La futura condizione di esistenza

Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 169-176

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Ci sono dei pensatori che tentano di spiegare la realtà con gli elementi che hanno a disposizione, o meglio con le idee che la loro visione parziale suggerisce. Ne risultano teorie che non solo antropomorfiche ma che nemmeno sono l’espressione della possibilità  dell’uomo di pensare in termini generali. Uno di questi esempi è dato dall’affermazione che il destino dell’uomo, quale essere spirituale , lo assoggetta ad un divenire senza fine. L’essere continuerebbe in eterno un processo di acquisizione. Tutto questo, poi , non prevederebbe  un abbandono della Terra in senso ultra-fisico;  cioè la Terra, sì, sarebbe abbandonata, ma l’essere continuerebbe, in altre dimensioni spirituali, una vita di relazione basata sulla percezione, sulla sembianza della realtà. L’essere spirituale sarebbe un uomo divinizzato, idealizzato, e nulla più.  E’ chiaro che una simile affermazione deriva dall’incapacità di trascendere la propria condizione umana per accedere anche solo a quella intuizione di cui certi uomini si servono per scrivere dei racconti di fantasia. Pensare che il destino dell’essere spirituale lo releghi in una condizione in fondo antropomorfa, significa non solo non intuire la realtà , ma addirittura difettare d’immaginazione. Certo, io non sono qua a raccontarvi cose immaginarie, però se  per farvi capire quello che voglio dire devo fare appello alla vostra fantasia, ebbene considerate pure quello che dico una favola, ma comprendete!”

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L’inizio del Maestro Kempis è dirompente, perché va a toccare punti delicati del nostro orgoglio di esseri umani, legati senza dubbio, al presunzione. Ammettere che i nostri sensi sono molto limitati, e che la percezione, che ne consegue, sia assai discutibile, e che ci sia anche la possibilità di una percezione completamente diversa,  prodotto di capacità sensoriali  per noi inusitate, scuote dalle fondamenta tutte le nostre certezze, facendoci precipitare in una insicurezza non priva d’angoscia. Ma il Maestro dopo averci dato una scossa abbastanza decisa, si appresta a riportare in noi un giusto equilibrio, fondato non soltanto su argomentazioni logicamente convincenti, ma anche su una spinta energetica assai determinata, capace in forza della sapienza e dell’amore, che la sostengono, di scardinare i limiti, che frenano la nostra consapevolezza.

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Kempis: “La difficoltà maggiore a capire il destino, la futura condizione di esistenza dell’essere spirituale, è data dal non riuscire a immaginare come egli trascorra la sua esistenza, che cosa faccia. Se poi, come noi facciamo, si afferma che l’essere, sperimentata, per manifestarla, una coscienza relativa, si identifica nella coscienza assoluta nella quale è abbattuta ogni separazione, ogni limitazione, ogni successione, e gode della plenitudine assoluta, spesso si sente chiedere: e poi?, proprio quale involontaria dimostrazione della incapacità di superare il modo umano di concepire la realtà.  Si può parlare di un <poi> in un simile stato di coscienza? Un <poi> e un <dove> derivano da una condizione  di esistenza limitata in senso spaziale e in senso temporale; da un’abitudine a percepire la realtà in successione e in separazione.  Ora, invece, per avvicinarsi  a capire un simile stato di coscienza, bisogna riuscire ad immaginare uno stato di superamento della separatività,  cioè una coscienza che abbraccia tutto quanto esiste,  perciò un superamento dell’io e del non io e quindi il superamento del modo di percepire basato sulla separatività. Non solo: tutto ciò, pur dando l’idea di una coscienza che non conosce limiti in senso spaziale, non dà ancora l’idea di un superamento dei limiti in senso temporale, che invece c’è nella coscienza assoluta. Se tutto quanto esiste mutasse nel tempo, una coscienza che abbracciasse  tutto quanto esiste solo in senso di estensione, di quantità, sarebbe pur sempre limitata in senso di successione temporale, perciò non sarebbe ancora assoluta. Mentre, per essere tale, la coscienza deve comprendere anche le mutazioni.”

