Immanenza e trascendenza

Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 151-155

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Gli argomenti dei quali ci stiamo interessando fanno un curioso effetto, fanno assumere alle parole un significato e talvolta tutto l’opposto; perciò voi non dovete adontarvi se io metto alla prova ciò che avete inteso, ultimamente ,invitandovi a riflettere su questo: l’uomo possiede una visione limitata della Realtà, ma esatta nei suoi elementi posseduti, oppure no ? E, se aumentassero le possibilità di percezione dell’uomo, si aggiungerebbero altri elementi precisi, in modo da formare un tutto omogeneo e più vasto, oppure la nuova visione sarebbe del tutto diversa? A queste domande risponderete con comodo, perché c’è del tempo. Dicemmo una volta che l’uomo è oggetto e soggetto della creazione. Per capire che cosa intendiamo con questa affermazione, pensiamo un istante a Dio in termini panteistici. La natura, nel suo complesso, compreso l’uomo, sarebbe l’oggetto della creazione, mentre l’uomo – con la sua possibilità di conoscenza-costituirebbe il mezzo attraverso al quale la natura prende coscienza di se stessa. Se Friedrich Schelling avesse pensato a questo, evidentemente non avrebbe definito la natura come “un pensiero privo di coscienza”. Povero Schelling, aveva cominciato così bene, con il suo Assoluto, per naufragare poi miseramente quando si trattò di spiegare la molteplicità dei mondi rispetto all’unità dell’Assoluto! Allora non seppe trovare niente di meglio che pensare ad un distacco di questi mondi dall’Assoluto, cioè una specie di storiella degli angeli caduti in chiave variata. Dicevo che l’uomo, oggetto della creazione, crea a sua volta; e non già nel senso materiale, perché allora più proprio sarebbe dire distrugge, demolisce; ma nel senso che ha, del mondo che percepisce, una personale concezione, una particolare esperienza, e vi assicuro che se anche le esperienze possono sembrare simili sono tuttavia diverse, uniche ed irripetibili per ogni individuo.”

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Il tema che il Maestro Kempis si appresta ad affrontare è assai arduo, filosofi, teologi e pensatori si sono cimentati al riguardo nei secoli. Non credo si possa dare delle risposte definitive, ma il Maestro fa un’affermazione importante e direi significativa e cioè che per ognuno le esperienze sono assolutamente personali e che quindi la concezione che ne deriva non può che essere soggettiva. Ciascuno di noi di fatto crea il suo mondo, tale lo percepisce ed agisce di conseguenza. Le limitazioni delle coscienze individuali sono le cause delle quasi infinite creazioni percezioni della Realtà, ma tutte queste in sé sono soltanto illusioni, che in ultima istanza si risolvono nella trascendenza della Coscienza Assoluta, che pur avendole in sé le unifica fondendole nella Sua dimensione per noi inimmaginabile.

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Kempis: “Questa affermazione potrebbe farci pensare a Dio in termini diversi da quelli che comunemente abbiamo conosciuti. Certo che fra l’idea teistica, cioè di Dio inteso come un’entità antropomorfa, distinto dalla Sua creazione, e l’idea panteistica, non esiterei a definire più aderente alla Realtà quest’ultima che non la prima. Da sempre abbiamo detto che Dio è in tutto e che tutto è in Dio; perciò il concetto panteistico sembrerebbe avvicinarsi molto al Dio vero; tuttavia, nel momento stesso che affermiamo che Dio è oltre il mondo, oltre il manifestato ed oltre la totalità del Tutto, riconosciamo al panteismo solo una piccola parte di verità: Dio è al tempo stesso immanente e trascendente la manifestazione. Quali rapporti vi sono, in realtà, fra Dio e l’esistenza ? Ancora una volta siamo di fronte ad un concetto che deve essere approfondito. Dalle nostre affermazioni appare, lapalissianamente, che noi respingiamo il concetto di creazione, inteso come l’atto con cui Dio trae dal nulla tutte le cose rimanendo separato dalla sua opera; e perciò respingiamo anche l’ampliamento di questo concetto operato da Tommaso d’Aquino secondo cui la vita stessa del creato è un continuo atto creativo. Dalle nostre affermazioni appare più logico pensare all’emanatismo, cioè credere che la molteplicità degli esseri derivi, per emanazione, dall’Uno Assoluto, e che per successiva condensazione si giunga alla materia; tuttavia anche questo concetto non è aderente alla Realtà se con esso crediamo che Dio rimanga distinto dalla emanazione, se pensiamo alla emanazione come ad un evento oggettivo. Infatti, ne deriverebbe un Dio non certo atemporale ed in continua mutazione.”

