Brano tratto dal libro PER UN MONDO MIGLIORE,[1] pp. 183-188
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “È mia convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione e di espressione fra gli uomini, anche nel vostro oggi, quando invece sembra che le parole servano per nascondere il proprio pensiero o addirittura per non dire nulla. È inoltre mia convinzione che quanto più difficile sia l’argomento che si vuol trattare e tanto più semplice, essenziale, scarno sia il linguaggio di chi quell’argomento tratta. A questo principio, come non mai, mi atterrò questa sera. Il concetto della Realtà Assoluta, che tutto comprende e nella quale niente e nessuno può nascere o aggiungersi, consumarsi o sparire, il concetto dell’Eterno Presente che afferma l’esistenza simultanea del Tutto, al di là, del tempo, suscitano perplessità in chi – ingannato dall’apparenza – concepisce il mondo come sviluppantesi gradualmente nel tempo in un divenire oggettivo. Fra l’altro sembra incredibile che l’attimo, con tutto ciò che contiene e che, vissuto, sembra volgere sì rapidamente, esista invece nell’eternità.”
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Kempis viene subito al punto! Per la nostra percezione è inconcepibile la realtà in essere. Tutto sembra scorrere in un continuo senza interruzione. L’attimo ci sfugge istantaneamente quando vorremmo afferrarlo. Questo dipende dalla struttura e dal funzionamento della mente la quale, fatta di ideogrammi che si succedono, non può mai fermarsi e, come una macchina di proiezione cinematografica, dà la rappresentazione di una storia, che sembra essere reale, ma che invece non è altro che la successione di fotogrammi, distinti e separati, anche se ordinati secondo una logica ben costruita e finalizzata al significato della storia stessa. L’osservatore di tutto ciò è il sentire anche lui separato in tanti distinti attimi, ma solo virtualmente, perché il sentire è nella sua intima essenza unico ed indisgiungibile.
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Kempis: “Questa obiezione nasce dal non avere ben chiaro il concetto di «eternità». L’obiezione avrebbe una sua logica se «eternità» significasse «tempo senza fine», ma, come si sa, «eternità» significa «non tempo». Già da qui si capisce che non avrebbe logica paragonare ciò che si crede abbia una durata con ciò che è senza tempo, come se si trattasse di grandezze omogenee. Ma quello che c’è di più importante da capire è che la durata dell’attimo non esiste al di là di ciò che la fa – esistere – ossia il processo della percezione – essendo creazione del soggetto. Sicché l’attimo che esiste nell’eternità è senza tempo al pari dell’eternità stessa. Ricordo che la Realtà Assoluta – laddove è il non tempo e il non spazio – non vede particolarmente distinti ed evidenziabili né gli attimi né i soggetti. Ricordo inoltre che il mondo, dall’uomo creduto oggettivo, è un insieme di immagini create dai soggetti con il processo della percezione; che ciò che viene percepito è la divina sostanza «spirito» la quale, in sé, è incolore, informe, omogenea, indifferenziata, infinita, eccetera; la quale colta con certe limitazioni appare come mondo fisico, con altre come mondo astrale, con altre come mondo mentale.”
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Eternità significa, per il Maestro Kempis, senza tempo. Quindi esprime uno stato d’essere, che la coscienza ha in sé, e che, secondo la sua ampiezza, da corpo a quella che noi identifichiamo come vita. Il processo è granulare, cioè viene articolato in momenti tra loro collegati in sequenza logica. Tutto è il prodotto della coscienza, nella sua duplice funzione di creazione e percezione-consapevolezza. La qualità e la quantità sono le due categorie che connotano la coscienza stessa, esse sono tra loro interdipendenti. Nella dimensione dell’Assoluto la quantità è espressa come «Spirito» ovvero sostanza indifferenziata, mentre la qualità è espressa come perfezione assoluta. Essendo questa la struttura dell’Esistente, si può facilmente capire come per coscienze limitate, quali sono quelle legate ai mondi della percezione, sia assai difficile concepire non soltanto il concetto dell’Eterno Presente, ma anche quello di Eternità nel suo più vero significato.
