Amare la vita

Brano tratto da: “CONOSCI TE STESSO?” pp. 134-138

KEMPIS:

“Salve a voi.

Quanto sia importante per l’animale il “movimento”, si può capire pensando che ogni animale, nascendo, sviluppa proprio grazie al movimento, e che riconosce come propria madre la prima sagoma che si muove; anche se questa in fondo è un corpo inanimato messo artificiosamente in movimento. Questa sensibilità che si dischiude, si dischiude vieppiù grazie al movimento. Ed in fondo noi, figli e fratelli, non siamo che degli animali, anche se ciò che si dischiude in noi non è più la sensibilità, ma è – o dovrebbe essere – la coscienza. La nostra coscienza si dischiude, cresce, si amplifica grazie al movimento, alla successione, al trascorrere. In ultima analisi, forse, potremmo dire al “divenire”.

Ora io non sono così profondo nello spiegarvi la differenza fra l’essere e il divenire, come già molto tempo fa in fondo ha fatto per voi il Fratello Claudio. Ma pure desidero, prendendo a prestito le Verità da lui portate, ricordarvi queste differenze perché questo “ricordarsi” cade giusto in un momento appropriato; in un momento di pausa. Noi abbiamo salito un gradino conoscendo le Verità ultime che avete sapute, e dobbiamo soffermarci, dobbiamo riprendere un attimo il fiato: fare alcune considerazioni.

Ecco che la volta scorsa vi abbiamo parlato della creatività dell’uomo, e giustamente avete compreso che cosa intendiamo con “creatività dell’uomo”: l’uomo che esprime se stesso, che realizza se stesso, il proprio “essere”. Questo è dunque un “essere” e non un divenire. Ma l’evoluzione umana, che ha radici in altri regni naturali – e voi ben lo sapete – conta una fase che è del divenire; la fase più sensitiva, la fase quando, questo centro, è ancora più un centro di sensibilità che un centro di coscienza. Ma quando diciamo “centro di coscienza” non dovete inorgoglirvi, figli e fratelli, né dobbiamo inorgoglirci perché noi siamo – l’ho detto or ora – molto simili agli animali che sviluppano ancora attraverso al movimento; e noi sviluppiamo seguendo questo illusorio trascorrere, questo illusorio divenire. La nostra evoluzione dunque ancora si svolge nel campo del divenire. Che cosa significa questo? Nel campo delle sensazioni, nel campo del voler essere ciò che non si è in realtà; nel campo tutto costellato di grucce che servono a spostarci da un punto all’altro e, nello stesso tempo, a non farci perire sotto il peso degli spostamenti. Perché l’uomo, figli e fratelli, non vorrebbe spostarsi, non vorrebbe mutare, mutare i propri ambienti, le proprie abitudini, le proprie idee. Cerca di conservare le posizioni acquisite, ma – in altre parole – in questo va contro natura, perché si nega al movimento, quel movimento che invece lo conduce ad uno sviluppo, ad una evoluzione. Ed ecco che la natura provvida sopperisce a questa tendenza di pigrizia innata nell’uomo, e che cosa fa? Dei piccoli terremoti! Ecco che costringe, attraverso agli eventi della vita, l’uomo, a spostarsi, a modificarsi, a muoversi – sempre ed anche – nell’illusione. Ma poiché l’uomo che è ancora un virgulto così tenero, così… feribile, potrebbe soffrirne, pone a sua disposizione delle grucce, delle illusioni, dei conforti, delle iniezioni di coraggio. Fino a che quest’uomo non diventa un tantino più grande; in età maggiorenne. Ed allora vengono tolte queste grucce, gli viene mostrato il vero valore di esse. Gli viene detto – come viene detto a voi -: “Devi imparare a camminare da solo, senza queste grucce. Cioè ad affrontare la Realtà quale è, senza che essa sia velata: perché tu stai passando ad una nuova fase del tuo ‘essere’ in cui veramente sei un centro di conoscenza e di espressione. Recepisci in te, e attraverso di te, una forma di coscienza dell’Assoluto”.

Ora, questo momento in cui non esistono più dei bastoni a cui sorreggersi, è sempre un momento tragico. Questo momento in cui l’individuo è posto di fronte al Cosmo, privo di certi veli, corrisponde – quando queste Verità venivano raggiunte attraverso alla iniziazione – a quella fase in cui l’adepto si sentiva unico e solo abitatore del Cosmo. Ed in effetti è così. La prima impressione che può dare la Verità della non contemporaneità del “sentire”, è questa. Ma la meditazione, la giusta comprensione di questa Verità, fanno sì che viene acquisita nel giusto senso e questa solitudine ben presto cade.

Questa osservazione può ancora sembrare una gruccia, ma non è così. Allora, che cosa sono le grucce in sé? Sono Verità anch’esse: tutto sta come di esse l’uomo si serve. Se ne fa, appunto, dei bastoni a cui sorreggersi per trovare conforto, o se veramente ne fa oggetto di studio, di meditazione, di assimilazione – come deve essere – della Verità; indipendentemente dal fatto che essa sia a lui più o meno gradita.

Una gruccia può diventare la Verità della reincarnazione; la Verità della sopravvivenza dopo la morte. Quando una persona cara ci precede nel trapasso, la Verità della sopravvivenza può essere una gruccia per colui che rimane nel così detto “mondo dei vivi”, confortato da questa Verità nel pensiero che la persona cara sarà presto o tardi riveduta – forse è meglio tardi che presto – comunque riveduta, non persa definitivamente. Eppure questa è una Verità. Dunque la Verità si trasforma in gruccia unicamente in funzione di come la si affronta, la si considera interiormente.

