Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 249-255
Commenti a cura di Andrea Innocenti
François: “Degli altri voi non vedete la realtà del loro essere, ma vedete quello che appare. Ciò significa che vedete, al massimo, quello che gli altri mostrano di sé. Non solo, ma anche l’immagine che gli altri danno di se stessi può essere da voi distorta, può essere esaltata o peggiorata. Così che quando vi innamorate di qualcuno, vi innamorate di una immagine. Chissà se il vostro innamoramento potrebbe persistere se di chi amate conosceste non l’immagine, ma la realtà.”
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Le implicazioni di queste affermazioni del Maestro François possono essere notevoli riguardo al nostro vivere quotidiano, perché si può dire che non possiamo sapere con chi abbiamo a che fare ogni giorno. Tutto ciò indubbiamente crea insicurezza e di conseguenza un po’ di timore. Come fare per riprendere a pieno la padronanza di noi stessi? Forse non c’è una soluzione certa ed infallibile, credo però che non si debba essere né ingenui, perciò completamente sprovveduti, né pregiudizialmente sospettosi e diffidenti, lasciare poi alla concretezza dei fatti qualsiasi valutazione, naturalmente questa interpretata non soltanto con la forza della ragione ma anche, e per quanto possibile, con l’ ardore del cuore.
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Dali:“Il fatto che gli altri vi mostrano solo un’immagine, e non la realtà, è talmente vero che si può dire sia una pura coincidenza che, talvolta, le intenzioni degli altri corrispondano alle intenzioni che voi credete che gli altri abbiano. Il più delle volte, invece, voi attribuite agli altri intenzioni che gli altri non hanno; oppure non vedete le loro vere intenzioni e su quello che voi pensate che gli altri siano, sull’immagine che di essi vi siete fatti, costruite la vostra relazione con loro, il vostro mondo. Non crediate che quello che io dico si riferisca a casi o persone limite: è cosa di tutti e di tutti i giorni.”
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Se teniamo conto di queste affermazioni del Maestro Dali, appare chiaro come il nostro rapporto con gli altri si basi il più delle volte su un grande equivoco. Ci si può domandare come fare a rimediare a tutto ciò? Non c’è a mio parere una facile risposta, forse la soluzione può trovarsi in noi stessi, ovvero non domandarsi tanto quale possa essere la realtà di un altro, quanto porre attenzione a ciò che il suo comportamento muove in noi, perché quello e solo quello ci riguarda, non è la forma esterna che conta, molto spesso illusoria, ma è la coscienza che vibra nel nostro intimo che ha valore. È in funzione di questa, che si svolge quella rappresentazione che chiamiamo vita.
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Kempis:“Quindi, gli altri non sono importanti per voi a condizione che riusciate a cogliere la loro vera realtà, il loro vero essere; ma sono importanti per le reazioni che in voi riescono a suscitare; e le suscitano solo se voi siete sensibili a quegli stimoli che essi volontariamente o involontariamente, vi inviano.”
Dali: “Perciò gli altri sono per voi come una sorta di specchio; essi possono su voi solo ciò che voi permettete che possano. Ma non “permettere” nel senso di “concedere”, cioè come colui che ha un’autorità e che accondiscende a qualche richiesta; ma “permettere” nel senso di lasciare che gli altri abbiano presa su voi, essere in loro balia; che poi, invece, è spesso essere in balia della propria immaginazione e della propria debolezza.”
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La suggestione che gli altri spesso emanano attecchisce in noi, per la nostra debolezza, dietro alla quale si nasconde una grande paura. Ma da dove nasce questa paura? Forse dall’espansionismo dell’io, che vedendosi messo in discussione comincia a tremare, sentirsi insicuro, cercare tutti i possibili agganci, che a suo parere potrebbero proteggerlo e garantirgli stabilità e crescita. Allora la visione, sia pure illusoria del mondo circostante, diviene ancor più distorta, falsa e quasi sempre distruttiva da ogni punto di vista.
