Le leggi divine per la nascita spirituale

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp.109-116


Voce del Maestro Kempis

KEMPIS:

“Questa sera continuerò un discorso che iniziai nello scorso ciclo di riunioni e che lasciai in sospeso con una domanda. Chiedevo: l’uomo è colpevole delle azioni che compie infrangendo la norma morale relativa al suo stadio di sviluppo individuale? E’ bene subito dire che è necessario, anzi indispensabile, sgombrare il terreno dal concetto della colpevolezza e della punizione, tanto caro alle religioni di tutti i tempi. L’idea che le sventure che colpiscono l’uomo siano un castigo di Dio, conseguente all’infrazione di qualche legge divina, è di origine prettamente umana. <Se farai una certa cosa o non ne farai un’altra, male te ne incoglierà> . Qual è stato il sistema con cui i governanti di tutti i tempi hanno cercato d’imporre le loro regole, se non quello di minacciare gli eventuali trasgressori  con una sanzione? Cosi gli uomini hanno creduto che Dio usasse, per imporre il Suo volere, lo stesso metodo che usa chi detiene il potere. Ma dovete convenire con me che sarebbe ingiusto che Dio punisse chi va contro la Sua legge, quando perfino gli uomini sentono il bisogno di far conoscere le loro regole prima di renderle operanti. Il discorso muta dalle fondamenta se si toglie il concetto della colpevolezza, comunque ingiusto, ed ancora più ingiusto se la legge non è conosciuta. Dicevo comunque ingiusto perché le leggi non sono universale, come abbiamo visto nell’occasione precedente. Se – come affermiamo – lo scopo della vita dell’uomo è quello dell’evoluzione, allora la differenza che c’è fra un evoluto e un inevoluto, non sta nel fatto che l’evoluto conosce e quindi rispetta il volere di Dio , mentre l’inevoluto lo ignora e quindi non lo segue, non l’osserva; ma sta nel fatto che l’evoluto ha  una diversa natura, rispetto all’inevoluto. Sicché se certe leggi o regole esistono, debbono esistere per dare all’uomo una natura ultra umana, e non per punirlo se le viola. Perciò che siano conosciute o ignorate, possiamo rispondere che, di massima, non fa alcuna differenza; egualmente perseguono lo scopo per il quale esistono, che è quello di far evolvere l’uomo. Per esempio la famosa legge di causa e di effetto esiste egualmente, che l’uomo la conosca o la ignori, e egualmente persegue lo scopo per il quale esiste. Guai se esistesse solo per chi la conosce! Ripeto: non si tratta che l’uomo debba astenersi dal fare qualcosa per cui sarebbe necessario che egli conoscesse che cosa gli è vietato, ma si tratta di ben altro.  Secondo alcune religioni, Dio crea le anime e poi nel mondo le collauda; quelle che superano la prova godono della Sua visione, le altre patiscono pene talvolta anche senza fine; colpevoli, in definitiva, d’essere un aborto della creazione divina. Noi affermiamo che la vita non è una prova, se mai è una scuola e che l’uomo – proprio perché vive e dalle varie vite- raggiunge livelli di coscienza sempre più ampi.  Se allora lo scopo generale della vita dell’uomo è quello di fare evolvere l’uomo, e ciò attraverso a varie tappe in cui prima impara a non fare agli altri quello che non vorrebbe fosse fatto a lui stesso, e poi a fare agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a lui stesso, allora è chiaro che ogniqualvolta l’uomo indirizza se stesso contro lo scopo della sua esistenza, sorga un correttivo naturale; e questo è realizzato attraverso al famoso karma-  e che ormai tutti sapete che cosa sia  – che non è un mezzo punitivo. Se tu danneggi gli altri sarai danneggiato perché questo è un mezzo attraverso al quale, non solo tu impari a non danneggiare, ma acquisisci  la natura di non danneggiare i tuoi simili. Non sto qua a ripetere tutto quello che più o meno conoscete a proposito del karma, anche se talvolta in modo impreciso. Vedete, l’essere interiore di ognuno ha un suo ciclo naturale di sviluppo, né più né meno come tutte le cose naturali. Guardate il vostro corpo fisico: inesorabilmente invecchia, nonostante gli sforzi che taluni fanno. Voi state nascendo ad una fase successiva della vostra evoluzione individuale, paragonati alla quale siete come il feto nel grembo materno rispetto al fanciullo nato. Dovete rendervi conto che l’uomo rappresenta il primo balbettio dell’essere, e se rappresenta così poco, nessuno può condannarlo. Vi sentireste di condannare un fanciullo perché è tale? Di dargli una responsabilità perché non è maturo come un uomo? Eventualmente solo nell’ambito delle cose che il fanciullo deve imparare come fanciullo può essere valutato il suo indice di apprendimento.  