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Kempis: “Generalmente si crede che il soggetto sia un ente che modifichi la propria auto-consapevolezza in seguito al succedersi di stimoli interni o esterni. Ma il soggetto così concepito fa parte della realtà intesa come divenire. Esiste un altro modo di concepire la realtà intesa come divenire. Secondo questo modo, tutto esiste al di là del tempo in modo simultaneo, sia pure con le precisazioni di cui dicevo inizialmente. Una scoperta sensazionale della scienza umana – anche se poi, più recentemente, è stata ridimensionata con l’osservazione di certi eventi astronomici – fu il «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.» Secondo il concetto «realtà-essere», questa trasformazione è un’illusione: ciò che appare trasformato, in effetti è un diverso «essere», diverso non solo come qualità, ma anche come quantità, diverso numericamente. Se voi udite le sette note musicali in successione, potete affermare che il suono si trasforma, ma in effetti si tratta di sette suoni diversi. Ora, per il soggetto nulla cambia, tanto che la realtà sia una che divenga, quanto invece che sia una costituita da molte che sono; nell’uno e nell’altro caso il soggetto egualmente modifica la propria auto-consapevolezza. Ma il soggetto che modifica la propria auto-consapevolezza in seguito al succedersi di stimoli esterni o interni, comunque questi stimoli si producano, è un soggetto concepito coerentemente alla realtà-divenire. Mentre, come sapete, esiste un altro modo di concepire la realtà ed il soggetto, ed è quel modo secondo cui il soggetto, come tale, non esiste, essendo un insieme di auto-consapevolezze diverse. Il legame che unisce queste diverse auto-consapevolezze crea l’illusione di un soggetto che «sente», di un «sentire» che si modifica nel tempo, ma in effetti si tratta di tanti «sentire» diversi.”
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La Teoria dei fotogrammi, che riguarda soltanto le situazioni dei mondi: fisico, astrale e mentale, in modo analogo può essere estesa anche ai piani superiori della coscienza, perché sono anch’essi organizzati secondo una struttura granulare. Non esiste un soggetto che sente, ma ci sono tanti sentire con differenti auto-consapevolezze legate logicamente insieme. Questo legame dà l’idea di un unico soggetto, mentre l’unità esiste solo nella fusione, per la quale la trascendenza esprime una realtà completamente differente a quella immanente da noi sia pure illusoriamente percepita. Questa rappresentazione di come sia l’Esistente è molto stimolante, perché concilia l’essere e l’apparente divenire, l’immanenza e la trascendenza. Può in parte essere condivisa da un materialista e da un idealista, purché entrambi non rimangano fermi e rigidi nelle loro idee, ma mostrino duttilità e capacità di comprensione nell’andare oltre i ristretti limiti delle loro teorie.
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Kempis: “Ora, anche secondo questo modo di concepire il soggetto, esiste un rapporto, una correlazione fra il soggetto e l’oggetto, mondo delle immagini o della percezione. Qual è il mondo della percezione? È il mondo fisico, il mondo delle sensazioni, il mondo del pensiero. Allora, accostiamo fra sé l’oggetto, mondo delle immagini, ed il soggetto, concepiti secondo la realtà «essere»; ad ogni realtà – che noi chiamiamo «situazione» del mondo della percezione – corrisponde una auto-consapevolezza che noi chiamiamo in senso generico, «sentire», ben sapendo che, per la verità, con «sentire» noi intendiamo qualcosa di diverso. Ad ogni «situazione» corrisponde un «sentire» ben preciso. Ora, siccome secondo il concetto «realtà-essere» il mondo delle immagini, della percezione, delle situazioni, come chiamare lo volete, non diviene, non si trasforma, ciò che fa apparire in continuo mutare, divenire questo mondo, è il «sentire individuale». Il legame che unisce gli uni agli altri i diversi «sentire» e che crea l’illusione di un «sentire» unico che si modifica, e quindi crea l’illusione del tempo, è il motore del mondo statico della percezione. Ultimamente vi abbiamo invitati a considerare la realtà da questo punto di vista, che poi è il punto di vista dal quale si perviene a capire la struttura della molteplicità. Il mondo della percezione, che è il parossismo della molteplicità, è la proiezione del mondo del «sentire individuale».”