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Kempis:“Gli altri, per voi, non sono tanto creature reali quanto immagini costruite dalla vostra mente, spesso animate dalla vostra immaginazione. Ma sono proprio quelle immagini e proprio quel processo che le crea, che fa sì ch’esse meglio si adattino ai vostri bisogni evolutivi, che rende le relazioni degli uomini altamente produttive ai fini della maturazione della coscienza individuale.”
Dali: “Colui che è permaloso e che deve superare il suo orgoglio, per esempio, vede l’offesa personale anche dove non c’è. Pensa che gli altri lo vogliano offendere anche quando gli altri non hanno una tale intenzione.”
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Il Maestro Kempis entra con queste parole alla sostanza della questione. Il mondo che ci circonda, così come le persone che vediamo, non è reale, è tutto costruito da noi. È il nostro sentire di coscienza che tramite i veicoli della personalità crea la nostra realtà, che poi percepisce sempre mediante gli stessi. Tutto ciò non avviene in maniera onirica, ma secondo gli archetipi della coscienza cosmica, che regolano i sentire di coscienza relativi, in essa formati e strutturati secondo i differenti gradi di limitazione. Ovvero sono le limitazioni, che condizionate dal modulo fondamentale del cosmo, la prima limitazione cosmica, fanno sì che i sentire relativi costruiscano, percependola, quella realtà virtuale da noi vissuta come mondo esterno.
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Kempis:“Questo è un modo di rendere massimamente produttive di stimoli le relazioni, e ciò con il minimo impiego di cause. E questo risparmio è giustificato dal fatto che sarebbe assai difficile che gli altri avessero la volontà continua di offendere una persona e, al tempo stesso, continuare una forma di rapporto, di contatto con quella. Paradossalmente sarebbe necessario, per tutto ciò, una forma di altruismo tale da spingerli a vivere solo per quella persona. Per l’uomo, in sostanza, più sovente accade che sia l’illusione, non la realtà, a produrre fermento evolutivo.”
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Molto significativa quest’ultima affermazione del Maestro Kempis secondo la quale: spesso accade che sia più l’illusione a produrre evoluzione che la realtà, o per lo meno quella che noi riteniamo tale. Le implicazioni di questo possono essere tante, ma quella per me principale, è la tolleranza. Infatti, spesso ci accade di giudicare severamente le altrui interpretazioni e prospettive della vita, perché le riteniamo sbagliate, mentre non teniamo conto, che se anche lo fossero, e della cosa non possiamo mai esserne certi, a loro servono e vanno bene così. La coscienza si forma nella duttilità dell’esperienza e soprattutto nella piena libertà.
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Dali:“Questo appare più evidente nel piano astrale dove certi abitatori credono di essere in contatto con una persona ed invece, in realtà, soggiacciono alla legge astrale che rende concreta e di fronte a se stessi vivente e palpitante la propria immaginazione. Fatto analogo accade anche nel piano fisico, con la sola differenza che nel piano fisico l’immagine è costruita da un supporto, perché tale in fondo è per l’osservatore la realtà dell’osservato, e quindi in un certo senso, in qualche modo, a quel supporto l’immagine risulta legata, mentre sul piano astrale il desiderio e l’immaginazione hanno campo libero.”
Kempis:“Il fatto che nel piano astrale taluni vivano una realtà onirica può sembrare strano; e può sembrarlo se non si tiene presente che quello che importa per ognuno, in qualunque mondo si trovi, non è quello che accade nel mondo esterno ma quello che, di quel mondo, si riflette in lui. Il mondo esterno è importante per ogni essere solo in funzione dell’apporto che reca al mondo interiore; ed è nella stessa misura dell’apporto recato che è suo mondo, che entra a far parte del mondo dell’individuo.”
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C’è una certa comune ed ordinaria credenza che dopo la morte, cioè quando si abbandona il veicolo fisico e la nostra consapevolezza si orienta completamente verso il piano astrale, l’individuo possa conoscere come stanno le cose. Mentre, finché ancora domina in noi l’illusione e rimaniamo nei piani della dualità, risulta determinante ciò che vibra in noi, indipendentemente dal valore di realtà che esso abbia. Questo perché è la coscienza il vero obbiettivo dell’esistenza, e questa può crescere e svilupparsi solo attraverso il percorso della consapevolezza, che può venire principalmente dall’esperienza, sia essa avvolta nella completa illusione o sia vagamente sostenuta da qualche barlume di verità.
