Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 104-109
KEMPIS:
“Generalmente quando l’uomo pensa all’aldilà s’immagina che se v’è la possibilità di comunicare con questo misterioso spicchio dell’esistente, chi parla dirà cose che ormai sono improntate alla morale conosciuta dalla religione o dalle religioni. Io vorrei invece, questa sera fare un’azione di rottura nei vostri confronti, dire qualcosa che rientri in un tema attuale, se me lo consentite. Ebbene, potremmo appunto cominciare dalle religioni, dal problema religioso, per dire che indubbiamente ogni uomo si domanda almeno una volta, nella sua esistenza, lo scopo della sua vita terrena. Una risposta a questa domanda può venirgli solo dalle teologie religiose, cioè rientra nel novero delle cose credibili unicamente per fede, e perciò ciascuno può scegliere la risposta che più gli aggrada avendo questa, sul piano oggettivo, i valori di una semplice opinione. né più né meno. Ora il fatto che un’opinione possa essere più o meno fondata, voi dovrete convenire con me che non toglie valore all’opinione, almeno dal punto di vista soggettivo. Tant’è vero che molti hanno affrontato la morte oppure indirizzato in un certo senso la loro esistenza, unicamente in dipendenza delle loro opinioni. Invece sul piano oggettivo, il valore di ogni opinione, anche di quelle che sembrano ben basate e discendenti da principi universali, è sempre aleatorio; questo perché le regole da cui traggono ispirazione sono sempre relative. Lo abbiamo detto tante volte e lo ripetiamo questa sera per voi, che non ci seguita abitualmente. Vogliamo fare un esempio? Bene! Cerchiamo qualcosa che sia contro un principio apparentemente bene identificabile e vediamo se tutte le volte che il principio è leso, il giudizio di condanna si mantiene costante. Potremmo intitolare questo nostro studio: <Degli atti contro natura> titolo meraviglioso che farebbe felice un moralista; pensate che piatto succulento, per lui: azioni condannate e dalla religione e dalla morale; peccati per i quali l’unico destino del peccatore è il fuoco eterno! Non c’è dubbio, Dio ha dato i Suoi Comandamenti – si dice ha fatto conoscere la sua legge e ove questa tace , c’è sempre un modello di comportamento a cui rifarsi: la natura che vive costretta nelle leggi del suo Creatore. Tutto ciò che non segue certe regole naturali, anche se null’altro fosse a condannarlo, solo per quello sarebbe condannabile. <Mamma – chiede Pierino – quali sono le cose contro natura?>. Che rispondere ad una domanda così imbarazzante e per di più fatta da un innocente? – pensa la madre – e cerca di salvarsi con il vecchio sistema di eludere la domanda: <Sono quelle che non si addicono alla tua natura>. <E qual è la mia natura?>, replica Pierino. <Tu sei un maschietto e male sarebbe – sarebbe contro natura – che ti comportassi come una femminuccia. Vedi gli animali? Ognuno fa la parte che Dio gli ha dato: il leone fa il leone, la pecora fa la pecora e così via>. Dolce e ingenua mammina! Se tuo figlio fosse un po’ più smaliziato obbietterebbe che se allora è naturale secondare le proprie inclinazioni congenite, derivanti dalle caratteristiche morfologiche del tipo somatico al quale si appartiene, allora male fa l’iroso a controllarsi e, al limite, il ladro a non rubare. Pierino può accontentarsi di questa risposta, ma noi no. Infatti fra le caratteristiche somatiche e le inclinazioni congenite, spesso v’è una netta opposizione. Allora qual è la natura dell’uomo? Quella del suo fisico o quella del suo intimo? Logicamente si può rispondere che per quanto attiene alla sfera d’azione del corpo fisico, la natura è quella del corpo. Benissimo, non fa una grinza. Ma allora è contro natura che l’uomo voli, vada negli spazi, cucini i cibi, si vesta, si trucchi, semini, mieta, raccolga in granai; tutta la vita dell’uomo, dell’intelligenza e del progresso allora è contro natura – Come dite ? Che la cosa va intesa per la sola sessualità. la regola vale solo per il sesso. – Capisco. Infatti vedo che in questo campo l’uomo segue scrupolosamente la natura, ritenendo contro natura avere rapporti sessuali che non siano volti al fine della procreazione.