Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 233-239
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Probabilmente certe nostre affermazioni concernenti la realtà, ad esempio se essa debba concepirsi come «essere» o come «divenire», sono da voi considerate una speculazione che non ha un valore, un’utilità, neppure dall’ormai inusitato punto di vista etico. Pensarla così significa non comprendere che concepire la realtà in una certa maniera dovrebbe comportare, per coerenza, un pensiero, una condotta, insomma un modo di vedere la vita in tutti i suoi innumerevoli aspetti, dalla stessa prospettiva. In linguaggio moderno si direbbe che la concezione che si ha della realtà è l’ideologia e il proprio vivere la politica che, come i politici insegnano e dimostrano, dovrebbe essere coerente all’ideologia.”
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La premessa del Maestro Kempis è importante perché spiega il valore di quest’aspetto dell’insegnamento, ovvero non è soltanto inerente alla metafisica, ma riguarda anche l’ etica. Il comportamento di ognuno dipende sì dall’essenza del suo sentire di coscienza, ma questo, nell’esprimersi necessita degli strumenti fisico, astrale e mentale ed è attraverso il mentale che si forma l’ideologia, la quale impronta di sé il funzionamento degli altri due veicoli. Accade perciò che lo stesso sentire di coscienza nell’esprimersi risulta non solo condizionato, ma in certe situazioni completamente determinato dall’azione di quegli stessi veicoli. Da tutto ciò se ne deduce che la visione del Reale in “essere”, rovesciando completamente la prospettiva dell’esperienza ordinaria può cambiare completamente l’esistenza di una persona e quindi in parte il suo comportamento.
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Kempis: “Concepire la realtà come essere significa credere che esiste qualcosa oltre il mondo sensibile, e da qui tutte le implicazioni conseguenti, implicazioni che non sono solo a livello individuale. Nei vari momenti della storia dell’uomo, in cui il pensiero filosofico aveva un certo carattere, in senso analogo ha camminato tutta la cultura umana. Per esempio, la scienza non avrebbe raggiunto l’attuale sviluppo se nel secolo attuale e in quello precedente la filosofia non fosse stata dominata dal concetto della realtà come «divenire»; perché appunto una simile concezione significa annettere la più grande importanza al mondo sensibile e dei fenomeni e perciò aprire la strada all’empirismo, al materialismo e via dicendo. Se il concetto della realtà come «divenire» ha dominato la filosofia del secolo attuale e precedente, in ciò un gran merito l’ha avuto Hegel, il sacerdote della realtà razionale. Grandi meriti si possono riconoscere a quel filosofo principalmente quello di avere compendiato il pensiero filosofico precedente ai suoi tempi e di avergli dato un assetto più organico e conseguente. Penso che la valutazione del suo pensiero non possa prescindere da una tale premessa, cioè che non si debba ricercare in lui una originalità di concezione ma solo una più compiuta focalizzazione delle conseguenze che logicamente comporta l’accettazione di certi concetti basilari. Mi si dirà che in filosofia c’è poco da essere originali in fatto di concetti-base: sono perfettamente d’accordo. La qualità di un filosofo salta fuori dalla sua capacità di raffrontare certe concezioni fondamentali, scartare quelle che contrastano con una visione della realtà quanto più universale possibile, ma che nello stesso tempo tenga conto del valore del singolo, dell’ individuo, e dare poi una concezione-elaborazione unitaria. Da una tale prospettiva la filosofia di Hegel non può che essere giudicata favorevolmente. Per quanto riguarda due temi fondamentali della sua filosofia, e cioè la razionalità e il «divenire» della realtà, desidero però ricordare che altri, prima di lui e più di lui, hanno còlto il carattere razionale del reale. Per esempio, perfino san Tommaso con le sue affermazioni sui caratteri di Dio implicitamente attribuisce alla realtà, ovviamente quale lui la concepiva, una giustizia ed una razionalità al di là dell’umano: ossia divinizzava il razionale. Se poi si afferma che le struttura della realtà è tale che può essere afferrata dalla logica umana, e che l’ordine delle idee dell’uomo riflette la disposizione della realtà, allora si può fare riferimento persino a Parmenide. Per quanto riguarda poi il concetto del «divenire», si può risalire ancora più indietro nel tempo, alla più antica filosofia greca, della quale conservate solo le tracce, agli Ionici, al meraviglioso Eraclito.”
