Sostanza, qualità e quantità

Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 195-203

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “I piani di esistenza, o meglio gli stati di coscienza in cui la realtà è concepita, sentita, come distinta fra io e non io, soggetto ed oggetto, sono da noi definiti mondi della percezione, mondi dei fenomeni, mondi dell’apparenza .Infatti la percezione è quel processo in cui la consapevolezza si raggiunge solo attraverso ai sensi; e siccome i sensi sono quegli strumenti che pongono in relazione il soggetto col mondo esterno, è chiaro che la percezione è un fatto che avviene solo in una realtà in cui soggetto e oggetto sono distinti. Inoltre, mondo dei fenomeni e dell’apparenza perché il fenomeno, per definizione, è il cambiamento che interviene nelle proprietà dei corpi.”

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Il presupposto di Kempis è che tutto ciò che esiste è “sentire di coscienza”, la realtà assoluta è sentire di coscienza assoluto. Questo virtualmente si fraziona in sentire di coscienza relativi, i quali così sono, perché così si sentono. L’incapacità di espandersi esprime la limitazione della loro quantità-qualità. Detto più semplicemente è la scintilla, la monade, che si sprigiona dal grande fuoco, il Logos. Essa fa il suo percorso e vive la grande esperienza che la riporta all’unità, ma tutto ciò è soltanto illusione, perché dal Padre non si è mai separata essendo sempre con lui identificata in un eterno, immutabile, indivisibile, presente. In questo suo apparente cammino, il sentire di coscienza relativo crea-percepisce il mondo, che è sì soggettivo, ma non onirico. Questo processo avviene mediante la costruzione di strutture, veicoli, che permettono la percezione della materia fisica, delle emozioni, dei pensieri. È a questo che il Maestro si riferisce quando parla di mondi della percezione, mondi dell’apparenza, in essi si vive l’illusione della separatività, soggetto ed oggetto sono distinti, anche se l’oggetto percepito come fenomeno è di fatto solo apparenza data dalle mutevoli proprietà, che ne permettono la consapevolezza.

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Kempis: “La proprietà dei corpi è ciò che si manifesta di essi, è il loro apparire, non il loro essere. Ma poter conoscere l’apparenza e non la realtà intrinseca significa appunto essere in una realtà, in cui soggetto ed oggetto sono distinti: in una tale realtà, in una simile condizione di esistenza,- che è uno stato di coscienza di separatività- i corpi, le materie, le sostanze, gli oggetti, si conoscono solo attraverso alle loro proprietà, ossia a ciò che appare. Le realtà intrinseche degli oggetti, sostanze, materie, corpi, ecc. le possiamo immaginare attraverso al comportamento che essi hanno in situazioni di controllo nei fenomeni a cui li sottoponiamo, ma sono tutte sempre e solo deduzioni logiche: mai certezze assolute. Anche quando si osserva al microscopio una cellula, non si osserva la sua realtà, bensì ciò che di essa appare. E per quanto intimamente, interiormente, ci si possa spingere nell’indagine, si coglie solo e sempre ciò che appare: mai l’ipostasi.”

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Le proprietà sono quelle che noi percepiamo, ma l’essenza della cose ci sfugge, al massimo possiamo fare delle deduzioni logiche, ma non ci sono mai certezze. È assai difficile tenere presente tutto questo, c’immergiamo nella vita pieni di grandi sicurezze, ciò che dice la nostra percezione è dogma, il dubbio è raro e guardato con sospetto anche quando è legittimo, soprattutto c’è diffidenza ad interrogare noi stessi, rifiuto a guardare a fondo e con equilibrio le intenzioni delle nostre azioni, la causa della sfortuna è sempre esterna, perché è molto più comodo vivere nell’apparenza, se la carta è luccicante e ben colorata certamente la caramella sarà buona, ma è proprio così?