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Immanenza e trascendenza sono due concetti fra loro contradditori, ma esprimenti per il Maestro Kempis due fondamentali caratterizzazioni dell’Assoluto. Non c’è da meravigliarsi per questo ossimoro, perché sul piano akasico ed ancora di più nell’Eterno Presente, vale la logica dialettica e non quella classica che, grazie alla matematica, cerca d’interpretare il mondo nel quale viviamo. Ma è nell’unità che gli opposti trovano la loro sintesi, pur mantenendo intatta la propria essenza. Quindi il mondo è Dio, ma Dio, pur essendo anche il mondo, va oltre e lo trascende in ulteriori dimensioni, che per noi sono assolutamente inconoscibili. Non può esserci reale separazione fra l’emanato, ovvero noi e Dio, altrimenti Egli perderebbe la Sua Assolutezza e   sarebbe soltanto realtà relativa, come  tutto ciò che è nella nostra percezione. Credo che questa contraddizione logica, così presentata, non sia nella Realtà esistente, ma questa non lo si può comprendere con la ragione, solo l’intuizione che nasca dalla Luce dell’anima, può aiutarci a capirla.

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Kempis: “È vero che i neoplatonici affermano che la quiete perfetta di Dio non viene minimamente turbata dalla continua emanazione, ma è altresì vero, e voi dovreste convenirne con me, che questo concetto, così com’è enunciato, può essere accettato dalla logica solo se pensiamo all’ emanato come a qualcosa di distinto da Dio: cosa assurda perché, vedete, noi non respingiamo tanto il concetto di creazione perché, secondo questo Dio, trarrebbe dal nulla tutte le cose, quanto perché esso ammette l’assoluta separazione fra Dio ed il creato. Di pari respingiamo il concetto di emanazione, se pensiamo che l’emanato abbia una sua esistenza oggettiva; se ci figuriamo che Dio crei i principi e gli elementi- che potrebbero essere gli esseri ed i mondi -e che poi questi abbiano un’esistenza indipendente ed indeterminata rispetto a Dio, spettando agli esseri creare nei mondi una sorta di Repubblica ideale come quella vagheggiata da Platone. Ora, è chiaro che affermando che Dio trascende la totalità del Tutto, ne consegue logicamente che il mondo umano non ha incidenza nel divino; ma questa affermazione non deve farci pensare ad una trascendenza di Dio rispetto al manifestato eguale a quella concepita, per esempio, dall’idea teistica: la non relazione fra la mutabilità dei mondi e l’immutabilità di Dio, ha un’altra spiegazione, e voi lo sapete. Infatti abbiamo cercato di farvi capire come il Tutto Uno Assoluto, cioè Dio, ancorché assurdamente considerato come l’insieme di parti, i mondi, in continua mutazione, in effetti non muta affatto. Questo perché ciò che noi vediamo mutare, in realtà è immutabile, è un insieme di situazioni – chiamiamole così -fisse nell’eternità del non tempo; e la mutazione nasce dalla percezione in successione di queste mutazioni, così come la storia narrata in un libro acquista vita e svolgimento solo nella mente del lettore ed in funzione di essa. Da ciò si comprende come creazione o emanazione o non è mai avvenuta o è sempre stata; cioè è un evento che si coglie nel gioco illusorio della percezione soggettiva e perciò non incide sulla oggettività di Dio. Questa è la vera ragione per cui creazione o emanazione non tocca la Realtà di Dio.”

