Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 177-185
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Dicesi «vita», secondo la definizione accademica, lo stato di attività della materia diffusa nel cosmo e specialmente della materia organica. Questa definizione bene si adatta al concetto di vita di cui noi abbiamo parlato, secondo il quale tutto vive. Infatti, se vita è lo stato di attività della materia, non c’è materia che non sia in stato di attività quanto meno a livello sub-atomico; quindi non c’è materia che non viva. D’altra parte, filosoficamente, la vera assenza di vita, la cosiddetta morte, può essere solo la non esistenza. Ma ciò che non esiste non può essere preso in considerazione, non può servire per affermare l’esistenza di qualcosa.”
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Trovo discutibile dire che la morte equivalga alla non esistenza anche se da un punto strettamente filosofico, ovvero logico, il ragionamento rimane astratto e formale per cui la materia, come noi la concepiamo ordinariamente, non rientra in tale categoria, del resto questa stessa materia non è così inerte come appare, ma come lo stesso Maestro ha già detto, a livello subatomico è costituita da particelle in un continuo brulicare di vertiginosi movimenti.
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Kempis: “La conferma del concetto filosofico si ha dalla fisica: infatti, se lo stato di attività sub-atomico della materia cessasse (cioè la materia morisse, secondo il concetto accademico di vita) la materia cesserebbe di esistere. A quel punto non sarebbe materia morta, non sarebbe niente, e, non esistendo più, non si potrebbe dire che cosa sarebbe. Questo è solo un ragionamento per assurdo, perché si sa benissimo che niente può annullarsi in senso assoluto; quindi la non esistenza può intendersi solo in senso relativo: cioè non esistere più nel modo in cui la cosa esisteva, ma esistere ancora in altro modo. Perciò la morte può essere solo” un cambiamento di stato di essere e non un annullamento; così come è per la materia che compone il corpo dell’uomo.”
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Siamo arrivati al dunque, ad affrontare il problema della morte per ogni essere vivente. Per quello che riguarda il corpo fisico appare palese che si tratta di particelle che rompono fra loro i legami per andare a fare parte di altri aggregati molecolari, le cui funzioni sono ben diverse dalle originarie. C’è da domandarsi cosa accade a quelle funzioni che al corpo fisico stesso sono attribuite, ma la cui natura trascende il piano fisico, ovvero a quel sentirsi d’esistere che sembra rappresentare la vera essenza della vita?
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Kempis: “Resta da vedere se la coscienza di esistere, quella che ci fa sentire vivi, è un prodotto del corpo fisico ed è legata ad esso così com’è organizzato a tal punto che, cambiando stato a seguito della morte, la coscienza sparisce – oppure essa coscienza ha una sua autonomia rispetto al corpo, come sembrano farlo credere le esperienze extra-corporee, ed in tal caso permarrebbe anche, oltre la disgregazione del corpo, come noi del resto affermiamo. Ma non è questo il problema del quale intendo parlare.”
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Il problema della sopravvivenza del sentire evidentemente non è argomento di questa comunicazione, comunque rimane un postulato fermo di tutto l’insegnamento dei Maestri del Cerchio, senza di esso cadrebbe tutto l’impianto di quello che loro vogliono rappresentare quale verità più vicina alla Realtà.
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Kempis: “Infatti intendo riprendere il discorso della vita macrocosmica e della vita microcosmica impostato alcuni lustri fa. «Tutto vive» abbiamo detto, ma questo comune stato di tutto quanto esiste può essere catalogato convenzionalmente in modo diverso. Sono forme di vita diverse quelle, per esempio, degli animali, dei vegetali, dell’universo. Noi abbiamo convenzionalmente distinto l’unica vita che anima tutto quanto esiste in vita macrocosmica e vita microcosmica, a seconda che l’attività vitale e perciò il retaggio del vivere faccia capo al macrocosmo o al microcosmo. Così, per esempio, la vita della materia, considerata indipendentemente da ciò che la materia stessa compone, che può anche essere un organismo animale, è vita macrocosmica; cioè vive di vita macrocosmica la materia di ciascun piano di esistenza indipendentemente da come tali materie sono utilizzate per costruire gli oggetti o i corpi degli esseri.”