Solo nell’ambito della meta individuale che dovete raggiungere può avere senso una valutazione delle vostre esperienze. Un selvaggio che avesse imparato a non uccidere, giudicato secondo le leggi della sua società che vogliono il nemico sterminato, sarebbe condannabile. Giudicato rispetto alla norma, alla meta della sua evoluzione, sarebbe encomiabile. Ma ancora giudicato rispetto alla meta del Santo, dell’amare gli altri come adesso amate voi stessi, sarebbe ancora condannabile perché, se è vero che chi ama gli altri come se stesso non uccide, non è vero il contrario …  Un uomo della vostra società  che dovesse imparare il senso del dovere e fosse alla prima fase dell’apprendimento, quando il senso del dovere diventa cecità, ed avesse supinamente seguito l’ordine d’inviare nei campi di sterminio migliaia di creature, sarebbe assolvibile purché non una sola volta avesse anteposto il proprio tornaconto al suo senso del dovere, perché ciò sarebbe a significare che l’invocato, a sua discolpa, senso del dovere, altro non era che un comodo alibi. E chi è in grado di dare un giudizio così preciso?  Sarebbe bello e di effetto rispondere: < Lo stesso interessato nell’aldilà. >  Ma così non è : Nessuno può dare una natura che non abbiamo, se non l’evoluzione. <Ed allora?> – direte voi.<  allora – dico io – occorre abbandonare un altro falso concetto, il concetto del giudizio.  L’idea che l’uomo nell’aldilà sia giudicato, è strettamente connessa al concetto della colpevolezza e della punizione e per essa valgono le stesse considerazioni che fin qui abbiamo svolte.  Non si tratta che l’uomo debba essere giudicato,  ma si tratta che l’uomo nasce spiritualmente e ciò avviene in modo del tutto naturale, senza bisogno di giudici e giudizi > . Consentitemi, a questo punto, di aprire una parentesi per spiegare, brevemente, le ragioni per cui ciò che afferma un’entità a proposito di un fatto da essa constatato, spesso è in contrasto con quanto afferma un’altra entità, sempre a proposito dello stesso fatto, con gran gaudio degli animisti, e con mal celata perplessità degli spiritualisti o spiritisti. Vedete, l’aldilà è una <brutta bestia> . Molte  entità credono che ciò che osservano, per il fatto stesso d’essere in una dimensione ultra fisica, sia la Realtà oggettiva. E non comprendono che anche la dimensione d’esistenza in cui sono, è soggettiva. Solo la Realtà assoluta è oggettiva, ogni altra dimensione è relativa e perciò soggettiva. Se voi domandate ad un’entità, per esempio, chi è che sceglie  la prossima sua incarnazione – supponiamo che sia un’entità che non ripeta cose udite dire, cioè che non bari, che sia abbastanza evoluta da vedere qual è la sua successiva incarnazione – ebbene novantanove su cento vi risponderà che nessuno sceglie, ma che essa stessa l’ha scelta. Ora voi capite che un’affermazione di questo genere può essere vera, in un Cosmo  perfettamente ordinato e non improvvisato, solo se chi sceglie fosse tanto evoluto e illuminato da conoscere e seguire l’ordine divino. Ma se lo Spirito, il Sé, l’Essere disincarnato avesse questa illuminazione – che diventasse oscuramento solo quando è incarnato – ditemi, fratelli, che cosa sarebbe l’evoluzione? null’altro che un fatto formale. Badate bene, io non dico che il Sé, l’Ego, lo Spirito evolve, ma dico che ciò che è conosciuto con questi appellativi, è un complesso di stati di coscienza, l’uno apparentemente sfociante nell’altro, i quali sono realtà sempre meno limitate. Ora sarebbe assurdo che ad uno stato di coscienza limitato, ne seguisse uno illimitato, con il solo scopo di far operare una scelta in armonia all’ordine divino, e che poi tutto tornasse come prima. < Allora – direte voi – come nasce l’errore in certe entità, di credere che ciascuno sceglie la propria successiva incarnazione ?>  E’ molto semplice.  