Le Verità comunicate verranno un giorno conosciute da tutti

Brano tratto da: CONOSCI TE STESSO? pp. 125-126

DALI:

“La pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli cari.

Eccoci qua ancora una volta riuniti, figli, riuniti per scambiare le nostre idee, per parlare insieme di queste Verità, le quali sono sconosciute alla maggior parte degli uomini oggi incarnati, ma che debbono essere da tutti un giorno conosciute. Ha perso forse di valore questa affermazione dopo quello che vi abbiamo detto. Certo che si può dire la Verità con termini ancora più precisi, ma sostanzialmente quello che sapete non muta: era, è e rimarrà vero. Non cambia di valore, non è errato dire che tutti gli uomini, un giorno, conosceranno la Verità, conosceranno queste Verità che voi già conoscete.

Ognuno, nella gamma del suo “sentire”, nella gamma della sua vita individuale, ha questo “sentire”, corrispondente al conoscere le Verità che vi abbiamo preannunciate; corrispondente, oltre, all’assimilare queste Verità, a ritrovarle nell’intimo suo. Ognuno di noi – ogni individualità, intendo dire – ha questo traguardo, questo punto di passaggio, questa fase, questo stadio; ed è importante che l’uomo si avvicini a questa Verità, comprendendola pienamente, nei riflessi che essa può avere della sua vita.

Ecco perché, dopo quello che vi ha detto il Fratello Kempis, che ha avuto la gioia di comunicarvi, con parole a voi note, ma con significato più vasto, più profondo, la Sorella Teresa – come avete notato – ha voluto richiamarvi in modo che voi possiate prendere giustamente queste Verità. Il conoscere che niente trascorre, che tutto rimane, il sapere che in ultima analisi ciascun “sentire” dell’individuo è un “sentire” limitato e quindi errato, e che quindi tutti erriamo nello stesso modo; il sapere questo, figli, dà, deve dare, un’enorme comprensione. Comprendere tutti. Il collocare questa verità nel giusto schema dell’Essere Assoluto, della natura divina, riuscire a capire che ogni “sentire” individuale – pure essendo limitato e così profondamente diverso dal “Sentire Assoluto” – è pur tuttavia un Suo “sentire”; comprendere tutto ciò esattamente significa aprirsi ad una tolleranza, nei confronti dei propri simili, senza condizione e senza limite. Perché, figli cari, chi potrà sentirsi diverso da un suo simile quando questo ha – non dico diverso aspetto morfologico, diverso colore della pelle, o diversa età, o parla una lingua diversa – ma quando questo suo simile ha diverse idee, diversi principi? Né potrà condannare il proprio simile e dire “erra”, “è un meschino”, quando sa che egli stesso esiste in una analoga forma di “sentire” e di operare.

Quando voi pensavate che ogni individuo era il succo, il retaggio del suo passato che aveva abbandonato e che era bene non ricordare per tutto un insieme di errori commessi, allora veniva facile condannare i propri simili e in quest’opera di condanna innalzare se stessi. Dire: chi odia erra. Criticare perché così facendo si dimostrava agli altri, e a se stessi, che si era superiori, che si era tutt’altra cosa. Ma quando voi sapete che il nostro passato – per quanto triste, pieno di errori e di incomprensioni sia – è lì tuttora – ed uso un’espressione non esatta ma che mi fa comodo per ciò che voglio dire – è li tuttora ad accusarci, come possiamo condannare i nostri simili che vediamo errare? Quanta tolleranza dobbiamo avere, figli! Quanto il nostro prossimo dobbiamo sentirlo identico a noi! Forse non noi nello stadio attuale del “sentire”, ma lui nell’insieme della sua vita, a noi nell’insieme della nostra! Sono due diversi stadi di “sentire”. Così come voi vedendo un vostro simile dormente, non potreste dire che ha diversa natura da voi per il solo fatto che nella situazione contingente sta dormendo e voi siete allo stato di veglia, o viceversa. Ed invece soffermatevi, figli cari, su quanti sono i motivi che ci fanno sentire i nostri simili diversi da noi. Quanti! Il loro modo di vestire, il loro modo di pensare; basta un nulla e già noi, sentendo gli altri diversi da noi, creiamo fra noi e loro una barriera. Che cosa significa questo che io voglio dirvi? Significa forse che dovete, tollerando tutti, essere così acquiescenti con gli altri, da condividere le loro idee ed aiutarli nella realizzazione dei loro principi? No. Significa solo – è una cosa che può sembrare tanto facile, ed invece tanto è difficile – amarli, amarli e comprenderli. Amarli tanto da capire che il loro stadio di “sentire” è quello che è. Non è quello che appare ai nostri occhi, è diverso, e comunque sia può essere più o meno limitato del vostro, ma è il loro, ed è un capitolo della loro esistenza, della loro vita individuale. Amarli quindi anche se il loro “sentire”, quale voi riuscite ad indovinarlo o quale voi lo ritenete, è un “sentire” diametralmente opposto al vostro, è un “sentire” totalmente diverso a quello che voi state percependo. Questo significa la tolleranza. Ma non significa, figli, tolleranza, condividere l’azione degli altri quando questa è diversa e non rispecchia il vostro “sentire”. Ciascuno deve seguire il suo “sentire”, e comprendere che il “sentire” degli altri ha la stessa ragione d’esistere del proprio.

