bisogno che lo sia; non è reale perché non v’è bisogno che lo sia. Vi domando: è necessario che sia esterno? Oppure esterno ed interno, il soggetto e l’oggetto sono distinzioni irreali perché l’uomo e il suo mondo sono una stessa cosa già nella dimensione della così detta molteplicità?”

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La conclusione alla quale possiamo giungere a questo punto è che noi abbiamo impressioni e sensazioni che non possiamo dire se siano prodotte da qualcosa di esterno o se invece vengono dall’interno di noi stessi. Se si accetta la seconda ipotesi si deve dedurre che fra il nostro mondo e noi stessi non c’è separazione ovvero siamo un’unica cosa. È questa un’ipotesi suggestiva che tutti i filosofi idealisti hanno sostenuto, alla quale i Maestri del Cerchio aderiscono pur arricchendola di tante precisazioni ed aggiunte che la fanno apparire completamente nuova e per certi versi tale da sfiorare la dottrina materialista.

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Alan: “Ma tu fino ad ora hai sempre parlato di un ente percepente e di una realtà che viene percepita. Ora noi sappiamo che l’individuo ha una fase della sua esistenza in cui non ha più percezione intesa come atto della mente e dei sensi, in cui è unicamente un «sentire». Allora, in quella fase di esistenza, di che natura è la realtà che l’individuo rappresenta?”

Kempis: “Mi pare di aver detto chiaramente che, per esempio, non esiste oggettivamente un mondo fisico, ma che esiste la Realtà Unica che, percepita con certe limitazioni, dà la visione del mondo fisico che ci è nota. Ma al di là di quelle immagini che noi abbiamo chiamato piano fisico, piano astrale, piano mentale, ove non v’è più percezione e quindi mondi da percepire, l’individuo è un insieme di «sentire», ossia di realtà relative sempre più estese. Ora siccome «sentire» è «esistere», è «coscienza d’essere», l’individuo è un insieme di «coscienza d’essere» sempre più ampia.”

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È questo un punto chiave della comunicazione, fino ad ora abbiamo parlato di percezione. Questa però è inerente ai mondi fisico, astrale, mentale cioè quelli della dualità, nei quali appunto l’io ed  non-io appaiono distinti. Alan fa una domanda che porta il Maestro Kempis a fare riferimento a quei piani detti del sentire nei quali la coscienza da logica diviene dialettica e dove l’identificazione è l’unico strumento di conoscenza. Deve perciò il Maestro introdurre il concetto di sentire. Allora possiamo domandarci cos’è questo sentire? Prima di tutto va capito che esso è il cuore dell’esistenza. Da esso discendono i veicoli inferiori, che ne sono un’estrema limitazione. In tutti i gradi di sentire è radicato il “sentirsi d’esistere” ovvero l’essenza dell’autocoscienza.