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Per dimostrare la sua visione della realtà, da lui percepita in «essere», il Maestro prende a riferimento il filosofo Hegel, fra i maggiori esponenti della visione del reale in «divenire», oltre che sostenitore del valore della razionalità nell’Esistente. Dopo un brevissimo richiamo ad alcuni filosofi, che in qualche modo possono a lui accostarsi, inizia a dimostrare l’incoerenza logica del «divenire» rispetto al «essere». Viene qui da osservare che, poiché la percezione che i nostri sensi danno del mondo circostante, non è certamente di un mondo statico ed inerte, se ne può dedurre che non sia sufficiente l’argomentazione puramente logica a smontare l’idea di vivere una realtà che scorre e diviene. Infatti, per quanto il valore oggettivo della conoscenza sensoriale sia fortemente discutibile, esso rimane un punto di riferimento, per noi esseri umani, dal quale è molto difficile quasi impossibile prescindere.
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Kempis: “Non senza ragione volendo parlare del «divenire» ho citato Hegel. Infatti quel filosofo più vicino al vostro tempo unisce la concezione del crearsi e trasformarsi del Tutto con quella della razionalità della realtà e della realtà del razionale. Attenti! Ecco il punto centrale. ma è veramente razionale e logico il concetto della realtà in divenire? Per «divenire» si intende il fluire, il crearsi, il trasformarsi del mondo; il cambiare stato, attributi, accidenti, modi, eccetera di qualcosa. Il bruco diviene farfalla, immagine retorica ma fatto comune della natura. Ora, contrariamente a quanto taluno sostiene, mi sembra che nel concetto del «divenire», comunque la si metta, scappi sempre fuori il persistere di qualcosa attraverso le mutazioni. Lo stesso «divenire» di Hegel, inteso come sintesi fra “non essere” ed “essere”, implica un collegamento fra i due stati. Il «divenire» si misura, appare, entro qualcosa; cioè è di qualcosa ;e per quanto si allarghi e si generalizzi questo qualcosa per tentare di disidentificarlo, al massimo si potrà arrivare ad affermare che è il mondo, il Tutto nel suo insieme che «diviene», ma sempre si troverà un qualcosa, una identità che diviene, sia pur essa la realtà in senso lato. Se così non fosse, si tratterebbe di tante realtà diverse, ciascuna con una propria identità limitata all’unità di mutazione. Ma affermare ciò, ossia affermare il non persistere della identità, significa affermare una realtà «essere» quale noi ve l’abbiamo illustrata con l’esempio dei fotogrammi.”
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Se l’identità della Realtà, pur modificandosi nella forma, resta la stessa, è evidente che la modificazione, ovvero il divenire, è soltanto apparenza mentre l’essenza di essa è Essere, quindi il «divenire» è illusione. Altrimenti se la Realtà non è più la stessa al modificarsi della forma, perdendo la sua identità ed acquistandone successivamente una nuova, ancora dobbiamo affermare che l’essenza del Reale è «essere», infatti esso appare costituito da una successione di stati, tutti diversi fra loro, ma esprimenti la condizione di una perfetta staticità. Questa è la stessa situazione indicata dai Maestri con la “Teoria dei fotogrammi”. Con un esempio più semplice si può richiamare alla mente l’immagine della pizza di un film, che quando è nella macchina non ancora messa in funzione dall’operatore, esprime tante immagini fotografiche, che tutte insieme costituiscono e rappresentano una situazione di «essere». Mentre, qualora la macchina sia fatta funzionare, allo spettatore il film apparirà nella rappresentazione di tutta la sua storia completa di significato.
