Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 263-272
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “La Realtà oggettiva è la Realtà quale esiste in se stessa, al di là di come viene percepita, colta dagli osservatori. La Realtà oggettiva è, insomma, la vera qualità e condizione di esistenza di quanto possiamo osservare; e, più ancora, data la nostra limitata possibilità di ricezione, la vera qualità e condizione di esistenza di quanto esiste oltre l’osservabile. Se è vero, come è vero, che tutto quanto esiste non può essere staccato da Dio, altrimenti verrebbero meno i caratteri assoluti divini, ne discende che tutto quanto esiste è parte integrante dell’esistenza di Dio, cioè di Dio stesso; anche se Dio è tutt’altra cosa dalla parte, così come l’uomo è tutt’altra cosa dalla mano del suo corpo. Se dunque ciò che osserviamo e più ancora ciò che esiste al di là di come appare nella osservazione (sempre subordinata e dipendente dai mezzi con cui si osserva) è la sostanza di Dio; e se la Realtà oggettiva è la vera qualità condizione di ciò che esiste in sé, al di fuori dell’aspetto che assume nel processo di percezione, allora solo Dio è la Realtà oggettiva. E siccome Dio è l’ Assoluto, l’unica Realtà oggettiva è la Realtà Assoluta. D’altro canto Dio, cioè la Realtà Assoluta, non può essere sezionato, diviso in parti. Un osservatore è solo per la limitazione dei suoi mezzi di osservazione che ne coglie una sola parte, ma Dio in Sé è un sol Tutto inscindibile. Ciò che noi percepiamo e osserviamo è tutt’altra cosa da come è in sé, da come è oggettivamente: è cioè soggettivo e non è assoluto, è cioè relativo.”
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La soggettività della nostra percezione, determinata dalle limitazioni del sentire individuale di coscienza, ci deve fare capire quanto lontana sia dalla Realtà oggettiva la rappresentazione della realtà che si manifesta nelle nostre vite. Ci affanniamo con accanimento nelle problematiche che ci assalgono e non teniamo conto di quanto illusorie esse siano. Ma non possiamo farne a meno, è più forte di noi. Credo però che proprio questo continuo lavoro di necessità d’attaccamento, contrapposto all’esigenza imposta dalla Realtà ontologica dell’esistenza, esprima il significato dell’Essere, che è acquisizione di consapevolezza in tutte le sue modalità, partendo dalla più chiusa limitazione fino alla massima apertura, ovvero all’assenza completa di ogni limite. Questo, in sintesi, è l’espressione del divino, nella sua manifestazione in questa coscienza cosmica e forse anche nelle altre, anche se di queste niente si può dire.
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Kempis: “Cerchiamo di puntualizzare il significato di questi termini e, più che dei termini, dei concetti. Dicesi «soggettivo» ciò che dipende dal soggetto, dal suo modo di percepire, di pensare e di essere; quindi la verità soggettiva, che per l’interessato non è meno importante della oggettiva, può esistere solo nel mondo dei soggetti, ma dei soggetti dotati di percezione, cioè nei piani fisico, astrale, mentale. In questi piani la realtà che si conosce intanto non è assoluta perché è parziale, cioè è relativa, poi è soggettiva cioè legata al modo di essere, alla personalità, alla psiche del soggetto conoscente. Si può conoscere una verità relativa in modo non soggettivo? Dicesi «relativo» ciò che è in relazione con qualcosa; perciò relativo si usa in contrapposto ad Assoluto. Allora una realtà può essere relativa, cioè non assoluta, ma può non essere soggettiva; cioè può essere considerata quale realtà parziale al di fuori della percezione. Quindi una parte della Realtà Assoluta, considerata in sé, senza il soggetto che la percepisca, sarebbe realtà relativa. Ma quale può essere una realtà parziale, avendo detto che la Realtà è unica e che il dividere in parti deriva solo dalla limitazione percettiva del soggetto osservatore? Se si esclude il soggetto, che ha una percezione limitata della Realtà, la Realtà in sé è assoluta e quindi, se si esclude il soggetto, si esclude la parte e si esclude la soggettività, ma si esclude anche la relatività.”
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Queste precisazioni tutto sommato didattiche hanno lo scopo d’introdurre al concetto del virtuale frazionamento. È questa una concezione difficile da intuire, perché trascende la logica che si fonda sul principio di “non contraddizione” che non consente all’ Uno, essere anche i molti contemporaneamente. Ma solo l’Uno è reale, mentre il molteplice è illusione. Su questo principio si basa l’essenza dell’insegnamento del Cerchio, perché la visione del molteplice mondo, che crediamo reale ed oggettivo, è la conseguenza delle limitazioni di una coscienza incapace d’andare oltre ad esse, e che trova, proprio nella sua capacità di creare tale illusione, attraverso l’appalesamento, la possibilità di ampliare se stessa.
