Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 186-194
Commenti a cura di Andrea Innocenti
Kempis: “Oggi fa ridere la battuta di quel medico che disse: “Ho fatto tante necroscopie, ma l’anima non l’ho mai trovata” e ancora di più fa ridere la contro-battuta del credente che ribadiva: “Per forza, l’anima aveva già lasciato il corpo!” Tutto questo potrebbe far pensare che a parlare fossero dei profani, cioè persone che non avessero la preparazione necessaria ad indagare una realtà particolare: da ciò l’errore concettuale. E concediamolo pure. Tuttavia un simile errore concettuale l’hanno avuto, in tempi assai più recenti, persone che la preparazione avrebbero dovuto averla, visto che indagavano nel campo della parapsicologia, mentre chiaramente non l’avevano perché fecero la bella pensata di scoprire se l’anima c’è, pesando il corpo prima e subito dopo la morte. Ma ciò non è tutto: nell’era dei voli spaziali, qualche astronauta ha osservato che Dio non esiste perché lui non l’ha incontrato nei cieli da lui percorsi.”
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Il Maestro Kempis inizia la sua lezione con la sua solita e sferzante ironia. Forse vuole stimolare l’ascoltatore a concentrare le sue conoscenze, fino ad ora acquisite mediante l’insegnamento dei Maestri del Cerchio, in una meditazione profonda che lo metta in sintonia con il piano dell’intuizione, il solo che permetta di prefigurare Dio in un modo meno elementare da come di solito viene rappresentato dalle religioni o all’opposto negato da filosofie che si avvalgono di argomentazioni rozze e grossolane.
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Kempis: “Non sorridete con tanta sicurezza perché sono sicuro che anche voi, e sia detto senza offesa, non siete poi da meno. Sono sicuro che voi collocate Dio, se non nei cieli, negli alti piani spirituali; cioè pensate che, se vi fosse consentita l’entrata in quelle dimensioni, vedreste Dio. Tutto questo nonostante che da più tempo noi abbiamo affermato che i diversi piani di esistenza non sono diversi luoghi, ma diversi stati di coscienza, cosicché può entrare,- per così dire,- nelle dimensioni spirituali solo chi ha la coscienza adatta, in quanto solo lui può sentire la realtà di tali dimensioni assolutamente estranee e inavvertite da chi quella coscienza non abbia. Perciò può conoscere Dio solo chi ha la coscienza che consente ciò. Dio, quindi è essenzialmente uno stato di coscienza. Cercatelo pure, o ignoranti, in luoghi diversi, in differenti dottrine; non lo troverete se non in voi stessi quando avrete fatto cadere tutte le limitazioni che avviluppano il vostro vero essere.”
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Dio è coscienza, dice Kempis, ma si potrebbe dire anche il viceversa ovvero la coscienza è Dio! Cos’è che rende difficile tale consapevolezza? È la stessa virtuale limitazione della coscienza che le impedisce di riconoscere la sua vera natura. Ciò in estrema sintesi è il misterioso nodo della vita. Tutto gira intorno a questo inspiegabile arcano. La vita è una grande illusione che forse ha come sola ragione e finalità di essere la consapevolezza totale e viscerale di ciò. L’esperienza è il mezzo col quale la coscienza stessa si serve per il suo ampliamento.
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Kempis: “Ora il fatto che i vari piani non sono diversi luoghi in senso di spazio, non deve fare credere che esista uno spazio oggettivo nel quale siano collocati tutti gli esseri. È vero che ogni essere compone una sola realtà e quindi è coabitante di un sol Tutto, però è anche vero che ogni essere costituisce una sua realtà e, quindi, un suo mondo, ed il fatto che un mondo soggettivo sia comune-, ma badate bene, comune solo per somiglianza,- a più esseri, non rende oggettivo tale mondo. Inoltre, il fatto che tale mondo sia uno stato di coscienza, rende impossibile ubicarlo tanto in spazi diversi quanto in un solo spazio. Perciò colui che lascia il corpo- che muore, come dite- va in un altro mondo nel senso che vive in uno stato di coscienza diverso, ma non si sposta affatto in senso spaziale, né d’altra parte rimane nello stesso spazio. Se mai, rimane nell’unica Realtà nella quale esiste eternamente e nella quale lo spazio è un fatto del soggetto percepiente.”