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Dali:“Fra un impostore che si fingesse maestro e, parlandovi, riuscisse a toccare il vostro intimo in modo costruttivo, ed un vero Maestro che rimanesse per voi estraneo, sarebbe molto più utile l’impostore del Maestro. Naturalmente questo è un paradosso che nella realtà non si riscontra, tuttavia illustra bene il concetto che stiamo esponendovi.”
Kempis:“Sicché nel piano astrale, o in quello fisico, o in quello mentale, insomma nei mondi della percezione, lo scopo di ogni situazione, di ogni avvenimento, è quello di giungere a far vibrare, a toccare l’intimo di ogni individuo. Che l’intimo sia toccato da un avvenimento per così dire reale, o da uno immaginario, non fa alcuna differenza. Se l’individuo è toccato da una determinata esperienza gioiosa lo è tanto che l’esperienza sia realmente accaduta, quanto che sia creduta tale. L’esperienza è reale non quando, secondo il vostro modo di vedere, accade realmente, ma solo quando giunge realmente a toccare l’intimo dello sperimentatore.”
Teresa:“Supponiamo, per un momento, che Cristo non sia esistito. Diventerebbe forse meno vero tutto quello che nel Suo nome gli uomini hanno fatto di bene e di male? Quello che hanno sofferto e la gioia e la consolazione che dalla Sua figura hanno ottenuto? Il vero Cristo, nel senso di più importante, più significativo, è quello che gli uomini hanno immaginato, non quello che è esistito.”
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Si può ritenere fanatismo, con conseguente giudizio critico, il comportamento di coloro che seguono con grande devozione credenze, spesso non giustificate dalla razionalità. Però, se si tiene presente la raffigurazione della realtà, quale dai Maestri del Cerchio ci viene presentata, non si può non rendersi conto, che ciò che ha valore, non è tanto l’immagine dell’Esistente da noi creata e percepita, perché quella è certamente determinata dalle limitazioni del sentire di coscienza, quanto è importante il processo che essa instaura nella nostra coscienza, essendo tale meccanismo l’artefice, anche per effetto della mediazione del karma, del formarsi prima della consapevolezza e poi della comprensione.
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Claudio:“Badate bene: con questo non vogliamo significare che la realtà intesa come vera condizione e qualità delle cose non abbia in sé alcuna importanza; tutt’altro; però di ciascuno è massimamente importante, e perciò da conoscere, la propria realtà, il proprio vero essere, non quello altrui.”
Kempis:“V’è quindi la necessità di dover considerare le cose da due prospettive. L’una si riferisce ai momenti della vita in cui si è oggetti degli avvenimenti, bersaglio degli stimoli esterni, ed in questo caso è lo stimolo che assume importanza, non la realtà vera o supposta da cui lo stimolo è generato. L’altra prospettiva si riferisce ai momenti della vita in cui si è soggetti degli avvenimenti ed è importante che ciascuno sia consapevole di ciò che rappresenta per gli altri, di quanto può influire nella loro realtà.”
Claudio:“Infatti, quando vi diciamo «Tutto quello che vi accade, in ultima analisi, è per il vostro vero bene», ci riferiamo agli avvenimenti di fronte ai quali la vita vi mette. Ma quando siete voi ad agire, quando siete «soggetti» e non «oggetti» degli avvenimenti, la nostra affermazione non vi autorizza ad agire superficialmente e inconsapevolmente. Anzi, quando siete voi gli attori è proprio il momento di comportarvi in modo diametralmente opposto a quello dei fatalisti, e soprattutto in un modo estremamente consapevole, come se foste gli unici arbitri della vita degli altri.”
