Realtà parziale e Realtà totale

Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 241-247

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voci dei Maestri Dali, Kempis, Teresa

Dali: “Parlare del sentire e della Realtà può sembrare, secondo la vostra concezione, parlare di due mondi diversi: l’uno prevalentemente a voi esterno e l’altro interiore; mondi che possono essere, e sono in qualche modo comunicanti, ma che si mantengono, nel rispettivo ruolo, categoricamente distinti e separati. Secondo la vostra concezione, la realtà che sta intorno, ma sempre al di fuori di voi, è quella che è e non è assolutamente condizionata dal vostro intimo; così come il vostro essere interiore, secondo la comune concezione che se ne ha, non è certo influenzato dal modo d’essere della incommensurabile realtà che sta all’esterno. Per noi, invece, parlare del sentire e parlare della realtà è parlare di un’unica cosa; questo perché, secondo noi, la realtà vera di ciascuno è il suo sentire. Cercheremo di spiegare questo concetto nelle lezioni che seguiranno: cercheremo di spiegare che la Realtà non è là e voi siete qua, perché per ognuno è realtà solo quello che lo colpisce, cioè che recepisce o, quanto meno, percepisce. Cercheremo di spiegare che non ha ragione di sussistere la suddivisione tra «mondo esteriore» e «mondo interiore» perché proprio il fatto che per ognuno è reale solo ciò di cui o con cui viene in contatto, tutto quello che ognuno incontra, percepisce o viene a sapere fa parte di un solo mondo; il suo mondo.”

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Per ognuno esiste un’unica realtà: la sua. Ovvero quella che il suo sentire di coscienza gli permette di creare e percepire. Che questo avvenga non arbitrariamente da parte dell’individuo, ma secondo le leggi della coscienza cosmica non toglie soggettività alla sua realtà, che pur rimanendo reale per lui, dal punto divista della coscienza assoluta, rappresenta una grande illusione. Ciò invece, del quale si può dire essere veramente reale, è il sentire di coscienza, che, pur passando attraverso un frazionamento virtuale, che lo conduce all’estremo limite della sua consapevolezza, mantiene inalterato il sentirsi d’esistere, caratteristica fondamentale della sua essenza. Ogni essere vivente, infatti, dal semplice cristallo all’Assoluto, ha come base di sé questo tipo di consapevolezza: sa di essere.

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Kempis: “La critica che viene mossa ai messaggi degli spiriti che descrivono la vita dopo la morte colpisce il carattere antropomorfico delle comunicazioni. In sostanza, si dice che non è vero simile un aldilà concepito a misura d’uomo con le sole caratteristiche umane, per cui le rivelazioni su quel mondo e sulla vita degli esseri che lo popolano altro non sarebbero che il frutto di subcoscienze umane. Trovo questa obiezione in parte valida: tuttavia la descrizione dell’aldilà in chiave umana non prova che la fonte delle comunicazioni sia la subcoscienza di un vivente; specie se non si scarta l’ipotesi che, nello stato d’essere in cui si trova un trapassato subito dopo la morte, i sogni assumano l’aspetto di vive realtà. In altre parole, questa obiezione avrebbe valore assoluto se fosse assolutamente certo che, una volta entrati nel regno dei più, ognuno conosce il Vero, la Realtà di tutto. Invece va tenuto presente che, entrando nel cosiddetto regno dei morti, ognuno rimane pressappoco quello che è; ossia non acquista la conoscenza della Realtà oggettiva; per cui, se ha la possibilità di comunicare con i vivi, parla dei suoi sogni elevati a realtà senza neanche immaginare cosa stia “oltre” la sua soggettività. Se questo spiega il carattere antropomorfo di certe comunicazioni spiritiche, non tranquillizza affatto sulla possibilità di conoscere la Realtà. In altre parole, ammesso che noi siamo dei disincarnati, come potete sapere se ciò è vero o frutto delle nostre opinioni?”

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Interessante è questa osservazione del Maestro Kempis, essa riguarda la veridicità del Loro insegnamento. Infatti non solo non abbiamo prove assolutamente certe che Essi siano quello che dicono di essere, ma neanche possiamo dire a priori che quello che dicono sia la Verità. Due sono le cose che rendono al nostro cuore certe le Loro parole, la stringente logica e ragionevolezza dell’insegnamento e la forza spirituale che le sostengono. Forza, che però può essere, prima percepita e poi intuita, solo se la consapevolezza entra in sintonia con la Luce dell’anima. È allora che giunge la prova del Loro messaggio. È molto vero quello che in un’altra occasione ha detto il Maestro Kempis: MAI LA PROVA GIUNGE PRIMA DELLA CERTEZZA.