Quando voi avete sete e decidete di bere, vi recate laddove avete la possibilità di togliervi la sete nel modo più rapido. Se qualcuno vi domanda chi ha deciso per voi di bere, voi risponderete che nessuno l’ha fatto e che voi stessi avete deciso così; non tenendo conto che questa decisione è il risultato di due fattori: da una parte la necessità d’acqua del vostro corpo, d’altra la possibilità di togliervi la sete nel modo più rapido possibile. Così l’entità che dice di scegliere la sua prossima incarnazione, non si rende conto che al di là di ciò che le appare, sta la sua necessità evolutiva e la possibilità che ha l’ambiente che essa crede di avere scelto – quello e quello solo – di soddisfare la sua necessità. Ecco perché verso quello si è sentita attratta, e quello crede di avere scelto. La legge di Dio  – quando non si chiama Karma doloroso – è così  lieve che l’oggetto di essa non ne avverte il giogo. Solo chi può andare al di là di ciò che appare può cogliere il senso riposto delle cose; tuttavia non escludendo, in umiltà, che un altro senso ancora più profondo possa celarsi ai suoi occhi. Torniamo a noi. Se nella stagione propizia e in un terreno fertile ponete un seme vivo, il seme germoglia, ed automaticamente segue le leggi che regolano il suo sviluppo naturale, senza che vi sia bisogno di chi amministri o applichi quelle leggi. E come l’acqua scendendo da monte a valle segue la via di maggior pendenza, così in modo del tutto naturale e spontaneo, fra le varie leggi che regolano il ciclo di sviluppo individuale, si applica quella più adatta al particolare momento e caso. Capisco che l’immagine della realtà da cui sia tolto l’umanissimo concetto di Ente supremo che giudica e perdona ed interviene direttamente nelle vicende umane – anche se di rado e con scarsi risultati, visti gli effetti  – contribuisca a fare di questa Realtà  qualcosa di inesorabile. Ma come il corpo fisico dell’uomo vive, per lo spontaneo ed automatico svolgersi dei processi biologici, senza che la psiche dell’uomo ne sia turbata dall’automatismo in sé della vita biologica – ma, al contrario, lo sia quando questo automatismo venga meno  – così la parte mortale dell’uomo vive per lo spontaneo operare delle leggi cosmiche. Il fanciullo che si forma nel grembo materno segue un automatismo naturale, eppure il risultato di questo automatismo è un evento meraviglioso: una vita autonoma. Allo stesso modo l’uomo nasce spiritualmente in virtù delle leggi cosmiche che via, via indirizzano, sostengono, correggono il suo sviluppare. Esse vogliono il suo vero bene anche quando si chiama dolore. E qua è introdotto un argomento che vi preme particolarmente e che non è possibile esaminare in tutta la sua ampiezza questa sera. Perciò vi dico: stando così le cose, cioè senza chiedersi perché,  che senso avrebbe un Ente misericordioso che togliesse il dolore della vita dell’uomo, quando solo il dolore è indispensabile in quel particolare momento e caso dell’esistenza individuale?  Se una pianta avesse bisogno d’acqua e se il darle acqua significasse farla soffrire, sarebbe pietoso, per non farla soffrire, farla inaridire? Badate, in non dico che il dolore sia l’unico mezzo che fa evolvere l’uomo, ma dico che quando l’uomo si ostina a non comprendere, gli eccessi che egli compie richiamano su lui il correttivo naturale. A quel punto, dannoso   sarebbe stornare dall’uomo quel naturale correttivo. Il dolore può essere evitato solo non muovendo le cause che lo provocano. Ed ecco un’altra domanda che vi preme: < Come è possibile fare ciò, se non conosciamo le cause che muoviamo?> . E’ giusto che sia così, perché l’uomo deve agire non per paura di quelle che egli pensa possano essere le conseguenze a lui dannose, ma  perché è convinto che deve fare così, non per paura. Evolvere non significa cambiare l’atteggiamento esteriore e rimanere gli stessi nell’intimo, ma significa trovare una nuova natura, e da quella – se mai – cambiare il proprio comportamento.  Ciascun uomo, nella gioventù pensa di affermarsi nella vita, di diventare qualcuno, è così convinto di questo che pensa che tutti gli altri debbano vivere in funzione di lui stesso. Difficilmente riconoscerà che gli altri hanno gli stessi suoi diritti: anzi cercherà ogni pretesto per diversificarsi da loro e per potersi ritenere così soggetto ed oggetto di un diritto speciale. In questa concezione egoistica, egli trascura, danneggia, calpesta gli altri che come lui si ritengono al centro del mondo. Poi vengono le prime constatazioni, le prime amarezze, le prime delusioni. Il risultato di questo sarà o la reazione o la frustrazione, ma nell’uno e nell’altro caso, consapevole o no, ancora calpesta, danneggia gli altri che incontra nel suo cammino. Lo scopo della vita dell’uomo, però, è quello di fargli superare una concezione  egoistica di se stesso e del suo mondo; perciò le cause che egli muove richiameranno su di lui degli effetti che a quel fine lo volgeranno, lo indirizzeranno. Certo una simile meta risulta incomprensibile ad un selvaggio; ma voi che qua siete intervenuti, che siete in grado di andare oltre problemi d’ordine strettamente materiale, siete in grado di capire la giustezza e la bellezza di questo scopo e verso quello indirizzarvi equilibratamente e misuratamente alle vostre forze. Perciò non vi diciamo: <Abbandonate tutto per servire gli altri.