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Kempis: “Tale affermazione non è certo originale. È una deduzione che ha fatto dichiarare agli empiristi – che sono presenti col loro pensiero in tutta la storia della filosofia – che ciò che sta al di là delle proprietà, qualità, accidenti, insomma di ciò che appare, è inconoscibile o addirittura, secondo alcuno, non esiste. Il concetto tradizionale di sostanza sarebbe astratto, non risponderebbe alla realtà perché la sostanza – ossia quel quid di cui gli attributi, proprietà, ecc. sono manifestazioni, che rimane identico col mutare delle qualità molteplici in antitesi con la sua unicità – non esisterebbe ma sarebbe una supposizione a priori per interpretare e comprendere i fatti che cadono sotto l’attenzione dell’uomo. Ora, che la sostanza nel mondo della percezione sia inconoscibile nella sua realtà intrinseca al di là di come appare, è vero, l’ho detto prima. E non è inconoscibile per mancanza di strumenti, ma proprio per impossibilità. Infatti la conoscenza della realtà intrinseca è possibile solo in un mondo di identificazione, di superamento della separatività, quindi non in uno stato di dualità-molteplicità. Tuttavia la sostanza, come substrato di ciò che appare e che rimane uno al di là della molteplicità e delle mutazioni, esiste. Anzi, direi con Spinoza, esiste un’unica sostanza, ma, diversamente da Lui, che quell’unica sostanza non è Dio bensì “la sostanza di Dio”, cioè lo spirito. Forse vi chiederete che differenza fa, dal momento che se Dio è il tutto e se tutto è sostanza, Dio e sostanza si identificano. Ed io vi rispondo che ciò sarebbe vero se Dio fosse il tutto, cioè la somma di tutto quanto esiste, mentre Dio comprende il tutto, altrimenti sarebbe incompleto, però trascende il Tutto. E che Dio trascenda il tutto lo dimostra il fatto che, se così non fosse, Dio sarebbe finito, perché tutto quanto esiste, pure essendo immenso, è tuttavia finito e relativo. Mentre proprio perché Dio trascende tutto quanto esiste, trascende la finitezza e la relatività di ciò che è in Lui, come spiegherò in fondo. Dico in Lui perché, se Dio comprende tutto quanto esiste, tutto quanto esiste è da Dio incluso, e se tutto quanto esiste è in Lui incluso fa parte della sua esistenza; perciò è costituito della sua stessa sostanza.”:

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Con queste considerazioni lo spiritualista Kempis di fatto diviene un “materialista”, perché identifica la sostanza quale elemento di Dio. In altre parole Dio è qualità e quantità, perché è fatto di materia, solamente questa è la materia di Dio, cioè qualità assoluta. Come si vede quantità e qualità sono inscindibili.

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Kempis: “Come prima dicevo, nel mondo dei fenomeni, dell’apparenza, della percezione, la sostanza di cui tutto è formato è inconoscibile in se stessa, nella sua stessa realtà. Di essa, in quel mondo, si può solo conoscere il suo apparire, la sua manifestazione. Ciò crea una sorta di identificazione fra la cosa in sé ed il suo apparire, manifestarsi, comportarsi; tanto che si confonde la cosa con le sue proprietà, qualità, attributi ecc., cioè con i suoi modi di apparire. Anzi, sono più importanti le qualità, le proprietà, che la cosa in sé. Il ferro per esempio, vale per le sue proprietà, e perfino l’uomo vale solo per le sue qualità. Tuttavia – a parte l’errore che può nascere dall’abituarsi al tipo di comunicazione che esiste nel mondo dell’apparenza e che portaa dare primaria importanza alla sembianza, a ciò che si estrinseca -che le qualità, le proprietà, eccetera,siano sempre manifestazioni della sostanza, cioè che non possa esistere qualità senza quantità, i filosofi lo hanno quasi univocamente sempre affermato. Ora, siccome a qualità fisiche corrispondono quantità, sostanze fisiche e viceversa, si è pensato che a qualità spirituali corrispondano sostanze spirituali; e da ciò l’esistenza dell’anima quale quid che sta all’origine delle attività delle manifestazioni dell’uomo definite psichiche, spirituali, o comunque non materiali.”

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Ancora Kempis descrive quella, che per noi appare come realtà, quale pura forma manifestata dal succedersi delle proprietà degli oggetti, ciò vale naturalmente anche per l’uomo, il cui comportamento esprime qualità apparenti, con caratteristiche relative a vari gradi di frequenza, ora molto bassa qual è per il piano fisico, ora sottilissima quale quella relativa al piano della mente. Questo permette, come logica deduzione, di postulare un quid, non percepibile nell’esperienza ordinaria, ma avente un’intrinseca quantità oltre che un’apparente qualità. Quel qualcosa è comunemente chiamato anima. Così ora l’anima non è più solo patrimonio degli spiritualisti, ma diviene un concetto accettabile anche dai materialisti, perché appare essere quantità e qualità inscindibili. L’entità-spirito Kempis ancora una volta afferma il suo “materialismo”!

