Il perchè dell’esistenza e la voce del Padre

Brano tratto dal libro LE GRANDI VERITÀ,[1] pp. 273-278

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Abituato alla logica, i cui presupposti derivano dalla realtà del mondo fenomenico e della percezione, l’uomo che cerca di capire il significato della vita oltre l’apparenza, anche se appagato dai concetti che affermano l’esistenza di un ordine e di una giustizia perfetti aventi il fine di far evolvere ogni essere e condurlo ad un supremo stato di coscienza, si domanda il perché dell’esistenza di tutto quanto esiste. La risposta a questa domanda è contenuta in poche parole, ma il vero senso può essere còlto solo individualmente. È una risposta importante perché pone l’accento sulla giusta interpretazione della Realtà. Innanzitutto, farei una distinzione fra perché inteso come ragione o fine, od invece inteso come causa. La ragione, cioè la finalità, può o erratamente far apparire la vita sotto una luce di fatalismo in cui la volontà del singolo non ha effetto oppure far pensare che tutto dipenda dalle scelte individuali, a seconda che si concepisca una realtà del tipo meccanicistico o del tipo finalistico, e così via. La causa, invece, se ne è accertata l’esistenza, è con poche eccezioni identificata in Dio. Come poi sia questo Dio, è un discorso a sé stante e non certo unanime.”

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La domanda, che il Maestro pone, è di quelle che fanno tremare le vene e i polsi, perché esprime in sé il senso dell’esistenza. Le risposte possono essere di varia natura, logiche od emotive, ma, poiché vengono dall’intimo di noi stessi, siano esse giuste o sbagliate esprimono sempre la sostanza del proprio sentire di coscienza, il suo proposito e la direzione del suo cammino verso l’Unità. L’altro punto riguarda la causa del tutto, la cui esistenza appartiene ad un’intima convinzione, solo parzialmente giustificabile con la ragione, quindi può esserci o no. Ammetterne l’ esistenza, equivale ad ammettere l’esistenza di Dio. Si pone allora il problema di come possa essere questo Dio. Gli esseri umani hanno fatto, nei millenni della loro presenza sulla Terra innumerevoli figurazioni al riguardo. I Maestri del Cerchio usano la logica per escluderle quasi tutte, mantenendone soltanto alcune inerenti al concetto base che lo identifica, cioè quello di Assoluto. Poco si può dire dell’Assoluto, solo, per essere tale, la logica Lo rende unico, infinito, eterno, onnisciente, onnipervadente. La logica non consente affermare di Esso niente altro, tutto il resto sono soltanto illazioni derivanti dalla nostra limitata condizione d’esistenza.

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Kempis: “Si dice causa un accadimento che ne origina un altro effetto. Noi affermiamo che se si considera effetto l’emanato, il manifestato, e causa ciò che l’origina, la causa è Dio. Meglio l’esistenza di Dio. E qui saremmo portati a riprendere il concetto aristotelico, poi adottato fervidamente da Tommaso d’Aquino, secondo cui ogni causa che origina un effetto è a sua volta, originata da un’altra causa; e poiché la serie delle cause non può essere infinita, deve necessariamente esserci stata una prima causa, ossia Dio. Questo ragionamento, affascinante per molti versi, ha però i suoi limiti, che sono i limiti dello spazio-tempo. Credo che, per la prima volta, già nel secolo quattordicesimo si affermò che il rapporto fra causa ed effetto è solo frutto dell’esperienza, perciò non razionalmente certo. Tale critica fu ripresa da David Hume, con l’affermazione che il rapporto fra causa ed effetto deriva dall’abitudine che ha l’uomo di considerare costanti i rapporti fra certi fenomeni osservati, ed è perciò un fatto soggettivo. Concetto, questo, condiviso da Kant, che considera la causa una nostra interpretazione della realtà, una categoria dell’intelletto. Che il rapporto causa-effetto sia un postulato lo farebbe supporre anche l’indeterminismo della fisica secondo cui, nel mondo delle particelle, non si può mai dire che cosa è vero o che cosa succede per davvero, ma solo che vi sono probabilità che sia così. Secondo la meccanica classica o analitica, precisamente secondo la dinamica, è possibile conoscere esattamente la traiettoria di un corpo in movimento, cioè la sua posizione nello spazio in un dato tempo, conoscendo la sua massa, la forza ad esso applicata ed altri elementi. Alla causa, cioè alla forza ed altro, corrisponde la certezza dell’effetto, cioè la posizione del corpo in un dato tempo. Questa certezza non c’è più quando si tratta di particelle atomiche, tanto che su questo fatto è nata la meccanica ondulatoria. In altre parole, alla causa non corrisponde la certezza di un dato effetto. Naturalmente tutto ciò è detto in termini semplicistici.”