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Lo spazio ed il tempo, per i Maestri del Cerchio, non esistono oggettivamente, sono solo il frutto dell’illusione di una coscienza limitata. Quindi, la morte fisica non determina un reale cambiamento del soggetto, ma soltanto la modificazione del suo stato di coscienza, da ciò ne discende una diversa percezione che segue le modalità e le leggi della dimensione astrale. Da qui sempre più chiara appare l’idea, che il mondo nel quale crediamo di vivere sia la rappresentazione di una grande illusione e proprio da questa illusione si forma il Reale Assoluto, che trascende il relativo ed il soggettivo relativo, ma in entrambi affonda le proprie radici. In altri termini, l’Assoluto, per essere tale, non può prescindere dal relativo, ed è in questo che sta il «perché» dell’altrimenti inspiegabile “virtuale frazionamento della coscienza assoluta”.
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Kempis: “Qualcuno di voi può chiedersi: «Ma queste precisazioni che utilità hanno ? A che cosa servono ?». Indubbiamente, come ogni cosa, servono solo a chi ne ha bisogno: il cibo serve solo a chi deve nutrirsi. Altrettanto indubbiamente però la Verità – cioè la conoscenza di come le cose sono realmente – arricchisce, dà chiarezza di pensiero e di indirizzo, svela la ragione logica della morale e quindi spinge ad un retto comportamento.”
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La via della conoscenza, quale dal Maestro Kempis viene indicata, ha in queste poche parole la sua ragione di essere. Non è detto che sia congeniale a tutti, ma può dare un grande contributo alla morale quando sia supportata dalla chiarezza e soprattutto dalla logica. Prima d’arrivare all’anima, l’essere umano è fatto di un veicolo mentale, efficace ed utile strumento nel sentiero dell’evoluzione.
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Kempis: “A chi invece, senza bisogno di conoscere motivazioni logiche, è già convinto, non dico che bisogna aiutare i propri simili, ma almeno che non si deve nuocere ad essi, rivolgo un diverso tipo di discorso e domando: allora, perché non lo fai? La spiegazione filosofica razionale non ti serve solo se già tu agisci secondo quello che dici di sapere. Certo è che se non lo fai significa che non ne sei convinto, e perciò ti serve saperlo. Il decadimento dei principi morali che è in atto nella società di oggi è dovuto in larga misura al fatto che essi sono sempre stati presentati come dei dogmi da accettare e basta, cioè non sono mai stati motivati logicamente. Mentre l’uomo di oggi, spinto ed avvezzato al raziocino, non può accettare quello che non capisce,da ciò il suo rifiuto ad avere un comportamento di cui non sa la ragione. È vero che se il comportamento morale -per così dire – fosse conseguenza di un intimo sentire, il problema non sussisterebbe; ma è anche vero che i principi morali fondamentali – cioè quelli che attengono alle buone creanze, pure essi dettati dalla opportunità pratica di non darci noia l’uno con l”altro – non temono l’esame dal punto di vista della logica e quindi hanno una fondata ragione d’esistenza.”
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Senza andare troppo a fondo nel superamento delle limitazioni del sentire di coscienza, il livello dei rapporti umani, qui preso in considerazione dal Maestro Kempis, riguarda semplicemente i limiti di una buona educazione, che si basi su normali regole di civile convivenza, senza le quali la vita sarebbe un’anarchica giungla di lotta per la sopravvivenza. Si può dire che tutta la giurisprudenza fondi se stessa su una logica capace d’interpretare al meglio i rapporti fra gli individui. Quanto poi bene riesca a farlo, in pratica, il discorso è un altro.
