Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 173-179
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Questa sera parlerò di cose che piacciono a pochi. Ma quei pochi non sono degli esperti, degli specialisti o dei raffinati, appellativi che si usa dare quando, contrariamente alla consuetudine, si vuole incensare qualcuno che ha gusti non comuni; quei pochi sono – non dico dei coraggiosi, che altrimenti sarei io ad incensarli – diciamo che sono degli indipendenti, che amano avventurare il loro pensiero fuori dal regno del positivo, dove non arriva l’illuminata e rassicurante guida del criterio scientifico, dove è difficile stabilire se si è folgorati dalla intuizione o alienati dalla propria fantasia. Quei pochi hanno capito che imprigionare il pensiero in un sistema, un’ideologia, una scuola, significa perdere la creatività, perché al massimo la creatività può ridursi a come il pensiero riesce ad adattarsi a certi schemi posti come invalicabili. Ma scoprire è ricreare dentro di sé la Realtà, e vi assicuro che la Realtà non tiene in nessun conto le regole del gioco degli uomini.”
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Il Maestro Kempis esprime un’apparente invito all’anarchia con queste sue parole. Ma se riflettiamo attentamente si comprende che questa non può che essere la posizione di una grande anima. Il sentire è “Libertà”, gli schemi, che la mente propone, possono a volte essere utili, ma sono semplici strumenti ai quali non ci si deve affezionare più di tanto. Arriverà inevitabilmente il momento che dovranno essere gettati via, sostituiti con altri a loro volta anch’essi lasciati cadere, quando avranno esaurito la loro funzione. La Realtà è infinita e non può perciò essere interamente contenuta in un sentire relativo, che per sua stessa definizione è limitato. Tutto questo va sempre tenuto presente se si vuole mantenere un giusto equilibrio nel muoversi nella vita. Non esistono riferimenti immutabili, il relativo è insito nell’Assoluto.
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Kempis: “Dicemmo che molti sistemi solari compongono un universo molti universi il cosmo astronomico. Ma il cosmo astronomico non è che una piccola parte dell’intera manifestazione cosmica, la quale si estende – in senso figurato – appunto dal cosmo astronomico al Logos. Molti i cosmi nell’Assoluto. Ma mentre, fra un sistema solare e l’altro, fra un universo e l’altro non esiste un confine netto e invalicabile – tanto che, teoricamente, da questo punto di vista un ipotetico astronauta potrebbe raggiungerli tutti – così non è per i cosmi. Ciascun cosmo è separato dall’altro dal non manifestato e se anche un astronauta riuscisse ad uscire fuori dal proprio cosmo e viaggiare nel non manifestato egli non ne incontrerebbe mai un altro. La comunicazione fra i cosmi può avvenire solo nell’Assoluto dove tutto è «comunione». Questa affermazione, in passato, suscitò in voi non poche perplessità. La ragione della perplessità derivava dal fatto che avendovi parlato dell’esistenza dei cosmi, vi avevamo detto che non dovevate credere alla manifestazione di un cosmo dopo l’altro, bensì alla esistenza simultanea di tutti i cosmi. Ovviamente questo era un sistema per avvicinarvi al concetto del non tempo. La vostra domanda era: «Se i cosmi esistono tutti simultaneamente – sia pure separati dal non manifestato – per quale motivo un ipotetico astronauta, uscendo fuori da proprio cosmo di appartenenza e riuscendo ad attraversare il non manifestato, non incontrerà mai un altro cosmo?». Rispondemmo che allorché si è legati ad un cosmo, esiste quello e quello solo; il che non diminuì la vostra perplessità.”
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I concetti del Maestro Kempis, che qui espone, esulano molto dalla nostra ordinaria percezione, per questo non è facile farli propri accettandoli completamente. Il cosmo, all’interno del quale vibra il nostro sentire di coscienza, ha la sua propria logica che discende dalla prima limitazione che lo separa dall’Assoluto e che crea il suo modulo di base dal quale sono condizionati tutti i sentire che Gli appartengono. È la nota base sulla quale sono intonati tutti in sentire relativi del cosmo e le cui limitazioni li conducono dall’atomo del sentire alla stessa coscienza cosmica. Appare perciò evidente e logico come: ognuno di questi sentire non possa intonarsi ad altre note che non gli appartengono e che invece danno l’armonia agli altri cosmi. Non c’è possibilità, per questo motivo, di comunicazione da un cosmo all’altro. Appare qui molto efficace la rappresentazione della Realtà; è come un trampolino di lancio verso una nuova intuizione dell’anima che espandendosi si immerge nell’Unità.