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Kempis: “Il problema avrebbe un’impostazione differente se il soggetto avesse la possibilità di conoscere al di fuori della propria soggettività. E qua non mi riferisco alle conoscenze cosiddette oggettive della scienza umana ma proprio ad una diversa possibilità di conoscenza, di unione fra soggetto ed oggetto che escluda la percezione ed ogni altro intermediario: cioè una conoscenza che non si serva di simboli e immagini per trasportare nella mente la realtà del mondo in cui si vive ma che sia essere la Realtà stessa. Questa sarebbe la conoscenza più vera, perché non sarebbe ricostruire la Realtà nella propria mente servendosi di immagini e simboli, cioè avendo un’idea della Realtà, ma sarebbe conoscenza della cosa che scaturisce dall’essere la cosa stessa. La forma di conoscenza per intuizione può darvi un’idea di quelle che sono le conseguenze della unione tra soggetto ed oggetto. Infatti, se la soggettività nasce dalle caratteristiche personali, psichiche del soggetto, con l’intuizione che esclude i mezzi di conoscenza inquinati da tali caratteristiche si ha una conoscenza sempre relativa perché parziale e cioè di parte, ma non più soggettiva.”
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La percezione è la modalità di conoscenza che comunemente abbiamo sul piano fisico, conoscenza questa che non può che essere soggettiva, perché proviene dalla visione duale del sentire, conseguenza delle sue limitazioni. La conoscenza comincia ad essere più vicina al vero quando il sentire, acquisita un’ ampiezza adeguata, passa all’identificazione. Cioè soggetto ed oggetto sono una cosa sola. Errore può esserci ancora, perché l’identificazione avviene da parte di una realtà parziale e quindi relativa, ma ora siamo ben più vicini alla cosa in sé, ossia siamo meno lontani dalla sostanza indiversificata, materia dell’Assoluto. Questa forma di conoscenza è propria dei piani del sentire, mentre nel triplice mondo della percezione solo molto raramente essa è possibile, ma bisogna stare bene attenti che non venga falsata, dalle quasi sempre ingannevoli pulsioni del veicolo astrale.
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Kempis: “In sostanza la divisione in parti della Realtà Assoluta non è reale; avviene ad opera e dentro il soggetto conoscente; il quale ha una conoscenza relativa e soggettiva se delimita la realtà per effetto delle limitazioni congenite nel processo di percezione; oppure ha una conoscenza relativa ma non soggettiva se conosce al di là del processo di percezione. La conoscenza relativa-soggettiva è chiaramente depositata nella mente, né potrebbe essere diversamente appartenendo essa ai mondi della percezione, delle immagini e dei fenomeni. Mala conoscenza che significa «essere», cioè la conoscenza relativa e non soggettiva non può risiedere nella mente, la quale per sua stessa natura può accogliere solo immagini. Dirò per inciso che anche nell’intuizione, conoscenza per contatto diretto, ciò che si può raccontare è la traduzione in parole, e quindi in pensieri, della intuizione vera e propria. Dove può essere contenuta una realtà relativa ma non soggettiva, cioè non colorata dalla personalità, se non nel mondo del sentire di coscienza?”
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Il vero fulcro del Reale è il sentire di coscienza, che se poco limitato non necessita di una percezione duale, ma la sua evoluzione passa esclusivamente dalla sua creazione consapevolezza, che è tutta in lui. La deformazione della Realtà, dovuta alle limitazioni del sentire, trasforma la sostanza divina indifferenziata in immagini parziali e relative. Mentre, quando le limitazioni costringono il sentire di coscienza alla percezione duale, il sentire di coscienza si costruisce dei veicoli assai più densi rispetto al veicolo causale o anima. Questi veicoli sono praticamente dei meccanismi, ed agiscono come tali. Le rappresentazioni che creano, passano da strumenti, quali i sensi, privi di autonomia, che sono completamente dipendenti dagli archetipi e dagli algoritmi che li hanno determinati. Ne deriva perciò una falsa consapevolezza, il cui fondamento è la dualità.