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Due sono i punti di vista da tenere presente nel considerare il nostro rapporto con la realtà. L’ uno riguarda un aspetto passivo, che consiste nel doverla subire. Esso è strettamente connesso al karma, da noi mosso in precedenza. L’altro, che potremmo definirlo attivo, è inerente al nostro muoversi nella vita ed è relativo, in ultima analisi, alle relazioni che abbiamo con gli altri. È qui che principalmente si generano le cause, i cui effetti successivamente si manifesteranno. Sono di fatto quegli eventi successivi, che danno corpo all’aspetto per noi passivo della realtà. In conclusione, la vita è il confrontarsi, da parte nostra, con ciò che noi stessi creiamo. Potremmo dire che siamo davanti ad uno specchio, nel quale, percependo la nostra immagine, diamo forma a continue espressioni, che modificando il nostro aspetto, creano successivi stati d’essere interiori, a loro volta rappresentati da nuove figurazioni della nostra forma.
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Dali:“Ma al di là di queste considerazioni: su quale realtà per ciascuno è importante; altre ancora possono essere fatte sul modo di considerare la realtà.”
Kempis: “Voi considerate la realtà in continuo divenire perché la frazionate; perché, nel vostro concetto, essa è limitata nel tempo e nello spazio. Per voi la realtà è quella che riuscite ad abbracciare, a percepire: quindi la limitate in senso spaziale; ed è quella che è ora, nel momento attuale: quindi la limitate in senso temporale. Ma il tempo e lo spazio sono, appunto, illusioni, che scaturiscono dal considerare la realtà in modo frazionato e non invece, qual essa è: un sol tutto inscindibile.”
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È la mente inferiore che genera il frazionamento, quindi il divenire e con esso, lo spazio ed il tempo. Quell’apparente film che chiamiamo vita, in realtà è la creazione di un sentire di coscienza, tanto limitato, da non avere consapevolezza di sé. Per manifestarsi nei mondi della percezione, la coscienza dovrà costruirsi dei corpi, animati da programmi, determinati da archetipi che ne dispongono il funzionamento, in modo tale da farli sembrare automi. Di conseguenza, quelli che sono i comportamenti degli esseri, al nostro grado evolutivo, sono espressione di pseudo robot privi di coscienza, salvo le eccezioni legate alla presenza di un sentire più evoluto.
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Dali:“Badate bene, figli, in ciò che diciamo non c’è riprovazione. Infatti l’uomo è creatura della separatività, nasce da essa, come tutta la molteplicità; è quindi un fatto naturale che consideri il mondo nel quale vive estraneo a sé. La riprovazione, semmai, c’è nella misura in cui l’uomo non s’impegna a superare il senso di separatività, non tende a considerare la realtà, appunto, un sol tutto inscindibile.”
François:“Non deve sembrare strano il fatto che quanto l’uomo trova in sé quale parte della sua natura, come il senso della separatività, debba essere superato. Vi sono numerose analogie chiarificatrici: per esempio l’interesse del fanciullo per i giochi, interesse che serve a svilupparlo nel corpo e nella psiche ma poi viene superato. La cosiddetta evoluzione dell’uomo è tutto un continuo superare stati d’essere raggiunti.”
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L’abbraccio paternalistico del Maestro Dali ci sostiene sempre. Lui sa bene che ciascuno non può trascendere la propria realtà coscienziale. “Non si può condannare il fiore che ancora non è sbocciato”, hanno in un’altra occasione detto i Maestri. Questa consapevolezza non deve però tradursi in fatalistica inerzia. Non si possono eludere le responsabilità che la vita ci pone davanti. Interessante è anche l’osservazione che il Maestro François ci espone, essa riguarda il significato più profondo della vita, il quale è essenzialmente quello di far sviluppare la coscienza. Il film che stiamo vivendo è come un grande gioco al quale partecipiamo, come protagonisti per la maggior parte inconsapevoli, ma attraverso le contraddizioni, che vengono fuori vivendolo, gradatamente si sviluppa quella consapevolezza, che anticipa e poi genera comprensione.
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Kempis: “Allorché si limita la Realtà, quel «sol tutto inscindibile» appare come molteplicità, separazione. Cosicché ciò che l’uomo considera reale è solo apparenza di una parte della Realtà unica totale che così appare a chi non riesca a cogliere l’unità del Tutto. Ora, se già ben diversa è la realtà parziale rispetto alla assoluta, cioè a quella unica-totale, figuratevi quanto ben diversa sia l’apparenza della realtà parziale rispetto alla Realtà finale. Già nel mondo della percezione potete constatare quanto diverso sia ciò che appare da ciò che è : una pietra, che vista può sembrare un monolite, è invece frazionabilissima, ed è più vuota di materia che piena.”