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Kempis: “La domanda rientra in un problema generale che, senza scomodare il regno dei trapassati, esiste egualmente anche nella vostra dimensione. Chi vi dice che ciò che voi osservate sia la realtà? Quella che l’uomo conosce, di volta in volta scopre è la realtà oppure ciò che appare di essa? Noi affermiamo che oggettivamente, esiste una sola Realtà: la Realtà assoluta, in se stessa incolore, informe, omogenea, infinita, immobile, eterna, ecc. ecc. Che l’uomo conosca più realtà con colori, forme o movimenti, deriva dal fatto che la percezione della realtà, da parte dell’uomo, è limitata e parziale. Gli aspetti diversi dell’unica Realtà non esistono oggettivamente ma scaturiscono dalla comunanza delle percezioni degli enti percepienti, cioè degli uomini, i quali hanno le stesse categorie di sensi. E l’illusione è così perfetta da far credere nell’esistenza reale ed oggettiva di vari mondi o di più realtà. Ma è proprio sottostando al gioco della percezione che l’uomo acquista una nuova dimensione d’esistenza, un nuovo modo di conoscere. Infatti nasce in lui una vita interiore che noi abbiamo definito sentire di coscienza il quale, a poco a poco, sviluppa tanto da sussistere poi svincolato da ogni percezione.”

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Il problema che il Maestro qui pone è quello, vecchio quanto l’uomo, della conoscenza. Quale affidamento possiamo dare alla nostra percezione, dalla quale scaturisce la conoscenza del mondo che ci circonda? Direi, che secondo i Maestri è praticamente zero, ma ciò che lo rende accettabile è il fatto che, dato che i nostri sensi sono pressoché analoghi, ne discenda un denominatore comune che unifica per tutto il genere umano la visione del reale, che se anche assolutamente non oggettiva, risulta utile alla quotidiana pratica della vita. Quindi, se non possiamo dare valore oggettivo alla conoscenza ordinaria, viene da domandarsi che valore possiamo dare a queste comunicazioni che provengono da una dimensione misteriosa ed assolutamente per noi sconosciuta? La risposta a mio parere non può che provenire dal cuore, se questo permette una perfetta sintonia con la Luce dell’anima, allora l’essenza del messaggio dei Maestri del Cerchio sarà accettata, altrimenti questa scivolerà via nel migliore dei casi nell’indifferenza, se non nella recriminazione.

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Kempis: “A questo punto l’individuo, non più uomo, abbandona la ruota delle reincarnazioni ed ha un’esistenza profondamente diversa da quello che potete immaginare: egli stesso è una realtà sempre più ampia, una conoscenza sempre più vasta ed effusa. Nel mondo del sentire, così noi abbiamo definito questo tipo di esistenza svincolata dal mondo della percezione, il conoscere dell’individuo è ben diverso dal conoscere dell’uomo. Altre volte vi abbiamo palato della differenza che esiste fra la conoscenza che si ha nel mondo della percezione e quella che si ha nel mondo del sentire. Nel mondo della percezione, come ho detto, si conosce l’apparenza della realtà e questo tipo di conoscenza tocca il culmine dell’illusione e della soggettività. Il mondo della percezione non comprende solo il piano fisico; appartengono a quel mondo anche il piano astrale ed il piano mentale. Illusoria e soggettiva è quindi la conoscenza che si ha in tutti e tre questi piani, perché è una conoscenza dell’apparenza. Il sentire, invece, prima d’essere conoscenza è un essere, quindi non è conoscere l’apparenza, non è conoscenza quale voi l’intendete: è una realtà, una conoscenza nel senso più vero, perché essendo si conosce veramente. Questo tipo di conoscenza, propria del mondo del sentire, è il solo che l’individuo ha, lasciata la ruota delle nascite e delle morti; ma ciò non significa che, progressivamente ed embrionalmente, una tale conoscenza non si manifesti anche quando l’individuo è ancora legato al mondo della percezione. L’evoluzione dell’uomo, infatti, lo vede passare dal solo conoscere l’apparenza al sentire, all’essere realtà nuove sempre più ampie.”