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Il Maestro affronta il problema del legame fra causa ed effetto, che dovrebbe essere nella percezione dell’esperienza ordinaria, assolutamente di necessità. La filosofia e abbastanza recentemente la fisica, non lo ritengono più così legato ad una stretta consequenzialità. Questo mette perciò in discussione tutte le argomentazioni fatte sul concetto di Prima Causa, quale punto d’appoggio per dimostrare l’esistenza di Dio. Come già precedentemente detto, l’esistenza di Dio non può essere dimostrata in maniera incontestabile dalla ragione, al massimo se ne può postulare una sua estrema plausibilità. La completa accettazione non può che nascere dall’intimo, ovvero è sostanzialmente un atto di fede. Ma questa non può essere frutto di un dogma perché appartiene ad una vibrazione del cuore, che discende dall’anima. La fede, infatti, esprime una benedizione che aiuta al superamento di molte limitazioni della coscienza. Quando non c’è, rimane solo l’esperienza, come strumento fondamentale per l’ampliamento del sentire.

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Kempis: “A questo punto qualcuno può chiedersi: ma cosa intendono dire questi amici dell’aldilà? Dopo averci presentato il legame fra causa ed effetto addirittura come una legge, cercano forse di rimangiarsi l’affermazione fatta? No! Infatti, anche secondo la spiegazione della realtà che abbiamo data servendoci dell’esempio dei fotogrammi, il legame fra causa ed effetto è costituito da una stessa serie di fotogrammi. In altri termini, imboccata una serie, cioè mossa una causa, non si può che percorrere quella serie, ossia avere quell’effetto. Semmai ci sarebbe da chiedersi perché il senso di percorrenza non è reversibile, cioè la freccia del tempo è a senso unico. Quando si parla di causa e di effetto, si parla del mondo fenomenico, del mondo della percezione, cioè della dimensione soggettiva, e non certo di ciò che è oggettivo, o dell’Assoluto. Il rapporto fra causa ed effetto può esistere solo nel tempo, o quanto meno in una successione logica: mai nel non-tempo, nell’eternità, dove Tutto è Uno. Perciò affermare che Dio sia la causa del mondo della percezione e di tutta la cosiddetta manifestazione non può intendersi nel senso che Dio sia la causa e che il manifestato sia l’effetto distinto dalla causa, perché ciò significherebbe dare a Dio una natura temporale. Dio è la causa del Tutto nel senso che tutto trova la sua ragione d’esistenza in Dio, non nel senso che il manifestato prima non c’era, nella Realtà divina, e adesso c’è. la cosa è profondamente diversa: causa ed effetto sì, ma in una sola Realtà, al di là della successione e della separazione.”