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Kempis: “Non lasciatevi ingannare dai termini: sentire può sembrare quanto di più soggettivo possa esservi; ma quel sentire del quale vi parliamo è «essere»; è quel sentire che sussiste indipendentemente, anzi domina gli stimoli provenienti dai mondi della percezione; è quel sentire che abbraccia in successione realtà sempre più vaste. Ricordate sempre che non è la Realtà che oggettivamente è suddivisa, costituita da tante parti: è il sentire che sente in termini parziali, quindi relativi, la Realtà in se stessa Assoluta. Quindi la realtà relativa-soggettiva è dei mondi della percezione – piano fisico, astrale e mentale -; la realtà relativa è del mondo del sentire di coscienza – piano akasico -; la Realtà oggettiva è del mondo divino, del mondo Assoluto. La realtà oggettiva è dell’Uno; la realtà relativa e relativa – soggettiva sono della molteplicità. L’Uno contiene la molteplicità, quindi essere Uno significa sentire la molteplicità come un sol Tutto inscindibile, significa perciò essere Tutto, ed essere Tutto significa trascendere la relatività e la soggettività.”
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Il Maestro Kempis spiega cosa lui intende per Sentire. Per le Guide del Cerchio Firenze 77 il Sentire è Coscienza. Tutto ciò che esiste è coscienza o, in quanto soggetto attivo o come prodotto dalla stessa, la quale nella sua essenza è unitaria ed unica, ma nella sua modalità d’esprimersi si fraziona, sia pure virtualmente, perché è lei che si ritiene tale. Da lì si origina l’illusione nella quale viviamo. Che vista dall’alto, ovvero dall’Uno, è oggettiva perché assoluta, mentre dal basso, cioè partendo dalla massima limitazione, è molteplice, relativa-soggettiva da prima, soltanto relativa poi, quando il grado di limitazioni diviene minore, per effetto di fusioni, che gradualmente riducono la molteplicità ad unità.
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Kempis: “Noi affermiamo che la consapevolezza di esistere comune ad ogni essere, dal mondo della molteplicità alimentata ed alimentando sentire sempre più ampi si riconosce nell’unico sentire: nella consapevolezza assoluta che comprende ogni consapevolezza, ogni sentire. La successione dei sentire ha termine col sentire che trascende la relatività e la soggettività perché è sentire-essere tutto, ma niente in particolare. Questo «essere tutto» come si può intendere? Aiutiamoci nella comprensione limitando le nostre considerazioni allo stato di essere di coscienza cosmica. Come sapete, la coscienza cosmica è la massima espressione del sentire cosmico, che precede immediatamente la coscienza assoluta. La coscienza cosmica abbraccia, perché è, l’intera Realtà cosmica. Ogni essere del Cosmo ha, al vertice della sua esistenza, la coscienza cosmica. Ciò significa che quella consapevolezza di esistere che unisce tanti sentire sempre più ampi e diversi, sì da farli apparire come un solo essere che modifica il suo sentire, sfocia in uno stato di coscienza in cui l’intera Realtà cosmica è simultaneamente presente. Ogni essere, che sembra avere un sentire che si modifica, a ben vedere è costituito da tanti sentire sempre più ampi, ognuno dei quali è contenuto dal successivo e l’ultimo dei quali li contiene per ampiezza, tutti.”
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La rappresentazione della realtà che qui viene fatta è discreta ovvero granulare. Si tratta di una successione di stati di coscienza, come una matriosca russa, contenuti l’uno nell’altro, il cui vertice è la coscienza cosmica, espressione della prima limitazione della Coscienza Assoluta. Tutti i sentire che in essa sono contenuti sono come colorati da questa limitazione, che i Maestri chiamano anche modulo fondamentale del cosmo. Naturalmente ogni altro cosmo nell’Assoluto, avendo una sua specifica limitazione, ha un suo modulo. Da ciò l’impossibilità di passare, per un osservatore, da un cosmo ad un altro. È come se ci si trovasse davanti a nazioni con linguaggi completamente diversi. I cosmi poi trovano la loro fusione nell’Assoluto, la Cui trascendenza, rispetto ai cosmi stessi, rende la Sua consapevolezza, quale espressione della Coscienza Assoluta, onnicomprensiva e totale. Questa rappresentazione della Realtà, mentre da un lato responsabilizza ognuno, dall’altro fa sentire effimera la sua creazione-percezione, per cui, l’attaccamento che la pervade sfuma lentamente, perché ne viene intuita la vacuità.