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 Lo stato di coscienza, che il Maestro ci prefigura, è difficile da concepire, perché necessita del superamento dell’io e del non io, e ovviamente non è questa la nostra situazione. Bisogna perciò, come precedentemente ha detto Kempis  aiutarsi un po’ con l’immaginazione. Questa, se in parte controllata, può aprire la porta all’intuizione dell’anima. La consapevolezza che ci viene dall’anima, esce dalla limitazione, che ci fa precipitare nella dualità. Il senso d’individualità ancora rimane, ma non è l’io. Ci sentiamo identificati con il Tutto, o perlomeno con una consapevolezza che ci  fa sentire prossimi a Lui e la Sua  radice la si può individuare nel sentirsi d’esistere. Noi siamo “Sentirsi d’esistere” tutto ciò che  vediamo, udiamo tocchiamo, in un parola percepiamo è  ” Sentirsi d’esistere” o almeno Sua esternazione.

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Kempis: “Che cosa sono le mutazioni? Realtà diverse. Che cos’è l’io o un essere? La coscienza limitata ad una parte, o, più precisamente, sentire la Realtà in termini di parte. Che cos’è un essere rispetto ad un altro? Un modo diverso di sentire la Realtà in termini di parte. E che cos’è un io, una coscienza, un essere, nella successione? Ancora  un modo diverso di sentire la Realtà  in termini di parte. Non fa differenza sono tutte realtà diverse . La definizione della differenza dei sentire di un momento, appartenenti ad esseri diversi, calza, è la stessa, per la differenza di sentire momenti diversi appartenenti ad uno stesso essere. Si tratta di modi diversi di sentire la Realtà in termini di parte. Allora che cosa sono gli esseri? Se il mio sentire di ora è diverso dal vostro sentire di ora allo stesso modo di come è diverso dal mio sentire di un altro momento, che cosa è che mi fa dire <il mio sentire>? Certo il fatto che io l’ho vissuto. E che cosa è che mi fa dire < io l’ho vissuto>? Certo la memoria, ossia la capacità di conservare in sé, per poter evocare, immagini di cose viste, suoni uditi, sentimenti, stati d’animo provati, idee acquisite. Ma altrettanto certo è che il ricordo, per quanto vivo possa essere, è un’ombra, uno spettro; non è la realtà;  non è tornare a vivere l’esperienza.”

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Grazie a questi insegnamenti, è possibile provare ad intuire cosa i Maestri intendono con  virtuale frazionamento del Sentire Assoluto. Il sentire è sempre al presente. Ogni istante della nostra vita, è lì, disposto come in una collana in successione logica, ma non c’è differenza fra di loro per i  sentire appartenenti ad una stessa collana, come non c’è differenza  rispetto a  quelli appartenenti alle altre collane. In altri termini non c’è più differenza fra il mio sentire di ora e quello di ieri, di quanto ci sia dal mio sentire e quello di un altro. Ma cos’è un sentire? Per il Maestro Kempis è un modo molto parziale e limitato di manifestarsi della Realtà totale, che il sentire parzialmente crea e percepisce  in ragione delle sue  limitazioni. Questa prospettiva della vita è per me estremamente liberatoria, perché apre alla dimensione del qui ed ora. Ogni istante diviene prezioso, perché esprime il manifestarsi  di Dio, con tutta la Sua gioiosa bellezza ed armonia, mentre la Sua estrema sapienza appare con forza e misurata determinazione.  

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Kempis: “Il ricordo è memoria di un presente che fu. E quel che fu, per avere un’esatta collocazione cronologica, deve essere riferito nella memoria a fatti certamente datati; altrimenti non è collocabile,  altrimenti è un <non ora > che non si distingue da tutti gli altri  <non ora>  che la memoria riesce a ricordare.  Questo perché la coscienza è sempre al presente. Una coscienza che sia al passato o futuro è inconcepibile: passato o futuro rispetto a che cosa ? Al proprio essere. Ma siccome la coscienza è l’essere, è assurdo per misurare la propria distanza, separazione, disidentificazione, eccentricità, prendere quale punto di riferimento se stessi: il valore sarà sempre zero. Perciò la coscienza è sempre al presente, siccome il proprio essere è sempre solo quello del momento presente. Ogni momento siamo un essere diverso e, infine, quale reale condizione di esistenza, siamo un essere totale. Sicché il mio sentire che fu, non mi appartiene più di quanto non mi appartenga il sentire di un mio simile; o meglio mi appartiene come quello di un mio simile. Difatti se perdessi la memoria, in forza di quale altra facoltà potrei dare la paternità ad un sentire? Certamente nessuna . D’altra parte, la memoria non è determinante nell’esistenza del sentire. Se si togliesse la facoltà di ricordare, non cesserebbe il sentire: non si avrebbe più cognizione del tempo, si avrebbe cognizione che l’esistenza, la coscienza è un continuo presente. Il sentire di ogni istante – o meglio innumerevoli sentire che creano gli istanti- sono completi in se stessi ; ciascuno afferma, manifesta una realtà. Sicché quel tenue e lacunoso filo che è la memoria, su cui si intreccia ogni rapporto con gli altri; che ci ricorda chi sono, che cosa ci debbono, cosa possiamo pretendere; che volutamente si smarrisce quando ci torna utile fingere di averlo smarrito; quel filo senza del quale non sappiamo che siamo, qual è il nostro nome, e su cui fondiamo tutta la nostra vita di uomini, se si spezzasse, pur così determinante, non ci toglierebbe la cosa più importante del nostro esistere che si identifica con l’esistenza stessa: il sentirsi vivi, la coscienza d’esistere.”