- Come dite? Che non è così in effetti; la regola può essere disattesa, pur restando norma naturale, norma generale.- Capisco. In altre parole, allora il comportamento, pur non essendo identico a quello della vita dei regni naturali, rientra tuttavia nella norma della generalità degli uomini. Ma allora la norma non ha a che vedere con la natura, è qualcosa che tiene conto dell’opinione della generalità degli uomini, come le imposizioni tributarie e quelle militari. – Come dite? Lì centra la ragione di Stato.- Ah, capisco. Ma allora che cos’è la norma? Bello sarebbe rispondere : <un’opera lirica del musicista Vincenzo Bellini> e con una battuta più o meno spiritosa cavarsi d’impaccio. Ma qua stiamo parlando di cose serie e, soprattutto, precise; perché, infatti, se affrettatamente si definisce <norma> o <regola> ciò che rientra nel comportamento generale, nello standard generale di una società, allora -per esempio – fra la genialità e la prostituzione, è molto più singolare e perciò molto più condannabile il genio della prostituta. Ma in effetti, all’atto pratico, non è così. Allora, qual è la vostra norma? Perché la logica mi dice infatti che se la norma è quella della natura, allora per esempio è contro natura avere rapporti sessuali che non siano volti al fine della procreazione, metodo Ogino incluso, che non fa salva l’intenzione. E chiunque non segue scrupolosamente questa regola, non abbia voce per condannare ogni altro che la violi. Scommetto che non tutti siete d’accordo con me, è inevitabile. Seguire la norma che crea le norme. E’ insito nella natura egoistica di ogni uomo stigmatizzare gli altri per innalzare se stessi; naturalmente il giudizio di condanna deve trovare riferimento in qualcosa, nel comportamento degli altri, che sia condannabile da un qualunque punto di vista. Perciò si passa in rassegna la loro vita, la si confronta con la propria e, dal confronto, si pongono in evidenza quelle azioni che – così a freddo e ben lontani dalla contingenza – si crede non facciano parte della propria natura, dimenticando che l’occasione fa l’uomo ladro. Ne consegue che certe azioni che rimangono singole rispetto al comportamento generale, vengono bollate con il marchio dell’infamia e così la regola è creata. Sicché la regola non individua certi valori assoluti,, non ha un valore in sé, ma è tale in quanto rispecchia il comportamento generale degli individui di una società. Una questione statistica, insomma, ed il giudizio di condanna che subisce chi viola non deriva dal bisogno del giudice di erigersi a tutore di supposti valori morali, ma unicamente dall’istinto di ognuno di trovare nel comportamento degli altri qualcosa di condannabile da un qualunque punto di vista, perché mostrando il fango che si è gettato sugli altri si crede di nascondere il proprio. Abbassando gli altri si è convinti di innalzare se stessi. La conclusione di questo discorso, e cioè la relatività delle norme morali di una società, è fin troppo scontata. Ma che cosa succede quando queste norme sono credute comandamenti dettati da Dio? E qua ci riallacciamo ancora una volta al discorso religioso che abbiamo avviato all’inizio; anche senza entrare nel merito della <dettatura> è chiaro che il valore rimane egualmente relativo. Se infatti ancora una volta – e questa volta per nostra comodità – ci rifacciamo alla natura, osserviamo come ogni specie abbia le sue regole di vita, che sono quelle e vanno bene per quella specie e non per un’altra. In modo analogo, dunque, i