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Kempis: “Perciò proviamo a porre che il persistere della identità attraverso alle mutazioni sia la “conditio sine qua non” del “divenire” stesso. Che cosa si deve intendere per “identità”? Non certo quello che intendeva Eraclito, altro sacerdote del “divenire” il quale affermava che l’identità è un’apparenza, perché in natura nulla è identico. Come sapete, in filosofia più generalmente si intende per “identità” il persistere dell’unità attraverso il variare degli attributi, dei modi, degli accidenti e via dicendo. A questo punto, un’altra domanda: e per “unità” che cosa si deve intendere? Indubbiamente la qualità di ciò che è uno-monòlito, uno come primo numero della serie, oppure la qualità di ciò che è un insieme così unito da costituire un sol tutto inscindibile. Mentre si comprende abbastanza bene il concetto di un” insieme” così unito da costituire un sol tutto inscindibile; per esempio un organismo che non si può dividere senza che ne vengano meno gli attributi, le funzioni, i caratteri, eccetera; non è altrettanto definibile il concetto di “uno”, specie nel senso della matematica. Per rendersene conto basta osservare le tautologie, le indeterminatezze che le definizioni di certi matematici contengono a proposito della unità. Ma per quello che vogliamo dire, anche se i termini non sono rigorosi, noi intendiamo per unità, e quindi per Uno, o il primo della serie dei numeri, l’Uno monòlito, o un insieme così unito da costituire un sol tutto inscindibile. Allora, quando si sostiene che si può affermare che la realtà “diviene” solo se conserva la sua identità attraverso le mutazioni; e conserva la sua identità se mantiene la sua unità pur nel variare degli attributi, dei modi, eccetera; quando si sostiene questo, a quale unita ci si riferisce? Supponiamo all’uno-monòlito. Ma se è così, l’uno-monolito non è tale solo nei successivi momenti delle mutazioni, cioè del “divenire”; cioè solo momento per momento e disgiuntamente in ogni momento; poiché altrimenti si tratterrebbe di tanti uno-monòliti diversi in qualità quanti sono i momenti della mutazioni, e ciò significherebbe secondo quello che abbiamo detto con l’esempio dei fotogrammi, annullare il divenire stesso. Quindi l’uno-monòlito tale dovrebbe rimanere in tutta la successione del mutare; cioè dovrebbe mantenersi sempre quello uno nel tempo; ma se così fosse, allora il “divenire” non sarebbe della “realtà”; sarebbe degli attributi, dei modi, degli accidenti eccetera; mentre l realtà nella sua essenza resterebbe una e immutabile. Ma questo è il concetto classico della realtà “essere” che si contrappone proprio a quello della realtà “divenire”.”
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Provo a sintetizzare questi concetti espressi dal Maestro: l’uno-monòlito non rimane tale nei successivi momenti delle mutazioni, ma dà luogo a tanti uno-monoliti diversi in qualità quanti sono i momenti della mutazione. Si rientra così nell’esempio dei fotogrammi, annullando perciò il “divenire”, perché i fotogrammi, come già argomentato, rappresentano una realtà in “essere”. L’uno-monolito rimane tale in tutta la successione dei momenti, cioè resta costante nel tempo, allora i cambiamenti qualitativi, che vengono percepiti, sono solo apparenza, mentre l’essenza rimane immutabile, ovvero la Realtà è “essere” e “non divenire”.
