Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 257-262
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis:“Quando si agisce, o si chiede a qualcuno di fare o non fare qualcosa, si è sempre mossi da uno scopo. Tutti i comportamenti dell’uomo sono determinati da un fine che si vuole raggiungere. Assai raramente le azioni umane sono fine a se stesse, e, quando ciò accade, si è nel campo del patologico. Seguire uno scopo, tendere ad un fine, per l’uomo significa sempre mirare a raggiungere un vantaggio, un guadagno in senso lato, ossia assecondare l’istinto egoistico. A questa regola l’uomo non si sottrae neppure quando segue le norme morali, e questo lo abbiamo già detto più volte. Attenti quindi a dare la patente di puro a chi condanna l’immoralità altrui .L’intenzione di chi stigmatizza può essere tutt’altro che pura e morale. Anche l’autorità che propugna la moralità non è aliena da un suo interesse, che può essere quello di conservare il potere e mantenere l’ordine sociale. Per questa ragione alcune regole cosiddette ” morali ” sono profondamente diverse da una società all’altra. Ma il vero comportamento morale, che deriva da una natura acquisita e non da una disciplina imposta, ha una ragione che, più che essere finalità, è motivazione; ossia, più che tendere a qualcosa è automatica conseguenza dell’avere compreso la realtà. La vera morale, se ancora morale si può chiamare, non può prescindere dalla conoscenza di come le cose sono realmente.”
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L’importanza della conoscenza è chiaramente affermata in questa comunicazione, anche dal punto di vista etico. Conoscere come veramente le cose stiano, per forza apre la porta al bene. I Greci, in particolare Socrate, avevano ben capito tutto ciò. Per questo un’ equilibrata introspezione, che conduca alla conoscenza di se stessi, è la via principale che la coscienza deve percorrere per ampliare se stessa. L’azione, è il mezzo, che la vita mette a disposizione per fare emergere i limiti della coscienza, principalmente tramite la legge di causa-effetto, ovvero la legge del Karma. Ma se l’attenzione prima e la consapevolezza dopo, non sono avviati, entrerà in azione il gioco della sofferenza, che così porterà conoscenza, ma quanto tutto questo poi potrà costare! Purtroppo il cammino dell’umanità fino ad ora, in gran parte è stato fatto secondo tale modalità e quindi è stato costellato da grande dolore.
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Kempis:“Questo discorso sembrerebbe affermare l’importanza di conoscere e comprendere la realtà per essere nella vera morale. Ma, se così fosse, dovremmo dedurre che la religione che ha il più alto numero di fedeli dovrebbe essere quella vera. Non sarebbe ammissibile che la maggior parte degli uomini fosse esclusa dalla conoscenza della vera religione, specialmente se l’ignoranza non dipendesse dalla volontà individuale. In altre parole: o le religioni, le filosofie, le ideologie che hanno in assoluto il maggior numero di aderenti sono quelle che riflettono la verità, oppure è un fatto trascurabile che l’uomo conosca come le cose sono realmente. Non se ne esce. Tutto questo, naturalmente, ammettendo l’esistenza di Dio e di un fine a cui tenda l’esistenza dell’uomo. Ebbene, noi dopo aver affermato che il retto comportamento è fondato e scaturisce dall’intima comprensione di una certa realtà, ricordiamo l’altra nostra affermazione, più volte ripetuta e cioè che non è tanto importante conoscere la Verità, se la non si vive, quanto invece vivere, sentire intimamente un’opinione qualunque. E questo perché la semplice conoscenza della Realtà senza la partecipazione, non matura tanto quanto vivere una fantasia.”
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Sembra che le parole di Kempis siano in contraddizione con quelle da lui appena precedentemente dette. Ma la contraddizione è soltanto apparente, perché, quando il Maestro parla di conoscenza si riferisce alla conoscenza logica, ovvero alla razionalità, quella sì può essere utile per un corretto comportamento, ma di per sé non basta, può non essere sufficiente in quanto prevalentemente patrimonio della mente, ciò che conta invece in assoluto è l’ampiezza del sentire di coscienza e questa la si acquisisce tramite l’esperienza. È con essa che il sentire si mette in gioco, poi tramite gli effetti che si muovono, matura la consapevolezza necessaria ad ampliare la coscienza stessa. È per questo che una convinzione anche sbagliata, ma fortemente sentita, può portare nuova coscienza, potremo dire che ciò avviene per effetto della contrasto degli opposti. L’evoluzione della coscienza avviene secondo un processo dialettico più che logico, pur restando la logica della non contraddizione un importante strumento per la comprensione.