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La percezione che i sensi ci danno è, non soltanto relativa al nostro grado di evoluzione, ma è anche estremamente soggettiva, perché determinata dalla limitatezza dei sensi stessi. Perciò dobbiamo dire che, quella che chiamiamo realtà oggettiva, è soltanto apparenza. D’altra parte anche quella porzione di realtà che proviene dal virtuale frazionamento della Realtà Assoluta e non passa dai piani della dualità, non può dirsi reale, perché di reale c’è solo Lei, che pur avendo in sé tutto ciò che esiste lo trascende nella fusione finale di tutti i Cosmi, a loro volta fusioni dei sentire relativi, che li fanno essere. Anche il sapere scientifico, che basa tutta la sua conoscenza sui sensi fisici, oggi arriva ad ammettere l’impossibilità della conoscenza del reale e si limita ad afferrarne l’utilità pratica.
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Claudio: “Ora, non si può superare in senso di separazione, cioè sentire la Realtà come un sol Tutto inscindibile cercando un’intesa fra l’io e il non io, un’intesa fra le parti; solo nella comunione delle parti avviene il superamento della separatività. Tale comunione non è di apparenze, non è mettere in comune le proprie sostanze, i propri mezzi e le proprie qualità, restando enti separati; ma è identificazione cioè scoprire, sentire che il non io è parte integrante, complementare della propria identità. Non è comunione dall’esterno, ma è esclusivamente dall’interno e dall’interno essere.”
Dali: “Quando voi pensate a Dio, in forza della separatività a cui soggiacete lo pensate come un personaggio dell’apparenza, cioè del vostro mondo. Lo immaginate esterno a voi. Lo pregate come se voi foste qui e Lui fosse lì o lassù. Non tenete presente, cioè, che Dio non può che essere la Realtà Unica Totale, ben diversa dalla somma della realtà parziale. Le realtà parziali necessariamente sono relative; la somma delle relatività non potrà mai dare l’Assoluto. Dio non può che essere «quel sol tutto inscindibile» al quale si perviene solo con l’intima comunione, col sentire, nell’identificazione. E questo «pervenire», con tutto ciò che significa, non è un raggiungere o aggiungersi a Dio, è semplicemente la «Manifestazione divina», l’ «Essere Uno e molteplice», è l’unico possibile modo d’essere di Dio.”
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Queste comunicazioni dei Maestri Claudio e Dali inducono ad una profonda meditazione. Finché restiamo legati alla mente siamo nella dimensione della separatività. L’io domina, e l’io, vuol dire distinzione dall’altro ovvero il non-io. Come possiamo in quella condizione, accettare e pensare come parte di noi, una realtà diversa ed esterna a noi? Al massimo, con l’aiuto del ragionamento logico, possiamo diventare tolleranti e comprensivi, soprattutto nella utilitaristica considerazione, che la coesistenza fra noi e gli altri, è una necessità, e che questa non può sussistere, se non c’è collaborazione, sopportazione e rispetto. Questi sono i fondamenti del vivere civile. Ma quello che i Maestri chiamano superamento della separatività, sentirsi un “sol tutto inscindibile con la vita”, non può venire dalla mente, come si è detto. Allora ci si può domandare da dove viene? I Maestri l’hanno chiamato “Sentire di coscienza” ovvero la Parte Reale del nostro essere, che se non è abbastanza ampia, non permette alla sua Essenza divina di esprimersi, ma se le limitazioni che la tengono imprigionata non sono troppo grandi, la consapevolezza e comprensione, che sono in lei, la proiettano verso l’Unità. È allora che “l’Essere uno e molteplice” si manifesta.
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Claudio: “Dio comprende nella Sua esistenza il Tutto: tutte le individualità, tutti gli individui, il soggetto e l’oggetto oltre la separazione. Egli è la coscienza assoluta. Non è tuttavia coscienza della cosa emanata come esistente al di fuori di Sé. Solo chi è nella separatività conosce la realtà in termini di soggetto e di oggetto. Ma chi include in sé il soggetto e l’oggetto è coscienza della realtà nella sua interezza che trascende la separazione.”