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Il nuovo punto di vista dal quale i Maestri c’invitano a vedere la Realtà, permette di conciliare la molteplicità con l’essere ed il divenire e consiste nel pensare ad una successione di sentire che danno corpo ai singoli fotogrammi fisici, astrali e mentali. Questi sentire sono legati fra loro da un legame logico, in virtù del quale, la staticità dei fotogrammi stessi, appare quale rappresentazione dinamica di una storia. È come per la pellicola di un film, che di per sé è statica, ma se messa in una macchina di proiezione attiva la figurazione in divenire di avvenimenti la cui natura è quella di essere immobili, ma che ad uno spettatore appaiono scorrere secondo un tempo percepito come reale.
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Kempis: “Domanda: le situazioni del mondo della percezione sono diverse perché diversi sono i «sentire» ad esse legati, oppure i «sentire» sono diversi perché diverse sono le situazioni poste a substrati di quei «sentire»? Ripeto la domanda in termini differenti: come potrebbe essere diverso un «sentire relativo» dall’altro, se non fossero diverse le situazioni che quei «sentire» limitano e rendono relativi? Ma se le situazioni sono la proiezione del mondo del «sentire», come potrebbero essere diverse le situazioni, se già non fossero diversi i «sentire»? Ma allora, sono i «sentire» che sono diversi perché diverse sono le situazioni, o viceversa? Forse, per capire il mondo della percezione, delle immagini, è necessario affermare ch’esso è molteplice e vario perché vari e molteplici sono i «sentire»; mentre per capire il mondo del «sentire individuale» è necessario affermare il contrario. Ma qual è la Verità? Risponderemo esplicitamente a questa domanda a suo tempo.”
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Il problema è simile a quello: “Se è nato prima l’uovo o la gallina?”. Sono le situazioni, quali esse sono, che fanno il sentire o viceversa? La risposta può essere diversa a seconda che si abbia una visione idealista o materialista della realtà. Per il materialista il mondo e la materia, che lo sostiene, forma la coscienza, mentre per l’idealista è la coscienza che dà anima alla materia, forgiandola secondo i suoi archetipi, in essa innati. Possiamo dire che la visione dei Maestri del Cerchio è sostanzialmente idealista, ma il loro idealismo non è platonico, ovvero astratto, perché la coscienza, secondo Loro, plasma la materia, ma è proprio attraverso la materia che essa supera i suoi limiti, arrivando ad essere sempre più onnicomprensiva e capace di esprimere i suoi archetipi non soltanto nella trascendenza, ma anche nell’immanenza stessa.
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Kempis: “Intanto immaginiamo due pianeti posti nello spazio siderale vuoto, che non contenga nessun altro corpo, assolutamente nient’altro. Gli abitanti dei due pineti scoprono che la distanza che separa i due corpi celesti diminuisce gradualmente. Ora, secondo la realtà che viene vissuta nel mondo della percezione, questo fatto può essere dovuto al moto di un pianeta incontro all’altro, oppure di entrambi i pianeti in avvicinamento. Ma in una realtà quale quella che abbiamo ipotizzato, gli abitanti dei due pianeti, non trovando nessun punto a cui fare riferimento, non saprebbero mai quale sarebbe la verità. Cioè non saprebbero mai se i due pianeti si muovono entrambi l’uno incontro all’altro, oppure se se ne muova uno solo, e quale. Ma quest’ultima ipotesi è configurabile? Intendo dire che se vi fosse un punto a cui fare riferimento, un osservatore esterno, un terzo corpo celeste, chiaramente sarebbe configurabile l’ipotesi che un solo pianeta si muovesse incontra all’altro in stasi; ma non essendovi niente a cui riferirsi, l’unica realtà – badate bene, non dico «accertabile», dico «possibile»- è che i due pianeti si muovono incontro, punto e basta. Infatti sarebbe inconcepibile, in una realtà duale quale quella che abbiamo ipotizzata, il moto di un solo pianeta incontro all’altro in stasi; in stasi rispetto a che cosa, se nient’altro esiste?”