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La memoria è una funzione della nostra mente, è grazie ad essa che si formano i ricordi, ed è in virtù di questi che nasce in noi l’idea del passato e del futuro, in ultima analisi del tempo. Senza di essa la nostra consapevolezza si ferma al presente. Infatti la vera realtà del nostro essere, cioè il sentire di coscienza è al presente. Ecco perché non può esistere il divenire, ogni istante deve essere fissato lì, nella dimensione dell’eterno presente.  Questa prospettiva destruttura l’io, anch’esso funzione della mente e ciò che lega fra loro i sentire che creano i fotogrammi nei vari piani del mondo della percezione è la consequenzialità logica. Ma questi sentire, che nell’illusione delle loro limitazioni esprimono la pluralità, trovano la loro fusione nel sentire di Coscienza Assoluto, ovvero nell’unità del Tutto, ove si annulla ogni limite alla consapevolezza e la coscienza esprime pienamente se stessa. Questa concezione della realtà non può non avere conseguenze riguardo alla nostra vita, perché quando si dice che,  in ultima analisi, non c’è più differenza  fra il nostro sentire del presente e quello del passato, dal nostro sentire di ora  da quello di un’altra persona, non può così non  ribaltarsi  il nostro comportamento nel rapporto con gli altri, dai quali non possiamo più sentirci disgiunti.  Ovvero “Ama il prossimo tuo come te stesso” Infatti né esiste più il prossimo né esiste il  se stesso,  c’è  solo e soltanto l’Unità dell’Essere. 

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Kempis: “Ma pure, questo sentire di istanti è legato in una catena, non solo per effetto di quel fragile ed evanescente filo che è la memoria; al di là di ciò che possiamo ricordare e del potere condizionante del ricordo, gli innumerevoli sentire che con  la memoria creano gli istanti si chiamano, si susseguono si legano in virtù di qualcosa  che non può essere apparente e caduco perché è la forza di coesione che crea l’essere, che fa di tante parti un sol tutto. Che cos’è che tiene uniti gli atomi della materia se non una forza che promana dall’atomo stesso? In modo analogo, la forza che unisce gli atomi di sentire che compongono la coscienza, scaturisce dalla natura stessa del sentire. E dalla natura stessa del sentire dipende l’ordine stesso secondo il quale i sentire sono uniti, e quindi la successione secondo si manifestano; o meglio, sembrano manifestarsi in quella successione perché, in quell’ordine, sono concatenati. Dalla natura stessa del sentire relativo nasce l’ordine secondo cui esso è disposto e quindi secondo cui è disposto tutto quanto esiste: infatti le situazioni del mondo fisico, emotivo e intellettivo sono strettamente unite ad un relativo sentire, tanto che all’apparenza è impossibile dire se siano quelle situazioni ad essere come sono perché dipendano da quel sentire, oppure se il sentire è quello che è in conseguenza di come sono le situazioni fisiche, emotive e mentali. In effetti, c’è un legame secondo il quale le coscienze del momento, i sentire, si legano, ed è il legame logico.