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Kempis: “Spero che vi sarete resi conto che le difficoltà di queste comunicazioni si chiamano: difficoltà di parlare di concetti che esulano dal vostro consueto modo di ragionare e che potremmo parlarvi di tante altre cose che però al momento rimarrebbero prive di significato, né avrebbero una spiegazione accessibile, se non fosse preceduta da tutto un lavoro di preparazione. Ma il renderci comprensibili non è la sola nostra preoccupazione; lo scopo che ci conduce a voi non è quello di soddisfare la vostra curiosità, dandovi delle notizie più o meno richieste, bensì quello di convincervi di quanto sia diversa la Realtà dall’apparenza; di quale sia il vostro posto in questa Realtà, sì da farvi cambiare atteggiamento nei confronti della vita.”
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Queste osservazioni che il Maestro Kempis fa, sono estremamente interessanti e significative. Qual è l’essenza e lo scopo di questo immenso messaggio che tramite Roberto Setti è giunto a noi umani nell’arco di questi 37 anni? La risposta la dà con estrema semplicità e chiarezza il Maestro, ovvero andare oltre le nostre possibilità di percezione, e convincersi, che siamo immersi in una grande illusione, la quale però non è fine a se stessa, ma ha lo scopo di farci comprendere la nostra reale essenza, la cui natura è soltanto coscienza, ora onnubilata, perché limitata, ma che, se maturata attraverso una disciplina di continua consapevolezza interna ed esterna, diviene divina apertura all’Unica Realtà.
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Kempis: “Qual era l’impedimento a comprendere la nostra affermazione? Derivava dal fatto che non avevate ben chiaro il concetto del non tempo, oppure c’era qualcosa di più? La Realtà Assoluta è uno stato di coscienza di Eterno Presente e di Infinita Presenza, in cui tutto è fuso e trasceso nella «comunione dell’Unità». In questo «stato d’essere», non solo non v’è tempo e non v’è spazio quali si conoscono nel mondo della percezione – cioè nei piani fisico, astrale, mentale -ma non vi sono neppure gli analoghi – che noi abbiamo chiamato separatività e sequenzialità- dell’altra dimensione d’esistenza, il piano akasico. La separatività del piano akasico è l’analogo dello spazio del mondo della percezione. Separatività non è un termine ben indovinato: sta per ciò che crea il senso della individualità, quindi più proprio sarebbe stato chiamarlo senso della «individualità», tanto più che il senso di separatività è un processo specifico del piano mentale che concorre a creare quel fantasma che è l’«io». Ma «senso di individualità» è termine di uso difficile. La sequenzialità del piano akasico è l’analogo del tempo del mondo della percezione e nasce, come ripeterò poi, dall’illusorio trasformarsi del sentire «individuale». La reale condizione d’esistenza del Tutto è la Realtà Assoluta, in cui niente e nessuno è particolarmente evidenziato o evidenziabile, distinto o distinguibile. Se si fa astrazione da questa dimensione d’esistenza – l’unica reale ed oggettiva – si entra nella dimensione della così detta molteplicità, cioè del mondo delle individualità, della separatività, della sequenzialità, del tempo e dello spazio.”
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Il tempo e lo spazio esistono, sia pure illusoriamente, nei piani fisico astrale e mentale, ma modalità analoghe ci sono anche nel piano akasico: sono il senso della individualità ed il senso della sequenzialità. Solo nell’Eterno Presente, dimensione della Realtà Assoluta, tutto è lì, come disteso su un tappeto infinito, immobile, visto dall’esterno, ma se osservato nella sua rappresentazione intrinseca, raffigura un disegno che anima movimento e significato. I nostri sentire di coscienza fanno parte della struttura del tappeto, sono proprio loro che danno luogo alle figure del disegno ed alla storia che esse esprimono. In conclusione, il tappeto visto nella sua immanenza è movimento, vita, forma, molteplicità e significato, ma visto nella dimensione della trascendenza è Coscienza assoluta, monolitica nella sua unitarietà, e come tale da noi inimmaginabile, ma sostenuta da una materia indiversificata.