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È evidente che i due concetti di macrocosmo e microcosmo sono due astrazioni virtuali nella realtà del sentire di coscienza assoluta, ma fanno parte della sua intrinseca struttura. Dal punto di vista della sostanza può aiutare una figurazione del tipo: Assoluto quale corpo fisico che contiene nella sua totalità le singole cellule che lo compongono, aventi ciascuna di esse, quali microcosmi, una loro struttura propria, formata però dalla stessa sostanza che compone anche il corpo fisico, che le ha in sé. Questa molto elementare ed approssimataimmagine può aiutare ad attivare l’intuizione proiettandola nella dimensione a lei più appropriata per la comprensione.
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Kempis: “La vita macrocosmica, nell’illusione del divenire, ha un inizio con l’emanazione del cosmo e cessa a riassorbimento cosmico avvenuto. Ripeto: nell’illusione del divenire, perché in realtà tutto è. Le materie hanno un ciclo di vita e quindi, in qualche modo, un ciclo evolutivo che occupa l’intero ciclo cosmico. Chiamiamo invece vita microcosmica quella che fa capo (e che cosa intendiamo con fare capo l’ho detto prima) ai microcosmi, agli individui, in senso spirituale. La forma più semplice di vita microcosmica è il processo di cristallizzazione. Quella più complessa è la vita umana. Tuttavia ripeto, tanto le sostanze che si cristallizzano, cioè dànno luogo al processo di cristallizzazione, quanto quelle che costituiscono il corpo dell’uomo, vivono di vita macrocosmica. Se mai, per esempio, è il corpo umano nel suo insieme, con la sua attività, che vive di vita microcosmica; è il corpo umano come organismo costituito, non le sostanze chimiche che lo costituiscono, che reca un retaggio di esperienze all’individuo; perciò è il corpo umano compiuto che vive di vita microcosmica.”
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Naturalmente questa descrizione avviene in una realtà in essere anche se la nostra percezione dà una rappresentazione, che fa apparire il mondo in divenire. Come i Maestri hanno già detto, la sostanza che compone gli esseri è unica, ed appartiene al macrocosmo, mentre i singoli corpi sono l’apparente forma dei sentire di coscienza, determinati dal frazionamento virtuale dell’Assoluto. Ciò che ora abbiamo affermato, è però soltanto una verità di passaggio, in quanto non esiste la dualità con una sua oggettività. Ogni cosa, o sente, ed è quindi una coscienza, o ne è il prodotto, espresso secondo le limitazioni della stessa, le quali seguono la logica della sola e primaria limitazione cosmica.
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Kempis: “La vita microcosmica la ritroviamo anche in organismi più semplici e assai più piccoli: per esempio è vita microcosmica la vita di un ‘ameba, di un batterio, di un microbo. Insomma ogni individuo biologico è una vita microcosmica. La vita microcosmica ha un ciclo, una durata: permane finché dura il principio della nutrizione, della sensazione e dell’eventuale moto. Se prendiamo in esame un organismo complesso, per esempio il corpo umano, vi possiamo osservare la vita delle materie, delle sostanze che compongono le cellule del corpo. Ed è vita macrocosmica. Inoltre vi troviamo la vita delle cellule e la vita dell’organismo nel suo complesso, cioè la vita dell’uomo. Negli organismi più semplici l’attività degli organismi stessi si identifica con l’attività delle cellule che li compongono. Negli organismi complessi la vita cellulare è la vita dell’essere, dell’individuo; pur influenzandosi a vicenda, sono distinte: ognuna ha un suo retaggio.”
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La complessa trama della vita si manifesta palesemente in queste argomentazioni. Le materie che danno corpo ad ogni tipo di essere fanno parte della vita macrocosmica, mentre i singoli esseri costituiscono vite microcosmiche, ma mentre le singole cellule costituiscono organismi identificabili con la loro stessa attività,i corpi pluricellulari hanno differenti attività dovute alle vite diverse che li compongono. Esse s’influenzano ma con percorsi completamente differenti. Tutto ciò dà una splendida immagine della struttura dell’Esistente, nel quale il particolare e l’universale ,fra loro autonomi ma anche dipendenti, ritrovano la loro unità in virtù di leggi, che per loro intrinseca necessità, conducono all’armonia dell’Uno. Eclatante esempio è la legge del karma, che legando gli effetti alle proprie cause, consente il superamento delle limitazioni dovute al virtuale frazionamento della coscienza assoluta.