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Kempis: “C’è anche da dire che se si afferma che la realtà è in “divenire”, implicitamente si ammette che la molteplicità è reale e perciò non si può pensare a quella unità che la realtà conserva attraverso le mutazioni come se si trattasse dell’uno-monolito. Nella molteplicità, intesa come reale e non come apparenza, si può parlare di unità solo nel senso di un insieme che costituisca un sol tutto inscindibile. Però anche per l’unità così intesa vale quello che ho detto per l’uno-monòlito a proposito della successione delle mutazioni, cioè che l’unità non è limitata ai tanti momenti della trasformazione considerati separatamente ma deve essere intesa in senso che trascenda lo spazio e il tempo. Ma se l’unità non si può che intendere come un insieme così unito da formare un sol tutto inscindibile che abbraccia la successione delle mutazioni, allora il “divenire” è un’apparenza: non è la vera qualità e condizione delle cose.”
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Ammettere il “divenire” vuol dire parlare di molteplicità, non apparente ma reale. Si può allora parlare di unità solo se si ammette che gli elementi che la compongono formino un insieme assolutamente inscindibile. Siamo allora nella situazione analoga a quella dell’uno-monolito dove l’unità non può essere considerata come somma dei tanti momenti della trasformazione, ma deve essere intesa quale fusione di questi e tale che li trascenda, sia come spazio che come tempo. Quindi di fatto la molteplicità non può essere considerata reale, ma soltanto apparente, di conseguenza, da ciò discende che anche il “divenire”, che ad essa è legato, risulta apparente. Perciò la reale condizione d’esistenza delle cose che appaiono alla nostra percezione non può che essere che quella di “Essere”.
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Kempis: “In conclusione e più sinteticamente: se per “divenire” si intende il trasformarsi di qualcosa che mantiene però la sua identità attraverso le mutazioni, allora la trasformazione non incide nella identità, cioè nell’intimo essere, perciò la trasformazione è un fatto esteriore, marginale, proprio come afferma la concezione della realtà “essere”. Se invece, la trasformazione incide nell’intimo essere, allora il permanere della identità è una interpretazione, un’affermazione a priori, che non si fonda su un fatto strutturale. Se così è, non si tratta d’una realtà che diviene ma di tante realtà che sono. E questo è il concetto della realtà “essere” quale noi abbiamo sempre affermato: concetto che non nega l’unità, l’identità del Tutto, ma che ne dà una visione diversa da quella classica. Il nostro concetto di realtà non afferma, infatti, che la realtà è una che” diviene” e che conserva la sua identità per mezzo del permanere della identità attraverso le mutazioni, così come si direbbe che alla base della serie dei numeri è sempre l’uno; noi affermiamo che ciascun numero della serie è una diversa realtà e che l’unità è ottenuta attraverso la fusione trascendente della serie. Ed è in virtù di questa fusione trascendente che ciascun numero è collegato all’altro tanto da costituire un sol tutto inscindibile: il Tutto-Uno-Assoluto.”
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Le due possibilità di pensare la Realtà portano entrambi a concepirla in essere. Sia che la si intenda quale successione di momenti, in apparenza diversi, ma tutti espressione di una stessa identità, sia che si pensi tali momenti a sé stanti ovvero tali da perdere l’identità che sembrerebbe unificarli. Il Maestro Kempis sostiene la seconda ipotesi, ma aggiunge a questa un’affermazione che ribalta completamente quella che potrebbe essere la visione di una Realtà pluralista. Introduce il concetto di trascendenza, che permette di unire il molteplice in una fusione che restituisce l’unità alla pluralità. Concepire la trascendenza è un’operazione non facile a farsi perché è possibile mediante un salto di qualità, passaggio che può avvenire soltanto quando la coscienza lo permetta. Ovvero la mente inferiore trovi ispirazione dall’anima.