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Kempis: “Per parlare un po’ della vita del piano del «sentire», o piano akasico, e rispondere così ai vostri interrogativi, dobbiamo riferirci ad una fase del «sentire» molto avanzata, alla condizione di esistenza che noi abbiamo definito «abbandono della ruota delle nascite e delle morti». Perciò tutto quello che io dirò sul piano del «sentire» va riferito a quella condizione di esistenza. Poiché i «sentire» analoghi vibrano simultaneamente, questa condizione di esistenza del superuomo è raggiunta contemporaneamente per tutti gli esseri della Manifestazione, in qualunque tempo o spazio abbiano ottenuto la loro evoluzione. Quella condizione d’esistenza è del tutto diversa dalla vostra attuale. Allora il «sentire» fluisce spontaneamente, senza necessità di stimoli dei piani grossolani. L’individuo non ha più niente di umano, non ha più sensazioni, non pensa più, per quanto il «sentire» nel suo succedersi sia più simile ai pensieri che alle sensazioni. Queste ultime, infatti, sorgono in voi quando sono stimolate non fosse altro dalla vita fisiologica del corpo fisico. I pensieri, invece, si susseguono invece automaticamente. In modo analogo il «sentire» fluisce spontaneamente e niente può frenarlo o soffocarlo. Allora, in quella condizione di esistenza, non esiste più l’io egoistico con il suo bisogno di accumulare, crescere, che reca la maggior parte del dolore all’uomo – come dice Claudio. Evidentemente esiste ancora il senso della individualità e l’illusione del succedersi del «sentire», di un «sentire» che sente di crescere sempre più di intensità, ma è cosa diversa dal senso di separatività che percepite voi nella vostra attuale condizione di esistenza. Perciò il vedere se stessi proiettati in quella dimensione come degli esseri, degli uomini, ingigantiti e sublimati, è una di quelle immagini che dovete distruggere. Una particolarità che colpisce chi raffronta la «vita del sentire» del piano akasico con quella degli altri piani più grossolani, è la mancanza assoluta di Maestri, Istruttori, Guide spirituali. Nel vostro mondo potete incontrare figure di Santi che vi portano parole di illuminazione, esseri del vostro tempo che non sono vostri contemporanei nel «sentire». Nel piano akasico, dove non esiste più l’illusione di una contemporaneità di «sentire», in effetti non esistente, non appaiono più queste immagini. Invero non appare nessuna immagine. Intendo dire che nei piani grossolani si percepiscono le immagini di oggetti e corpi estranei all’individuo, che appartengono al mondo esteriore; nel «piano del sentire» esiste unicamente il «sentire», e il contatto fra i «sentire» è un contatto di «comunione». Se, al livello di esistenza umana, il contatto è mediato dai sensi –e giunge difficilmente a farvi cogliere la Realtà delle cose, e piuttosto ne fa cogliere l’apparenza- così non è nel piano del «sentire». Qui la fusione di un «sentire» con una Realtà avviene dall’interno dell’ «essere», senza necessità di intermediari, gradualmente. Voi avete bisogno di afferrare delle immagini del mondo che vi circonda, se volete conoscere di più, dovete esplorare quanto più possibile attorno a voi. Nel piano del «sentire» non esiste visione del mondo esterno; ripeto: esiste fusione con una Verità. L’abitudine che avete al vostro mondo forse vi fa chiedere se è possibile accelerare o deliberatamente provocare una «comunione». Ebbene, niente di tutto questo. La «comunione» fra il sentire che implica il raggiungimento di un «nuovo sentire» avviene automaticamente, per reciproca attrazione fra «sentire» simili e complementari ad un tempo, seguendo un ritmo naturale che deriva dalla natura stessa del «sentire». Qua potremmo parlare delle cosiddette «anime gemelle», ma non lo faccio per non creare inutili figurazioni romantiche. Ebbene, il fatto che la «comunione» fra «sentire» non possa essere deliberatamente promossa e ricercata, può farvi pensare ad una mancanza di autonomia, ma dovete tenere presente che nel vostro mondo la possibilità di cambiare, la supposta libertà, la possibilità di scegliere, è tanto più necessaria e vitale quanto più grande è l’insoddisfazione dell’uomo. La «vita del sentire» è essenzialmente beatitudine e completezza, e chi è in quella fase della sua esistenza non prova la necessità di sentire di più perché «sente» sempre nella misura massima che può; perciò è essenzialmente appagato. L’amore disinteressato, altruistico, è la spinta che allarga la «comunione» degli esseri fino farne una sola cosa, e questo amore non è soggetto a stanchezza, semmai si infiamma sempre di più. Un aspetto particolare, che potrebbe ancora cogliersi nel piano del «sentire», è l’assoluto distacco e disinteresse per i piani di esistenza più grossolani. Tutto di essi appare trascorso, raffermo, inutile, superato. La stessa sapienza, la cultura, perfino la conoscenza della vita della natura, della materia, del Cosmo, del Macrocosmo, appaiono nella giusta luce, cioè un mezzo ormai non più necessario per stimolare un «sentire». Ora che il «sentire» fluisce spontaneamente, l’utilità di questo mezzo è acquisita in modo indelebile. Dirò di più: «sentire» significa «coscienza», da questa successione di «sentire» sempre più intensi ed ampi la sapienza ne risulta automaticamente incrementata, ma è una sapienza diversa. Intendo dire che voi conoscete concetti e li ritenete per mezzo della memoria; noi non seguiamo questo mezzo: nel piano del «sentire» non si «conosce» una Verità, ma si è anche quella Verità, e ciò in una lucida consapevolezza che non dà adito a false interpretazioni. Mi accorgo che se continuassi a tradurre in immagini la «vita del sentire», mio malgrado contribuirei a creare in voi delle figurazioni che vi trarrebbero in inganno, perciò mi taccio su questo argomento come si conviene a chi teme di dire troppo.”

Alan: “Ma questo «sentire», nella struttura, cioè nella sostanza, che cosa è?”