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Kempis: “Ora, siccome la vita, come minimo, è sensazione, e siccome l’essere, l’individuo, delle sensazioni dei miliardi di cellule che compongono il suo corpo al massimo non ha che un senso di dolore quando alcune di esse si trovano in situazioni contrarie alla vitalità, c’è da chiedersi a chi fa capo il retaggio della vita delle cellule degli organismi nei quali essa è distinta dall’attività dell’organismo nel suo complesso. In quegli organismi la vita delle cellule, essendo esse individui biologici, a quale microcosmo fa capo? A quello a cui fa capo l’attività dell’organismo, oppure ad un altro?”
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La domanda è quasi retorica, perché è evidente che in noi ci sono almeno due organismi vitali: uno è quello al quale fanno capo le nostre cellule, l’altro è quello dell’individuo, del quale abbiamo chiara consapevolezza. Questo aspetto dell’insegnamento fa molto riflettere, soprattutto perché mette in qualche modo in crisi la presunzione dell’io, che crede di essere una realtà monolitica, mentre è frutto di strutture molteplici, anche se tutte volte a sostenere una coscienza unitaria ed omnicomprensiva. L’affermazione che dice: “Essere l’uomo fatto a somiglianza di Dio”, appare ora comprensibile grazie alla descrizione dell’individuo, che il Maestro Kempis dà.
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Kempis: “Prima di rispondere a questa domanda credo sia utile rimettere a fuoco alcuni concetti, primo fra tutti che lo scopo per il quale ogni essere esiste è quello di manifestare, rivelare, far esistere un grado di coscienza. Ogni essere è un’infinitesima parte costituente della coscienza assoluta. Le coscienze che gli esseri manifestano non sono solo diverse le une dalle altre, ma analoghe in qualità; cioè non sono come tanti atomi differenti gli uni dagli altri però eguali come entità; no, sono di ampiezza diversa. La più semplice forma di coscienza è la coscienza di esistere; la più complessa è la coscienza assoluta. Esiste un collegamento indistruttibile che unisce, in successione, le forme più semplici di coscienza con coscienze sempre più ampie, fino alla coscienza assoluta. È questo collegamento che impedisce di essere ad ogni manifestazione di coscienza, cioè ad ogni essere, un episodio a sé stante, fine a se stesso, destinato a consumarsi nella sua stessa esistenza; e ne fa invece un momento di un’esistenza senza fine, in cui finisce solo ciò che è limitato, incompleto e perciò inappagato.”
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La Coscienza Assoluta è unitaria e totale, ma intrinsecamente è poliedrica, ovvero fatta di un numero quasi infinito di sfaccettature, ognuna delle quali è un fotogramma della nostra esistenza, da ciò ne deriva l’importanza e la bellezza di ogni attimo della nostra vita. Se ne fossimo sempre consapevoli, cesserebbe immediatamente ogni forma di sofferenza ed una gioia infinita pervaderebbe la nostra esistenza. È a questo che l’insegnamento delle nostre Guide vuol condurci, ma il sentiero prevede che ogni esperienza venga vissuta e solo allora si potrà dire “Tutto è compiuto “.
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Kempis: “L’essere che ciascuno di noi è, nel presente, è quindi un momento dell’esistenza del nostro vero completo essere, che include le più elementari manifestazioni di coscienza già compiutesi con le manifestazioni delle più semplici forme di vita e comprende la coscienza per eccellenza che non conosce limitazione, mèta del nostro apparente divenire. Il nostro vero essere di cui noi siamo momentanea, limitata espressione è un essere ultra cosmico che affonda le radici nel nostro cosmo, o meglio che ha in noi le sue radici di questo cosmo, ma che nella sua interezza comprende tutto quanto esiste in senso assoluto.”