>, ché questo non corrisponderebbe  né alla vostra natura, né a quello che finora ho detto; ma comprendere l’umanità degli altri, comprendere che nessuna società può sopravvivere se ciascun individuo si sente sovrano despota al centro del mondo, potete farlo. Allora cominciate da voi stessi: dal fare bene quello che siete chiamati a fare,  non per arricchire o per emergere, ma perché siete convinti che quello è ciò che dovete fare.  Tutto ciò vi sembra poco? Bene ! Cominciate dal poco ! Se non siete fedeli nelle piccole cose, chi vi affiderà le grandi? Ancora poche parole per concludere. Quello che vi diciamo è quanto constatiamo: non pretendiamo che crediate vere le nostre parole solo perché noi le pronunciamo. Colui che pretende che gli altri credano vero o non vero solo ciò che lui stesso così definisce, evidentemente identifica se stesso con la Verità, ed altrettanto evidentemente ha un comportamento che è tipico nella paranoia, il che si commenta da solo. Esaminate i concetti che vi esponiamo, giudicate se essi vi danno della Realtà un’immagine più o meno esplicativa di altre immagini. Obbiettivamente a noi sembra ch’essi diano della vita non tanto un diverso significato, quanto un significato accettabile; vi riconcilino con il Divino che non appare più come un Ente misterioso per vocazione, che schiaccia gli uomini con la Sua immensità, per sollevare solo quelli che hanno la ventura d’indovinare come piacergli. Forse con l’ipocrisia? O con l’adulazione? Egli è il Vero creatore dell’uomo che tutti conduce a Sé, anche quelli che lo respingono. Questo concetto fa sentire nel seno di Dio fiduciosi, sicuri che al Suo cospetto non esistono privilegiati, né gli infelici hanno bisogno d’essere patrocinati. Nel mondo che costruite, come i fanciulli castelli di sabbia, vince l’inganno, l’astuzia, la prepotenza. Chi si erige a difensore dei deboli e perciò degli sfruttati, lo fa per poi venderli in cambio di trenta denari di potere. Il più forte vince il meno forte, e a sua volta è vinto. Il debole cerca protezione dall’una o dall’altra parte, creando una catena di dipendenza estremamente pericolosa. Ma quale prospettiva può avere un mondo così concepito, se non lo scontro frontale dei forti o la spartizione della Terra fra essi, che paralizza ogni aspirazione di rinnovamento dei singoli? se le nostre parole non vi convincono non ha alcuna importanza. Tuttavia non viene meno il vostro dovere ch’è il dovere di ogni uomo di chiedersi: <Ma è mai possibile che l’uomo viva solo per perdersi?  E’ mai possibile che la vita di molti sia nel migliore dei casi un continuo carnevale? E’ mai possibile che la suprema aspirazione degli uomini buoni sia crescere figli? Che solo la mira del proprio guadagno e della propria affermazione induca l’uomo ad agire? Le opere più belle sono espressione della creatività dell’uomo, o dei suoi commerci? E’ giusto ritenere produttivo solo ciò che dà un utile economico, quando le opere più belle e più utili spesso sono pessimi affari? E’ mai possibile che il dolore sofferto da tanti o abbia il non senso della concezione atea o serva a dimostrare a Dio che la Sua creatura è degna di Lui?  E dov’è l’onniscienza divina? E’ mai possibile che tante civiltà, crudeli e raffinate, guerriere e amanti delle Arti, siano finite nel nulla perché creazioni del caso, o abbiano avuto come unico scopo quello di popolare l’inferno e il Paradiso? O piuttosto non sia che nei mille ripieghi, risvolti, problemi anche sciocchi di ogni forma di vita, nella lotta per la supremazia, nello squallore del proprio vuoto interiore, nel dolore, non nasca la convinzione di un nuovo essere? Che nella saturazione del proprio <io> egoistico, ognuno si convinca che la propria vita appartiene anche agli altri, primo atto di una serie che condurrà ad abbattere quelli che sono ritenuti i confini del proprio essere? Che questo nostro mondo dalle tragiche e confuse apparenze, altro non sia che un crogiuolo dove ogni essere nasce e dove ognuno indistintamente, nell’illusione, trovi in sé la coscienza che lo conduce alla Realtà? Questa è l’unica concezione che si concilia con il pensiero razionale e con le aspirazioni mistiche, senza che né l’uno né le altre debbano rinunciare a qualcosa. Perciò, nel  lasciarvi, vi auguro che questa sia la vostra Verità.”

[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.