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Fondamentale per parlare di moto, è definire un sistema di riferimento, senza il quale non possiamo parlare di moto. La rivoluzione di Einstein è stata quella, non tanto nel capire che necessita un riferimento di spazio per parlare di moto, quanto che questo non può essere preso come assoluto. Da ciò deriva il concetto della relatività del moto. Analogo ragionamento può essere fatto per il tempo. Così si vede come la scienza abbia aperto la strada ad una completamente nuova concezione dell’esistenza, nella quale il soggetto diviene unica metrica di se stesso. L’insegnamento dei Maestri del Cerchio è sulla stessa linea, per quello che riguarda la dimensione del relativo e quindi dell’immanenza, mentre con la trascendenza della molteplicità nell’unità, il relativo scompare e soltanto l’Assoluto ha esistenza. Tutto ciò ci riguarda soltanto indirettamente, perché esce dalla nostra prospettiva, che per sua stessa natura è limitata.
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Kempis: “Dobbiamo tenere presente che lo spazio concepito da Euclide non esiste. L’unico spazio che può esistere è strettamente connesso ai corpi. Le belle speculazioni accademiche che servirono per capire le leggi sul moto, postulavano l’esistenza di uno spazio quale Euclide l’aveva concepito; ma l’esperienza ha dimostrato l’esistenza di uno spazio diverso, in cui tuttavia rimangono compatibili – perché rimangono vere per approssimazione – le leggi sul moto prima concepite. Ebbene, secondo queste leggi, è possibile stabilire la traiettoria di un corpo che si muove nello spazio, teorico o reale, che è sempre però uno spazio concepito da chi vive una certa realtà temporale, cioè una realtà molteplice. Ma in una realtà in cui esistesse un solo corpo e nient’altro in assoluto, quel corpo non sarebbe mai in movimento: quel corpo sarebbe, e nulla più. Allora, tornando al nostro quesito sulla realtà duale, ho visto che taluno di voi era tentato di rispondere che forse Dio avrebbe conosciuto la Verità, ed io vi rispondo che Dio non è un punto di osservazione, perché se Lo fosse sarebbe relativo. Se Dio sa tutto è perché Dio è Tutto, ma la realtà duale Dio la conosce quale è: duale e nient’altro; non quale terzo elemento introdotto in quella realtà, che fra l’altro la snaturerebbe facendola diventare triplice.”
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Non facile è capire il concetto di Dio, quale formulato dai Maestri. Siamo abituati a pensare Dio sopra di noi. Dominus di tutto ciò che è, Entità che tutto sa, conosce, vuole e può. Ma questa non è l’immagine, che i Maestri Ne danno. Per Loro Dio è il Tutto, nella dimensione della dualità noi siamo Lui, e Lui è noi. Egli è, sia l’essere più sublime sia quello più disgustoso. Diviene assolutamente impensabile ed inconcepibile nella Sua trascendenza, ma rimane identificato con noi nella Sua immanenza. L’ordine che regna intorno a noi è la prova della sua esistenza, anche se a volte il limite della nostra coscienza c’impedisce di coglierne l’ estensione coerente e rigorosa. C’è sempre una ragione alla sofferenza, anche quando questa appare assurda ed immotivata.