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Kempis: “Che cosa è la molteplicità? È l’insieme del manifestato e del non manifestato: dei cosmi e del non manifestato che li separa. Sicché, se si immagina tutto quanto esiste, la molteplicità, in questa dimensione di esistenza di Eterno Presente – cioè al di là del tempo, ma non di Infinita Presenza perché in stato di separazione, di distinzione – tutti i cosmi esistono simultaneamente. Se poi si introduce l’elemento sequenzialità-tempo-successione, esiste un solo cosmo alla volta, con buona pace di chi vuol capire quello che diciamo. Difatti se le cose stanno così, un astronauta peregrino non troverebbe mai un altro cosmo per il semplice fatto che un altro cosmo non sarebbe manifestato. Questo discorso che può chiarire le idee di chi ha la pazienza di stare ad ascoltarci, ha un solo difetto: il difetto di non essere vero. Vedrò di spiegarmi. Quando ho parlato dell’esistenza simultanea dei cosmi, l’ho fatto partendo dalla supposizione che la totalità della molteplicità possa essere osservata in stato di Eterno Presente, ma non di Infinita Presenza. Ma questa è una figurazione speculativa, perché a livello ultra-cosmico – piano del quale stiamo parlando – siamo nel mondo del «sentire», cioè lungi dal mondo della percezione; mentre la molteplicità, vista e non «sentita», non divenuta coscienza, non fusa nella «comunione» sarebbe uno stato di conoscenza proprio del mondo della percezione, dove soggetto ed oggetto appaiono divisi. Sarebbe una contraddizione in termini, nel mondo del «sentire», uno stato di coscienza che non fondesse nell’Unità la Realtà che abbraccia.”
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Credo che sia possibile capire questo concetto, che esula dalla nostra normale esperienza e conseguente consapevolezza, solo se si fa riferimento alla teoria della fusione dei sentire. Infatti nella dimensione dell’Eterno Presente non può esserci una reale molteplicità. I sentire di coscienza si sono fra loro fusi dando luogo al Sentire di Coscienza assoluta, che li ha in sé, e nella dimensione della trascendenza lì concretizza nell’unità. Perciò la molteplicità è conseguenza del frazionamento dell’Assoluto, che però non può che essere che virtuale, in quanto l’indivisibilità è attributo conseguenza dell’assolutezza. Si capisce la virtualità se ci si pone nella prospettiva del relativo, allora le differenti creazioni-percezioni-consapevolezze danno l’illusione della molteplicità, che in sé non esiste, ma prende forma soltanto quale effetto delle limitazioni.
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Kempis: “Se tutto quanto esiste, esiste al di là del tempo, in stato di Eterno presente, ed oltre a ciò è fuso nella «comunione», questo è lo stato d’essere dell’Assoluto. Posso fittiziamente chiamare questo stato di coscienza «coscienza ultra cosmica», ma in effetti è la «coscienza assoluta». Quindi, scartata l’ipotesi che il presunto stato di coscienza intermedio non conosca la successione, ma conosca ancora la separazione, non rimane che un’altra ipotesi; e cioè che questo stato di coscienza intermedio – che noi proviamo a porre che esista – sia rappresentato da stati di coscienza abbraccianti in successione più cosmi. Ora è chiaro che se si ammette anche una sola fase di passaggio fra la coscienza cosmica e la coscienza assoluta, implicitamente si trasportano – non dico il tempo e lo spazio – ma certamente la sequenzialità e la separatività al di là del cosmo. Mentre se è certo che la molteplicità è dimensione comune a tutti i cosmi, per il fatto che solo nella Realtà Assoluta tutto è Uno – e quindi ciò che non è Realtà Assoluta necessariamente deve essere molteplice – è altrettanto certo che la molteplicità è realizzata in ogni cosmo in modo diverso. Tempo e spazio, sequenzialità e separatività, rappresentano il modo in cui è realizzata la molteplicità nel nostro cosmo: come lo sia negli altri non lo sappiamo.”