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Alla base di questa visione del Reale, così insegnata dai Maestri del Cerchio, c’è la concezione della Realtà in Essere, quale da Loro è stata enunciata. Tutto è già lì in un Eterno Presente, il divenire è apparenza. La successione delle situazioni cosmiche è percepita da parte dei sensi in maniera analoga a come accade per i fotogrammi di una pellicola cinematografica che danno l’impressione, alla consapevolezza del sentire di coscienza, dello svolgersi di una rappresentazione, proprio come le cellule oculari e le cellule cerebrali, che  una volta impressionate, trasmettono alla mente la trama di un film. Ma al di là di tale impressione, i fotogrammi della pellicola sono lì in una statica disposizione, fermi nella unità della pizza cinematografica depositata nella cineteca. Alla stessa maniera le diverse situazioni cosmiche, alla cui base sta il sentire di coscienza individuale, sono depositate nella Coscienza Assoluta.

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Kempis: “Ora la verità di questa affermazione, per chi non abbia possibilità di verifica, può essere confortata dalla convergenza di conclusioni derivanti da altre considerazioni: per esempio, possiamo pensare che Dio tragga dalla manifestazione un utile, nel senso che essa sia necessaria a Dio ? Invero, non essendo un evento oggettivo, nulla porta a Dio né Dio muta in conseguenza dell’apparente svolgersi dei mondi. Perciò, siccome creazione o emanazione non tocca la realtà di Dio, ne consegue logicamente che non può esservi un perché della manifestazione a livello di Dio. D’altra parte, se è vero che il divenire dei mondi, non essendo un evento oggettivo, non tocca la realtà di Dio – nell’ambito di ciò che appare ma non è realmente -questo non vuol dire che il divenire non abbia un fine, cioè che sia privo di significato per gli esseri che vivono questo divenire. V’è dunque una duplice valutazione della manifestazione: l’una sul piano soggettivo, ed è che la vita dei mondi da cui traggono esistenza gli esseri conduce gli esseri a Dio; l’altra sul piano oggettivo, ed è che su questo piano la manifestazione non rileva nulla né porta né trae a Dio. Solo in questo senso, perciò, possiamo accettare l’affermazione dei neoplatonici circa la «quiete perfetta di Dio». Sul piano assoluto, oggettivo, non esiste né creazione, né emanazione, né esseri, né mondi. Esiste solo Dio, ed è quindi assurdo cercare il perché della manifestazione sul piano assoluto.”

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Siamo indotti a domandarci quanto sia utile indugiare in queste considerazioni filosofiche, che apparentemente allontanano dal vissuto quotidiano. È difficile dare una risposta univoca. I Maestri  dicono che esse servono soltanto a coloro che sono in sintonia grazie al livello evolutivo che permette loro di armonizzare la vita quotidiana con l’essenza di tali ragionamenti. A prima vista potrebbe sembrare che l’esperienza ordinaria non c’entri niente con concetti come il divenire o l’essere. In realtà, se ci rendiamo anche soltanto un po’ consapevoli di quello che è il nostro comportamento nelle esperienze che stiamo facendo, non possiamo fare a meno di considerare quanto importante sia vedere la realtà dalla prospettiva dell’essere invece che da quella del divenire.