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Non c’è dualitàfra le situazioni ed i sentire, perché sono i sentire stessi che le creano, secondo il loro grado di evoluzione, sono però a tal punto ad essi legate, che c’è identificazione. Per questo è corretto dire che tutto è coscienza, qualunque sia il piano al quale si faccia riferimento. La cosa interessante e notevole che dobbiamo tenere presente, è che:  tutto è tenuto insieme dal legame logico, sia quello dovuto alla logica che si basa sul principio di non contraddizione sia quello sostenuto dalla logica dialettica, per la quale la  tesi e l’antitesi trovano il loro superamento nella sintesi, e questa riguarda principalmente il piano oltre quello dei tre mondi inferiori. La nostra consapevolezza ordinaria  naviga nei piani della dualità, facciamo perciò fatica ad ammettere l’unità del tutto quale estrinsecazione  della coscienza, specialmente riguardo al piano fisico, per il quale la scienza materialista fa affermazioni, sostenute da arroganti certezze, che si basano in fondo soltanto sulle percezioni che provengono dai cinque sensi fisici o al più dai loro ampliamenti artificiali.

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Kempis: “Paragoniamo il sentire iniziale di coscienza di un’incarnazione ad una equazione impostata:  i sentire successivi, quelli in senso lato, logicamente legati all’iniziale, sono rappresentati dai vari passaggi che conducono alla soluzione dell’equazione. La soluzione rappresenta la caduta di una limitazione del sentire e l’ampliamento della coscienza. lo stesso legame logico esiste fra l’impostazione di una equazione e l’impostazione delle equazioni successive. Ne risulta un sistema di equazioni in cui  tante sono le incognite quante le equazioni , perciò un sistema risolvibile. Ossia tutte le limitazioni cadono, tutte le incognite sono conosciute. Un’altra domanda che frequentemente viene fatta è < che necessità ci sia che ogni essere nasca da Dio e a Dio ritorni, cioè che compia tutta una trafila  così complessa e, in fondo, faticosa>.  Prima di rispondere non si può fare a meno di dire che se la faticosa trafila è il prezzo per dare all’essere la coscienza assoluta, è molto più quello che si ha di quello che si paga.  Tuttavia una simile domanda è frutto di un’errata concezione della realtà perché non tiene conto del fatto che al di là di ciò che appare, nella successione e nella separazione – cioè nell’illusorio divenire –  nessuno si stacca da Dio o a Dio ritorna o giunge: tutto è sempre in Lui.”

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Spesso i Maestri si servono della matematica per suggerire alla nostra mente  figurazioni, che poi si possano tradurre in intuizioni. Lo possono fare perché, come essi dicono, la Realtà è strutturata logicamente e quindi la matematica permette delle ottime analogie. Aveva intuito ciò Galileo Galilei quando affermava essere il libro della Natura scritto in caratteri matematici . Da qui discende, nonostante i tanti “se” ed i “ma” il valore e l’utilità del metodo scientifico. L’altro quesito al quale i Maestri danno risposta, nasce dalla superficiale considerazione che può nascere in colui che è estremamente radicato nella dimensione del divenire. In essa domina la mente razionale e questa non permette aperture intuitive, qui il rigido rigore della matematica diviene un andicap. L’impressione dell’unità del Tutto non può giungere che dall’anima, ed è soprattutto  in virtù di tale intuizione che si riesce ad accettare , nonostante l’illusione del divenire faccia crede reale la dualità,  che non esiste separazione da Dio, noi siamo in Lui e Lui è in noi, in un Eterno Presente.

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Kempis: “Se mai la domanda giusta è < che funzione hanno gli esseri nell’esistenza divina ?>, e, più giusta ancora, <qual è la funzione della coscienza del sentire relativo, nella coscienza assoluta.> Rispondo che la coscienza assoluta è una nel senso di unica ed unitaria,  però non nel senso di avente una sola qualità, anzi in questo senso è molteplice e poliedrica. L’Unità è realizzata con la comunione degli elementi, cioè in uno stato di esistenza in cui , per esempio, la vita che un uomo vive in successione è sentita simultaneamente nel non tempo, ossia in qualcosa che non ha né prima né dopo. né perciò durata , ed è sentita simultaneamente alla vita di tutti gli esseri. Tutto questo non significa che la coscienza assoluta sia uno stato d’essere frazionario, di confusione, nel quale tutto si accavalli e confonda. Già la coscienza umana  –  che pure  è relativa – è unitaria. Ogni momento del sentire che origina gli esseri, è presente nella coscienza assoluta identicamente a  come gli esseri lo sentono. Non potrebbe essere diversamente da così, dato che il sentire che origina gli esseri è lo stesso sentire nella coscienza assoluta. Non è uno identico, è lo stesso. Se tale sentire non esistesse nella coscienza assoluta non esisterebbero né gli esseri, né la coscienza assoluta. Dunque  l’esistenza degli esseri appartiene all’esistenza di Dio e la ragione della loro esistenza risiede nella completezza , nell’assolutezza della Realtà divina. Il sentire di coscienza che ciascun essere manifesta è un elemento costituente della coscienza assoluta , dove esiste in un eterno presente, al di là dell’illusorio manifestarsi in successione temporale. Ciascun sentire è un momento, un elemento dell’essere relativo, come ciascun essere è un elemento dell’organico Essere assoluto.”