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La molteplicità è dimensione comune a tutti i cosmi, ma noi possiamo sapere come la si realizza solo nel nostro cosmo, che è quello al quale apparteniamo. Essa in questo cosmo avviene mediante lo spazio ed il tempo, per i piani della percezione, attraverso la sequenzialità e la separatività nei piani del sentire. Possiamo trovare l’unificazione di tutti i cosmi soltanto nell’Assoluto che attraverso la fusione, che determina la trascendenza, dà luogo alla sola vera Realtà. Questa è Quella che l’ intuizione fa percepire a noi come Dio, Unica e Sola Realtà, ma completamente al di fuori dalla portata di ogni nostra possibile comprensione. I Maestri del Cerchio si guardano bene da proporNe una umana definizione, si limitano attraverso allo strumento della logica, a sfrondare le tante idee e congetture, che al riguardo, sono state fatte nei millenni. Queste da prima sono state enunciate come religioni, ma poi sono state concretizzate come chiese, tutto ciò per l’incapacità umana di fare a meno di materializzare la trascendenza. Infatti il bisogno di creare idoli fino ad un certo grado di evoluzione è inevitabile.
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Kempis: “La cosmologia umana che si interessa della vita e delle origini del solo cosmo astronomico, cioè fisico, ipotizza che se fosse vera la teoria secondo cui i corpi siderali, raggiunta la massima espansione nello spazio cosmico, tornassero a riunirsi al centro per originare un nuovo big-bang, il nuovo cosmo originato sarebbe così diverso che di volta in volta muterebbero le leggi che regolano la materia e quindi lo spazio ed il tempo. Se dunque separatività e sequenzialità non oltrepassassero i confini del nostro cosmo, altrettanto la molteplicità – pur essendo dimensione d’esistenza comune a tutti i cosmi – non ne travalica i confini. Oltre ciascun cosmo è la «comunione» del Tutto-Uno-Assoluto. Se, come dicemmo, paragoniamo i cosmi a dei fiumi che confluiscono nell’oceano infinito della «coscienza assoluta», il punto di contatto dei fiumi è rappresentato dall’oceano e non da un canale che raccolga tutti i fiumi e si immetta nell’oceano.”
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Sono queste delle considerazioni per rendere più chiaro l’ insegnamento relativo al rapporto che c’è fra loro dei cosmi messi in relazione con l’Assoluto stesso. Così la teoria della fisica che considera l’universo astrologico stazionario, cioè una successione di stadi di espansione e riassorbimento, teoria però ancora scientificamente non dimostrata, può dare la consapevolezza di come debbano essere diversi nei vari cosmi lo spazio ed il tempo pur rimanendo in tutti costante la molteplicità. Inoltre l’analogia relativa ai fiumi che si riversano nell’oceano, con i cosmi che si fondono nell’Assoluto, fa chiaramente percepire il significato di come la molteplicità annulli se stessa nell’Unità pur non perdendo la sostanza degli individui che la compongono.