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Kempis: “Ma tutti quali? Tutti quelli che, legati dalla consapevolezza di esistere, creano idealmente l’essere che sente, oppure tutti i sentire di tutti gli esseri? Se la coscienza cosmica è l’intera Realtà cosmica, è chiaro che la coscienza cosmica contiene, perché è costituita da, tutti i sentire di tutti gli esseri del Cosmo. E come potrebbe essere possibile ciò se la coscienza cosmica non fosse «una»?, cioè se tutte le varie consapevolezze di esistere che originano tutti gli esseri del Cosmo non confluissero, non si congiungessero fino alla Comunione totale ? Sì, tutti i fiumi di coscienza di esistere che alimentano e sono alimentati da sentire individuali sempre più ampi, confluiscono alla fine nell’oceano della coscienza cosmica in cui ogni individualità è arricchita dalle esperienze dei sentire delle altre a tal punto da essere una sola individualità, un solo essere, quindi. Ciò che nasce come molteplice e diviso ha la sua radice, la sua vera condizione di esistenza nell’unità, nell’unione: il miracolo dell’unione. Ciascun essere che nasce, sperimentando, essendo una sola parte del Cosmo, giunge a identificarsi, ad essere l’intera Realtà cosmica.”
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Il Maestro Kempis parla della fusione. Concetto questo assai difficile da capire veramente. Lo si può accettare con la ragione, ma la personalità, ovvero l’io, fa fatica a farlo proprio. Solo l’anima, grazie al suo potere dialettico, che permette l’intuizione, lo comprende. La rappresentazione, che abbiamo del mondo circostante, si basa sul divenire e sulla molteplicità. Passato, presente e futuro continuamente ci condizionano, come pure le innumerevoli situazioni, che si presentano alla nostra percezione. I Maestri le hanno paragonate ai fotogrammi di una pellicola cinematografica. Rendersi conto che sono lì nell’ Eterno Presente, è assai arduo, ma ancora più difficile è pensare queste situazioni, quali espressione di un’unica fonte a sua volta proveniente da una sola Sorgente d’infinita ampiezza e luminosità. In fondo è questa l’immagine di Dio che loro ci danno, anche se forse può essere troppo riduttivo vedere la questione in questi termini.
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Kempis: “Il sentire di un essere A, unendosi al sentire di un essere B, dà luogo ad un sentire-essere C in cui si assommano e si trascendono le esperienze di A e di B. Il sentire-essere C è tanto l’essere A quanto l’essere B. Il sentire C rappresenta l’identificazione, il riconoscersi di A con B e di B con A. E se C fosse l’intera Realtà cosmica, tanto l’essere A che l’essere B la raggiungerebbero pur essendo nati come parte di quella Realtà. Con parole più esatte potremmo dire: la consapevolezza di esistere che alimenta ed è alimentata dal sentire A, così come quella del sentire B, sfocia in un sentire, e lo alimenta, in cui tanto la realtà A quanto la realtà B sono egualmente presenti e sentite; perciò non un annientamento di A o di B, ma un arricchimento di entrambi. Soffermiamoci su questa Verità che non può essere accettata tacitamente da chi si crede così perfetto da ritenersi meritevole di rimanere come è. Chi considera gli altri esseri a lui inferiori non potrà mai non provare repulsione all’idea d’entrare in comunione con qualcuno. Per fortuna tali atteggiamenti sono frutto della mente cosicché, quando la mente non c’è più, l’essere non è più condizionato e, se pure non assoluto, per una legge naturale di armonia e di cooperazione cerca l’abbraccio degli esseri che hanno un sentire al suo equipollente.”
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La mente inferiore, che è sostenuta dal principio d’individualizzazione e soprattutto dall’io, ha in sé gli aspetti della personalità, che si esprimono nella vita ordinaria con maggiore e minore forza a seconda se le limitazioni della coscienza sono più o meno attive. In altre parole, quando l’anima, o meglio il sentire di coscienza è ampio. Il sentire in senso lato, che è manifestazione della struttura dei veicoli inferiori, viene governato dall’anima, altrimenti prevalgono i condizionamenti fisici, astrali e mentali dominati dalle immagini karmiche, che sono file prodotti dalle esperienze delle vite precedenti, tali da subordinare il funzionamento meccanico dei corpi del mondo della percezione. Così accade che un io molto forte non accetta l’annullamento prodotto dalla fusione con un altro sentire di coscienza, che lui giudica diverso da sé. Ma quando la mente inferiore cessa d’esistere, anche l’io si annulla. Allora è solo il sentire di coscienza che prevale e, l’unione con un sentire equipollente, viene vissuta come una Benedizione della Vita.