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Kempis: “L’evangelico e riassuntivo di tutti i comandamenti – Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso- invita ad un comportamento individuale che, se fosse seguito da ognuno, risparmierebbe molto dolore agli uomini, e si capisce perché; quindi non teme l’esame critico della logica come per esempio, il – Santificare le feste -. Proprio il – Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso – può diventare un invito a conoscersi. Infatti, fra tutti i torti che non si vorrebbero ricevere ve ne sono di quelli che più ci colpirebbero, e quindi più si temono. La ragione di tale vulnerabilità può risiedere o nel ricordo inconscio del dolore provato in un’altra esistenza, nella quale si è vissuto il ruolo che ora si teme di vivere; oppure da una motivazione più complessa e cioè che si è portati a pensare che gli altri ci facciano quello che noi facilmente faremmo, sicché il timore di essere ingannati, per esempio, può nascere dalla propria facilità ad ingannare e quindi dal ritenere che altrettanto disinvoltamente gli altri possano ingannarci. Molte volte i difetti che vediamo negli altri sono difetti che abbiamo noi stessi. Tutto questo non è incredibile se pensate al fatto che automaticamente l’uomo rapporta tutto a se stesso, misura la realtà con il suo metro. ecco perché tutto è puro all’occhio dei puri, e viceversa. Se quello che temi è quello che più disinvoltamente faresti, allora il ‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso?” diventa quello che devi stare attento a non fare.”
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Queste osservazioni di carattere psicologico sono significative da due punti di vista: In primo luogo perché invitano ad una forma di autoanalisi che può aprire delle prospettive di una autoconoscenza direi insospettata. È a tutti gli effetti un approccio all’insegnamento del “Conosci te stesso” del Maestro Claudio. L’altra considerazione, è che noi siamo chiusi come in una bolla, che colora la nostra percezione di una tinta soggettiva, dalla quale è assai difficile uscire. Credo che una delle maggiori difficoltà, che la vita ci pone davanti, sia proprio quella di essere in grado di trascendere il particolare personale.
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Kempis: “Certo, si tiene un dato comportamento solo se si è convinti che è quello che si deve fare; oppure se si è costretti a tenerlo. Noi non vogliamo convincere nessuno né, tanto meno costringere; perciò parliamo solo per quelli che vogliono sapere, fermandoci all’esposizione dei concetti e lasciando ad ognuno la libertà di credere o no, al di fuori di ogni tipo di coercizione.”
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È un breve periodo, ma esprime un concetto fondamentale che riguarda questo insegnamento, ovvero la GRANDE LIBERTÀ che vi è in esso. Non ci sono precetti morali da seguire quali comandamenti, ma soltanto significative osservazioni fatte sulle esperienze della vita. Per esempio, ciò che temiamo dagli altri, lo temiamo perché è in parte dentro di noi e perciò lo conosciamo intimamente, così le persone che ci circondano ci fanno spesso da specchio. È questo un dato di fatto dell’esperienza della vita, non un precetto, dobbiamo quindi prenderne atto e tenerne conto. Non è un dogma di fede, ma una deduzione scientifica. Alla stessa maniera sono date dai Maestri tutte le altre considerazioni morali, diversificando in tal modo il Loro insegnamento da quello delle varie religioni, che sono molto spesso legate a rigide dottrine,assai poco benevole verso la natura umana.
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Kempis: “Siamo convinti che spiegare come è la realtà delle cose non può portare che ad una concezione della vita in cui trionfa un gioioso altruismo; tuttavia chi raggiungesse ciò per altra via, prescindendo dalle spiegazioni, avrebbe egualmente raggiunto la mèta. Si usa il proprio corpo anche senza sapere come si svolgono le funzioni biologiche. Però concedetemi che la comprensione è liberatrice e che la conoscenza è uno stadio di passaggio che conduce ad essa. Parlo, perciò, per quelli che vogliono sapere.”
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Si può dire che la via indicata dai Maestri del Cerchio è in prevalenza quella della conoscenza anche se sono ben consapevoli che non è la sola. Come sappiamo le altre possono essere indicate genericamente come quella della devozione e quella dell’azione. Ma bisogna stare qui molto attenti, perché nessuna di queste può scindersi completamente dalle altre due, e questo Loro ben lo sanno.