comandamenti di Mosè, per esempio, non possono contenere tutta la moralità o la più alta moralità; è evidente che si tratta di principi quanto meno riferibili ad un dato tipo di società, ad una fase dell’evoluzione degli esseri. Infatti per la fase di evoluzione che voi dovete compiere, il <non uccidere>di Mosè è l’inizio di un discorso che si concluderà col superare la visione egoistica della vostra esistenza. – Quanta strada, eh fratelli? allora sorge una domanda: nell’ambito di questo discorso, c’è una regola che sia valida in senso assoluto per ogni uomo, dal selvaggio al Santo che sta per lasciare la ruota delle incarnazioni umane? Evidentemente no, perché ciò che è <ideale morale> del santo, applicato al selvaggio ne paralizzerebbe ogni moto vitale. Non solo, c’è dell’altro. Guardate nelle società umane una legge è un insieme di principi generali ed astratti che dovrebbero vigere per ogni uomo che si trovi nell’ambito territoriale di quella società. Chi è preposto alla promulgazione delle leggi, cura che queste divengano di pubblica conoscenza. Una volta, quando gli uomini non sapevano leggere e scrivere, c’erano le <grida>, cioè gli <editti> gridati dai banditori e in quel modo portati a conoscenza dei sudditi. Oggi, invece, le vostre leggi sono pubblicate nell’intesa che ogni cittadino sappia leggere. E fino a qua non è assolta la formalità della pubblicazione, la legge non entra in vigore. Questo, ripeto, nel difettoso e lacunoso mondo umano. Ora, se lo scopo della vita dell’uomo fosse quello di fare la volontà di Dio, cioè di seguire le Sue leggi, come si dice, queste dovrebbero essere uguali per ogni uomo, non solo, ma dovrebbero essere conosciute da tutti gli uomini, cosa che non è in assoluto. Gli indios – o amerindi – per esempio non conoscono i comandamenti di Mosè, né è vero che abbiano delle regole morali innate che li sostituiscono; sicché quelle che dovrebbero essere leggi divine, non hanno quel carattere di universalità che dovrebbero avere, primo perché non sono uguali per tutti gli uomini, secondo perché non tutti gli uomini le conoscono o, quanto meno, hanno occasione di conoscerle e ciò esclude che lo scopo della vita dell’uomo sia quello di seguire e di osservare le leggi di Dio. noi diciamo che lo scopo della vita dell’uomo è quello di superare l’egoismo che in lui nasce dal senso di separatività. Questo scopo è raggiunto attraverso a molteplici incarnazioni, durante le quali l’uomo, passo su passo, volge verso quella mèta. Ma per raggiungerla ha valore tanto il <non uccidere> di Mosè quanto la dottrina di Marx. Nelle varie fasi dell’evoluzione umana, l’ideale morale che l’uomo deve raggiungere e fare propria natura acquisita, potrà essere il <non uccidere> e poi il<non fare agli altri quello che non si vorrebbe fatto a sé> ed infine <l’amare gli altri come se stessi>. Ne consegue che il giudizio che si può dare, si può fare di un uomo – ammesso che sia lecito giudicare – deve essere rapportato alla sua fase di sviluppo. Il problema non si esaurisce qui. rimane infatti la questione della <conoscenza>. Chi trasgredisce, inconsapevole, la norma morale che deve fare propria natura acquisita, è colpevole? in altre parole, per evolvere è necessario conoscere la mèta che si deve raggiungere? A questa domanda risponderò in un’altra occasione, sempre che vi sia qualcuno che fra tanti bei discorsi ed interessanti dei viventi, preferisca venire ad ascoltare le parole di un trapassato. Ma credo di sì, perché in fondo siete degli idealisti che vivono fuori del tempo e della concretezza. Nel vostro oggi, nel vostro mondo dove tutto è politicizzato, non c’è spazio per voi: a chi vi appoggiate? La destra non ha peso non è ascoltata; il centro ha una sua religione da difendere, la sinistra è ufficialmente atea. Come pensate di essere ascoltati? E’ una prospettiva alquanto sconfortante, dovete ammetterlo. Mi si obbietterà che la scienza e la conoscenza del vivere di oggi, tutto insomma conduce l’uomo alla massima concretezza, razionalità e tradizionalità, eppure mai come oggi l’uomo si è sentito attratto dal misterioso e dall’irrazionale. E’ vero, dovete convenire con me. L’interesse generale impedisce all’intelligenza dei tempi di porre una bella pietra tombale su quella che è la più deleteria delle pazzie che abbiano afflitto l’umanità: l’occultismo. Ma voi che cosa avete da dare agli uomini, cari fratelli? predire la loro buona ventura, scioglierli dalla loro mala sorte, uccidere i loro nemici?- perché questo, per l’uomo è l’occultismo. Vi guardo, fratelli, ed in voi vedo altri uomini, fuori da qui, perda dei sottile inganni della mente: far soffrire. Altri che soffrono, altri ancora – pochi invero- che hanno superato il dolore abbandonandosi alla ricerca del piacere. Parlo a quelli e dico: voi che vi siete liberati dai ceppi a cui il terrore della dannazione eterna e della sanzione temporale avvince, voi che credete che tutto sia lecito al più forte e perciò cercate di accaparrare quanto più potere vi è possibile, ascoltatemi. Parlo seguendo la vostra logica che è quella di valutare ciò che dovete fare per vedere se vi conviene; soffocando le istanze giuste di chi è uomo come voi e perciò ha gli stessi vostri diritti, uccidendo chi contrasta i vostri interessi, avversando chi segue l’inevitabile ed irrefrenabile moto di rinnovamento del mondo, che cosa credete do comperare? La vostra immortalità? Bene che vi vada, riuscirete a mantenere i vostri privilegi per la durata della vostra vita, che nessuno sa quanto breve sarà e che certo voi non avete il potere di prolungare. Voi non credete alla sopravvivenza dell’essere alla morte del corpo: io vi credo. Ma se per caso avessi ragione io, non vi chiedo che cosa sarà di voi fra poco, dopo la vostra morte, ma vi invito a riflettere a quante lacrime dovrete versare prima d’imparare a non fare ciò che fate. E parlo anche a quelli che si scandalizzano nel vedere prevalere la corruzione sulla rettitudine, il vizio sulla virtù, la facile menzogna sulla scomoda verità. Voi che vedete trionfare che fa tutto quanto sapete non doversi fare, ascoltatemi: se è il timore che v’impedisce di imitare chi dite vi scandalizza, allora non temete agite pure, date libero sfogo ai vostri desideri di conquista; finalmente imparerete il valore di ciò che sapete. Certo conoscerete lotte, affanni, amarezze; oh! farete soffrire e crepare d’invidia chi invidia come voi, ma sarete temuti e riveriti. Vi potrete permettere un bel funerale di lusso e forse anche un monumento alla memoria. Vi pare poco? Se invece siete convinti della validità delle vostre opinioni, allora di che v’impicciate? Vivrete secondo ciò che <sentite> e tanto vi basti. Siete ricchi di ciò di cui gli altri sono poveri e che non possono comprare. A chi non è riuscito a realizzare le proprie aspirazioni di ricchezza, i propri desideri di potenza, dico: non questi l’uomo vive per realizzare, ma se stesso e la vera realizzazione è silenziosa ed invisibile. Infine a voi che sopportate il peso della vostra esistenza modesta, nell’ombra e nell’altrui indifferenza, che fate il vostro dovere anche quando nessuno ve lo impone, che siete paghi di ciò che avete, comprendendo che una sola cosa è necessaria; che siete gli ultimi fra gli uomini non perché siete timorosi o incapaci, ma perché avete compreso che nessuna ricchezza, nessuna notorietà, nessun potere valgono ciò che sta al di là di essi, io dico: un sottile velo separa la vostra consapevolezza dalla mia Realtà. Caduto quello, queste mie parole di speranza saranno la vostra vivida certezza, e ciò è più di ogni ricompensa.”
[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.