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Kempis: “Il ragionamento non fa una grinza, però parte da una tesi, un assunto non dimostrato per l’uomo; e cioè che l’attività psichica o spirituale che si rivela come pensiero, sentimento e volontà, non sia una semplice funzione del sistema nervoso. Non intendo entrare in una questione simile ora, ma chiedere: in quale modo, a quale condizione la sostanza spirituale, l’anima insomma, il quid non materiale, potrebbe apparire, manifestarsi, mostrare le sue qualità, le sue proprietà, né più né meno come la sostanza materiale?“

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Continua Kempis la sua dissertazione mettendosi nei panni di colui al quale è preclusa altra percezione al di là di quella dell’esperienza ordinaria e cerca attraverso la deduzione logica di provare che il sentire di coscienza è quantità e viceversa.

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Kempis: “Innanzi tutto dovrebbe appartenere ad una realtà in cui soggetto ed oggetto fossero distinti in qualche modo; ma ciò non basta; infatti dovrebbero appartenere ad un mondo in cui la comunicazione fra soggetto ed oggetto avvenisse attraverso alla percezione, cioè a ciò che appare, cioè per mezzo dei sensi; ossia dovrebbe appartenere al mondo dei fenomeni, dell’apparenza, della percezione. Oppure, se a quel mondo non appartenesse, dovrebbe influenzare, agire su un tramite che di quel mondo facesse parte. Se appartenesse alla stessa dimensione a cui appartiene la materia, il fatto di chiamarla ‘spirituale’ sarebbe solo una questione di termini, perché una cosa appartiene alla stessa dimensione di altre quando ha, o perché ha, la stessa natura di quelle.”

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Il Maestro vuole provare che esiste un tramite che mette in collegamento due diversi piani d’esistenza.

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Kempis: “Veramente la dimensione, il piano di esistenza, non è un luogo ma uno stato d’essere. Si appartiene ad un mondo in forza della propria natura. La sostanza spirituale, per appartenere alla stessa dimensione di quella materiale, dovrebbe avere la stessa natura. Ma allora si comporterebbe ed avrebbe le stesse qualità di quella materiale mentre, se si è sentita la necessità di denominare ‘spirituali’ certe qualità per distinguerle da quelle materiali, significa che esse sono diverse o di una diversità che può discendere solo da una natura diversa; e se la sostanza spirituale, per natura diversa, non può appartenere alla stessa dimensione di quella materiale -mentre invece in quella dimensione si manifesta- allora essa, per ciò si serve di un tramite.”

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Qui si affronta il problema di come qualità cosiddette spirituali provengano da una sostanza diversa da quella comunemente intesa come materiale e nonostante questo si manifestano nel mondo della ordinaria percezione.

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Kempis: “Ora, si dà il fatto che il corpo dell’uomo è un ente materiale che manifesta qualità materiali ed altre che materiali non sono, o per lo meno non è oggettivamente provato che lo siano; per cui se queste qualità non sono materiali, allora è il corpo dell’uomo un tramite attraverso al quale la sostanza spirituale manifesta le sue qualità, cioè si manifesta nel mondo della percezione.”

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Se ne può dedurre che è il corpo fisico dell’uomo il tramite postulato, perché è attraverso di esso che si manifesta quel quid sconosciuto al quale si possono attribuire quelle qualità non ordinarie la cui natura appare sconosciuta.

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Kempis: “Ammessa l’esistenza della sostanza spirituale, essa non appartiene al mondo dell’apparenza. A quale dimensione può appartenere? Ad una dimensione in cui non esiste molteplicità, separatività? Se si osservano le qualità spirituali manifestate dagli uomini, si osserva che esse sono tutte diverse. Non ne esiste una identica all’altra. Siccome esiste una stretta relazione, dipendenza, fra qualità e quantità, fra proprietà e sostanza, fra attributi e enti- tanto che secondo il pensiero filosofico non si può negare l’attributo ecc. senza negare l’esistenza stessa dell’ente- a qualità spirituali diverse debbono corrispondere sostanze spirituali diverse, realtà spirituali diverse. Sicché se la sostanza spirituale esiste, non appartiene al mondo dell’apparenza. Tuttavia appartiene ad una dimensione in cui esiste ancora la molteplicità, la separatività.“

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Comincia a delinearsi la realtà del sentire di coscienza relativa, cioè dell’anima, ma è soltanto virtuale, perché la separazione non è reale, è solo un sentirsi tale.