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Kempis: “Questo non significa che le fusioni del sentire, le comunioni degli esseri non avvengano anche a livello umano. La mente si abbandona anche fra un’incarnazione e l’altra, non solo dopo lasciata la ruota delle nascite e delle morti. La riprova della comunione di sentire a livello umano si ha dal fatto che gli uomini evoluti sono in numero inferiore agli inevoluti e ciò proprio perché i sentire meno limitati sono per una legge matematica meno di quelli limitati. Siccome ad ogni sentire corrisponde un individuo, ci sono meno individui evoluti che inevoluti. E pensare che è tanto logico che il naturale destino di ogni essere sia la comunione! Se le cellule fossero rimaste indipendenti, autonome nella loro esistenza; se la natura non le avesse condotte alla reciproca cooperazione, interazione, non si sarebbero mai costituiti gli organismi con tutte le loro meravigliose possibilità di azione e di espressione. Il corpo di un uomo è il risultato della cooperazione di miliardi di cellule, di singole entità che in se stesse non hanno neppure la millesima parte delle possibilità che ha l’organismo da esse costituito. E per quale motivo così non dovrebbe essere per la coscienza? Perché il sentire di coscienza di un uomo non dovrebbe essere il risultato e l’aggregazione, la comunione di più atomi di sentire? Quel sentire così sottile e complesso che è capace di indirizzare l’azione dell’umano in senso contrario a quelli che sono gli istinti naturali? quel sentire che vince la razionalità, a sua volta vincitrice della forza bruta, perché il sentire di coscienza induce l’individuo a comportarsi contro il suo stesso interesse personale, «suprema ratio» della vita individuale ? Quel sentire che anche per i materialisti è l’espressione più alta, più nobile che la natura può raggiungere perché e come potrebbe essere così complesso se non fosse il risultato, la sintesi di una molteplicità?”
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La fusione dei sentire, che conduce all’Unità Assoluta, è un processo, che c’è in natura a qualunque livello la si consideri. Non dovrebbe essere difficile capirla ed in parte accettarla anche da un materialista, perché avviene continuamente in ogni organismo biologico. L’evidenza che si ha è molto palese nell’ambito del piano fisico, assai meno la si vede man mano che i piani d’esistenza si fanno più sottili. Difficile è accettarla nel piano mentale inferiore, dove l’io fa da padrone e con fatica rinuncia al suo fondamento d’esistere, ma anche sul piano dell’anima, per quel poco che possiamo intuire di questo piano, il senso d’individualità non molla la presa. Proviamo allora a fare uno sforzo d’intuizione-immaginazione e prefiguriamoci il piano dello Spirito. Allora vedremo che lì il senso dell’unità prende consistenza e, le argomentazioni che i Maestri danno a sostegno della concezione delle fusioni, ci appariranno non soltanto logicamente accettabili, ma interiormente condivisibili. Qui siamo nella dimensione della mistica, infatti i Maestri dopo avere usato la logica, quale strumento principe per la nostra attuale cultura, non disdegnano di servirsi del cuore.
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Kempis: “Questo pensiero vi spaventa perché concepite la comunione di due esseri come la fine di uno dei due; e ciò è un errore, come lo stesso concetto di essere. Ripeto: non esiste l’essere che sente ma esistono tanti sentire che, legati l’uno all’altro per successione logica, creano l’illusione dell’essere che sente. Ebbene, questo sentire che nella sua definizione più semplice ed universale possiamo chiamare «coscienza di esistere», non viene mai meno. Questo è importante. Che importa poi se la coscienza di esistere, il vostro attuale sentire di coscienza sia la conseguenza logica di altri numerosi sentire e se questi siano raffigurabili dislocati in senso verticale o in senso orizzontale? In una convenzionale scala dello spazio-tempo? Certo è che il vostro attuale sentire è sempre la premessa logica di un altro più ampio perciò, qualunque sia la struttura del sentire, la coscienza d’esistere e quindi l’esistenza non viene mai meno.”
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La coscienza d’esistere è la nostra essenza. Su di essa scivolano tanti istanti di sentire logicamente collegati, che danno la rappresentazione di uno spazio-tempo in divenire, ma nella Realtà appartenenti ad un Eterno-Presente, che li ha in sé, ed esprimenti le infinite possibilità del Sentire Assoluto. Se questa concezione diviene nostra continua consapevolezza, si apre in noi una finestra di Luce, che ci proietta nella dimensione dell’Isolamento o Kaivalya, come viene chiamato dagli orientali, che consiste sì nell’immersione nella vita, ma senza attaccamento, perché sostenuto da perfetto distacco, od azione disgiunta dai frutti, quale il Dio Krishna insegna al principe Arjuna nel poema Bhagavad-Gita.