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L’Assoluto, sempre hanno detto i Maestri,  non è un monolite, ma è poliedrico e il nostro sentire in questa poliedricità rappresenta una delle sue infinite possibilità e qualità. Da ciò il grande valore che ogni istante della vita assume.  Dio è “qui ed ora”  presente, meglio dire,  esprimente Se Stesso, in ogni  flash che lampeggia attraverso di noi. Ma i flash sono tutti lì attivati da sempre e per sempre nella Luce di Ciò che è, che con assoluta perfezione vibra, manifestando Se Stessa, nell’incommensurabilità dell’infinitesimo e dell’infinito.

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Kempis: “Questa concezione della Realtà esistente, rendendo partecipe della Divinità tutto quanto esiste, spiega come niente e nessuno possa essere considerato reietto , escluso, perduto. Tuttavia , mentre conforta con la certezza che nessuno può perdersi definitivamente – anzi ognuno è destinato fatalmente alla massima gloria dell’esistenza assoluta – può indurre a credere che non abbia alcun valore cercare di mutare gli avvenimenti, migliorare le situazioni e le persone essendo già tutto esistente al di là del tempo e della volontà dell’uomo. Una simile errata conclusione è evitata tenendo presente che, siccome tutto quanto è percepito da ciascun essere, costituisce uno stimolo alla sua evoluzione, alla costituzione e rivelazione della sua coscienza – ed anche se la percezione è comune a più esseri rappresenta per ciascuno un’esperienza personale – ne risulta che tutto quanto esiste è come se esistesse solo ed esclusivamente per ciascun essere, solo per la costituzione-rivelazione della sua coscienza, come se ciascun essere fosse al centro di uno spettacolo vitale concepito solo per lui ed egli fosse l’unico essere ad esistere. Mentre , in realtà, innumerevoli sono gli esseri, pure essendo ciascuno unico e irripetibile . Perciò ciascun essere – essendo come se fosse l’unico  ad esistere – è come se fosse l’unico a partecipare, manifestare, far esistere la coscienza assoluta. Allo stesso modo siccome la realtà colta da ciascun essere è percepita in successione, in divenire, è come se la realtà fosse tale, cioè stesse ora sviluppandosi, prendendo corpo, mentre in effetti la Realtà esiste già nella sua consapevolezza. Tuttavia non potrebbe esistere se non si manifestasse così come ciascun essere la percepisce e la manifesta. Perciò nel momento in cui il sentire è sentito è come se fosse il momento in cui prende esistenza; da qui l’importanza della propria esistenza e della propria volontà.”

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Concepire la Realtà in essere può indurre ad un rassegnato fatalismo. “Tanto tutto è già scritto tanto vale sedersi ed aspettare” Il tamas ovvero la pigrizia non aspetta altro per affermare se stessa. Ma i Maestri ci dicono che se è vero che la Realtà è essere, è altresì vero che noi siamo la Realtà stessa, quindi ogni istante che viviamo è un momento unico ed irripetibile della Coscienza Assoluta, che sì lo trascende, ma anche lo ha in sé a tal punto, che non ne può fare a meno. Nasce perciò la responsabilità della nostra vita, che da una parte rappresenta una scuola, ma dall’ altra esprime e manifesta l’essenza dell’Essere ovvero il sentire di coscienza espressione della Coscienza Assoluta virtualmente frazionata. Da queste considerazioni ne discende che non dobbiamo vedere l’insegnamento dei Maestri del Cerchio come qualcosa che induca all’astrazione o peggio ancora ad un’abulia rinunciataria, ma anzi rappresenta uno stimolo all’azione ed all’impegno, meglio se mossi da una spinta disgiunta dalla ricerca dell’interesse personale, ma anche quando di ciò non se ne può fare a meno e,  per l’uomo di media evoluzione è quasi sempre così,  va bene lo stesso, se poi a tutto questo si unisce la consapevolezza di quale sia la spinta, che muove l’azione, il tutto rappresenta un estremamente significativo ed utile insegnamento per la vita.