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Il mantra “Hari Om TatSat”(Tu sei quello) sintetizza perfettamente il concetto espresso dal MaestroKempis. Per riuscire a intuire ciò è necessario abbandonare completamente ogni forma di consapevolezza fisica, emotiva e mentale che l’attaccamento dell’io non vuole mollare. La volontà da sola non può farlo ottenere,perché tutto dipende dall’individuale sentire di coscienza, che seppure espressione diretta di Dio, finché non sia stata sperimentata e quindi compresa mediante le innumerevoli esperienze, non riesce, sia quantitativamente che qualitativamente, a manifestare pienamente la sua vera essenza.
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Kempis: “Ora, la coscienza assoluta, per il fatto di comprendere ogni altra coscienza, non si deve credere che non sia una e unitaria. Così come la coscienza che noi esprimiamo è la sintesi di molte altre coscienze (pur essendo ciascuno di noi, come essere, come coscienza, come consapevolezza, una unità, un sentire unitario) similmente è della coscienza assoluta. Dunque il nostro vero essere comprende, perché ha manifestato, stati di coscienza più limitata di quella che attualmente nella successione logica sta esprimendo. Questi stati di coscienza elementari, che gli esseri hanno, sono manifestati, nel piano fisico, dalle più semplici forme di vita, nelle quali la coscienza di esistere si chiama sensazione.”
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In queste parole del Maestro si concentra, in una splendida sintesi, l’essenza del significato “fusione –trascendenza”. Questa modalità della coscienza avviene a vari livelli sia nel micro che nel macro. L’unità non è monolitica, ma è risultato della sintesi di processi dialettici nei quali gli opposti si confrontano, si combattono per poi essere superati da passaggi di piano e di prospettiva. Si può dire che il vero scopo dell’esistenza sia racchiuso in questo mistero, dove il divenire, percepito quale motore reale della vita, trascende se stesso per rifluire nella dimensione di un immutabile eterno presente.
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Kempis: “Perché vedete: ci sono delle forme di vita le quali, se si escludono le funzioni di riproduzione, sono molto più elementari dei robot costruiti dall’uomo. Infatti, ciò che rende inimitabile la vita creata dalla natura non sono le funzioni vitali né quelle che gli organismi viventi compiono, bensì è la coscienza e, nella sua forma più semplice, la sensazione, che l’uomo non riuscirà mai a dare ad una macchina da lui creata, per quanto, ripeto, essa macchina possa svolgere un’attività assai più complessa di quella svolta dall’uomo. Si può dare la sensibilità ad una macchina (per esempio: la sensibilità alla luce, al colore e via dicendo) in forma assai maggiore di quanto riesca a fare la natura; le si può insegnare che fare una certa cosa dà piacere mentre subirne un’altra è doloroso, ma tutto ciò farà parte di un programma, di una convenzione apriori stabilita e non realmente sentita, non corrisponderà ad una reale sensazione. Mentre la vita microcosmica, anche nelle sue forme più semplici, è sempre sensazione.”
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Tutto è coscienza per l’esoterismo, perché niente può esistere che non senta o che non sia sentito, ovvero una forma creata dalla coscienza stessa e dalla materia che la compone. Quale può essere una definizione di coscienza che possa farci veramente intuire l’essenza di questo concetto ? Forse quella spinta che ci fa fare qualcosa, per noi intimamente giusta, anche se con conseguenze spiacevoli per l’io?
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Kempis: “Avere sensazioni significa avvertire, sentire delle impressioni, perciò avere la sensibilità, avere dei sensori, dei sensi, come li hanno i robot; ma in più vivere quei segnali colti dai sensi, sentirli come impressioni gradite o sgradite, tanto da farle essere la propria esistenza. Si hanno delle sensazioni allorché i propri sensi sono stimolati dall’ambiente, dal mondo cosiddetto esterno; cioè allorché qualcosa dal di fuori (questa distinzione «fuori-dentro» è convenzionale) raggiunge l’intimo dell’individuo.”