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Kempis:“Ciò è talmente vero che, fino ad un certo punto dell’evoluzione, non ha alcuna importanza che l’individuo conosca come le cose stanno realmente: anzi, è escluso da questa conoscenza, quasi come se lo si volesse addestrare su situazioni simulate prima di porlo di fronte al Reale. L’uomo è come quei fanciulli che per giocare, si fingono in una particolare situazione; per giocare si immergono con la fantasia e con l’incoscienza, propria dell’età, in situazioni immaginate, non di rado tragiche. Aggiungo fino ad un certo punto dell’evoluzione non è importante che l’uomo conosca la Realtà, a tal punto che essa rimane indeterminata. Che cosa significa questo? Rispolveriamo i nostri due giocatori, soli in assoluto, che dopo aver gettato i dadi registrano ciascuno, senza malafede, l’uscita di un punteggio diverso. Certo la prima domanda che vi farete è :«Come è possibile ciò?». Ammettiamo che sia possibile: quante volte due testimoni, in buona fede e perfettamente convinti, danno versioni diverse o addirittura contrastanti di uno stesso fatto. Qual è allora la verità? Per prima cosa dobbiamo chiederci: che cosa s’intende per verità? Sicuramente la realtà di quella situazione, cioè una realtà, sia pure relativa, ma che registri, che contenga nella sua interezza anche quale posizione hanno assunto i dadi, e conseguentemente quale punteggio è uscito secondo le regole del gioco. Secondo la logica umana la Verità sarebbe quella convalidata da un terzo osservatore .Non solo, aggiungo io; soprattutto è necessario che questo terzo osservatore veda veramente che cosa è accaduto e non abbia, anch’esso, una sua verità. Ma perché questa terza persona dovrebbe possedere il carisma di conoscere la verità? Forse il fatto che la sua constatazione di un risultato corrispondente alla constatazione di uno dei due giocatori prova che quella è la verità? Non potrebbe trattarsi di un doppio errore? Se poi è vero, come noi sosteniamo, che quella che gli uomini credono realtà oggettiva altro non è che la parte in comune del loro soggettivismi, allora la vera Realtà oggettiva è ben diversa da quella che gli uomini colgono; tanto diversa da rendere impossibile ogni paragone, ogni punto di contatto che possa dare il carisma della Verità ad una visione soggettiva piuttosto che a un’altra. La verità della situazione composta dai nostri due giocatori è una realtà duale, è una realtà relativa che non prevede un terzo osservatore, e, se anche lo prevedesse, le cose non muterebbero. L’interezza, la completezza di quella verità duale, l’intero dossier di quella realtà relativa è costituito da due verità individuali e non ha senso chiedersi qual è la verità oggettiva.”
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La conclusione alla quale si può giungere con queste affermazioni del Maestro Kempis è che: per ciascuno di noi esiste una propria verità, ma ben lontana da quella oggettiva, la quale è inarrivabile ad ogni sentire relativo. Allora potremmo domandarci se tutto è soggettivo e cosa può esserci che unifica le coscienze e dà loro la possibilità di comunicare, sia pure parzialmente? La risposta che danno i Maestri è: il Modulo Cosmico. Ovvero l’archetipo primario che riproduce la prima limitazione della coscienza cosmica. È come se la nota di colore di una serie d’immagini sia sempre la stessa. Inoltre, i sentire di coscienza, che hanno analoghi gradi di limitazione, creano rappresentazioni in sintonia fra loro, perché aventi gli stessi codici d’identificazione. Non siamo molto lontani dalle Categorie ideate dal filosofo Emanuele Kant.
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Kempis:“Quando parliamo di comprendere la Realtà intendiamo comprendere come le cose stanno; intendiamo, appunto, non sapere qual è la vera apparenza; perché in ultima analisi, per il singolo, è valevole tanto l’una quanto l’altra; ma intendiamo che cosa c’è al di là della apparenza; intendiamo la vera struttura delle cose, non il vero apparire di esse. Questo non significa che non abbia valore la ricerca, intendiamoci bene. Tuttavia ciò che l’uomo scopre non è la Realtà. È l’apparenza che si coglie sperimentando una certa dimensione, dimensione che scaturisce dalle limitazioni congenite dello sperimentatore. Per quanti sforzi l’uomo faccia per rendere oggettiva l’osservazione e la scoperta della realtà, ciò che egli osserva e scopre è sempre indissolubilmente legato alla sua condizione umana e perciò sarà sempre relativo e soggettivo.”
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Se prendiamo in considerazione le conclusioni alle quali è arrivato il Maestro, dobbiamo dire che non c’è speranza per la scienza di conoscere la Realtà. Ma a questa consapevolezza è oggi arrivata la scienza stessa, per questo sempre di più la sua funzione viene sostituita dalla tecnica. I Maestri però non scoraggiano lo spirito della ricerca, perché anche se la Verità Assoluta non è data all’uomo, la legge di evoluzione lo proietta verso dimensioni sempre meno limitate, ovvero lo orienta all’unità, alla spinta ad indagare, a sapere, e soprattutto a capire perché tutto ciòè determinante per l’essere umano.