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Kempis: “Ciononostante, per la vostra mentalità di uomini inseriti in una realtà di apparente divenire, in cui impera il principio di causa e d’effetto differito, resta difficile capire che senso abbia per esempio, aiutare un vostro simile se egli, per la legge karmica, non abbia via d’uscita; oppure lottare per far volgere gli eventi in un certo modo quando, nel piano divino, fossero stabiliti in modo diverso. Una simile incomprensione ha le sue radici in una coscienza della realtà che è già molto se riesce a stimolare l’uomo ad agire con la promessa di un risultato; una concezione della realtà tutta esteriore; mentre in effetti quello che è considerato mondo esterno è importante nella misura in cui si trasfonde in esperienza interiore; sicché il dare o il fare non sono tanto importanti per la riuscita quanto per il proposito, quanto per l’intenzione del soggetto. Guardiamo più nel dettaglio l’articolazione di tale verità. Esiste una storia generale dell’umanità che è data dalla cronologia degli eventi umani di carattere politico, sociale,  economico, religioso e via dicendo. Tale storia è immutabile, non può essere variata; in essa si intessono le storie individuali, personali degli uomini. Storie particolari, che possono avere – sia pure in misura limitata –  varianti. Non si deve credere che laddove la storia particolare può essere variata –  cioè laddove esiste una possibilità effettiva di scelta – tutto sia lasciato  nella nebbia dell’indefinito. Tutt’altro: nell’Eterno Presente delle situazioni cosmiche esistono già definite tutte le alternative alla scelta possibile. Se, ad esempio, due sono le possibilità che la scelta offre, due sono i rami della storia tracciati. Quindi, non indefinizione, ma doppia definizione. Non si deve neppure credere che la storia generale sia più importante delle particolari; infatti da un certo punto di vista sembrerebbe subordinata ad esse. Ma così non è, tant’è vero che la storia generale è costituita in funzioni delle storie particolari, ma non in dipendenza di quelle. Cioè  la storia generale è costituita in funzione delle esperienze evolutive dei singoli individui e quindi in funzione delle esperienze che essi debbono compiere; ossia non è l’uomo che segue un destino già tracciato è l’inverso: il tracciato è quello che è per offrire all’uomo le esperienze che vuole e che deve avere.”

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La struttura dell’esistente quale i Maestri ci descrivono, spiega perfettamente quale è il senso della nostra vita. Le esperienze, che facciamo, sono create dal  sentire di coscienza in funzione delle necessità della sua evoluzione, ma poiché la coscienza non può non formarsi, che  nella libertà, esistono adeguati spazzi acciocché questa possa esserci. Le così dette varianti rappresentano quegli spazzi e  consistono in  spezzoni di fotogrammi  alternativi a quelli della storia generale. I sentire di coscienza individuali in presenza di tali  serie di fotogrammi, si trovano nella possibilità, di optare liberamente per alcuni di questi o per altri. Le scelte alternative alla storia generale quasi sempre sono  salti di qualità. Va però tenuto presente, che qualora le scelte non fossero nella direzione dell’evoluzione, questa ci sarà  comunque, sia pure al termine del percorso, che in tal caso sarà però più faticoso e quasi certamente doloroso.

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Kempis: “Tuttavia, laddove le scelte individuali andrebbero ad influire nella storia generale – cioè la storia generale diventerebbe dipendente dalla particolare -, perché ciò avvenga il problema è risolto attraverso alla <variante>, alla doppia definizione degli avvenimenti: l’una è quella che gli altri vedono e che per loro costituisce un passaggio obbligato – la storia  generale – ; l’altra è quella vissuta personalmente quale frutto di una possibilità di scelta che si discosta da quello che gli altri debbono necessariamente vedere e vivere e che costituisce la libertà del singolo nelle necessità della collettività. In altre parole, allorché la scelta di un singolo si inserisse nella vita degli altri in modo contrario alla loro necessità evolutiva, la scelta – attraverso ad una variante – sarebbe vissuta da lui solo, proprio per evitare l’interferenza. Supponiamo che un capo di stato sia posto di fronte al dilemma di porre il suo popolo in guerra o no. Chiaramente la guerra è un evento generale e quindi invariabile, perciò se il capo di stato avesse la libertà personale di sottrarsi  alla guerra  – cioè la possibilità di non dichiararla per vivere in pace – a scelta operata solo lui vivrebbe la pace, mentre tutto il suo popolo vivrebbe la guerra. L’esempio, ovviamente è radicalizzato, portato agli estremi limiti, paradossale; però spero che se anche è irreale, serva a farvi capire la realtà.  Già sento qualcuno di voi concludere : < Se la guerra è un avvenimento predestinato,  è inutile pregare o manifestare perché non avvenga > Ed eccoci tornati al nocciolo del problema. Secondo voi, che il capo di stato firmi o non firmi la dichiarazione di guerra, è lo stesso ? Spero che riusciate a capire che se anche la guerra deve scoppiare, è estremamente importante che il capo di stato scelga la pace: l’atto investe la sua persona, la sua intenzione e quindi la sua comprensione, la sua evoluzione, la sua coscienza – che si tratta di avere o non avere, che c’è o non c’è. Vi pare poco?”