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I veicoli del mondo della percezione sono come degli automatismi e reagiscono alle impressioni meccanicamente, ma dietro ad essi c’è il sentire di coscienza, che trasforma queste percezioni meccaniche in stati di consapevolezza e poi coscienza che in sintesi costituiscono l’esistenza stessa dell’essere. Questa in fondo è la via dell’evoluzione. Da porre attenzione alla nota riguardo al «fuori-dentro» vista come una distinzione convenzionale. Infatti, per i Maestri del Cerchio, ciò che ci appare, è frutto della creazione-percezione del sentire di coscienza relativo, quindi è assurda una tale distinzione, non c’è né un dentro né un fuori, perché la realtà è unità, sia quando è relativa sia quando è assoluta.
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Kempis: “Sotto questo profilo avere sensazioni è un momento di passività dell’individuo. Ma la vita microcosmica, nelle sue forme più semplici, non è solo passività, ricettività: è anche espressione; cioè è anche portare nell’ambiente esterno ciò che nell’intimo è percepito. Quando, ad esempio, una pianta soffre, manifesta il suo stato di sofferenza con un deperimento della rigogliosità. Ogni vita microcosmica è sempre, come minimo, sensazione ed espressione. Questo percepire ed esprimere, nelle forme di vita più semplici, conseguenza della legge di azione e reazione, è il gioco su cui poggia, si manifesta la coscienza di esistere: il sentirsi d’essere, che è la forma più semplice di coscienza: E questa forma più semplice di coscienza è la prima di moltissime altre forme che costituiscono la completezza di ogni essere.”
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La coscienza ha due modalità di essere, una la potremmo dire passiva, che consiste nel recepire ciò che da essa stessa proviene, una attiva che si manifesta sotto forma di creazione-espressione. Nella dimensione del macrocosmo, ovvero della coscienza cosmica, questa creazione-espressione è rappresenta dallo spazio-tempo nel quale viviamo e che costituisce il film della nostra esistenza.
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Kempis: “Ogni forma di coscienza è un momento dell’essere cosmico a cui appartiene; così come il fanciullo è un momento dell’essere uomo che comprende tutti i momenti dall’infanzia alla vecchiaia. Ogni stato di coscienza non elementare è la conseguenza logica della manifestazione di molti stati di coscienza elementari, di molti «atomi di coscienza», come noi li abbiamo definiti, e ciascun atomo di coscienza poggia la sua manifestazione, la sua rivelazione, sulla manifestazione nella dimensione fisica di un altissimo numero di vite elementari, in cui il sentire è solo sensazione. È un errore perciò dire che l’anima dell’uomo proviene dai regni naturali; giusto è dire che l’essere di ciascuno, di cui l’uomo costituisce una fase della manifestazione, affonda le sue radici nei regni minerale, vegetale e animale.”
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Cosa intende Kempis per “Essere” di ciascuno? Forse è quello che una volta i Maestri chiamavano “Individualità”, ovvero come una collana di perle, formata da sentire di coscienza relativi, logicamente legati tra loro, che vanno dal sentire con il massimo numero di limitazioni fino, di fusione in fusione, al sentire con l’ ultima limitazione, dopo la quale c’è solo la Coscienza Assoluta.
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Kempis: “Su queste vite si fonda la manifestazione della coscienza individuale. Ognuna di esse costituisce un centro di sensazione e di espressione ed è collegata ad un atomo di coscienza. Ma badate bene: non intendo dire che ogni individuo biologico abbia, in senso esclusivo, il suo atomo di coscienza, bensì che gruppi e catene di individui biologici fanno capo ad un atomo di coscienza. Ognuno di quegli individui è un centro sensore di un centro comune al gruppo a cui appartiene, centro comune che costituisce il nucleo di manifestazione dell’atomo di coscienza di una individualità. Al più semplice stato di coscienza di ogni individualità sono legati miriadi e miriadi di individui biologici appartenenti ai tre regni naturali, secondo catene e gruppi che esprimono in successione una vita di sensazione sempre più vasta ed un grado di mente che via via accenna sempre più a intellettivizzarsi. A mano a mano che tale processo avanza diminuisce il numero di individui biologici a cui l’atomo di coscienza è legato.”