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Kempis: “Le qualità psico-spirituali che attraverso all’uomo si manifestano nel mondo della percezione sono proprietà di sostanze spirituali diverse, di realtà spirituali molteplici. Se pensiero, volontà e sentimento sono qualità spirituali- cioè proprietà della sostanza spirituale che appartiene ad una dimensione- allora l’essere vivente nel mondo materiale è il punto d’incontro di due dimensioni di esistenza. E se così è, allora la separatività, che pure esiste in seno ad una medesima dimensione, fra un piano di esistenza e l’altro, non è assoluta.“

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Si comincia a delineare l’idea dell’unità del Tutto e l’apparenza della molteplicità.

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Kempis: “Ora il fatto che fra una dimensione di esistenza, quella spirituale, ed un’altra, quella materiale, non vi sia una separazione assoluta- come per esempio può esservi fra due circuiti oscillanti non accordati che pure appartengono ad un medesimo mondo- si può pensare probabile che l’enorme molteplicità delle sostanze faccia parte di un’unità e che la connessione fra le varie realtà, dimensioni, leghi la molteplicità in un sol tutto inscindibile.“

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È molto evidente come gradualmente Kempis conduca l’ascoltatore (perché la lezione è stata comunicata a voce, solo dopo è stata trascritta ascoltando la registrazione) ad identificarsi con la percezione nel proprio ‘sentire di coscienza’, senza però mai costruire dogmi od imporre soluzioni forzate che escano dal comune buon senso logico, ma soltanto enunciando la ferrea costruzione logica dell’Esistente.

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Kempis: “Questo aspetto di molteplicità, perciò di successione, di estensione, di quantità, e al tempo stesso unitario, si osserva costantemente nella realtà. La stessa quantità, cioè sostanza, e la stessa qualità, cioè proprietà, che sono aspetti di una stessa realtà, sono percepite l’una successivamente e quindi molteplicemente, l’altra unitariamente.“

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La percezione del mondo che ci circonda è molteplice per il suo aspetto quantitativo mentre tende ad essere più unificata dal punto di vista della qualità, ma è sempre l’illusione del sentire relativo, che in quanto tale, sente come reale la separatività.

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Kempis: “L’unità del Tutto è sempre stata intuita dai pensatori e risolta concettualmente in modi diversi. Per esempio alla maniera aristotelica della sostanza, che è una al di là delle molteplici manifestazioni dell’esistenza; o alla maniera panteistica di Spinoza; e così via. Mentre se è vero che tutta la molteplicità del mondo manifestato trae origine da una prima sostanza addirittura indiversificata- e già questo rappresenterebbe una radice unitaria del Tutto- è altresì vero che l’unità è assai meno remota di così, perché tutto quanto esiste concorre alla sua costituzione, forma un sol tutto inscindibile. E a proposito di inscindibilità, che la qualità e la quantità, le proprietà e i corpi siano inscindibili, è dovuto al fatto che così si presentano nel mondo della percezione, mentre in altri piani–dimensione la sostanza può esistere priva di qualità? Se così fosse in quella dimensione la molteplicità si realizzerebbe solo attraverso alla differente quantità, intesa in senso di estensione della sostanza. Ma siccome l’estensione stessa è una qualità, rimane confermato in assoluto il principio che i corpi sono diversi perché hanno proprietà diverse, e viceversa; e che qualità e quantità sono inscindibili. L’una non può esistere senza l’altra.“

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La differenza di quantità corrisponde alla differenza di estensione, ma l’estensione è qualità, quindi deduce logicamente Kempis: ‘Non può esistere quantità senza qualità.’ Ci si può legittimamente domandare se vale il viceversa? Questa è la sua risposta:

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Kempis: “Quindi la qualità discende dalla natura intrinseca della sostanza, si manifesta all’esterno ma trae la sua origine dall’interno della sostanza, la quale rimane diversa in qualità anche in una dimensione dove non esiste l’apparenza, la percezione, per mezzo di cui si manifesta tale diversità. Sicché c’è identificazione fra qualità e sostanza.“

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Nel mondo dell’apparenza la qualità che appare è sempre supportata da una sostanza che così la fa essere, ecco perché eventi o persone la cui qualità si configura come distorta non possono non discendere da una quantità limitata di coscienza.