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Kempis: “Invero è difficile parlarvi di ciò che esula da quanto cade sotto la vostra attenzione e dalle conclusioni che siete abituati a trarre percependo la realtà in un certo modo, con certe limitazioni. Voi considerate reale solo ciò che è concreto, ma anche il concetto di concretezza è relativo alla vostra condizione ed è legato ai vostri sensi. La materia fisica, per voi, è qualcosa di concreto che occupa uno spazio, e dirvi che in sé la materia non è affatto concreta come voi la percepite e che lo spazio non è un ente oggettivo, è un po’ votarsi a non essere creduti. Ma poiché, come prima dicevo, a me non importa essere creduto, lo dico lo stesso. Ho solo il dovere di rendere chiaro ciò che dico, e non quello di farvi credere.”
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I nostri sensi, conseguenza delle nostre limitazioni, danno una rappresentazione dell’esistente relativa alla condizione umana, che in forza di un suo comune denominatore, dà ad ognuno l’illusione di vivere in una dimensione reale. Ma, pur limitandoci agli stessi concetti di spazio e di tempo, così come ordinariamente li concepiamo, appaiono essere assai diversi, anche soltanto da quelli che la ‘Teoria della relatività’ oggi ci prefigura. La scienza è ad un punto tale che, pur fondando la sua ricerca principalmente sui sensi umani o su loro estensioni, permette di comprendere come la nostra percezione sia perlomeno assai parziale.
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Kempis: “Supponete di prendere un’asse, di fissarla ad un estremo e di farla girare vorticosamente. La velocità impressa all’asse, secondo una diversa misura, dà effetti diversi in rapporto al tempo di persistenza della sua immagine sulla retina dei vostri occhi. Per esempio l’asse può diventare praticamente invisibile, ma, anche quando lo diventa, non diventa intangibile, anzi occupa uno spazio che comprende tutta la circonferenza descritta dalla sua rotazione, cioè al tatto diventa un corpo grande come tale circonferenza. Allo steso modo, gli atomi della materia si possono paragonare alla circonferenza descritta dalla nostra asse: se le particelle che li compongono non ruotassero vorticosamente, la materia sarebbe intangibile. A loro volta, le particelle che compongono gli atomi sono assai meno materiali di quello che appaiono poiché anch’essi sono circonferenze, meglio, orbite descritte dai corpuscoli di cui sono composti, e così via. Se si riuscisse ad imprimere un moto di diversa velocità alle particelle che compongono la materia di un dato oggetto, l’oggetto diventerebbe invisibile ai vostri occhi perché non rifletterebbe più la luce che lo colpisce. Tutto questo deve far capire come la realtà in sé sia ben diversa da come si percepisce e come non sia impossibile che coabitino nella stesa realtà diverse dimensioni, risultato di diversi stati di coscienza.”
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I Maestri del Cerchio ci parlano di una realtà completamente diversa da quella che noi percepiamo, ma non sono mai dogmatici, appoggiano sempre le loro affermazioni su elementi a noi comprensibili, perché suffragati dalla scienza ufficiale, che, per quanto imperfetta e limitata, rappresenta il solo punto di riferimento a cui attaccarsi oltre il costrutto logico della totalità del messaggio. Per chi voglia rifiutare il dogma ed il conseguente atto di fede, la situazione non è facile, perché da una parte c’è l’enunciazione di fatti e situazioni che esulano completamente dalla nostra percezione, dall’altra c’è l’autorevolezza e la forza della fonte delle comunicazioni, che induce ad una ampia disponibilità d’accettazione. Penso che un possibile atteggiamento sia quello di porre le varie affermazioni, per il momento non verificabili, come ipotesi di lavoro, in attesa di avere strumenti idonei alla comprensione. Un certo distacco interiore, sostenuto dall’equilibrio, può impedire uno scetticismo improduttivo e contemporaneamente limitare il pericolo di una fanatica suggestione. I consigli che i Maestri del Cerchio ci hanno dato, sono andati sempre in quella direzione. Lo provano i frequenti riferimenti, come questi, alla scienza umana e l’impianto logico di tutto l’insegnamento.