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Kempis: “A questo punto sarebbe interessante fare delle considerazioni sulla affermazione buttata là che quando si è legati ad un cosmo è come se esistesse quello e quello solo. O all’altra affermazione che facemmo del perché di un «sentire» alla volta, affermazione analoga alla precedente. O di una terza che potremmo fare questa sera, e cioè che per ogni oggetto, per ognuno di noi, tutto quanto esiste è come se esistesse solo per lui. E potremmo anche ricavare la risposta al vostro antico interrogativo; ma non sarebbe quella che vogliamo dare a che daremo un’altra sera, non senza, prima avervi posto a nostra volta un quesito. Con l’espediente dei fotogrammi abbiamo cercato di spiegarvi che non esiste un tempo unico oggettivo, ma che esistono tanti tempi soggettivi quanti sono i soggetti, perché il tempo nasce dal modificarsi apparente del «sentire individuale». Cosa vuol dire questa affermazione? È comune convinzione che il divenire del mondo sia un fatto oggettivo e che i soggetti mutino il loro «sentire» interiore – uso questo termine in questo momento nell’accezione più ampia- in conseguenza del mutare degli avvenimenti del mondo esterno o creduto tale. Ancora con l’esempio dei fotogrammi abbiamo cercato di spiegare che il mondo della percezione non è costituito da una situazione cosmica in continuo divenire, bensì da tante situazioni cosmiche fisse e immutabili; e che il senso del movimento e del divenire nasce dal fatto che ciascun soggetto è come se percepisse in successione queste situazioni fisse ed immutabili. Né più né meno come se lo spettatore di un film percepisse in successione i fotogrammi della pellicola, in se stessi fissi e immutabili, ricevendo così l’impressione del movimento, dell’azione del film. Abbiamo anche considerato che il mondo della percezione non è necessario che sia esterno, ma che l’interno e l’esterno, il soggetto e l’oggetto sono distinzioni irreali già nella dimensione della così detta molteplicità, perché l’uomo e il suo mondo sono una sola cosa.”
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Il Maestro Kempis sta gradualmente guidandoci verso un completamente diverso modo di vedere le cose. Prima di tutto con la teoria dei fotogrammi, sposta la consapevolezza della nostra percezione da quella del divenire a quella dell’essere, più aderente alla realtà dell’Esistente, poi ribalta la normale concezione che esterno ed interno siano fra loro separati e distinti. Allora per logica noi dobbiamo dedurne che la dualità, nostra consueta rappresentazione del reale, sia una grande illusione, che la nostra debole e limitata coscienza crea e percepisce. Il mondo che sperimentiamo, è per ognuno unico e soltanto suo, in quanto solo da lui stesso creato e percepito. Ma non c’è solipsismo, perché le modalità di creazione del singolo sono regolate dalle leggi archetipiche del modulo della coscienza cosmica, che tutto ha in sé.
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Kempis: “Adesso poniamo come ulteriore passo verso la comprensione che il «sentire individuale» non muti in conseguenza del mutare degli avvenimenti del mondo esterno o creduto tale; ma che gli avvenimenti del mondo esterno siano in funzione del «sentire individuale» Vediamo di dire più compiutamente questo discorso. La molteplicità dei «sentire» è costituita da «sentire relativi», prodotto del virtuale frazionamento del «sentire assoluto». I «sentire relativi» sono diversi in qualità: vi sono i più semplici, i più ampi, i più intensi; inoltre i «sentire» più semplici, più limitati, sono più numerosi dei «sentire» più ampi, cioè meno limitati. Se la limitazione si potesse esprimere con un numero, la quantità dei «sentire relativi» a cui darebbe origine ciascun tipo di limitazione sarebbe eguale al numero delle combinazioni che si possono ottenere con quel numero. Mi spiego con un esempio: supponiamo che la limitazione abbia come indice 7. Allora il numero dei «sentire relativi» a cui questo tipo di limitazione dà origine è pari al numero delle diverse disposizioni che si possono dare alle cifre dall’1 al’ 7: 1-2-3-4-5-6-7; oppure 1-3-5-7-2-4-6; oppure ancora 1-7-2-6-3-5-4, e così via. È chiaro che quanto minori sono le limitazioni, tanto minore è il numero dei «sentire relativi» originati. tre limitazioni danno meno possibili disposizioni delle cifre dall’1 al 3 che non 7. Inoltre i «sentire relativi» appartenenti ai vari ordini – o qualità, o tipi di limitazione – sono legati logicamente in sviluppo logico fra sé. Per esempio: il «sentire» con indice di limitazione 6 – poniamo – avente la disposizione 1-3-5-2-4-6, è legato logicamente al «sentire» di qualità 7, avente l’analoga disposizione 1-3-5-7-2-4-6 ed ancora al «sentire» di qualità 5 con l’analoga disposizione 1-3-5-2-4 e così via. In altre parole, i «sentire» sono costituiti in serie e, necessariamente, tutte le serie confluiscono in un ultimo sentire: il più ampio. In seno a ciascuna serie, tutti i «sentire» sono diversi in qualità; ciascun sentire è la conseguenza di un altro e la premessa di un terzo e così via.”