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Il sentire di coscienza è il punto di riferimento di ciò che E’. Niente esiste, che non senta, o non sia sentito. Lo scopo perciò dell’ apparenza e della forma è duplice: Affermare l’esistenza della coscienza stessa e fare sì che questa  percorra tutto il cammino dall’atomo di sentire fino alla Coscienza  Assoluta. Cammino però solo virtuale, perché virtuale è il primo frazionamento nell’atomo del  sentire, che lo è tale, non perché  veramente lo sia, ma perché così crede d’essere,  quale conseguenza delle sue  limitazioni, anch’esse non oggettivamente reali. In sintesi si può dire che è una grande illusione quella che ci avvolge e ci fa credere di essere un io che  agisce, percepisce, si emoziona e pensa. Mentre si tratta di tanti modi di essere della coscienza, che sono lì stampati, in una fissità eterna, e  che la Coscienza Infinita contiene in sé, al di fuori di ogni idea di spazio e di tempo. Con questa premesse appare chiaro perché i Maestri dicono che non è tanto importante che un avvenimento accada o no, ciò dipende dall’economia delle cose. Quanto, ai fini dell’evoluzione del singolo, ha valore l’intenzione, quale motivazione della sua scelta. Si capisce perciò il valore e l’importanza dell’insegnamento del Maestro Claudio, che invita a volgere la consapevolezza all’intenzione, in quanto cartina di tornasole del sentire di coscienza relativo in ogni flash della sua manifestazione.

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Kempis: “Certo, ai fini collettivi la decisione del singolo non può mutare ciò che gli altri debbono avere o non avere, ma al fine individuale quanta importanza ha che si faccia o non faccia una cosa indipendentemente da quello che sarà il risultato! Se pensate che sia inutile cercare di aiutare i vostri simili  perché comunque voi facciate le cose andranno come è scritto che vadano, vi dico che in ogni caso una cosa importantissima verrà a mancare: quella per la quale tutto esiste e vive, per la quale si succedono i giorni, le vite, le storie: la  vostra coscienza, quella coscienza che è la manifestazione di un Dio nell’essere e in forza della quale esistiamo e per mezzo di cui nulla, infine , può rimanerci estraneo, dandoci essa la plenitudine assoluta. Sicché, pregate o manifestate per la pace; anche se non potete cambiare le cose che non possono essere cambiate, potete cambiare voi stessi e con voi stessi il mondo, la realtà nella quale vivete. Se anche il vostro operare altruistico non raggiungerà lo scopo prefissato, voi ,operando , vi porrete dalla parte giusta. E questo vi pare poco o inutile?”

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La chiusura di questa comunicazione è leggermente diversa dal solito, ma comunque  molto significativa. L’essenza  della metafisica del Maestro Kempis trova la sua estrinsecazione sul piano della vita per noi ordinaria. “L’azione disgiunta dall’interesse personale” o come dice la Bhagavad-Gita  “L’azione senza frutti”  rappresenta veramente una delle principali  finalità  dell’incarnazione umana. Quando questa si realizza, vuol dire che il sentire di coscienza, che la esprime, ha superato quelli limitazioni, che lo tengono  legato all’io egoistico. Allora l’unitàcon il Tutto si realizza senza ostacoli od interruzioni, mentre  la consapevolezza di ciò diviene permanente. Quando viene acquisito un tale stato di coscienza, l’ identificazione con l’ Assoluto, che ne consegue, può essere perfettamente espressa dalla frase “Tutto mi parla di Te”.   


[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.