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Kempis: “Tale identificazione è meno evidente laddove si può cogliere la qualità e non la sostanza, dove la qualità si conosce e la sostanza è inconoscibile, cioè nel mondo dell’apparenza, nel mondo della percezione. In altre parole, tale identificazione è più evidente nella dimensione dello spirito. In tale dimensione la qualità è la sostanza. In una simile realtà, che è ancora molteplice, la comunicazione può avvenire solo con l’identificazione; cioè si conosce la sostanza che costituisce una realtà, un essere, non già dalle sue manifestazioni- come accade nel mondo dell’apparenza- ma da ciò che è in sé, comprendendo, abbracciando l’essere, la realtà stessa.”

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Il Maestro Kempis si avvicina al cuore della lezione, lui parla da un piano diverso dal nostro, in esso la conoscenza non passa dal linguaggio o dalla percezione della qualità delle cose, lì è l’identificazione il mezzo della conoscenza, per noi è l’estasi che permette ciò, ma questa può essere solo patrimonio di una coscienza acquisita ovvero adeguata quantità e qualità di esperienza compresa.

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Kempis: “Il ruolo degli esseri di una tale dimensione di esistenza non è comportamentale, non è di azione, anzi non è in nessun modo un ruolo, perché non è rappresentare e fare, ma essere e sentire.“

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Da queste parole si capisce bene cosa lui intende quando parla di sentire di coscienza.

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Kempis: “In una simile dimensione di esistenza non c’è spazio, pur essendoci ancora separatività; quindi gli esseri non sono più o meno vicini in senso spaziale, lo sono però in senso di affinità. Tuttavia non c’è contatto se non nella reciproca identificazione. In una simile realtà gli esseri non sono più isolati di quanto lo siano nella dimensione della percezione, dove degli altri si conosce solo ciò che appare, e l’intimo essere rimane sempre un mistero.”

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La sola vera comunicazione avviene con l’identificazione, ma questa è possibile solo fra individui dello stesso grado di evoluzione.

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Kempis: “Nel mondo dell’apparenza, infatti, non è mai possibile stabilire un reale contatto, conoscersi nella reciproca intima realtà. E questo, semmai, è il vero isolamento, la vera solitudine. Perciò, da questo punto di vista, si potrebbe dire che nel mondo dell’apparenza tutto è sempre all’esterno di se stessi, e che solo considerando che una cosa è veramente esterna- quando di essa non si conosce nulla, neppure l’esistenza- si può affermare che quanto si conosce, anche solo esteriormente, fa parte del proprio mondo, della propria realtà e quindi di se stessi, perciò è all’interno di sé sia pure solo come sembianza.“

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Noi che viviamo nel mondo della percezione crediamo di essere in comunicazione con gli altri, ma ciascuno è solo con se stesso, perché ciò che crediamo essere oggettivo e reale è soltanto creazione della nostra coscienza e da noi percepito secondo la nostra soggettività.

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Kempis: “Mentre nella dimensione della sostanza spirituale non solo tutto quello con cui si entra in contatto è all’interno di se stessi, ma lo è come sostanza, come intimo essere. “

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Sul piano della coscienza tutto è espressione della nostra esistenza, quantità e qualità intrinsecamente unite, in altri termini, molto elementari, carne della nostra carne.

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Kempis: “Nel mondo dell’apparenza – se hanno senso, un fine, le relazioni fra gli esseri e gli eventi in generale – la percezione – cioè la possibilità di cogliere l’apparenza della realtà, o meglio la realtà apparente – è il mezzo attraverso il quale il fine è raggiunto. Ebbene, nel mondo della sostanza spirituale, l’analogo mezzo è l’identificazione. E se la percezione è un primo passo verso il superamento della separatività, cioè l’unificazione della molteplicità, l’identificazione è il superamento della separatività tradotto in atto.”

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Secondo il Maestro Kempis il senso profondo del sentirsi d’esistere è il cammino verso l’unità, la percezione avvia questo sul nostro piano, l’identificazione lo mette in atto nel mondo dello spirito.