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I due stadi così descritti sono quello della dualità e della non dualità. Nel primo abbiamo che il soggetto e l’oggetto sono distinti, per questo la conoscenza avviene attraverso strumenti che ne tengono conto, ovvero i sensi, non necessariamente fisici, perché anche il corpo astrale e quello mentale hanno sensi analoghi a quelli fisici, funzionano attraverso la separazione tra soggetto ed oggetto. Il primo apprende, il secondo tramite se stesso comunica conoscenza, ovviamente nella misura permessa dai sensi stessi. Nel secondo stadio, ovvero quello del sentire, abbiamo l’identificazione, cioè non esiste separazione fra soggetto ed oggetto, la realtà è fatta di solo sentire. È per questo che i Maestri hanno detto che: niente esiste che non senta o non sia sentito. Loro si riferiscono a questa realtà, che sia pure relativa è assai più vicina a quella assoluta, di quanto non lo sia quella soggettiva frutto della percezione. Una cosa è da notare, che il passaggio dai piani della percezione a quello del sentire è graduale e avviene con continuità, per questo può accadere che ad esseri incarnati la conoscenza si possa avere, sia pure parzialmente, per identificazione. Questo spiega i poteri di santi, chiaroveggenti o anche semplici individui che però si distinguono da altri per le loro capacità intuitive.

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Kempis: “Ho detto realtà e non la Realtà: infatti la realtà che l’individuo è, via, via, è sempre una realtà relativa essendo egli ancora limitato; ed un essere limitato, un sentire limitato, non può essere la Realtà Assoluta. Ora, una realtà relativa, un sentire relativo, pur essendo conoscenza nel senso più vero è una conoscenza incompleta. Solo il sentire assoluto è vera conoscenza assoluta. Non solo: una realtà relativa può essere conosciuta nel vero senso, ossia può essere sentita completamente, totalmente, nella sua relatività, e può invece essere conosciuta parzialmente. In questo caso è sentire parzialmente una realtà relativa; sentire una parte della parte. Vediamo di dire questo concetto con altre parole, anche se non per tutti, più chiare; d’altronde non posso essere comprensibile per chi non ha seguito ciò che da tempo diciamo. Per restare nel vostro mondo, prendiamo in esame una realtà, una situazione del mondo della percezione, peraltro limitandola ad una semplice sequenza: due esseri umani nell’atto di vivere una comune esperienza, una qualunque, quella che volete voi. Ciascuno dei due esseri è un sentire, una realtà che compone la composita realtà di entrambi. In altre parole, ciascuno dei due è parte integrante e costituente della realtà costituita dalla situazione da essi rappresentata, da entrambi formata. Abbiamo detto che una situazione del mondo della percezione può essere còlta o sentita o essendo tutta quella realtà, o essendone uno degli elementi parte costituente. Dall’esterno, in senso assoluto, nessuna realtà è captabile, accessibile. Ma chi è che contiene, che comprende, che conosce nel vero senso, tutta una realtà’, una situazione del mondo della percezione che includa più esseri? È chiaro: solo quel sentire che rappresenta un livello tale di ampiezza da contenere, comprendere, come minimo, tutti i sentire legati a quella certa situazione. State bene attenti ciò significa che può essere- e quasi sempre lo è – un sentire che non è direttamente legato a quella situazione, che non è solo di quelle due realtà individuali. Oserei dire per chiarire, se non temessi di essere frainteso: è un sentire che non vive in prima persona quella esperienza costituita da più sentire.”

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Questa affermazione, sostenuta anche da questo semplice esempio, permette di dare un’idea, sia pur pallida, di come sia costituito l’Esistente. La nota determinante è la fusione, ovvero è come un incastro di sentire di coscienza, che vanno dal più limitato a quello senza limitazioni, cioè il Sentire Assoluto, tali però che il sentire meno limitato contenga in sé quello più limitato. Così accade che una situazione, vissuta ad un certo livello di limitazione, non possa essere compresa pienamente, se il sentire che la percepisce è ancora a quel livello e non fa un salto di qualità e, superando il suo grado evolutivo, non porta la sua consapevolezza ad un’ampiezza maggiore. Da ciò appare evidente come, soltanto la Coscienza Assoluta, essendo priva di limitazioni, possa contenere in sé ogni situazione, ed in virtù del Suo potere di trascendenza interamente comprenderla.

