Percezione sul piano akasico

Seduta del 07-03-74

KEMPIS:

“Salve a voi!

Man mano che noi proseguiamo nella nostra esposizione, notiamo il vostro interessamento che si sposta a quei piani dei quali conoscevate qualche definizione, per cercare di capire meglio quale tipo di esistenza colà vi sia. Parlando del piano akasico voi siete tutti convinti che vi sia una enorme differenza di esistere rispetto ai piani più densi del Cosmo.

L’ultima volta abbiamo visto abbastanza dettagliatamente che cosa è che distingue la “percezione” dal “sentire”. E questa sera vi siete chiesti se nel piano akasico vi possono essere delle forme di percezione analoghe agli altri piani del Cosmo. Voi sapete che nel piano fisico nel piano astrale e nel piano mentale – i piani più densi – la percezione avviene attraverso ad un ente percepiente – che è l’individuo – e qualcosa che deve essere percepito ed è il mondo circostante all’individuo. Voi sapete anche che questo mondo circostante non è affatto oggettivo, nel senso che fino ad oggi – o fino a ieri – avete creduto, ma il mondo quale l’individuo lo percepisce, esiste in quel modo solo per lui. Individuo-ente percepiente: qualcosa che sta attorno all’individuo, che a lui fa cornice, da questo connubio ne salta fuori la percezione individuale.

I Maestri che parlano, che aiutano, sono veri non c’è dubbio. Veri per l’individuo che li ascolta. Se vi sia un rapporto simultaneo fra Maestro e individuo che ascolta non ha importanza perché questo non ha rilievo sul piano oggettivo; ciò ha valore unicamente da un canto per l’individuo, dall’altro per il Maestro; ma due valori distinti e separati che hanno in comune unicamente un’immagine virtuale, un nesso illusorio, qualcosa di contingente. Ciascuno, tanto il Maestro quanto l’individuo che ascolta, ha la sua esistenza e quella sola, per entrambi, ha valore. Ora, anche quando un Maestro parla ed un individuo ascolta, vi è un percepiente e qualcosa da percepire: l’individuo percepisce il Maestro. Da questa percezione sorgerà – dicendo tutto ciò in modo molto esemplificativo – una perla, la perla del sentire individuale la quale esiste già da sempre e per sempre nell’individuo, ma vibra, si rivela, esiste in quell’attimo eterno – quella sola volta nell’eternità senza tempo – quando la percezione dell’individuo lo conduce ad avere un’esperienza. E l’esperienza ha luogo quando la percezione individuale nel mondo dei fotogrammi si ripercuote tanto profondamente e sentitamente da raggiungere la coscienza dell’individuo. Allora quel granello di sentire individuale si rivela; allora l’individuo ha la constatazione diretta che in lui esisteva quel “sentire”. Se noi, però, tagliamo la parte grossolana, il percepire attraverso ad un essere posti di fronte ad un oggetto, per percepire, troviamo la parte dell’individuo che qualcuno molto facilmente potrebbe definire più reale: troviamo il “sentire individuale”, il quale “sentire” individuale è cosa tutt’affatto diversa – e lo sapete dalle ultime conversazioni – del percepire. Il sentire si rivela, esiste, al di fuori di un ente percepiente e di un qualcosa da percepire; è un sentire… – come possiamo definirlo? – totalmente differente, è un “giungere a sentire” totalmente differente da quello che voi potete oggi concepire. È un fluire spontaneo, oltre un certo limite.

Quando l’uomo non ha lasciato la ruota delle nascite e delle morti, ha queste esperienze di cui prima vi ho parlato e costituisce – per dirlo alla vecchia maniera – la sua coscienza, il suo corpo akasico. Allorché trapassa, abbandona il veicolo del piano fisico, dopo una serie di esperienze astrali abbandona il veicolo astrale e quindi il mentale. Se egli è un uomo di una evoluzione relativa, la sua coscienza non sarà sufficientemente costituita – vi ricordate queste parole, figli? – ed allora non potrà vivere consapevolmente nel piano akasico; per lui sarà, allora, il riposo dell’Ego fino ad una nuova incarnazione, al momento in cui si ammanterà di materia mentale e quindi astrale e quindi fisica – dicemmo – è vero, figli e fratelli? – e tornerà a vivere come uomo. Ora, che cosa significa “vivere consapevolmente nel piano akasico”? Significa avere, palpitante, esistente, un grado di “sentire di coscienza” piuttosto complesso, intenso. Se noi saltiamo a piè pari tutto il periodo in cui l’individuo si incarna e arriviamo, nell’osservazione, al punto in cui si è costituita la coscienza individuale – cioè l’individuo ha abbandonato la ruota delle nascite e delle morti – ci è forse più chiaro che cosa significa “vivere coscientemente nel piano akasico”. A quel punto, abbiamo detto, l’individuo ha costituito la sua coscienza individuale; quindi l’amore al prossimo sarà una mèta raggiunta, un “sentire individuale” che in quel momento si realizza nell’eternità. È quello il momento in cui il “sentire” è creato da Dio. Questa espressione è un capolavoro di… errore e non potrebbe essere diversamente perché si parla di “creazione”, si parla di “momento”. Ma come dire diversamente?