 Riflettete su quante sono le occasioni che fanno di voi delle creature “chiuse”, non aperte; che fanno di voi delle creature isolate, circoscritte. Riuscite a capire, al di fuori degli schemi che sono stati e continuano ad essere la vostra salvezza di ieri e di oggi, ma che non sono – e non saranno – la vostra salvezza di domani. Perché gli schemi, i canoni, i principi che conoscete sono profondi e giusti e recano ordine; sono come lo scoglio che fu di salvezza ieri, ma anch’essi saranno abbandonati. Dunque al di là di ciò che fino ad oggi, e con molto profitto, può avervi tenuti incolonnati, soggiogati anche; che ha fatto come le guide che si pongono ai piccoli quando iniziano a camminare, al di là di questi schemi, figli, vi sono altri principi, altri concetti tanto validi, più di quelli che conoscete. Un’altra etica, un’altra morale che oggi vi è in qualche modo sconosciuta, ma che ha un suo profondo valore. Ebbene cercate di vedere al di là di quanto fino ad oggi vi ha servito ma vi ha chiuso, e proprio perché vi ha chiuso, vi ha servito. Ora, che cominciate a crescere, sappiate vedere al di là dei muri domestici, al di là di quello che credevate insormontabile. Il peccato, l’errore, non sta nel superare i solchi, le linee, i confini che gli uomini e i Maestri saggiamente hanno tracciato. Ma sta nell’intenzione e nella ragione con la quale questi confini, questi solchi, queste linee si superano, si scavalcano, si abbattono.

 L’uomo sa che certe cose non si debbono fare; e certe cose non si debbono fare perché, se tutti le facessero, una società civile non si reggerebbe più in piedi. E la continuazione della specie non avverrebbe più, gli ambienti favorevoli non sussisterebbero più. Dunque le impalcature debbono esistere, dunque esse sono necessarie. Ma quando l’uomo è cresciuto tanto da avere dentro di sé questi principi, egli può guardare oltre le impalcature. Può guardare oltre ciò che sta, i muri domestici, ed allora vedrà che ciò che egli crede bene e male assume un significato diverso. Il male può diventare ai suoi occhi bene e viceversa. Anche questo può avvenire. Prendete questa affermazione per ciò che vale. Può capire che certi principi religiosi avevano un unico scopo igienico; e quindi comprendere quanto erano giusti. Ma che, una volta che l’uomo ha imparato a lavarsi, non servono più. Certi timori della dannazione eterna erano necessari ad impedire che l’uomo si scatenasse; sono stati strumentalizzati al fine di soffocare, anche, le creature e così permettere che altri, alle loro spalle, si arricchissero e conservassero posizioni di privilegio. Ricordate quando vi dicevamo che tutte le forze sono doppie? Così molteplici sono gli scopi per i quali gli avvenimenti umani accadono. Sempre più ragioni concorrono, più necessità vengono soddisfatte. Capire che la dannazione non esiste, eppure non scatenarsi, eppure conservare  la propria dignità e saper auto-controllarsi. Non avere dunque più timore, non essere dalla paura soggiogati, ed agire egualmente bene. A questo devono portarvi i nuovi insegnamenti. Dico “nuovi” per intenderci, figli. A questo devono portarvi il senso approfondito dei nuovi concetti.

Vi benedico.

Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini, figli.”

CONOSCI TE STESSO? Teoria e pratica dell’autoconoscenza e della liberazione. Scuola del Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1990.

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