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All’inizio dell’evoluzione, quando il sentire di coscienza è solo un atomo di sentire, perché massimamente limitato, non c’è un unico individuo biologico corrispondente, ma c’è una miriade di individui biologici le cui esperienze portano elementi di conoscenza al singolo relativo sentire di coscienza, che proseguendo nella sua evoluzione, ha sempre meno bisogno di esprimersi tramite un numero diversificato di corpi fisici, fino a quando giunge alle soglie dell’evoluzione umana. Allora avviene quella che viene chiamata l’individualizzazione, ovvero un salto quantico di energia, sia quantitativo che qualitativo. Al sentire di coscienza corrisponderà un solo individuo biologico, inizia a quel punto l’epopea del formarsi e crescere dell’autocoscienza.
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Kempis: “Così come nell’essere cosmico la coscienza cosmica è una, mentre gli atomi di coscienza sono innumerevoli, così ad ogni atomo di coscienza è legato un solo individuo biologico capace di esprimere l’inizio di una vita intellettiva (per esempio un cane), mentre sono legati moltissimi individui biologici che esprimono solo sensazione. Questi sono due estremi di una scala in cui appunto il numero di individui della stessa specie legati all’atomo di coscienza è in rapporto inverso alla vita intellettiva espressa: quanto minore è il grado d’intelletto espresso – cioè quanto più semplice è la forma di vita – tanto maggiore è il numero degli individui della stessa specie che recano le esperienze ad un centro comune. Tutto questo perché, data la poca duttilità e versatilità, delle forme di vita semplici, la varietà delle esperienze necessaria alla manifestazione di quel tipo di coscienza sensoria è ottenuta attraverso alla ripetizione. Tale ripetizione non avviene solo per mezzo delle vita di più individui biologici che si succedono nel tempo, ma è molteplice anche perché utilizza l’esperienza di tanti individui contemporanei e dei loro successori.”
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È interessante notare come, prima dell’evoluzione umana, avvenga sì ancora la reincarnazione, ma espressa da tanti sensori capaci di dare esperienze multiple al sentire di coscienza unitario al quale fanno capo. Questi sensori, o individui biologici portano conoscenza al sentire e sono distribuiti nello spazio e in una contemporaneità di tempo.
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Kempis: “L’esempio classico dell’alveare ci chiarisce le idee: moltissime api che vivono contemporaneamente e che recano le proprie esperienze sensorie al centro comune dell’alveare, la cosiddetta «anima gruppo», che è il nucleo della manifestazione dell’atomo di coscienza. Ma la varietà delle esperienze sensorie dell’anima dell’alveare non si esaurisce in una generazione di api: si ripete nelle successive generazioni. Ogni individuo biologico, cioè ogni ape, è come se fosse un sensore dell’anima dell’alveare, la quale, proprio attraverso ai sensori rappresentati dalle api, estende nello spazio e nel tempo, aumentandoli di molto, la sua possibilità di esperire.”
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Questo esempio è molto chiarificatore, se ne potrebbero aggiungere una miriade di altri, dal branco di pecore, alla mandria di vacche, cavalli ecc.. ma più di tutti può essere utile pensare ai miliardi di cellule del nostro corpo, che insieme portano le loro esperienze ad un unico sentire di coscienza, che pur non identificandosi con quello al quale fa riferimento l’essere del quale noi abbiamo consapevolezza, contribuisce a creare la vita che noi sperimentiamo quotidianamente. È evidente che ci deve essere un legame fra questi differenti sentire di coscienza, che sia pure su livelli molto diversi, hanno collegamenti antichi di relazione, ovviamente di ciò non ne siamo consapevoli, ma questo prova l’unione intrinseca tra le forme dell’esistente dovuta all’unità del Tutto.
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Kempis: “Prima ho detto che un’ape è un individuo biologico. Ma se per individuo biologico si intende un ente che ha una sua vita autonoma, distinto da ogni altro della medesima specie, allora anche una cellula è un individuo biologico: essa manifesterà una forma di vita più semplice di quella manifestata dall’ape, ma sarà sempre una forma di vita. Si trova così la necessità di distinguere gli individui biologi in semplici e complessi. Sono individui biologici semplici, per esempio, gli organismi unicellulari, le singole cellule che compongono un tessuto vivente e così via. Mentre sono individui biologici complessi gli organismi composti da cellule che svolgono un’attività vitale che non si identifica con quella delle cellule che li compongono. Per esempio la nostra ape è un individuo biologico complesso; infatti essa è costituita da cellule che hanno una propria attività vitale che però non si identifica con l’attività vitale in sé dell’ape. Altrettanto si può dire, ad esempio, del corpo dell’uomo, costituito da miliardi e miliardi di cellule aventi tutte un’attività vitale distinta dall’attività dell’uomo come individuo. Ogni individuo biologico semplice o complesso vive di vita microcosmica. Solo la materia considerata allo stato atomico vive di vita macrocosmica.”