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Kempis: “L’unicità della realtà credo di averla sottolineata ancora una volta con quanto dissi ultimamente sulla vita microcosmica e macrocosmica. Credo risulti chiara la simbiosi di tutti gli esseri, che non risiede solo nei reciproci stimoli che essi si scambiano ma che è anche strutturale e, quindi, reale. Se mai mi preme continuare il discorso per coloro a cui interessa. Abbiamo detto che tutto quanto si muove per comporre un ciclo, vive; che la vita quanto meno è sensazione; e che tutto ciò che esiste, per esistere, deve sentire o essere sentito. Aggiungo che la sensazione e, più ancora, la coscienza, sono sempre il risultato di una molteplicità, cioè di una composizione organica di elementi; con la differenza che la coscienza, esprimendo una più alta qualità di sentire, non è un organismo composto da elementi semplici – infatti è costituita da una molteplicità di sentire -, mentre la sensazione, essendo una manifestazione elementare, è frutto di un organismo costituito da elementi semplici. Quindi: coscienza eguale organismo composto da elementi complessi, sensazione eguale organismo composto da elementi semplici.”
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Significativo è il ribadire l’unicità del tutto, la coscienza è una. La sua apparente frammentazione è frutto delle intrinseche limitazioni, anch’esse però non reali, solo virtualmente percepite. Questo modo di concepire la realtà ha conseguenze pratiche. Ci deve fare sentire elementi non separabili da un organismo unitario dal quale niente possa essere disgiunto e per questo egualmente importante e significativo. Il valore della socialità e della comunione fra gli uomini risulta fondamentale, per cui tutte le dottrine economiche e politiche che vadano in tale direzione, possono sostanzialmente essere prese in considerazione, naturalmente la loro realizzazione pratica va valutata in rapporto alla effettiva capacità della coscienza umana di metterle in atto.
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Kempis: “La cellula, individuo biologico semplice, è un organismo che trova le sue sensazioni dalla molteplicità dei suoi comportamenti, cioè dalla molteplicità delle sostanze che la compongono, ossia dagli atomi delle materie di cui è formata. L’atomo in sé non ha sensazioni, pur potendo essere un elemento che le crea. Ripeto: le materie sono gli elementi che costituiscono gli organismi, sedi di sensazioni; sono le sostanze che compongono gli organismi sensori: in sé non hanno sensazione individuale. Invece il Logos – o coscienza cosmica – è il centro massimo di coscienza ed è costituito da tutti i possibili stati di coscienza, i quali, in sé,hanno sentire individuale: a sua volta ciascuno stato di coscienza individuale è costituito, poggia su sentire in senso lato, cioè sulle sensazioni eccetera che, come ho detto, sono frutto di attività di organismi composti da elementi, le materie, che in sé non hanno sensazioni individuali.”
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Il Logos, ovvero la coscienza cosmica, è la fusione di tutti i sentire individuali, ma è fatto di qualcosa, cioè costituito da un’unica sostanza materiale, punto di sintesi delle varie sostanze materiali, che compongono gli organismi sensori e che permettono ai sentire individuali di esprimere i loro vari livelli di coscienza. Tutto ciò dà una visione della realtà non astratta, nella quale la quantità assume lo stesso valore della qualità. È importante questa prospettiva perché impedisce all’insegnamento dei Maestri del Cerchio di essere una filosofia idealista, rispetto alla quale però mantiene molti punti di convergenza.
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Kempis: “Badate bene: se è vero che tanto la coscienza quanto la sensazione nascono dagli organismi che le costituiscono, è altrettanto vero che tali organismi non possono esistere scevri da coscienza e da sensazione. Ecco perché la vita è, quanto meno sensazione: non può esistere un organismo che viva senza sensazione. E non pensate al coma per smentirmi, perché in quello stato, che riguarda semmai l’autocoscienza, la sensazione a livello cellulare rimane. Allora, siccome abbiamo detto ‘anche la materia vive’ nel senso che si muove per comporre un ciclo, che è poi il ciclo cosmico, come la mettiamo con il discorso che non ha sensazione, mentre la vita è, quanto meno sensazione? e con il discorso che tutto quanto esiste, per esistere, deve sentire o essere sentito?”
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Questa domanda è legittima, perché da alcune affermazioni fatte finora, può sembrare logico dedurre che le materie così postulate possono apparire come in sé prive di vita, ovvero materie morte. Ma questo contraddice fortemente l’affermazione che:” Niente esiste che non senta o non sia sentito.” Vediamo ora come il Maestro Kempis supera questa contraddizione logica.