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Kempis: “Soffermatevi sulla vostra repulsione ad ammettere che il vostro attuale sentire sia una molteplicità costituita da tante esistenze. Anche se non lo si ricorda, generalmente non si hanno difficoltà ad ammettere che si possono avere avute vite, in forma umana, precedenti l’attuale. La certezza di questo fatto, tuttavia, si ha solo se si ha il ricordo di quelle esistenze; eppure come altre volte ho detto, il ricordo è una garanzia di poco affidamento. Se ritornasse il ricordo di quelle esistenze, che cosa accadrebbe? Ricordereste la vita di personaggi che collochereste in certe epoche storiche; ma collocare questi personaggi nella cronologia storica sarebbe un fatto possibile grazie alla vostra attuale cultura, che conosce la successione degli eventi storici nei tempi; in effetti tale collocazione potrebbe non avvenire e le cose non cambierebbero. Intendo dire che l’evoluzione non è un effetto del trascorrere del tempo: il tempo, oggettivamente, non trascorre affatto. L’evoluzione, semmai, è il retaggio della vita non importa dove e quando ubicata, purché lo spazio-tempo dia l’ambiente adatto all’ampliamento della coscienza individuale. Il fatto che un’ipotetica incarnazione al tempo della Rivoluzione francese sia successiva, nella cronologia, ad una avvenuta nel Rinascimento, non ha alcuna importanza. A rigore ai fini dell’evoluzione individuale, è importante che le due incarnazioni siano avvenute, non altro.”
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Queste affermazioni sono decisamente rivoluzionarie per la nostra ordinaria percezione. Lo spazio-tempo quale noi percepiamo è assai diverso da quello del piano akasico. Su quel piano è solo il sentire di coscienza che dà corpo allo spazio-tempo e la legge, che governa i sentire, regola secondo una ferrea logica la loro posizione spazio-temporale in rapporto al grado di evoluzione, ovvero l’ampiezza della consapevolezza che li sostiene. Secondo le modalità della mente, saremmo portati a considerare tutto l’insieme come un divenire della coscienza in progressiva crescita, ma nella Realtà descritta dai Maestri, esso è nella dimensione dell’ Eterno Presente, che come uno stupendo arazzo, ha un suo disegno ben definito ed esprimente una delle infinite possibilità dell’Assoluto. Concepire la Realtà in questi termini, sia pure soltanto con gli strumenti del veicolo mentale, permette alla Luce dell’anima di fare sentire la sua forza, allora la Vita diviene un grande respiro sostenuto da continua consapevolezza. Questa è una delle stupende esperienze alle quali conducono gli insegnamenti del Cerchio.
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Kempis: “Voi siete invece disposti ad ammettere una pluralità di esistenze purché bene ordinata in successione nel tempo, cosicché il filo del vostro io sia ben seguibile e distinto, perché avete una sbagliata concezione dell’essere e dell’esistenza. Ma per quale motivo il filo della vostra individualità non può cucire vite collocate negli stessi tempi, dato che il tempo e lo spazio sono fattori relativi? Se è la contemporaneità che vi impedisce di ammetterlo, sappiate che la vera contemporaneità è quella del sentire; la quale può rendere contemporanei il primo “homo sapiens” di migliaia di anni fa con un selvaggio dell’Amazzonia di oggi, così come possono essere distanti di migliaia d’anni d’evoluzione una madre e suo figlio. A voi la contemporaneità complica la comprensione della molteplicità delle esistenze, quale ve la sto illustrando, perché pensate alla possibilità teorica dell’incontro di due individui che appartengono alla stessa individualità. Ma ditemi: perché le incarnazioni non potrebbero essere cronologicamente contemporanee, dato che il tempo non è oggettivo? Solo i sentire analoghi sono simultanei, perciò se fra l’intervistato e l’intervistatore vi fosse una diversa qualità di sentire ossia non vi fosse simultaneità di sentire, potrebbe benissimo darsi che le due personalità dell’intervistato e dell’intervistatore appartenessero alla stessa individualità; perciò in un certo senso, quell’essere colloquierebbe con se stesso. Che c’è di strano? Se la coscienza cosmica è Una, tutti in fondo facciamo parte di quell’Unico Essere e per quante creature possiamo incontrare incontreremo sempre noi stessi: una parte del nostro vero essere.”