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Kempis: “Una realtà può essere vissuta, sentita, sperimentata solo o essendo tutta quella realtà o essendone uno degli elementi parte costituenti. In quest’ultima ipotesi, però, si ha una cognizione relativa e incompleta di quella realtà. Ma dal di fuori, in senso assoluto, nessuna realtà è sperimentabile. Perfino nel mondo della percezione, dove la realtà sembra essere esterna, è sempre interna alla dimensione del soggetto, altrimenti non sarebbe dal soggetto sperimentabile. Le situazioni del mondo della percezione sono «sentite» dai «sentire» relativi, con tutte le limitazioni che attribuiscono la natura relativa a quel «sentire»; perciò sarebbe assurdo credere che l’Assoluto, come tale, sentisse quelle situazioni; le sente in quanto sente e contiene e vive tutto quanto esiste. Ricorderete che sottolineammo una affermazione della scienza umana circa il colore; affermazione che dice: il colore, la sensazione-colore quale l’uomo la conosce, in natura non esiste, essendo creazione del cervello di alcuni esseri viventi, fra i quali l’uomo; il quale cervello trasforma la luce di una certa lunghezza d’onda compresa in una ben determinata gamma, nella sensazione-colore; ma il colore, quale l’uomo lo conosce, in natura non esiste. Eppure Dio conosce la sensazione umana «colore», ma la conosce non perché ha un cervello, bensì perché Dio è il Tutto.”
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I sentire relativi sono una parte dei sensori di Dio. La Sua creazione avviene anche attraverso di loro. Questo è il miracolo della vita, dobbiamo renderci conto che in ogni istante, esprimiamo l’essenza creativa di Dio. Ed il tutto avviene nella dimensione dell’Eterno presente, ovvero è già lì immobile nella staticità dell’Essere. Il mistero di tutto questo risiede nell’apparenza per noi del divenire. La grande maestria delle Entità del Cerchio Firenze consiste nel condurre coloro, che a Loro si volgono con apertura di mente, nel poter, non soltanto accettare, ma anche intuire questa rappresentazione dell’Esistente tanto diversa dall’umana esperienza. Da ciò ne discende l’allargamento della coscienza, verso un sempre maggiore superamento delle sue limitazioni.
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Kempis: “Se le situazioni del mondo della percezione sono la proiezione del «sentire individuale», esse non esistono al di là di quel «sentire», e Dio le conosce e le sente perché Dio sente, conosce e contiene tutti i «sentire» relativi. Ecco perché tutto ciò che esiste, come minimo, deve essere legato al mondo delle sensazioni, in altre parole, deve vivere una qualche forma di vita; perché la vita – come minimo- è sempre sensazione. Ed ecco perché la morte, in assoluto, non esiste, non può esistere. Se Dio conosce la realtà cosmica, la conosce non perché dall’esterno ne prende cognizione, ma perché è la coscienza cosmica, che riassume in sé tutta la realtà cosmica. Dall’esterno – ammesso che possa esistere qualcosa di esterno a Dio – non vedrebbe un bel nulla, pur essendo Dio. Se un disincarnato vede una situazione del mondo fisico, è perché è incluso nei fotogrammi di quella situazione; non la vede dall’esterno. Questo, fra l’altro, ci fa capire perché non vi sia comunicazione fra i Cosmi. Vi sarebbe, se gli esseri dell’uno fossero inclusi nelle situazioni dell’altro, ma in questo caso si tratterebbe di una sola realtà, di un solo Cosmo, e non di Cosmi separati. Vi prego notare quante cose abbiamo dovuto dire, ed attendere che voi le aveste assimilate, prima di affrontare un po’ più comprensibilmente un argomento enunciato ben oltre venticinque anni fa. Se questo possa essere opera di un subcosciente o di uno psichismo in disgregazione, a voi rispondere.”
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L’insegnamento dei Maestri del Cerchio si è svolto nell’arco di ben trentasette anni, trattando concetti molto profondi, ma esposti in modo sempre più adeguato alle possibilità di comprensione degli ascoltatori. Se qualcuno cercasse la prova del valore e della forza spirituale dell’Entità dalla quale discendono queste comunicazioni, può a mio parere trovarla proprio in questa modalità, di esposizione, che può essere fatta in tale guisa, soltanto da chi abbia molto chiara la visione della Realtà, si renda conto delle possibilità di comprensione degli ascoltatori ed infine riesca, con estrema pazienza ed immenso amore, ad adattare, passo dopo passo, la difficoltà delle argomentazioni all’ ampiezza del sentire di coscienza degli uditori.
[1] PER UN MONDO MIGLIORE: Un insegnamento per l’Umanità di oggi e di domani. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1981.