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Kempis: “Supponiamo che i nostri due esseri umani esprimano un sentire di limitazione N e, di disposizioni, il primo X1 ed il secondo X2. Il sentire che conoscerà nel vero senso la situazione che abbiamo ipotizzata, comprende la realtà composita dei nostri due esseri umani, sarà un sentire di limitazione N-1 e di disposizione X; sarà cioè un individuo che avrà in sé quella esperienza, quella conoscenza della situazione da noi ipotizzata, anche se lui, quale allora sarà, non la sperimenta direttamente. Con il vecchio linguaggio potremmo dire che ce l’ha quale retaggio di precedenti reincarnazioni; e si tratterà di una conoscenza completa della realtà relativa perché conterrà l’esperienza dei due attori, dei due soggetti. Quindi come ho detto, si può conoscere nel vero senso una situazione del mondo della percezione, pur non essendone uno degli elementi parte costituente, a patto che si abbia un sentire tale che includa, per ampiezza, i sentire degli esseri che sono invece parte integrante di quella situazione. E chi sono gli esseri parti integranti di quella situazione del mondo della percezione? Sono solo coloro che sono presenti fisicamente o no? No. Infatti abbiamo detto che se un disincarnato osserva due esseri umani che compiono una qualsiasi esperienza è perché è incluso in quella situazione, pur non avendo un corpo fisico, pur non essendo presente fisicamente. Ciò significa che quella situazione fa parte del sentire di quella Entità, gli è necessaria. Non ha rilievo, invero, che la situazione sia del mondo fisico ed il sentire dell’Entità sia di un altro piano. Così è anche per i due esseri umani che costituiscono una parte della situazione; così è, in ogni caso, sempre.”

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In una situazione possono esserci diversi individui, ciascuno dei quali la percepisce dal suo punto di vista. Solo il punto di vista che assembla in sé le differenti angolazioni può dire di conoscere completamente quella situazione. Questo può accadere solo se il sentire corrispondente ha già vissuto quella esperienza. Esso può appartenere anche ad un disincarnato, ma resta il fatto, che quando un disincarnato osserva quella situazione, ne viene a fare intimamente parte. Tutto ciò dà una nuova prospettiva a come noi concepiamo il mondo dopo la morte. Infatti con questa considerazione, quella dimensione, anche se non percepita, diviene fortemente presente nel nostro vissuto. Di ciò dobbiamo ampiamente tenerne conto non soltanto come esseri incarnati, ma anche per quello che potrà riguardare il nostro stato, quando non lo saremo più. Ovvero con la morte il nostro rapporto con il piano fisico non finisce, sia pure mantenendo modalità e soprattutto implicazioni assai diverse.

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Kempis: “Alle cosiddette realtà fisiche corrispondono sensazioni, pensieri, sentire, cioè corrispondono realtà di altri piani. Quindi, essere inclusi in una situazione del mondo fisico non significa necessariamente avere un corpo fisico. Io sono incluso nelle vostre situazioni e non ho un corpo fisico, anche se in questo momento ne ho preso a prestito uno. Uno psicometra che attraverso un oggetto si unisce ad una situazione del mondo fisico si inserisce in una certa realtà pur non essendo fisicamente presente: tuttavia quella realtà da lui percepita fa parte del suo mondo del sentire ed egli è parte integrante di quella realtà percepita. Qualcuno si domanderà: «Com’è possibile che un oggetto inanimato sia veicolo di sensazioni?». Vi abbiamo detto che tutto ciò che esiste, per esistere, come minimo deve essere legato al mondo delle sensazioni: cioè deve vivere di una qualche forma di vita, perché la vita, come minimo, è sensazione. Allora, la situazione che abbiamo ipotizzato non è il comun denominatore solo del sentire dei due esseri umani, ma è il comun denominatore di tutti i centri di sensazione che sono legati ad essa; o, più precisamente, la realtà di quella situazione è composta da tutti i sentire in senso lato, cioè comprendenti anche le semplici sensazioni, che in quella situazione trovano la loro manifestazione. Ciascuno di questi centri di sensazione percepisce quella realtà composita dal suo punto di vista, ossia parzialmente; ma solo il sentire che per ampiezza è espressione di tutti i centri di sensazione che compongono quella situazione, quella realtà, ne ha piena, totale cognizione, pur restando ancora un sentire relativo. Da ciò si deduce e si conferma che solo il sentire assoluto può sentire, conoscere nel vero senso, il Tutto.”

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Il Maestro Kempis, attraverso un processo induttivo, invita a partire da un qualsiasi particolare, per arrivare, ampliandone le sue condizioni esistenziali, all’ultima reale condizione d’esistenza, ovvero quella di essere espressione intima ed insostituibile della Divinità, Che contiene e trascende tutto l’esistente. Questa modalità induttiva di ragionamento dei Maestri si differenzia dalla Loro solita, deduttiva, che invece parte dal postulare l’esistenza di un Dio Assoluto.