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Kempis:“La Realtà in sé è tutt’altra cosa da quella che appare a chi l’osserva in uno stato d’essere limitato. Il mondo dell’uomo è un mondo di apparenze; dove è ritenuto vero, provato, ciò che riaccade ripetendo le medesime condizioni; o ciò che, se non è ripetibile a volontà, ha il conforto d’essere testimoniato da più osservatori; ed è tanto più vero quanto più numerose sono le prove ripetute e le testimonianze. Certo questo è un criterio, ma occorre essere consapevoli che il suo valore non è assoluto; ed essere continuamente consapevoli proprio per quel principio che è alla base del progresso; cioè tendere quanto più è possibile a valori assoluti ed oggettivi. Paradossalmente, si è più vicini alla Realtà oggettiva ammettendo la soggettività della realtà fisica che non rifiutandola. Se si è disposti ad ammettere che ciò sia vero; ossia se si può accettare che ciascuno abbia una sua verità valida anche se non corrispondente a quella generale, cioè a quella che statisticamente è la più comune; sembrerebbe di poter allora affermare che la realtà di una situazione è data dalla somma delle conoscenze di tutti coloro che sperimentano quella situazione. E siccome la conoscenza è comunicabile, sembrerebbe possibile costituire una specie di “memoria” dove far affluire le varie conoscenze e comporre così il dossier di una determinata situazione, di una certa realtà composita. Tuttavia, così facendo, la conoscenza che si avrebbe sarebbe solo la conoscenza dell’apparenza della situazione. Infatti, tutta la realtà di una situazione composta da due sperimentatori non è data dalla somma delle sole conoscenze dei due, ma è data dalle azioni, dai desideri, dai pensieri e soprattutto dal sentire di entrambi. E com’è possibile conoscere completamente la realtà di quella situazione, se non essendo tutti coloro che quella situazione vivono? se non attraverso la comunione dei sentire individuali ? se non attraverso la comunione degli esseri?”
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Il fatto che ognuno abbia la sua realtà, e non si possa dire che ce ne sia una superiore all’altra, ci proietta in una dimensione di estrema tolleranza e comprensione. L’espansionismo dell’io impedisce una tale consapevolezza, per lui una sola verità esiste ed è vera, “la propria”. La vita diviene una lotta per affermarla, perché in tale modo l’io diviene sempre più forte, grande e omnipervasivo. Potremmo dire che, molta parte del cammino della coscienza, passa dalla necessità d’imparare la tolleranza e la comprensione. Ma i Maestri del Cerchio ci insegnano, che questa illusione, conseguenza delle limitazioni del sentire di coscienza, ha come fine il loro superamento. Lo svilupparsi delle contraddizioni da esse determinate non di rado sono non prive di sofferenza. La meta è la fusione, ovvero l’identificazione con l’Unità. Essa è la sola ed unica Realtà, non come somma di tante parziali verità, ma come sintesi trascendente di esse.
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Kempis:“Non solo per il principio che già enunciai, rifacendomi ad esempi tratti dal mondo della percezione; ossia per il principio che nella simultaneità, cioè quando si è all’unisono, v’è fusione, cioè comunione, e quando v’è fusione v’è trascendenza; in virtù di questa trascendenza ciascuna comunione non è fine a se stessa, ma è causa e preludio di altre. Meraviglioso, mutuo trasfondersi degli esseri per un reciproco arricchimento. Se si rifiuta la comunione degli esseri, se la non si ammette, implicitamente si afferma che l’individuo sarà sempre un essere limitato che potrà conoscere, nel senso di vera completezza, non più di ciò che lui stesso direttamente sperimenterà. Del rimanente, al massimo, potrà conoscere l’apparenza. E vi sarebbe sempre un rimanente, anche se innanzi a lui vi fosse un cammino senza fine. Anzi, più lungo fosse il cammino e più vasto sarebbe il rimanente. A meno che, in realtà, non si trattasse di un solo Essere che vivesse, di volta in volta la vita di tutti gli individui esistenti in tutti i Cosmi. In effetti, nel virtuale frazionamento dell’Assoluto che origina la molteplicità, è come se ciascun sentire relativo, eterno in sé, senza tempo al di là del suo apparente cessare, fosse solo ad esistere in qualità e quantità; perciò è come se esistesse un solo sentire alla volta. Ma la conseguenza logica di ciò non è che un solo essere relativo, attraverso un processo di divenire senza fine, tenda all’Assoluto; cioè che l’apparente molteplicità degli esseri in realtà si risolva in un solo essere relativo; la conseguenza è che tutto quanto esiste è come se esistesse per ciascun individuo. Per ognuno è come se il Tutto esistesse solo per sé. Da qui la soggettività della vita individuale. Ora, siccome ciò che non è incluso in una realtà relativa, limitata, non esiste per quella; per quella è come se non esistesse in assoluto; se ne deduce o il Tutto è smembrato, ma onestamente ci sarebbe da domandarsi come un organismo smembrato possa sopravvivere, o si deve ammettere che l’unità del Tutto, la sintesi, può essere raggiunta solo nella comunione dei sentire relativi.”