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Quando parlano di causa-effetto i Maestri si riferiscono allo spazio -tempo del mondo della percezione, rispetto al quale loro hanno fatto l’esempio di una serie di fotogrammi, come per la pellicola di un film. La successione è strettamente rigorosa. Ma nell’Eterno Presente non c’è più tempo, Tutto è uno, ed esiste da sempre e per sempre. Allora il manifestato non è separato da Dio e neppure Ne è in successione, ma è Sua parte integrante. Si potrebbe dire, che è Dio, anche se non dobbiamo dimenticare la dimensione di trascendenza di Dio. Per rappresentare anche visivamente questo concetto, ovviamente nell’ambito delle nostre limitazioni, possiamo immaginare l’Assoluto come un grande tappeto davanti a noi dispiegato, ogni suo piccolo filo è un sentire di coscienza, che unito ad altri da corpo ad una figura, la totalità delle figure da luogo ad un disegno, il cui significato esprime un’idea, che pure avendo in sé ogni particolare, come totalità lo trascende.

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Kempis: “Certo, il manifestato, la pluralità è una conseguenza nel senso che trae origine dall’esistenza di Dio ed è a Lui legato a tal punto che Dio non sarebbe la completezza assoluta senza di esso. Ma ciò significa forse un rapporto di dipendenza di Dio rispetto al manifestato? Per rispondere a questa domanda, cioè per capire il perché del manifestato, perché inteso quale fine, dobbiamo esaminare la questione, chiedendoci se il manifestato apporti qualcosa a Dio. La questione è molto difficile a trattarsi perché i termini possono trarci in inganno. Infatti, se si dice che il manifestato, con la sua esistenza, reca qualcosa a Dio, la conseguenza logica di questa affermazione sembra essere uno stato di dipendenza di Dio rispetto al manifestato; e ciò è in contrasto col concetto di indipendenza, di assolutezza di Dio, di infinità, di completezza, e via dicendo. Tuttavia questa conclusione, che è logica conseguenza nella dimensione della molteplicità, non è più necessariamente vera nella Realtà del Tutto-Uno. In altre parole più semplici, anche se in fondo più imprecise, tenendo presente che il manifestato è in Dio, nella realtà divina, quale Sua parte anche se oggettivamente in Lui non distinguibile, il concetto di indipendenza e di conseguente limitazione non è più una implicazione logica quale sarebbe se l’emanato fosse staccato da Dio. Intendo dire: tenendo presente che il manifestato fa parte di Dio si può affermare che ha una funzione nell’esistenza divina senza che Dio, da questo ne venga implicitamente limitato; perché non esiste una dipendenza da fattori estranei a Dio, ma semmai solo da Se stesso: il che è indipendenza.”

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Il problema che qui si pone riguarda la dipendenza che potrebbe esserci tra Dio ed il suo emanato. Si potrebbe per logica pensare che l’emanato porti qualcosa a Dio, e che perciò Esso ne sia direttamente dipendente. Ma in quanto Assoluto, Dio non può dipendere da alcunché, allora come si risolve il problema? Dobbiamo considerare che l’emanato è parte integrante di Dio, in un certo senso è Dio stesso, quindi in questo caso, Dio dipenderebbe da Se stesso, ma come fa osservare Kempis, dipendere da se stessi vuol dire non dipendere da nessuno, ovvero essere indipendenti. Tutte queste interessanti argomentazioni logiche hanno lo scopo di rendere la mente inferiore sempre più concentrata, affinché la Luce del mentale superiore, ossia l’anima, possa, con la sua armonica dolcezza, scendere sulla coscienza ordinaria. È questa una delle grandi benedizioni dell’insegnamento dei Maestri del Cerchio, oltre naturalmente all’ulteriore conoscenza, che rende la nostra consapevolezza dell’Esistente sempre meno limitata.