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Kempis: “Intanto abbiamo detto che la materia vive di vita macrocosmica perché ciò che si muove per comporre un ciclo è il cosmo, più che l’atomo della materia che compone il cosmo stesso. Sicché la sensazione o il sentire, da ricercare nella vita macrocosmica, sono non a livello atomico ma a livello cosmico, logoico, cioè totale del cosmo. Poi, l’esistenza delle materie che in sé non sentono è garantita egualmente a livello di Logos, cioè di coscienza cosmica, dove è sentito tutto quanto esiste nel cosmo; ossia sono sentiti esseri e sostanze che li compongono e che compongono il tutto cosmico. La vita delle materie fa parte della vita del cosmo e la vita del cosmo è molto più che sensazione. Perciò il principio non è smentito.”
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In sostanza, le materie che compongono il cosmo sono sentite dal cosmo stesso e contribuiscono alla sua esistenza e consapevolezza di coscienza ancora non completamente assoluta. Inoltre, nei sentire più limitati, che fondendosi danno luogo all’unità della stessa coscienza cosmica, la strutturazione delle materie è relativa e fino ad un certo livello anche soggettiva. Il tutto è contenuto ed organizzato nella costruzione del cosmo, determinata dal suo modulo, ovvero la prima limitazione della coscienza cosmica, che ne costituisce la base e che virtualmente la separa dall’Assoluto.
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Kempis: “Ora confrontiamoli questo «macrocosmo» e questo «microcosmo», analoghi ma non identici. Il macrocosmo è costituito da diverse materie sostanze fisiche, astrali, mentali, akasiche; ed è l’ambiente nel quale vivono i microcosmi, o esseri, i quali sono costituiti da corpi formati delle stesse materie. Il macrocosmo però non è solo un ambiente ed un fornitore di sostanze, perché il complesso della sostanza akasica- quella della coscienza- è costituito dalla somma di tutte le coscienze di tutti gli esseri che sono nel cosmo. Cioè, mentre la materia fisica per esempio non esiste solo nei corpi degli esseri, ma costituisce anche oggetti inanimati, la materia akasica è tutta quella che costituisce tutti gli stati di coscienza degli esseri, tutti i possibili sentire cosmici. Non esiste materia akasica che non sia organizzata in coscienza di essere. Ecco perché l’essere non è un organismo che ha la coscienza, ma è la coscienza.”
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La differenza che c’è fra la materia fisica e quella akasica non è facile da comprendere, perché quando si parla di materia si ha in mente sostanzialmente quella fisica, che si presenta come qualcosa d’inanimato, collocato lì, praticamente immobile e senza vita. È lecito domandarsi chi in realtà fa esistere il mondo fisico e la materia che lo sostiene? Per Kempis, esso è la rappresentazione creata dall’individuale sentire relativo nel suo percorso illusorio verso il superamento delle limitazioni. Questa creazione non è onirica, perché quel sentire è inserito nella struttura del modulo cosmico, perciò esso, in relazione al suo grado di sviluppo, creerà un ambiente in parte soggettivo, ma nelle sue linee generali di fatto programmato dalla coscienza cosmica. Per la materia akasica, la questione è molto diversa, perché sul piano del sentire non esiste la dualità. I sentire creano sì una loro rappresentazione, ma non la percepiscono, l’hanno in sé perché fa parte dellaloro stessa sostanza, ne sono quindi intimamente consapevoli.
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Kempis:“Questo fatto, o meglio questa realtà, fa della totalità della sostanza akasica una coscienza globale, un sentire unitario, pur costituito dal sentire di tutti gli esseri del cosmo, o meglio da tutti i sentire che costituiscono tutti gli esseri del cosmo; cioè, parlando in termini di divenire, non solo dai sentire del momento, ma anche da quelli che stanno a monte e a valle nella successione.”
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Qui si riprende il concetto di fusione, ovvero le coscienze dei diversi sentire relativi, che fanno parte della coscienza cosmica, danno luogo ad un’unica coscienza, che le unifica e le trascende allo stesso tempo. La materia che costituisce questa coscienza unitaria, è la materia akasica. Da questo è possibile capire la grande differenza che c’è con le materie che compongono i piani del mondo della percezione, non unitarie e, come già detto, prodotto di una rappresentazione.