Kempis: “Quando diciamo che Dio è «sentire assoluto», non intendiamo dire che Dio sia un organismo il cui prodotto sia «sentire assoluto». In altre parole, noi non possiamo credere che Dio sia fatto di niente, perciò chiamiamo la ipotetica sostanza di Dio «Spirito Assoluto». Tuttavia non dobbiamo credere che lo «Spirito Assoluto» dia la coscienza assoluta. Lo Spirito Assoluto è Coscienza Assoluta. Poniamoci, assurdamente, nella posizione di un osservatore esterno che volesse vedere come è fatto Dio. Nel momento in cui ne osservasse una parte, non osserverebbe più Dio, e lo «Spirito Assoluto», così idealmente circoscritto, diventerebbe relativo, diventerebbe perciò «sentire relativo». Ma se l’osservatore credesse che Dio fosse fatto di «sentire relativo», sarebbe in errore. La somma dei «sentire relativi» non darà mai il «sentire assoluto». Il «sentire assoluto» comprende e riassume in sé tutti i «sentire relativi», ma trascende la totalità di questi. Diversamente da così, ogni parte esisterebbe oggettivamente e Dio sarebbe costituito di parti. Mentre noi diciamo che Dio è la realtà Unica perché Dio è un’Unica Realtà. Perciò quando parliamo di «sentire relativo» parliamo di virtuale frazionamento dell’Assoluto, ossia di una parte dell’Essere idealmente circoscritta, ma della stessa sostanza dell’Essere. Il «sentire relativo», a sua volta, non è il prodotto di un organismo, è «sentire assoluto» virtualmente limitato, circoscritto; ossia una realtà relativa. L’individuo è un insieme di queste realtà relative sempre più estese, ossia di «coscienza d’essere» sempre più ampia. Ma siccome la Realtà Totale è unica, ne consegue che questa «coscienza d’essere», man mano che si espande, non può che identificarsi con tutte le altre realtà relative, cioè con tutti gli altri esseri e con la Realtà cosmica, ossia con la coscienza cosmica. La coscienza cosmica contiene l’intera realtà cosmica perché è la realtà cosmica.”

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Il problema di capire Dio è senza soluzione, solo Dio può comprendere Se Stesso. Il massimo che noi possiamo fare è averNe qualche idea, ma soltanto nel senso di dire cosa Lui non può essere, cioè niente di ciò che noi possiamo pensare o concepire, perché è Assoluto. Non potremmo dire altrimenti, perché il concetto di assolutezza rientra nella definizione stessa di Dio, senza la quale parleremmo di un qualsiasi altro ente, ma non di Dio. Quindi il relativo che è in lui risulta essere solo virtuale. Noi perciò siamo soltanto virtuali. La rappresentazione del mondo che abbiamo è una grande illusione, che a noi sembra essere reale solo in virtù delle limitazioni che abbiamo, anch’esse illusorie. Appare perciò chiaro che il sogno che chiamiamo vita, da un lato esprime una delle infinite possibilità di Dio, ma visto soltanto nella prospettiva dell’ immanenza, mentre, in quella della trascendenza, quel sogno non ha consistenza e scompare quale miraggio.

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Alan: “Ma come è possibile che uno stato di coscienza comprenda quello che noi stessi abbiamo definito «Piani grossolani?»”

Kempis: “Ed io ripeto che l’esistenza di questi piani non è oggettiva. L’esistenza di questi piani è un presupposto che si fonda sulla percezione individuale. La stessa scienza umana, con i suoi strumenti, non prova l’esistenza oggettiva di una realtà fisica, perché gli strumenti della scienza non sono che trasposizioni dei sensi dell’uomo, strumenti fatti e concepiti in funzione di quei sensi. L’individuo-uomo, attraverso certi sensi, percepisce una parte della Realtà Unica e la trasforma in mondi, l’esperienza dei quali amplia il suo «sentire». Quando, per un più ampio «sentire» raggiunto, abbandona il gioco della percezione, l’individuo è egli stesso una realtà relativa destinata a perdere in senso della propria limitazione fino a identificarsi con tutti gli esseri, con l’intera Realtà cosmica, ed oltre.”

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La domanda di Alan potrebbe essere nostra. Detta in altri termini “Come fa l’Assoluto ad avere in sé il relativo?”. Per il Maestro la risposta appare elementare: perché il relativo è virtuale, cioè non esiste. Fa parte della creazione percezione di una coscienza limitata, che non ha la capacità di riconoscersi assoluta. Quando attraverso questo percorso illusorio, ma per lei reale, avrà sciolto tutte le limitazioni che la imprigionano, riconoscerà la sua essenza, ovvero rivelerà a sé di essere Dio. Appare evidente quanto lontane dalla nostra percezione siano queste considerazioni, ad esse può essere dato credito solo trascendendo la mente ed abbandonandosi all’intuizione dell’anima.

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[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.