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Il punto di vista dal quale parlano i Maestri è quello del sentire. La contemporaneità nella loro dimensione è quella data dal grado d’evoluzione della coscienza. Nella nostra dimensione la contemporaneità è percepita secondo i fotogrammi dello spazio-tempo del piano fisico, quindi non ci deve apparire strano che un intervistatore possa dialogare con se stesso, naturalmente quale esempio limite. Cosa ne possiamo trarre come insegnamento per noi, che si rifletta sulla nostra vita ed in modo particolare sul comportamento? È difficile dire, perché l’effetto, che ne può derivare, non può che essere soggettivo. Cioè ognuno potrà parlare soltanto per se stesso. Personalmente ritengo che l’attaccamento, che ci lega al vissuto quotidiano, subisca un discreto allentamento, non possiamo più vedere le esperienze, che ci prendono spesso in modo coinvolgente, con la solita angosciosa avidità, rabbia, paura od altra emozione, ma, da attori di un film, al quale partecipiamo, ci trasformiamo in spettatori che, anche se in parte emotivamente presi, sanno bene che si tratta soltanto di una rappresentazione, impressa in una bobina di celluloide, come i fotogrammi, sia pure da noi creati, sono stampati immutabili ed eterni nell’eterno Essere della Coscienza Cosmica.
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Kempis: “Vi dirò di più e poi cesserò di scandalizzarvi. Perché sentire le due vite non può essere simultaneo? Forse che la visione dei due occhi è in successione l’una rispetto all’altra? Il fatto che ciascun occhio abbia una sua visione esclude che entrambi possano far capo ad uno stesso centro ricettore ? E quel centro ricettore non percepisce in egual modo le due visioni, pur realizzando una sua sintesi che le trascende? Per quale motivo il vostro sentire attuale non dovrebbe o non potrebbe essere il centro ricettore di tanti altri sentire singoli, appartenenti ad esseri dislocati nei loro spazi-tempi anche comuni ? Tuttavia c’è un principio, una legge che ordina la manifestazione del sentire, ed è che sentire analoghi vibrano, si manifestano simultaneamente; mentre sentire diversi si manifestano in successione, dal più semplice al più complesso. La caduta di una limitazione origina sentire equipollenti, che perciò entrano in comunione, che sono sempre simultanei e possono appartenere ad individui che dividono lo stesso spazio tempo. Lo stesso tempo e lo stesso spazio può essere diviso fra individui che hanno un sentire non analogo: essi non sono simultanei perché non entrano in comunione tuttavia l’uno dei due può essere un sentire che, in qualità, contiene l’altro, essere cioè il risultato di sentire analoghi all’altro.”
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Il concetto relativo alla fusione fra sentire, non è molto facile da accettare e, se considerato con attenzione, è sconvolgente. Si tratta di provare a sentirsi come una sintesi di tanti altri modi di essere, che crediamo già superati e a noi non più appartenenti. Ma, grazie all’avere dentro questi vissuti, possiamo provare accoglienza e compassione per coloro, i cui comportamenti e le cui vite altrimenti sarebbero inaccettabili. Insieme a queste considerazioni va inoltre tenuto presente, che la nostra attuale percezione, è relativa allo spazio-tempo del piano fisico, e che quindi questa realtà, così vissuta, è completamente diversa da quella del piano del sentire. Tutto questo rende il nostro approccio alla vita, completamente nuovo, direi quasi rivoluzionario. Va comunque tenuto conto che questo insegnamento, espresso in questo modo così logico e razionale, per sua stessa natura sempre sul piano della mente, quindi nella direzione della consapevolezza, diverrà coscienza acquisita, solo con la gradualità dell’esperienza.
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Kempis: “Eccettuati gli atomi di sentire, ogni sentire è composito e contiene, per ampiezza, per qualità, tutti i sentire di cui è centro ricettore. In lui sono contenute le vite degli esseri che manifestarono i sentire che li costituiscono; egli è tutti quegli esseri e nessuno di essi in particolare; quegli esseri in lui, non sono annullati ma trovano la continuità della loro consapevolezza di esistere in quel sentire che li contiene tutti, ricco delle esperienze di ciascuno; perciò quel sentire non rappresenta una reciproca elisione degli esseri di cui è centro ricettore, ma un loro reciproci arricchimento. Certo, questa Verità è incomprensibile per chi pensa al suo essere futuro come alla continuazione di se stesso. Come se, a comunione avvenuta, egli trovasse il ricordo dell’esistenza di altri esseri rimanendo però lui il personaggio vero. Ciò realmente sarebbe la morte degli altri esseri; ma per fortuna non è così, il nostro futuro essere è un essere del tutto nuovo che è tutti noima non è nessuno di noi in particolare; un essere in cui tutti noi ci riconosciamo, ci identifichiamo e troviamo la vera continuità, la vera sopravvivenza, la più vera esistenza.”