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Kempis: “Caro Hegel, l’affermazione che “la realtà è in divenire” è un’affermazione a priori, come tante altre, ma che diversamente da quelle non ha neppure la coerenza e la logica concettuale che quelle possono avere. È un’affermazione simile a quella secondo la quale Dio è Assoluto ma, al tempo stesso, è disgiunto e separato dalla sua creazione: il che è un assurdo. Speriamo, mio caro Hegel, che col nostro cercare la logica e il razionale ad ogni costo, non si finisca col perdere il senso della realtà come accadde a due dei tre protagonisti di questa storiella. Si racconta che tre viaggiatori affamati, attraversando una landa solitaria, s’imbatterono in una lepre, che catturarono e cucinarono in qualche modo. Sorse allora il problema di come spartire in parti eguali la lepre, in modo che d ognuno toccasse una identica porzione. Uno di loro disse agli altri due: «Decidete voi, ché la vostra decisione mi troverà in ogni modo pago». Lo credo bene ! Mentre gli altri due discutevano animatamente, egli, con più senso della realtà mangiò tutto l’animale. Perdonate la storiella detta per interrompere e così alleggerire un argomento noioso. Perché non intendo finire qui: vorrei infatti seguitare con alcune considerazioni sulla concezione della realtà.”
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La conclusione di tutte queste argomentazioni, legate strettamente alla logica, è che: non è logicamente corretto ritenere razionale “La realtà in divenire” come è sostenuto nella filosofia di Hegel, padre del razionalismo. Ma l’insegnamento del Cerchio non è una filosofia astratta, anche se si serve, specialmente nelle lezioni del Maestro Kempis, di una logica strettissima. I Maestri tengono molto conto del nostro stato percettivo, assai limitato rispetto all’altezza dei concetti che loro ci insegnano, cercano perciò di alleggerire il clima con divagazioni scherzose, le quali però ci riportano alla realtà che viviamo, da noi percepita come concreta e reale, anche se, nella sua essenza, fa parte della grande illusione nella quale siamo immersi.
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Kempis: “Ciò che l’uomo fa, opera nel mondo esterno, è ritenuto reale; mentre ciò che sogna è ritenuto irreale. Il concetto di reale, di realtà, è associato o addirittura identificato con quello di concretezza. Ma qual’ è la realtà di un uomo ? Ciò che tutti vedono in lui?, per esempio, il suo corpo fisico? La realtà del mondo esterno, ritenuto concreto e oggettivo, non è certo solo quella che l’uomo può percepire e che riesce a conoscere; quindi sembrerebbe più preciso, più proprio, con “realtà”, sottintendere non concretezza, ma completezza, totalità. Perciò la realtà dell’individuo è l’individuo in sé, considerato non solo come un corpo fisico ma anche come una psiche; non solo considerato immobile, ma nella sua completezza, nella completezza del suo essere, dei suoi pensieri, dei desideri, dei sogni. Se si è disposti ad accettare che tutta la realtà di un individuo comprenda anche tutta la sua attività esteriore e interiore, anche il suo intimo essere, perché dovremmo escludere i sogni, che non si diversificano dai suoi pensieri se non per il fatto che anziché essere prodotto della sua mente in stato di veglia lo sono in stato di sonno?”
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Siamo abituati a pensare che ciò che facciamo nella vita, sia qualcosa di concreto e di reale, così rimaniamo ancorati al corpo fisico. Pensiamo che la concretezza di una persona risieda nel suo aspetto esteriore, al massimo arriviamo ad ammettere che facciano parte della realtà dell’individuo anche i suoi pensieri e le sue emozioni, mentre facciamo fatica e prendere in considerazione i suoi ideali, le sue aspirazioni, tanto meno i suoi sogni. Ci rimane difficile dare importanza e valore al suo vissuto, considerato nell’ambiente nel quale si manifesta e nel quale si è sviluppato. Ancora più difficile è per noi immaginare la possibilità che l’individuo abbia avuto esperienze in precedenti vite, e che siano proprio quelle, che in qualche modo condizionino i comportamenti da noi osservati. Insomma considerare reale soltanto lo spettro della nostra percezione limita per noi fortemente la rappresentazione della Realtà.