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Kempis: “Nella dimensione in cui la sostanza è identificata con la qualità, un essere non è un ente che ha una qualità, ma è la qualità stessa.”

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Con queste parole esplicitamente si dice che coscienza e relativa evoluzione sono la vita stessa, tutto è luce con differenti gradi d’intensità.

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Kempis: “E se nel mondo della percezione un essere è un ente che ha un sentire, una coscienza, nel mondo della sostanza spirituale, l’essere è il sentire, la coscienza: qualità innalzata a persona. Ciò è importante perché, mentre nella dimensione dell’apparenza i corpi possono acquistare e perdere proprietà, laddove la qualità è la sostanza perdere la qualità significherebbe perdere la sostanza; ma siccome nessuna sostanza può essere annullata, cessare di esistere in senso assoluto, ciò significa che la qualità non viene mai perduta.“

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Con questo Kempis vuol dire che l’evoluzione, non può tornare indietro, perché così è costruito l’Esistente nella sua intrinseca struttura di qualità-quantità.

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Kempis: “E siccome, ho detto, la qualità della sostanza spirituale è la coscienza, il sentire, la coscienza non vengono mai meno. Ora, l’annullamento della separatività, conseguente alla identificazione, non può che essere un reciproco arricchimento delle parti. Sicché non solo la coscienza non cessa d’esistere ma, se è vera l’identificazione, è destinata ad ampliarsi sempre di più.“

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Il percorso verso l’unione è continuo, si passa, attraverso successive fusioni, da sentire di coscienza più limitati a sentire meno limitati, la cui possibilità di consapevolezza permette una visione della realtà che trascende la precedente, come accade per la visione binoculare dei due occhi, che è fatta sì da quella di ciascuno, ma da un’altra e più ampia prospettiva della realtà, che appare non più piatta, ma tridimensionale.

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Kempis: “E che sia vera l’identificazione – che rappresenta nel mondo spirituale il processo analogo all’attività di relazione degli esseri materiali – lo dimostra il fatto che la vita naturale, pur tendendo a manifestarsi in una molteplicità inesauribile, tuttavia non tiene isolata ogni unità della molteplicità, ogni individuo, ma lo pone costantemente in situazioni di relazione non solo con individui appartenenti alla stessa specie, ma anche con individui di specie diverse. È quindi ragionevole supporre che gli esseri spirituali soggiacciano alla stessa legge di relazione che, nella loro dimensione, si concretizza nell’identificazione reciproca.“

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Il mondo nel quale viviamo ci costringe alla continua relazione con la diversità, che ha quale fine il proprio superamento. È questo l’occulto significato di Gesù “Ama il prossimo tuo come te stesso”. In esso si nasconde l’arcano che non esiste l’altro.

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Kempis: “Il processo di accrescimento della coscienza è dunque inverso a quello di accrescimento del numero, perché, mentre il numero cresce con l’accrescimento delle unità – cioè nella molteplicità – la coscienza si incrementa nel diminuire delle molteplicità, per effetto della unificazione. Il processo di identificazione delle coscienze individuali, che realizza il superamento della separatività, va a costituire una coscienza riassuntiva e quindi totale. In una simile coscienza tutto è egualmente sentito, così come le singole coscienze lo sentono: perciò nella totalità nulla emerge in particolare.“

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È interessante questa differenza fra il crescere della coscienza nel cammino verso l’unità, meno questa è frazionata e molteplice, più ampia è la sua consapevolezza, rispetto al numero, la cui quantità aumenta con le unità.

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Kempis: “Ora, se la qualità è percepita unitariamente, dipende dal fatto che è unitaria, perciò unitaria è la coscienza. E lo dimostra il fatto che anche nel mondo della percezione, dove tutto tende a mostrarsi diviso e molteplice, la consapevolezza – qualità dell’uomo – pur poggiandosi su innumerevoli e distinte informazioni fornite dai sensi, pur essendo il risultato di segnali percepiti distintamente e simultaneamente, è tuttavia un fatto unitario, una sintesi in cui tutte le singole informazioni sono egualmente tenute presenti e che va oltre la portata di esse, proprio per la sua unitarietà.“

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Accade con molta evidenza che anche per la consapevolezza della coscienza ordinaria, pur essendo la nostra percezione determinata da una miriade di impulsi e sensazioni, l’unità di questa non può venire meno, altrimenti avremmo una visione schizofrenica della realtà.