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Kempis: “L’ esistenza di ogni manifestato, ossia l’esistenza della pluralità, è il modo in cui è attuato e strutturato il sentire assoluto. Ecco perché la ragione dell’esistenza del manifestato è l’esistenza di Dio. Il manifestato è tutto-uno con la Realtà divina, la sua esistenza è parte integrante dell’esistenza di Dio. Sicché, in ultima analisi, il perché dell’esistenza del manifestato è il perché dell’esistenza di Dio. Ma può Dio avere un perché? Egli è Colui che È: affermazione apparentemente senza senso ma la cui profondità è tale che, pienamente intesa, risponde esaurientemente ad ogni perché. Tuttavia, dicevo, nessun fatto di comprensione è così individuale come questo; perciò nulla di più posso fare se non mettere in evidenza che una siffatta concezione di Dio implica una concezione della Realtà simile ad un relativo determinismo, ma che in più a questo ha per finalità l’esistenza di Dio. Ciò non deve indurre all’errore di credere che sia infondato ogni atteggiamento mistico e che non abbia valore la volontà dell’uomo e le sue scelte. Nella dimensione della pluralità ove noi esistiamo come singoli apparentemente distinti gli uni dagli altri, ad ogni causa corrisponde un effetto con la finalità della manifestazione di un più ampio stato di coscienza individuale, che proprio perché tale, svincola da un cieco, incosciente determinismo. Nell’ambito della relativa libertà conseguita, ognuno opera le proprie scelte, le quali origineranno ineluttabilmente effetti aventi però sempre lo scopo di svelare maggiormente la coscienza, fino all’annullamento di ogni limite e di ogni separazione.”

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La pluralità è insita nell’Assoluto, il Quale è unitario solo nella trascendenza. Non c’è per essa finalità, perché se ci fosse sarebbe la stessa di Dio, ma Lui per definizione non può averne. La definizione dell’Assoluto come di “Colui che È”, sembra non dire nulla, ma è invece estremamente profonda, perché, se è vero che ad ognuno risuonerà intimamente in maniera diversa, fa tabula rasa di tante figurazioni del divino, che hanno permesso alle varie chiese, di arrogarsi il diritto di dare interpretazioni dell’Esistente a suo uso e consumo, per affermare potere e privilegi. Se è vero che la pluralità in sé non ha finalità, all’interno di essa, quindi nella dimensione che ci riguarda, perché la stiamo vivendo, una finalità c’è e consiste nell’affermare l’Esistenza di Dio. La legge del karma (ovvero di causa ed effetto) la realizza, indirizzando gli individui, illusoriamente separati, verso una sempre più ampia coscienza individuale. Il determinismo, che in principio guida tutto il processo, con il crescere della coscienza si fa sempre meno sentire, mentre la responsabilità degli esseri umani acquista sempre più valore e significato nel loro comportamento e nelle loro scelte.

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Kempis: “Il rapporto fra l’uomo e Dio è perciò il rapporto fra l’uomo e il suo vero Sé, che è il Sé del Tutto-Uno -Assoluto. Non deve quindi essere un rapporto di tipo masochistico, ma di consapevolezza delle contingenti limitazioni, oltre le quali si disvela la vera natura del proprio essere; un rapporto fondato sulla certezza che, al di là del sapore amaro di certe esperienze, tutto è perfetto, giusto e vòlto a guidare il nostro sentire all’assoluta completezza; e ciò per l’assoluta completezza del sentire. Una tale concezione ha tutta la logica dei panteismi e l’afflato mistico del teismo: non rifiuta nessuna ideologia poiché tutte errate rispetto alla completezza della Realtà e ciascuna vera per l’esperienza che apporta a chi la vive profondamente. Quale maggiore sprone all’altruismo, per l’uomo, di una concezione della propria vita secondo lo spiritualismo? In verità la logica, con tutta la sua possibilità di dimostrazione non può, in questo senso, tanto quanto l’irrazionale aspirazione mistica. E come potrebbe sussistere la comunicazione fra gli esseri se la logica, le dottrine razionaliste e lo stesso empirismo, non avessero creato elementi comuni d’intesa, invece così remoti e precari nel fideismo e nel misticismo? Se dunque la Realtà è quale l’abbiamo illustrata, essa è perfetta ed ognuno conduce le giuste esperienze che gli sono necessarie, dato che non è tanto importante conoscere la verità – e la Verità vera la conosce solo Dio perché Dio solo è la Realtà – quanto vivere profondamente e sentitamente anche una fantasticheria. Nessuna remora d’ordine logico e razionale può fondatamente non dare senso o impedire di rivolgerci a Chi, con la Sua Esistenza, è all’origine della nostra; a Chi, con questo significato, ma non solo con questo ci è Padre. Rivolgiamoci a Colui che è la Realtà del Tutto, dischiudiamoci a Lui che è reale dimensione d’esistenza di ogni essere, e supereremo le contingenti limitazioni.”