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L’Essere è unitario ma non monolitico, così anche si presenta nel mondo dell’apparenza. I sentire di coscienza relativi assumono la forma di individui variamente strutturati e tali da riproporre in analogia la modalità dell’Assoluto. Non si è sbagliata la Bibbia nel dire che “Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza” se mai si potrebbe aggiungere che ciò vale per ogni essere esistente. Se pensiamo bene, tutto ciò è più che naturale, se consideriamo che il divino esprime se stesso in ogni cosa e che niente esiste al di fuori di Lui. Comunque le conclusioni alle quali giunge il Maestro Kempis sono molto significative e chiare.
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Kempis: “Un uomo, quindi, come individuo biologico complesso vive di vita microcosmica; le cellule che compongono il suo corpo, quali individui biologici semplici, vivono di vita microcosmica, mentre la materia che compone quelle cellule vive di vita macrocosmica.” “E con questo siamo tornati alla domanda che ci eravamo posti, e cioè: la vita, come minimo, è sempre sensazione, è sempre esperienza ed arricchimento; allora, la vita delle cellule del corpo umano, per esempio, chi arricchisce? L’uomo od un altro microcosmo? Se la sensazione è quello strumento meraviglioso capace di evocare, far manifestare la coscienza, è chiaro che per produrre i suoi effetti deve essere «percepita». Ora, il possessore di un organismo – un individuo biologico complesso- dell’attività vitale delle cellule componenti il suo organismo ne recepisce, ne avverte solo un’esigua parte. Perciò è chiaro che il microcosmo che si manifesta attraverso ad un organismo non è lo stesso beneficiario delle esperienze sensorie delle cellule che quell’organismo compongono.”
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Si pone a questo punto il problema della relazione che esiste fra l’organismo al quale fanno capo le singole cellule e quello del quale noi siamo consapevoli e che esprime sostanzialmente la sintesi delle esperienze fatte dall’organismo complesso. In ultima analisi può configurarsi una perfetta analogia fra quello che ciascuno di noi sta vivendo e la coscienza cosmica, conclusione finale della fusione di tutte le coscienze relative che la compongono. Possiamo riportare tutto ciò nel nostro intimo ed interrogarci: che rapporto c’è fra noi e Dio ? Probabilmente la risposta non può essere della ragione, strumento di conoscenza della mente, ma soltanto dell’intuizione, che è propria dell’anima.
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Kempis: “Nella vita di un organismo due sono i microcosmi che si manifestano e traggono evoluzione: uno, a cui fa capo l’attività delle cellule che compongono quell’organismo e che esprime il più semplice grado di coscienza, quello che si identifica con la vita di sensazione; l’altro, a cui fa capo l’attività vitale dell’organismo in sé e che si esprime in un complesso grado di coscienza. Quando affermiamo che nella molteplicità della natura tutto è uno, affermiamo la somma verità che irrompe evidente e prepotente dalla conoscenza.”
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Interessante e molto particolare è questa visione che ciascuno di noi può avere di se stesso come un duplice sentire: uno primordiale legato all’attività delle cellule che compongono il nostro corpo, l’altro quello del sentire del quale abbiamo parziale consapevolezza, ma entrambi danno luogo all’unità del nostro essere. Questa però è soltanto la prospettiva umana, ben più ampia è quella della coscienza assoluta, nella quale l’unità, pur nella sua poliedricità, è essenza. Tutto ciò ci fa meglio intuire il concetto del virtuale frazionamento del sentire assoluto nei sentire relativi, del quale parlano i Maestri. Infatti la concretezza di tale visione, aderente alla percezione ordinaria, permette di superare la difficoltà della sua astrazione.