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Kempis: “E ancora: è comune convinzione che la realtà delle cose sia quella che potete osservare nel momento in cui la prendete in considerazione. Al massimo siete convinti, per esempio, che la totale realtà di una pianta non sia solo quello che vi appare; che altro vi sia che possa sfuggire alla vostra osservazione; però siete convinti che, qualunque sia tale realtà, essa sia quella del momento in cui la osservate. Non è così: la realtà di una pianta che osservate non è solamente quella che sta oltre ciò che appare, ma è anche tutta quella che sta a monte, in senso temporale, del momento di osservazione. E non è tutto: la realtà di una pianta che osservate non è ancora solo tutto il suo ciclo di vita, che va dal seme al suo stato attuale di sviluppo, ma è anche tutta l’evoluzione biologica che sta a monte del seme. E non è ancora tutto: la totale realtà di quella pianta comprende anche lo sviluppo futuro della stessa e delle caratteristiche che attraverso di essa sono trasmesse alle piante discendenti. Ma non è ancora tutto, perché ho parlato solo della realtà biologia, ho trascurato ciò che quel soggetto rappresenta, da un qualunque punto di vista, per altri soggetti.”
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Ragionamenti analoghi potrebbero farsi per ogni essere esistente. Il Maestro porta quale esempio una pianta, ma il discorso potrebbe valere anche per un’animale e addirittura un sasso. La cosa potrebbe estendersi a tutto, ancora, per esempio: ad un luogo. Pensiamo come, nell’ammirare un paesaggio, potremmo andare ben oltre l’immagine che ci appare. Se ampliassimo la visione in diverse direzioni, potremmo scivolare in epoche passate, visualizzare i cambiamenti che possono essere stati creati, i differenti abitanti che hanno animato quei luoghi, l’alternarsi delle stagioni con le differenti situazioni climatiche. Provare ad allargare la prospettiva della nostra considerazione della vita può aprire grandi possibilità di crescita al sentire, sia quello di coscienza che quello in senso lato.
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Kempis: “Dunque, il fatto di esaminare qualcosa, in un momento ,in una fase del suo ciclo di esistenza, non devi farvi dimenticare che si tratta di un’osservazione limitativa: la totale realtà di ciò che osservate di tratta ben oltre le condizioni spazio-temporali del momento di osservazione. Eppure per quanto possa ingigantirsi, a séguito di tali riflessioni, la realtà totale di qualunque cosa, o dell’intero cosmo, anche considerato nell’intero suo ciclo d’esistenza, altro non è se non ciò che appare di un infinitesimo frammento dell’Essere Divino, cioè dell’Assoluta Realtà Totale. Così è la sua struttura che abbraccia e contiene, unendole e trascendendole, innumerevoli realtà limitate, dimensionate in tempi e spazi; ed ecco perché Tutto è Uno: qualsiasi cosa su cui i vostri occhi si posino si estende nella sua realtà alla Totalità dell’Uno.”
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La conclusione della comunicazione è fondamentale, perché porta a ritrovare l’Unità da qualunque oggetto particolare si voglia partire. La prospettiva dalla quale noi facciamo riferimento è quella del frazionamento del Tutto, che è virtuale, proprio perché illusorio, ossia legato alle limitazioni del sentire di coscienza individuale. Esse sono anche loro virtuali in quanto dovute all’intimo del sentire, che non è in grado di riconoscersi nell’Uno. In altre parole siamo Dio, ma non sappiamo di esserLo. Questo limite è la causa dell’illusione, che ci pervade ed annebbia, ma le leggi che la nostra Essenza impone, inevitabilmente conducono a scoprirla e a dissolverla. Accade allora che, dalla percezione di un insignificante ed inutile oggetto, si possa scivolare nell’estrema grandezza dell’Universale. È a questa visione che, a mio parere, ci conducono le argomentazioni estremamente logiche del Maestro ed è in essa, che si può scoprire la grande benedizione, che perviene in noi dalla Vita.
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.