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Spesso nelle religioni il rapporto fra Dio e l’uomo ha valenze masochistiche. Siamo in una “valle di lacrime” viene detto per giustificare la punizione, che si dice esserci data a causa del cosiddetto peccato d’orgoglio e di disubbidienza. La concezione che ci viene presentata dai Maestri del Cerchio è invece estremamente liberatoria. Noi siamo in essenza Dio, ma non ne abbiamo consapevolezza, perché non abbiamo consapevolezza delle limitazioni, che c’impediscono di rendercene conto. La vita è un virtuale cammino di ricerca che ha come finalità la comprensione di tutto ciò. Ma in realtà è Dio che esprime se stesso con questa modalità. Lui è noi e noi siamo Lui. L’insegnamento dei Maestri del Cerchio ha una base logica che permette la comunicazione fra gli esseri e soprattutto, grazie alla cultura del mondo moderno, una comprensione di alcuni fondamentali concetti del Loro messaggio quali: i fotogrammi, le fusioni, le varianti, il concetto di creazione percezione ecc.. Ma, senza l’abbraccio dell’intuizione fondamentalmente mistica, sarebbe assai difficile accettarli e farli propri. Per questo motivo, quasi sempre il Maestro Kempis termina le sue lezioni, estremamente complesse e fondate su argomentazioni logiche e razionali, con conclusioni fortemente mistiche, le cui parole, dirette alla parte emotiva degli ascoltatori, s’imprimono nei loro cuori e come dei dolci mantra li fanno vibrare aprendo ampi canali alla discesa della Luce dell’anima.

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Kempis: “Sì, Padre, nell’esistenza di ognuno c’è un giorno in cui è udita la Tua voce. Non sia che quel giorno essa dica:

Io non ti ho dato la vita nel mondo perché tu portassi la morte. Non ti ho dato il desiderio perché tu divenissi avido. Non ti ho dato la mente perché ti rendessi schiavo dei suoi tranelli. Né ti ho dato la tranquillità perché tu vegetassi, e il progresso perché ti circondassi di cose inutili o perdessi la tua vita nella ricerca di quelle. Non ti ho dato la grandezza perché tu disprezzassi gli umili. Né ti ho dato il potere perché opprimessi e operassi ingiustizie. Non ti ho dato la pace perché la distruggessi. E se ho permesso la guerra, è perché tu apprezzassi l’intesa. Se ho permesso il dolore che viene dall’egoismo dei tuoi simili, e dal tuo, è perché tu comprendessi lo splendore dell’altruismo. Se ho permesso l’intolleranza, l’offesa, la schiavitù, è perché tu perseguissi le virtù contrarie. E se ho permesso che tu fossi umiliato, sfruttato, incompreso, è perché tu imparassi a non umiliare, a non sfruttare, a comprendere, imperciocché una vita felice ma sterile non è tanto preziosa quanto una tormentata che doni comprensione. Ma ti ho dato la vita nel mondo perché tu lo rendessi più bello. Ti ho dato l’abbondanza perché ti fosse più facile donare. Ti ho dato il benessere perché tu avessi pietà di chi soffre. Ti ho dato la sapienza perché tu creassi. Ti ho dato il desiderio perché tu desiderassi il bene dei tuoi simili, e la mente perché tu comprendessi che una sola cosa è necessaria, e quella tu scegliessi: quella cosa che ti conduce al di là degli opposti, laddove non v’è separazione, dove causa ed effetto sono una sola Realtà.”


[1] LE GRANDI VERITÁ RICERCATE DALL’UOMO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1982.