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Kempis: “L’unitarietà della coscienza cosmica fa di essa coscienza non una parte del cosmo ma l’intera realtà cosmica, comprendendo nel sentire tutto quanto esiste, che, per esistere, deve sentire o essere sentito. Perciò il macrocosmo si può considerare un essere come il microcosmico; ma mentre il microcosmo – pur visto nella sua totalità di sentire che manifesta e che lo compongono – vive tali sentire in successione, il macrocosmo, la coscienza cosmica sente simultaneamente tutta la realtà cosmica. Sicché la coscienza cosmica esiste integra tanto nei fotogrammi iniziali del cosmo quanto in quelli finali, non conosce quindi una rivelazione successiva, progressiva. Rispetto all’Assoluto è solo parziale, ma non graduale: la gradualità è solo degli esseri che la compongono. Tuttavia quel filo che lega un sentire più semplice ad uno più ampio, e così via, e che crea il miraggio dell’essere che evolve, del divenire, non si arresta allo stato di coscienza cosmica, ma sfocia nella coscienza assoluta che non solo non è graduale, ma è anche totale, onnicomprensiva in senso assoluto.”
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La coscienza cosmica può essere considerata un essere, ovvero una specie di grande organismo avente una sua vita propria, ma ciò che la caratterizza e distingue dagli organismi ai quali siamo abituati a fare riferimento, è la sua realtà vissuta simultaneamente e non in successione. Precede di appena un passo l’Eterno Presente, proprio della coscienza assoluta, dalla quale è virtualmente separata soltanto da una limitazione che colora di sé tutti i sentire individuali che la compongono e come in una piramide capovolta, scivolano, pur legati in successioni logiche, fino al numero massimo possibile di limitazioni, ovvero gli atomi di sentire. La prospettiva, mediante la quale si può approcciare la realtà rappresentata dai Maestri, a questo punto è duplice: divenire od essere. La prima è legata intimamente alle capacità della mente inferiore che non può fare a meno di essa perché strutturata sulla dualità, effetto dell’illusione dell’io. La seconda, invece, comincia ad affacciarsi con lo svilupparsi della mente superiore fino a poterla quasi completamente intuire, quando il sentire sia all’ultima limitazione prima di essere Assoluto.
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Kempis: “Un centro di sensibilità di espressione o di coscienza e di espressione, è da noi chiamato un «essere» nel senso di ente che ha la vita. In questo senso è un «essere» tanto il microcosmo quanto il macrocosmo e quanto l ‘Assoluto, perché hanno vita, coscienza, espressione. Il microcosmo è un essere che nella sua realtà ha una coscienza parziale e graduale. Il macrocosmo è un essere che ha una coscienza parziale ma non graduale. L ‘ Assoluto è un essere che ha la coscienza totale e non graduale. Siccome la gradualità della coscienza del microcosmo consiste in stati di coscienza che nella successione si rivelano sempre più ampi, si può dire che il microcosmo, dal punto di vista della coscienza, evolve. Mentre altrettanto non si può direné del macrocosmo né dell’ Assoluto. E siccome l’evoluzione avviene in forza degli stimoli che il centro di sensibilità o coscienza ed espressione ha dal mondo sentito come esterno, la coscienza cosmica non ha bisogno di nessun tipo di relazione con le coscienze degli altri cosmi – da qui l’incomunicabilità dei cosmi – ne trae stimolo dalla coscienza dei microcosmi anche se è costituita di essi. Altrettanto la coscienza assoluta non ha stimoli dalle coscienze cosmiche, pur essendo costituita da esse. Da qui l’indipendenza, nel senso di non subordinazione, dell’Assoluto rispetto al relativo.”
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Questa sintesi, che descrive la struttura fondamentale dell’ esistente, dà un’immagine molto lineare del Tutto, direi quasi geometrica. In essa trova il proprio posto il rapporto fra la dimensione divina e quella umana. Quanto fino ad ora è stato insegnato dalle diverse religioni perde molto del suo valore e diviene espressione di una mente ancora abbastanza infantile. Non va dimenticato però che questa rappresentazione è legata alle possibilità di espressione del mentale inferiore, anche se del suo sottopiano più elevato. La rivelazione del Maestro Kempis, adeguata alle attuali possibilità della coscienza umana, rappresenta, a mio parere, un’efficace spinta, per chi sia in grado di rispondere ed intraprendere il sentiero dell’umana iniziazione.