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Kempis: “Guardate, gli stessi orientali, che però hanno intuito molto della realtà oggettiva, hanno commesso l’errore di voler cercare un perché della manifestazione. Non si deve credere, infatti, che l’irrazionalità sia patrimonio delle teologie occidentali. A parte il fatto che queste nulla dicono in proposito, voi dovete convenire con me che l’opinione degli orientali al riguardo è alquanto amena, o sono alquanto amene perché ve ne sono più d’una, tanto che forse meglio sarebbe stato il silenzio. C’è infatti chi dice che la manifestazione null’altro sarebbe se non un sogno di Dio, e qua mi rendo conto perfettamente che essendo voi consapevoli del fatto che i sogni non sono volontari, solo per questo siete trattenuti dal bestemmiare. Altri dicono, non per spiegare un concetto ma per dire che realmente è così, che la manifestazione è “un pensiero di Dio”, e forse più proprio sarebbe dire ” è un pensiero per l’uomo” è vero? Ma c’è di peggio: c’è chi afferma che tutto avviene per divertire Dio, e che noi altro non saremo che dei burattini nelle mani di questo bambino che sarebbe Dio. C’è chi dice che Dio è ammalato di solitudine e che allora emana un cosmo dopo l’altro. Poi c’è chi dice che Dio è «amore» e che ha bisogno di crearsi degli oggetti da amare. Insomma, anche tralasciando questo comportamento così infantile di Dio, voi dovete convenire con me che la manifestazione non può essere conseguenza di un atto di volontà di Dio, anzi non può essere conseguenza di alcunché. Ed è chiara la ragione: la vita di Dio è eterna, cioè senza tempo: non è uno scorrere, così non può esservi un momento in cui Dio crei o emani qualcosa, o in cui in Lui si sia determinata la ragione che ha dato origine al Tutto. Se così fosse, vi sarebbe un preciso punto di riferimento in Dio, che sarebbe giusto l’inizio della manifestazione. Allora vi sarebbe un Dio privo di manifestazione ed un Dio completo di manifestazione, cioè la manifestazione sarebbe in Realtà oggettiva, cosa che non è. Ma se anche lo fosse dovrebbe avere la stessa natura di Dio, per esempio essere atemporale, ossia non avere inizio, né svolgimento, né fine, cioè non avere variazioni nei confronti di Dio, proprio come sempre vi abbiamo detto.”

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Il Maestro Kempis, dopo avere con la sua solita ironia rilevate le contraddizioni e gli aspetti assurdi dei tentativi di spiegare il rapporto che potrebbe esserci tra Dio e la cosiddetta manifestazione in certe filosofie orientali, conclude la questione dando una prospettiva completamente nuova, affermando che il problema non esiste perché nella Realtà di Dio non può esserci manifestazione, la quale assolutamente priva di oggettiva è la grande illusione dei sentire relativi, solo virtualmente separati da Dio, il Quale, nella sua reale essenza, li trascende, pur avendoli in Sé. In sintesi, la Coscienza Assoluta non è monolitica, ma poliedrica, come potrebbe essere rappresentata dall’immagine dell’insieme dei numeri, che è una, pur essendo costituita dall’infinità dei singoli numeri, ciascuno dei quali proveniente dalla unione della unità primaria con se stessa.

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Kempis: “L’unica cosa che c’è da dire – sottolineo: non che possiamo dire, ma che c’è da dire – è che tutto è per la natura di Dio, cioè che Dio stesso, in Sé, è la causa del Tutto, e come non c’è una ragione all’esistenza di Dio, così se ammettiamo che la manifestazione non incida su Dio – e non può essere diversamente altrimenti si tratterebbe di un Dio mutabile – ne consegue che non può esservi un perché della manifestazione a livello di Dio. Così come, quando durante la notte sparisce la luce del sole, ciò non dipende dal sole. Sul piano relativo, tutto quanto esiste – possiamo chiamarlo creato, emanato, manifestato o come volete – non esiste per un atto di volontà di Dio, che Dio non ha atti di volontà: esiste unicamente in dipendenza della natura di Dio. Sul piano assoluto – ripeto – non possiamo parlare né di creazione, né di emanazione, né di manifestazione, né di esseri, né di mondi. Esiste solo Dio. E non dobbiamo confondere ciò che gli uomini hanno intuito di Lui e che hanno cercato di appellare in qualche modo con Lui.”

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La conclusione della comunicazione è chiara e determinata, tutto ciò che l’umanità ha detto di Dio è una retorica a proprio uso e consumo. Di Dio si può soltanto dire che “È Colui che È” , niente altro. La Sua esistenza può essere accettata con ragionevole fede, ma non dimostrata in alcun modo. Le comunicazioni dei Maestri, che Lo riguardano, sono tutte volte a togliere ogni forma di figurazione od attributo che Gli è stato dato. Lasciano, a Suo riguardo, soltanto quello che discende, per necessità logica, dall’aggettivo assoluto, unico Suo attributo possibile, ma ineludibile perché intrinseco al concetto stesso di Dio. Avremmo altrimenti a che fare con un ente semplicemente ordinario, sia pure dotato di immense potenzialità.

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[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.