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Kempis: “Anche solo guardando il mondo fisico si scopre la coesistenza di un numero altissimo di forme di vita che cooperano o si combattono; ma nell’uno o nell’altro caso è dalla vicinanza, dalla comune esperienza, che si produce quel miracolo della manifestazione della coscienza, sia esso solo sensazione o sentimento del bene e del male liberamente scelto. La reciproca dipendenza, che dà un retaggio di reciproco arricchimento, cementa le molteplici e innumerevoli forme di vita in un solo unitario organismo in cui l’esistenza di ciascuno non serve mai solo a se stessi.”
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Questa affermazione permette di dare importanza, significato e valore alla vita in comune alla quale siamo obbligati dallo sviluppo dell’odierna civiltà, basato essenzialmente su un’ economia che richiede forte collaborazione e partecipazione. Ovviamente non possono sfuggirci le difficoltà che si presentano, le cui radici hanno però origine nelle limitazioni della coscienza umana giunta all’attuale grado di evoluzione. La possibilità di andare oltre, sarà data dalla volontà costante di mantenere e sviluppare la consapevolezza delle intenzioni profonde che sono alla base delle nostre azioni. Questo continuamente ci insegnano i Maestri del Cerchio e in esso risiede il fulcro del Loro insegnamento.
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Kempis: “Il più recente esempio che possiamo fare con quello che vi abbiamo detto lo possiamo prendere dalla vita del vostro corpo, che non serve solo alla vostra evoluzione individuale, ma serve anche alla manifestazione di forme di vita più semplici, le quali manifestano forme di coscienza più elementari. A tacere poi di quello che voi, come individui, portate, consciamente o no, nella vita del vostri simili.”
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Ancora una volta abbiamo la rappresentazione della realtà come fusione della collaborazione di diversissimi gradi di coscienza. Così accade fra i sentire delle coscienze delle cellule e gli organi del nostro corpo, e poi direttamente sullo stesso nostro sentire individuale. Il divino è multiforme e noi ne rappresentiamo un suo infinitesimo, ma se soltanto venisse meno un solo atomo, quale noi siamo di esso, crollerebbe completamente tutto. Ciò lungi da alimentare il nostro orgoglio, può però fare svanire ogni nostro timore e qualsiasi, anche momentanea, depressione.
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Kempis: “Allora nuovamente torna la riflessione: che senso ha credersi non bisognosi degli altri, a loro superiori e rifiutarli quando, nostro malgrado, per nostra fortuna, non possiamo isolarci, disgiungerci gli uni dagli altri? Se questa è la realtà, perché non prenderne coscienza?, scoprire tutto il meraviglioso intreccio che congiunge in un abbraccio tutti gli esseri? Perché sentire estranee a sé le creature che sono di se stessi complemento? Invero un simile atteggiamento, oltre che essere innaturale, è illogico. Perciò, rendetevi consapevoli della meravigliosa Realtà in cui esistiamo; deponete ogni motivo di isolamento, separazione; considerate ogni essere una parte di voi stessi perché, con la sua vita, contribuisce alla manifestazione della vostra coscienza, intesa quanto meno come coscienza di esistere, quindi contribuisce al vostro sentirvi di essere, alla vostra esistenza; e considerate voi stessi quali unità di una molteplicità il cui dovere non è quello di asservire gli altri a sé, bensì quello di esseri strumenti della loro evoluzione.”
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La chiusura del Maestro Kempis potrebbe sintetizzarsi nel comandamento di Gesù:’ Ama il prossimo tuo come te stesso’. Potrebbe bastare tale affermazione per esprimere il senso profondo di qualsiasi religione od insegnamento spirituale, ma la bellezza del messaggio dei Maestri del Cerchio Firenze sta nel dare la ragione logica di tutto ciò, che ha il suo presupposto nella struttura stessa dell’esistente, che se anche soltanto formulata verbalmente, apre le porte all’intuizione dell’anima, la quale permette di trasformare una consapevolezza soltanto mentale in una comprensione della coscienza, che trova così il suo ampliamento oltre i limiti della sua essenza.
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[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.