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Dali: “Questa affermazione, appalesando l’inutilità degli sforzi compiuti dall’uomo per conoscere la Realtà Assoluta, contrariamente a quanto può sembrare non svalorizza la conoscenza umana. Anche se questa affermazione ridimensiona la realtà che l’uomo può conoscere con i mezzi che ha a sua disposizione, con le limitazioni che lo condizionano, prima fra tutte la sua condizione umana; tuttavia dà valore alla conoscenza, all’esperienza di ogni individuo, né più né meno preziose di quelle altrui, perché né più né meno relative delle altre. Qualsiasi conoscenza, qualsiasi esperienza è utile, e lo è tanto più quanto più è desiderata, quanto più se ne sente la necessità. Da qui il massimo rispetto, la massima considerazione dell’esperienza, della conoscenza che ognuno ricerca ed ha. E con questa consapevolezza, come potremmo chiedervi di convincere gli altri che quello che attraverso noi conoscete è la realtà a loro necessaria? Anche se quello che conoscete è una verità più completa, potrebbe trattarsi di una conoscenza non per loro utile; perciò come potremmo chiedervi di catechizzare gli uomini? Ecco, invece, perché vi diciamo che parliamo solo per coloro che non sono soddisfatti della loro vita e che cercano risposte alla loro insoddisfazione. Può darsi che quello di cui vi parliamo sia una conoscenza a loro utile e può darsi, invece, che essi cerchino un altro genere di soddisfazione. Il fatto in sé di conoscere una verità più completa non significa nulla se l’uomo non la desidera come l’affamato desidera il cibo. Perciò parlate se ne avete l’occasione propizia: non dico «parlate di noi», non occorre; parlate di quello che noi diciamo ma non continuate a parlare se non vi è richiesto. E non parlate per fare proseliti. Il nostro scopo non è quello di creare una chiesa, un partito, una qualsiasi organizzazione. Nessuno ha il monopolio della Verità Assoluta. E poiché si tratta di tante verità relative, nessuno ha l’esclusiva della Verità. Ma badate bene: ciascuna verità relativa è più importante, per l’essere limitato, della per lui incomprensibile Verità assoluta. Per ciascuno è importante comprendere bene la propria verità-punto-di-passaggio; perciò l’augurio che vi faccio è che comprendiate bene le nostre parole.”

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Questa comunicazione del Maestro Dali esprime veramente l’essenza della tolleranza, che nella vita sociale diviene democrazia. Solo la Coscienza Assoluta ha pienamente il monopolio del vero, tutto il resto è relativo, quindi imperfetto ed in cammino verso la perfezione. È per questo che non soltanto non si può giudicare, ma bisogna manifestare tolleranza. “Non si può condannare, dicono i Maestri del Cerchio, il fiore che è ancora in boccio”. Non ha senso perciò costruire organizzazioni, scuole, strutture per accelerare l’evoluzione dello spirito. La coscienza deve crescere spontaneamente nella libertà, solo l’attenzione e la consapevolezza possono essere il suo strumento nell’apparente divenire. Non possono esserci Maestri che forzino il cammino, al più istruttori, che aiutino a sciogliere, chiarendoli, alcuni complessi nodi, che la vita può presentare. Ma il solo, unico e vero Maestro è soltanto la consapevolezza.

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Teresa: “E le avete comprese bene quando diventano Verità liberatrice; quando ciò che conoscete arricchisce interiormente, illumina l’intelletto, rafforza la volontà, cura le infermità, riscalda la tiepidezza, addolcisce l’aridità; quando è spontaneità e naturalezza ma anche rispetto degli altri; è semplicità ma anche intelligente consapevolezza; è serenità ma non incoscienza; quando è forza più che consolazione; è costanza più che entusiasmo; è certezza più che speranza; è comprensione più che accettazione; è creatività più che conoscenza. Pace a tutti, creature nostre.”

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Chiude la comunicazione la sorella Teresa. Come al solito il suo afflato mistico non è soltanto emozione, che sgorga dal cuore, ma è anche stringente e consapevole razionalità. Ciò prova ancora una volta quello che i Maestri con il loro insegnamento affermano, ovvero che la Realtà non è soltanto un’unione d’ Amore, ma è anche una fusione di coscienze tra loro legate da una logica che non può essere messa in discussione.


[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.