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L’ostacolo che incontriamo a comprendere veramente queste considerazioni è dentro di noi, ovvero è il proprio io, che non vuole morire e per questo crede di farlo fondendosi con altri sentire. Esso non capisce quanto, proprio dal suo annullamento, il sentire di coscienza, che lo sostiene, riceverà arricchimento. Ciò che si deve comprendere è che: quando le limitazioni vengono superate avviene lo scorrere dei sentire, che secondo una logica ferrea, scivolano di fusione in fusione dal virtuale molteplice, nell’unità Reale, che tutto contiene e trascende.
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Kempis: “Una tale concezione della Realtà, oltreché essere vera, fornisce una logica spiegazione dell’altruismo; fa comprendere come l’amore agli altri non sia un irrazionale ed innaturale atteggiamento dei mistici, ma piuttosto il naturale e logico sentire che ogni essere non può che trovare, dato che la completezza della propria esistenza sta solo nell’esistenza degli altri esseri. Allora, come si può sentirsi superiori, più importanti degli altri, dal momento che ciascuno è indispensabile non tanto per la funzione che ha nei confronti dei suoi simili quanto perché rappresenta un centro di sentire unico e insostituibile? Tutti gli esseri sono egualmente importanti. Se anche tu fossi il sovrano dell’umanità non saresti più importante, dal punto di vista della manifestazione del sentire, del più sconosciuto e isolato degli esseri. Ogni sentire relativo, così prezioso ed unico, è un momento nella teoria dei sentire ognuno dei quali è eguale solo a se stesso, cosicché nella dimensione del divenire e della molteplicità ciascun essere, essendo sempre un sentire diverso, mai rimane identico a se stesso.”
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Ogni sentire, in ogni suo istante, è una infinitesima parte del sentire Assoluto, ed è tale che se venisse meno, lo stesso Assoluto ne verrebbe meno. Da ciò ne deriva che ognuno è importante e lo è in eguale misura. L’orgoglio e la presunzione dell’io subiscono così un colpo mortale. Sentirsi uniti al Tutto, parte insostituibile del Tutto, appaga la nostra sete di esistenza, ma soprattutto il fatto che ciò valga per ogni sentire, che è intorno a noi, annienta ogni velleità di potere, di supremazia e di ricerca di privilegi. Essere consapevoli di tutto ciò, se ci ascoltiamo con distacco, può suscitare in noi in un primo momento una certa repulsione. L’io non vuole accettare di essere messo da parte, tanto più l’annullamento. Ma se riusciamo ad andare oltre il condizionamento dei veicoli del mondo della percezione, l’intuizione dell’anima apre con la sua Luce un canale di comunicazione con la nostra Essenza, ovvero il sentire di coscienza. Allora la sua natura divina fa sentire la sua voce, che superando il limite del virtuale frazionamento individuale, ci identifica con la vera Realtà, l’Uno Assoluto. Questa lezione, costruita su una lunga sequenza di argomentazioni logiche, quindi mentali, ci conduce ad uno stato mistico, che le ulteriori parole dei Maestri favoriscono con la forza della Loro capacità espressiva. Così termina la comunicazione del Maestro Kempis alla quale è stato dato il titolo: ” Dalla Caduta delle limitazioni alla comunione degli esseri.”
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Kempis: “Convinciamoci di ciò; suscitiamo con la logica il corrispondente intimo sentire; rivolgiamoci al vertice della comune esistenza per realizzare quel contatto che è comprensione -liberazione.
Sì, Padre, la mia presunzione mi fa cieco della Tua grandezza, e della mia nullità, che vorrei, quale sono, essere eterno. Penso di avere tante qualità da avere diritto di rimanere intatto eternamente come simulacro della perfezione umana. L’essere diverso dagli altri non mi spinge a comprendere ciascuno, come me, incompleto, ma mi fa sentire a loro superiore e meritevole della particolare Tua attenzione. Perciò rifiuto l’idea di entrare in comunione con loro.
Tutto questo, figlio mio, perché non ami. Quando dopo avere imparato a non uccidere, a non rubare, a non desiderare la roba d’altri, a non rendere falsa testimonianza, a onorare il padre e la madre, a non fornicare, a non desiderare la donna d’altri, a santificare le feste, a non nominare il Mio nome invano, a non avere altro Dio fuori di me e perciò a pormi sopra ogni cosa, quando tu, per amore, dimenticherai tutto ciò, allora amerai veramente di quell’amore che non conosce condizioni, timori, riserve; ed io ti dirò:
Hai molto amato e molto ti è perdonato. Amando veramente, tu comprenderai che nulla più ti importa di te stesso e che la più grande felicità è nella comunione con l’oggetto del tuo amore, scopo e coronamento finale della tua esistenza.”
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[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.