Kempis: “La coscienza del Tutto-Uno non è la somma delle coscienze dei soggetti, perché sarebbe sempre una coscienza di parti; ma è la coscienza di ciò che sta al di là delle parti. Questo è importante perché garantisce l’identificazione con la coscienza assoluta non attraverso una sommatoria ma attraverso il superamento della separatività; non attraverso l’acquisizione, che non potrebbe mai avere fine. Non è quindi una questione di quantità ma di qualità.”
Claudio: “Finché non si è trasceso la separatività vi è dolore, lotta, conflitto degli opposti. L’unità dell’Essere non può raggiungersi attraverso la moltiplicazione della separazione e quindi del dolore, della lotta, del conflitto degli opposti; in alte parole, attraverso la continuazione della divisione.”
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Il punto focale è la separatività. Finché la coscienza è limitata, al punto d’avere bisogno di crearsi una realtà duale, il soggetto e l’oggetto saranno distinti, e tutta l’esistenza sarà animata dagli opposti, da una parte il dolore dall’altra il piacere. Sono queste le due polarità che attivano il movimento della coscienza, altrimenti inerte per effetto delle sue limitazioni. Quindi ad un certo grado di coscienza la sofferenza, può dirsi una benedizione. Il motore che la mette in azione si chiama legge del Karma. Aveva ragione Buddha, la sofferenza è parte integrante della incarnazione, e può essere superata soltanto con il distacco. Ma questo non può aversi pienamente se non con il superamento delle limitazioni che impediscono l’identificazione con l’Unità.
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Kempis:“La dottrina che accetta la separatività come condizione di esistenza stabile, che non è mai trascesa; che accetta la continuazione del non io e dell’io come fattori integranti della realtà; che non prescinderà mai da una tale impostazione duale; è una dottrina creata da chi non conosce e non ha compreso la vera condizione d’essere del Tutto.”
Claudio: “L’esistenza della separatività non ha lo scopo di far continuare «l’io sono» in perpetuo, ma di liberare la coscienza dall’io, dopo che l’io l’ha creata. Il senso della separatività, infatti, non esiste nella natura incosciente; c’è invece nell’uomo, preda dell’io e del tu, del desiderio, della continuazione dell’io personale, della speranza che la vita continui dopo la morte e di riunirsi a coloro che ama. Ma l’unione che egli concepisce conserva la separazione del tu e dell’io; non è l’unione di cui noi vi parliamo. L’io personale dipende dal corpo, dall’educazione, dall’ambiente, ossia dalla personalità, e cambia ad ogni vita.”
Kempis:“L’individualità è continua, attraverso la nascita e la morte; è la guida della propria esistenza quale individuo distinto sino alla comunione del Tutto-Uno, all’esistenza onnicomprensiva, al di là della distinzione, in uno stato d’essere, cioè, in cui si conosce la Realtà al di là dell’apparenza e la si conosce nel modo che non lascia posto a supposizioni ed errori, nel modo più vero che possa esservi, che è quello di essere la Realtà stessa.”
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Il sentire di coscienza, che dal virtuale frazionamento ci riporta all’unità con la Coscienza Assoluta, è come il filo di una collana di perle, che, quali sentire relativi, si succedono da un’incarnazione all’altra. I Maestri hanno chiamato «individualità» questa collana. Le perle rimangono sempre le stesse dal punto di vista della sostanza che le compone, ma mutano in ampiezza e forma, ed in questa immagine simbolica rappresentano le personalità, che, come le perle che mutano nella collana, così anch’esse ad ogni incarnazione cambiano. Le personalità sono state indicate dai Maestri anch’esse come sentire, ma sono sentire assai diversi dai sentire di coscienza, perché queste sono soggettive ed individuali in quanto determinate dalle esperienze vissute nelle diverse vite. La reale rappresentazione della morte è questa, ovvero il passaggio da una perla all’altra, che muta in forma e quantità di sostanza, ma conserva la sua originaria essenza. Trovare l’Unità con il Tutto consiste nel riscoprire questa Essenza
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.