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Kempis: “Questa potrebbe sembrare una visione fredda e meccanicistica della Realtà solo se si dimentica che si sta parlando di coscienza, di sentire; solo se si sente se stessi come una cosa e non come una persona. Invero, chi può dire di non essere un centro di sensibilità, coscienza, espressione? E se a dare il sentire – che è il capolavoro di quanto esiste – fosse un meccanismo, verrebbe meno il suo valore? Conoscere come la Realtà è strutturata deve allontanare il senso di magico, sovrannaturale, imprevedibile e perciò incontrollabile che il mistero reca seco; e deve rendere tranquilli e sereni nella visione di che cosa si è e di che cosa si fa parte.”
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Come al solito il Maestro Kempis “spariglia”! Dopo averci condotto sul filo di una logica lucida, direi quasi raggelante, volge la nostra attenzione a penetrare la sostanza dell’oggetto finora studiato. Non abbiamo a che fare con un meccanismo, ma con qualcosa che lo trascende, è la coscienza, ed è proprio a questa che è diretto l’insegnamento. Il sentire di coscienza è anche corpo fisico, corpo delle emozioni, corpo dei ragionamenti, ma trascende il tutto per divenire una realtà assai difficilmente definibile che si può appena intuire facendo riferimento al sentire d’esistere, che in qualche modo afferma la sua presenza dentro di noi.
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Kempis: “Infatti, tu come ogni essere sei in seno alla divina, unica esistenza, ed è irrazionale che ti senta abbandonato. Irrazionale sono le tue paure e il non sentirti amato. La tua esistenza non è un fatto casuale e tu non sei abbandonato a te stesso. Gli affanni che ti amareggiano sono la conseguenza di un tuo modo errato di porti nella realtà, e mirano ad indirizzarti diversamente. Se ti senti incompreso è perché, a tua volta, non comprendi. Se ti senti rifiutato è perché rifiuti, se non altro, il fatto che gli altri sono diversi da te e quindi possono non condividere il tuo modo di essere. È un errore pensare che gli altri ti debbano particolari attenzione e cure, che spetti a loro comprenderti e stimarti. L’illustrazione della Realtà che facciamo mostra come ogni essere sia importante, ma lo è in egual misura ed è quindi errato tanto sentirsi reietti quanto meritevoli di privilegi. A te sono dette queste cose perché il tuo dovere è viverle, esigere non solo i tuoi diritti – magari inventandone dei nuovi – ma adempiere i tuoi doveri che sono anche quelli di stabilire con gli altri un nuovo e diverso tipo di relazione. L’uomo non è fatto per rimanere chiuso nel suo punto di vista, ma il suo senso del trascorrere e del divenire della realtà ha proprio lo scopo di non fargli ritenere insuperabili le sue opinioni: perché, per quanto precise possano essere le sue concezioni, sono sempre opinioni. La Realtà è così vasta che l’uomo non potrà mai ricomprenderla in un sistema ideato nella sua limitazione di essere limitato e quindi relativo. Perché rendere necessaria l’azione correttrice del dolore per comprendere tutto questo? Perché rifiutare ciò che solo può darvi chiarezza e serenità? la comprensione e quindi la partecipazione di te stesso sono lo scopo per il quale sei stimolato dai fatti della vita. Trova in te stesso lo stimolo e la volontà, e tutto ti sarà meno angoscioso e più sereno.”
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Come al solito il Maestro Kempis termina la sua comunicazione cambiandone completamente l’impostazione. A cosa servono le tante parole spese in sottili ragionamenti logici se non ad aprire la coscienza verso una nuova visione del mondo? L’altro non è più un estraneo, ma parte di noi. L’Unità dell’esistente è la sola cosa reale, ogni atomo di coscienza che gli appartiene, se solo mancasse, non La farebbe più essere. Esplicitando le parole del Cristo: “AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO”, Kempis insegna: IL PROSSIMO NON ESISTE, MA NEANCHE TE STESSO.
[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.