Che cosa significa, dunque, lasciar cadere le grucce e i bastoni? Significa affrontare le Verità nella giusta luce, non servendosi di esse come di un conforto, come di un mezzo di evasione dalla Realtà; ma comprendendole perché la Verità deve essere compresa ed assimilata in se stessa e per se stessa.

Ora – lo ripeto ancora – voi siete in questa fase delicata. Alcuni veli che coprivano una Realtà più profonda del Cosmo – del Creato mai creato – sono caduti – caduti assieme alle grucce e ai bastoni – e voi siete di fronte a questa nuova Realtà. Ma questa nuova Realtà, forse, prestandosi pure in maniera più difficoltosa rispetto alle vecchie, è da voi cercata, è da voi presa secondo la vostra vecchia abitudine. Voi cercate, con questa nuova Realtà, di eludere la Realtà. Voi cercate di adattare questa nuova Realtà a ciò che è parte di voi stessi, cioè delle vostre vecchie convinzioni. Voi cercate di occultare quegli aspetti di queste nuove Verità in modo che essi risultino meno sgraditi, più conformi a quelle che sono sempre state, fino ad oggi, le vostre convinzioni. Quindi voi cercate di allontanare da voi – in ultima analisi – la Verità, la Realtà. Voi quindi cercate un divenire e non un “essere”. Perché si è nel divenire – anch’esso, ripeto, necessario in una fase della evoluzione umana – sino a che si cerca di vivere non come si è, ma secondo certe convinzioni. Non come è l’essenza del nostro essere, ma come vorremmo essere. Così si è nel divenire tutte le volte che guardando il mondo dei fotogrammi, con queste nuove Verità conosciute, voi pensate che non potete più vivere come una volta; ma che questa vita che vi circonda non corrisponde più alla Realtà che vi è stata svelata e che forse per vivere realmente occorrerebbe ritirarsi dalla vita di oggi per fare vita di meditazione. Ma, figli e fratelli, se voi riflettete bene, questo è un divenire e non un “essere”. Se voi riflettete bene, questo è un ricercare un giusto modo di vivere per essere nella Realtà, per dire: “Io vivo realmente”, e quindi per essere diversi da quello che in realtà si è. Questo è né più né meno un divenire.

“Come è allora – la domanda sorge istintiva – come è e quando si vive veramente nell’essere? E che cosa dobbiamo fare?”. Ma ancora questa domanda può nascondere la vostra volontà di divenire. L’ambizione dell’io, la chiama il Fratello Claudio, perché questa è la realtà. Occorre che ciascuno di voi non abbia misteri con se stesso. Ecco il modo di esistere nell’Essere e non nel divenire. Occorre che ciascuno di noi conosca il proprio intimo in tutta la sua realtà, sia essa piacevole o spiacevole, sia essa lodabile o deprecabile secondo i canoni della umana società. Ma nessun mistero, nessun lato nascosto di voi stessi deve esservi sconosciuto; deve essere, appunto, nascosto ai vostri occhi.

Quando allora si desidera allontanarsi dal mondo dei fotogrammi per vivere nella realtà, si desidera in sostanza allontanarsi dalla realtà del nostro essere, per continuare un divenire.

   Che fare? Amare di più chi vi sta vicino, chi vi sta attorno. Esprimere voi stessi in questa creatività dell’amore. Fare con più convinzione, e in questa nuova prospettiva di idee, il nostro dovere di uomini. Vivere più intensamente e, nella riflessione di queste Verità che conoscete, la vita di umani, non di asceti. La vostra natura: realizzare voi stessi nella vita, nella continua riflessione e assimilazione delle Verità che conoscete. Ma non realizzare le Verità che conoscete a scapito di voi stessi: voi stessi in queste Verità, e non è un sillogismo. Non dovete, a scapito della vostra personalità, del vostro essere e della vostra natura, vivere secondo certe Verità; ma portare in voi stessi queste Verità e farle diventare vostro “essere”, vostra natura.

Ora, questo terremoto che è durato un po’ del vostro tempo, circa queste nuove Verità, è in un certo senso divenuto un po’ più familiare.

Voi ora vi affacciate alla finestra e vedete trascorrere e passare nella via sottostante una folla di umanità tutta volta a vivere la propria vita di uomo. Ebbene, guardando queste creature, voi potete anche conoscere che il loro “sentire” non è contemporaneo, che la loro vita, in ultima analisi, è illusoria e tutt’affatto diversa da come appare e da come è anche da loro “sentita”, eppure amare queste creature, aiutarle. Questo sta scritto nella Verità: “Amare la vita, ma essere pronti a lasciarla come coloro che non l’amano affatto”. Amare, essere innamorati della vita come i figli del mondo, pur sapendo quanto diversa sia da come appare. Seguire certe convenzioni umane – se questo fa parte della vostra natura – pur conoscendo quanto illusorie, quanto di comodo esse siano. Ricordate le parole del Cristo all’uomo che lavorava il Sabato! C’è una profondissima Verità, in questo. Essere liberi intimamente. Prima di trasformare ciò che sta al di fuori della vostra vita, trasformate voi stessi; perché potete cambiare quanto volete l’esteriore, ma il vostro sarà sempre un divenire, se a questa mutazione non corrisponderà un mutare dell’“essere” vostro.

Pace a voi.”

CONOSCI TE STESSO? Teoria e pratica dell’autoconoscenza e della liberazione. Scuola del Cerchio Firenze 77, (a cura di Pietro Cimatti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1990.

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