 Che cosa accade quando l’individuo ha lasciato la ruota delle nascite e delle morti? Quando il fluire del sentire individuale avviene senza necessità di percezioni nei piani più densi del Cosmo? Avviene spontaneamente. Significa vibrare all’unisono di tutte le perle dei sentire individuali; significa quindi raggiungere un sentire universale e quindi cosmico; significa ritrovare in questa Comunione di sentire individuali tutte, non solo, tutte le percezioni degli individui ai quali siamo uniti, cioè tutti gli individui esistenti nel Cosmo. Significa fondersi, a quel grado di sentire, con tutti i sentire analoghi. Per darvi un’idea: se fosse l’amore al prossimo quel grado di sentire, significa raggiungere l’amore al prossimo totale, in ogni sua forma, in ogni sua variante, in ogni suo aspetto. Se fosse la visione di un’arancia su un tavolo, significherebbe raggiungere la visione dell’arancia da tutti i punti di vista degli osservatori che sono attorno a quel tavolo. Questo significa cioè vivere la totalità delle esperienze individuali ad un dato livello di sentire e poi a quello successivo e a quello successivo ancora, non più attraverso alla percezione individuale, ma attraverso alla percezione di tutti gli individui; o meglio, siccome di percezione più non si può parlare, attraverso al sentire totale degli individui.

Ma nel piano akasico voi avete rammentato tutti i sentire individuali, poi avete anche rammentato l’individualità e avete detto – ricordando le nostre parole – che la massima espressione dell’individualità è la Scintilla Divina. L’altra volta parlammo della visualizzazione dell’individuo, adesso cerchiamo di visualizzare gli esseri, anche se queste espressioni che udrete saranno altrettanti capolavori di errori. Le individualità hanno dunque un terminale oltre il Cosmo nella Scintilla Divina. Ma la Scintilla Divina noi l’abbiamo definita “virtuale frazionamento dell’Assoluto”, perché non è concepibile un reale frazionamento; e non è altrettanto concepibile che l’insieme delle individualità, queste collane di sentire individuali, percepite tutte simultaneamente, abbiano ciascuna un frammento di divinità. Dunque questo punto terminale è un punto che non esiste realmente, è un punto virtuale. È un frazionamento che non può non essere illusorio dell’Assoluto. Allora dunque potremmo dire, visualizzando l’insieme delle individualità, che la Scintilla Divina è un Sole i di cui raggi sono appunto le individualità. Allora noi troviamo un punto di confluenza di tutti gli esseri esistenti in un Cosmo; un punto di esistenza che è un virtuale frazionamento dell’Assoluto, che quindi – in altre parole – è l’Assoluto. Questa immagine ci ricorda l’immagine delle anime gruppo, tanti corpi che fanno capo ad un individuo: così tante collane di sentire che si imperniano tutte su di un punto unico: il virtuale frazionamento dell’Assoluto. Allora comincia a delinearsi un’immagine più chiara dalla quale vediamo che in fondo, forse, siamo tutti un unico corpo, un unico “essere” – potremmo dire – che esiste una differenza fra me e te come può esistere una differenza fra un filo d’erba ed un altro filo d’erba di un prato; entrambi fanno capo alla stessa individualità e noi tutti abbiamo le nostre fondamenta, le nostre radici, in un punto comune. Non solo, ma senza arrivare tanto lontano, senza giungere a quel punto comune, prima di allora, le mie esperienze, in ultima analisi, saranno le vostre e le vostre sono le mie. Con quale coraggio possiamo allora guardarci senza comprensione l’un l’altro? Con quale coraggio possiamo sentirci estranei l’uno all’altro, figli e fratelli, quando ciascuno di noi non fa che rappresentare un’esperienza, una variante di quella infinita esistenza che si chiama Assoluto? Nessuno – che abbia veramente compreso queste misere parole – può guardare con distacco, compassione, commiserazione un suo fratello. Nessuno che comprenda in pieno queste parole, può sentire estraneo a se stesso un qualunque altro essere esistente.

Io vi auguro che possiate intravedere la luminosità di queste Verità perché esse potranno rendervi tanto forti da sopportare le ingiurie di chi non le comprende; potranno rendervi tanto forti da farvi sorridere di chi si prende gioco di voi, ma vi renderanno tanto liberi da non conoscere più nessuna limitazione.

Pace a tutti voi!”

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