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Il Maestro Kempis si serve di uno schema matematico per dare una rappresentazione figurata del rapporto fra i sentire e le loro limitazioni. I sentire aventi tutto lo stesso grado di limitazioni sono equipollenti, ma non identici, perché se supponiamo più sentire abbiano una stessa limitazione, la configurazione di questa non è la stessa per ogni sentire. Rappresentiamo simbolicamente la limitazione con un indice indicato da un numero N, le cifre del numero danno luogo a N! combinazioni di diposizione di queste cifre, ciascuna disposizione rappresenta un sentire, quindi abbiamo N! sentire relativi equipollenti. Se pensiamo alla stessa limitazione, ma leggermente meno ampia, possiamo indicarla con il numero N-1. Allora i sentire relativi corrispondenti saranno (N-1)! diversi da quelli di indice N ma sempre a quelli logicamente legati. Ancora possiamo dire riguardo a tutti i sentire legati allo stesso indice di limitazione, che ce ne saranno alcuni che avranno la stessa disposizione delle cifre a meno di uno scambio di posizione di una cifra, quando la limitazione perderà quel quanto corrispondente a quella cifra, la limitazione diminuirà di indice, ed i due sentire equipollenti diverranno identici, dando luogo perciò ad un unico sentire. Questa è ancora una rappresentazione matematica di un altro concetto enunciato dai Maestri: quello delle Fusioni.
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Kempis: “Ogni serie rappresenta una individualità: badate bene, dico «rappresenta». Infatti la natura limitata di ciascun «sentire», l’aggregazione degli stessi in sviluppo o successione logica, la diversità di ciascun «sentire», creano l’illusione di un «sentire» unico che si modifica nel tempo. Ma come il tempo del mondo della percezione non è che la proiezione di questo processo di apparenze del «sentire», non potrebbe essere che gli avvenimenti del mondo esterno – e lo stesso mondo esterno – non fossero che una proiezione del mondo del «sentire individuale»? In brevi e semplici parole: che non sia lo spettatore che si commuove alla proiezione delle scene commoventi di un film, ma che sia la commozione dello spettatore – commozione proveniente dal più profondo del suo «sentire» – a determinare il succedersi sullo schermo delle scene commoventi? Provate a considerare la realtà da questo punto di vista, che è il punto di vista dall’Assoluto al relativo, e non dal relativo all’Assoluto; non dall’uomo a Dio, ma da Dio all’uomo. Una siffatta scoperta non sarebbe più sconvolgente di quella per la quale si perviene ad affermare che l’«io» non esiste. Il virtuale frazionamento che origina l’apparente molteplicità è tale che un organismo, un «io», un individuo, all’esame si rivela un insieme di parti elementari che, ancorché unite, tutto dovrebbero costituire fuorché un «essere».”
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La conclusione di questa comunicazione ribalta la prospettiva di vedere il mondo da parte nostra. L’idea base è questa: È il sentire di coscienza relativo, che crea la rappresentazione della realtà che percepiamo e non viceversa. Ad esempio: non è la situazione, che viviamo, che può indurre in noi commozione, ma è il sentire, che crea quella stessa situazione e questo vale sempre. Le implicazioni, che ne conseguono, sono notevoli, è come una rivoluzione copernicana, anche se rovesciata. Noi siamo gli artefici del nostro mondo, sfortuna e fortuna non esistono, esse sono solo conseguenza della legge del karma, per la quale, all’intenzione, che sostiene una determinata azione, corrisponde un preciso effetto, avente la funzione di svelare la consapevolezza della sua qualità. Quando usiamo il pronome «Noi» o, meglio al singolare, «Io», dobbiamo tenere presente, che i Maestri hanno a lungo dimostrato, che l’ individuo, come unità, non esiste, è un insieme di frammenti virtuali, originati dal frazionamento non reale dell’Assoluto. Quello sì invece reale ed indivisibile.
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[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.