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Kempis: “Sicché la coscienza totale, pur fondandosi sulle singole coscienze individuali, non può che essere unitaria e perciò trascenderle. E siccome la coscienza è qualità che si identifica con la sostanza, la coscienza totale è un essere totale che per il suo trascendere la totalità è assoluto.”

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Termina questa sua lezione il Maestro Kempis con la logica conclusione che la coscienza unitaria che accoglie in sé il tutto non può che essere assoluta, perché niente può esistere al di là di essa. Il Maestro sa che la sola logica è insufficiente per accettare tutto questo, finisce perciò con una preghiera che risuoni al cuore dell’ascoltatore.

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Kempis: “Chi sei Tu, essere assoluto di cui siamo atomi?

Tu che trascendi le nostre limitazioni ed il morire di ogni istante?

Tu che ci salvi dall’immobilità e ci fai evadere dalle condizioni di limitatezza?

Tu che ci fai esistere e non releghi la nostra coscienza ad uno stato di incompletezza?

Tu che esisti nel superamento di ogni separatività, nella comunione di tutti gli esseri?

Chi sei?

Io sono spirito e materia, e nulla di tutto questo.

Sono maschio e femmina, e nulla di tutto questo.

Non sono neppure un io, perché in me non esiste distinzione separazione limitazione: infatti comprendo il Tutto.

Comprendere il Tutto significa non conoscere esclusione alcuna, privazione alcuna; non conoscere l’angoscia che nasce dal desiderio di avere o di essere ciò che non si ha o non si è.

Essere il Tutto significa Essere e, quindi, avere la pienezza assoluta.

Per te io sono tutto quanto ti manca per essere assoluto.

Tutto quanto sperimenti ti conduce a me, perché io sono il tuo destino.

Apparisco nascosto ai tuoi occhi, eppure sono palese a chi voglia trovarmi.

Non attribuirmi qualità che hanno un contrario, perché mi limiti. Dunque io sono illimitato. Ma pure questa è una qualità: dunque sono indefinibile.

Sono il tuo essere e il tuo non essere, in forza del quale sei come sei, imperciocché ogni cosa del mondo relativo esiste perché esiste il suo contrario. Ma io sono la spiegazione dei contrari, perché li trascendo.

Sono colui che dalla materia bruta trae la coscienza, in forza della quale tutto esiste. Se infatti ciò che è non sentisse o non fosse sentito, non esisterebbe. Così, il prodigio dell’esistenza è il prodigio della coscienza.

Esistere è sentire di esistere. Io sono l’esistenza assoluta.

Perciò, sentire di esistere è sentire me. Ogni essere mi sente perché sente d’esistere, ed in forza della sua stessa esistenza io sono presente in ogni essere. La semplice coscienza di esistere è la mia più velata manifestazione negli esseri, ma io sono anche ciò che alimenta la loro coscienza. Perciò sono la gioia che aneli e il dolore che ti schianta. Sono l’ambizione che ti spinge alla conquista ed il vuoto che alla conquista subentra.

Per ampliare la tua coscienza non esito ad edificare una civiltà o a distruggerla. Tutto faccio in funzione di te, del tuo vero bene.

Vedi coloro che ti circondano? Gioiscono, soffrono, si muovono, vivono e ciò che tu vedi di loro avviene per te, vedi che accade nel mondo? Accade per te. Anche ciò di cui hai avuto solo una scarna notizia, sentito una lontana eco, è avvenuto per te, figlio mio.

Il sole sorge e tramonta, le stagioni si susseguono, i pianeti percorrono le loro orbite, gli universi nascono e periscono e tutto ciò io lo faccio accadere per te, figlio mio. Dunque io sono la sostanza che ti costituisce e lo spirito che ti anima, poiché tu sei in me ed io sono in te, figlio mio.

Ma non mi fermo solo a questo, perché rendo partecipe di me stesso ogni essere ed a ciascuno mi dono interamente senza riserve, fino al punto che ogni distinzione io e te, ogni separazione, sono solo illusorie, e lo sono solo quel tanto necessario a farti esistere, a donare all’essere la coscienza assoluta. Questo io sono.“


[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.