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Il punto qui da capire, è come può sussistere la comunione dei sentire. Poiché siamo arrivati ad ammettere che ogni sentire vive soggettivamente la sua realtà, al di fuori della quale, per quel sentire, niente altro esiste e, siccome ha poco senso che si arrivasse a concludere, come farebbe pensare una tale ammissione, che esistesse una realtà completamente smembrata, si deve allora dedurre, che debba esserci una fusione dei sentire, che li unisca in una nuova ed unica realtà, che sommandoli fra loro li trascenda. Una facile analogia, può essere quella del suono di un’orchestra. I singoli strumenti danno luogo a suoni, ciascuno dei quali vibra ed esiste di per sé, ma una volta unito agli altri suoni dà luogo ad un suono unitario, che esprime nel suo intrinseco significato la capacità creativa del compositore. Questo è solo un esempio, ma se ne potrebbero fare innumerevoli, perché questa è la modalità d’essere dell’esistente, ovvero: carica positiva (tesi) carica negativa (antitesi) effetto quale sintesi: forza motrice.
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Kempis:“In questo mosaico meraviglioso che è l’Esistente, ogni concetto è strettamente legato e dipende dagli altri e non può essere sostituito con uno che con gli altri non armonizzi. In virtù della comunione dei sentire, la molteplicità degli esseri nell’apparenza è veramente tale e nelle realtà si risolve, sì, in un solo essere, ma in un solo Essere Assoluto. E nell’unità di un solo Essere, che fonde il Tutto in un abbraccio indissolubile e senza eccezioni, chi sono gli altri? Esseri di se stessi complemento, con limitazioni analoghe alle proprie, congegnate per la reciproca elisione. Che senso ha, di fronte ad una siffatta Realtà, discriminare i propri simili, quando grazie alle loro stesse esperienze anche il proprio essere si arricchisce?”
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Siamo nella stessa situazione delle api di un alveare, il lavoro di ciascuna porta nutrimento a tutte le altre. Le esperienze che ciascuno fa sono arricchimento della coscienza di ognuno, non soltanto per se stesse, ma anche perché divengono anche specchio agli altri, creando una sempre maggiore consapevolezza che poi diviene coscienza.
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Kempis:“Quanto pretestuose appaiono le ragioni che si adducono per considerare diverso chi è in tutto simile a se stessi! Quanto apparenti e illusori si rivelano i motivi su cui sono fondate le caste, le classi sociali, le distanze umane ! In tale visione come illogico si dimostra il disprezzo dei propri simili ! Perché neppure la diversità dell’altrui intimo essere, se si è compreso, può giustificare il dispregio nei confronti degli esseri più rozzi, che tali sono in conseguenza della loro stessa natura; anzi se si riesce a comprendere ed accettare ciò che si scopre, allora si vede che i propri simili, comunque appaiano, sono la propria completezza, la propria vera ricchezza. E in questa convinzione, contrariamente a quanto può sembrarvi, non v’è un espandersi, un ingigantirsi dell’io; perché l’io esiste solo quale prodotto della limitazione; ma v’è il cadere di quelle barriere che l’io genera; il liberarsi, l’espandersi della coscienza; un arricchirsi dell’immensità dell’impersonale.”
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La conclusione della lezione è veramente sconvolgente, perché colpisce a fondo l’essenza dell’io. L’io non esiste come realtà oggettiva, hanno più volte detto i Maestri. Ha una sua funzione, quando il sentire di coscienza è limitato al punto d’avere bisogno di creare e percepire una realtà duale, nella quale domina l’illusione dell’io e non-io, ma quando le relative limitazioni sono superate, alla coscienza si apre tutta un’altra consapevolezza, quella dell’Unità del Tutto. È questa che ci indicano queste ultime parole del Maestro Kempis, abbandonarsi ad essa vuol dire veramente vedere il proprio prossimo come se stessi. L’ odio, la presunzione ed ogni malevola recriminazione, sono cancellati in un afflato di bene, di vero e di bello.
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.