Brano tratto dal libro “Per un mondo migliore“, pp. 40-43
Claudio: Stimolato dalle sue sofferenze, l’uomo ne ricerca la causa, prima fuori di sé, attribuendole alla collera di qualche deità, poi, quando si è convinto di come una simile spiegazione sia puerile, scavando nel suo intimo. Crede, allora, che la sua infelicità dipenda dal non possedere abbastanza, da non essere abbastanza amato o stimato, da non poter soddisfare tutti i suoi desideri; lo si vede perciò affannarsi a ricercare ciò che può dargli una tale possibilità: per esempio il denaro o addirittura un agente magico. I fattori che concorrono a chiudere questa fase dell’esistenza umana sono tanto da saturazione- cioè constatare con l’esperienza che la felicità non dipende dall’appagamento dei propri desideri- quanto la privazione a cui finisce per seguire una sorte di abbandono, di rassegnazione nella quale l’uomo scopre che, pur non importandogli più di possedere ciò che desiderava, ugualmente non è felice. Nella fase della esistenza che l’attende, l’uomo sposta la ricerca delle cause per cui non si sente realizzato e felice, ancora più profondamente nell’intimo suo, convincendosi in modo errato che la felicità possa nascere e sussistere solo nell’assenza di desiderio, di qualunque stimolo, il quale immancabilmente turba la quiete dell’intimo suo come i venti la superficie di un immobile specchio d’acqua. Egli, allora, cerca di dominarsi, di reprimere i propri istinti, di diventare padrone di se stesso. Come abbiamo detto tante volte, una simile auto- disciplina è encomiabile quando ha l’intento di migliorare i rapporti fra gli uomini, l’esistenza dei quali rapporti rende necessarie le leggi sociali e ne giustifica l’imperio, anche se non fino al punto di farle diventare più importanti dell’uomo, tale imperio, come invece talvolta accade nell’esercizio della giustizia umana. Purtroppo, l’auto-disciplina che l’uomo si impone in questa fase della sua esistenza non ha l’intuizione altruistica di migliorare i rapporti umani, ma l’intento egoistico di raggiungere un ideale di super uomo, intangibile dalla corruzione dei sensi e perciò felice, pago della sua superiorità. Alcune discipline a carattere mistico o filosofico incentivano una tale sublimazione dell’io umano: secondo certe concezioni- o l’interpretazione che ne danno gli uomini- lo stato di pienezza e di realizzazione è raggiungibile rendendosi insensibile al piacere e al dolore, sia fisici che morali, ossia stornando l’effetto senza rimuovere la causa. Si riconosce, dunque, che la ragione di tutte le sofferenze è l’io egoistico ed umano, ma non si cerca di superarlo, anzi lo si vuole sublimare rendendolo divino. Ciò che si mira a raggiungere è disinteressare l’io dalle meschinità della Terra per interessarlo alle sublimità del Cielo. Una tale concezione è facilmente accettabile da parte dell’uomo, o verso di essa facilmente l’uomo propende, perché è lusinghiera per l’io umano: prospetta il raggiungimento di una posizione di preminenza. Per una tale prospettiva l’uomo è capace di compiere grandi sacrifici: rinuncia spontaneamente a ciò che gli altri cercano e bramano, ma la ragione che lo spinge a tale rinuncia è la stessa che spinge altri ad accumulare. Nell’uno e nell’altro atteggiamento, ciò che si mira a raggiungere è affermare il proprio io in questo o nell’altro mondo. L’io è estremamente prezioso per l’uomo, nulla spaventa l’umano più del pensiero che il suo io possa annullarsi, perché ciò risuona come un annullamento del suo essere. Noi, invece, affermiamo che l’essere- la cui coscienza va ben oltre la momentanea consapevolezza dell’uomo- trascende l’io; perciò l’io- più che la personalità cosciente- dovrebbe definirsi la personalità auto-consapevole, abbracciando la coscienza l’intera estensione dell’essere, conscio ed inconscio. Per noi, “coscienza è evoluzione raggiunta.” Una tale personalità è assai più composita di quello che la psicologia presume: è qualcosa di posticcio rispetto al’ “essere”, è una sussistenza virtuale, un’immagine caleidoscopica, è la risultante della presenza di più fattori che tuttavia non sono componenti strutturali dell’essere ma sue errate deduzioni, errate deduzioni della mente umana. L’identificazione che l’uomo fa di se stesso con il proprio momentaneo e contingente nucleo auto-consapevole, l’istintivo riguardare in termini di separazione ciò che non ricade sensibilmente in tale consapevolezza, dall’uomo ritenuto non sé per un errore di interpretazione della Realtà, creano l’io in senso spaziale. L’io in senso temporale nasce dalla memoria. Il ricordo, anche se incompleto, di avvenimenti passati crea l’idea della continuità dell’io nel tempo ed è all’origine della speranza o della fede che continuerà oltre la morte. Se la natura limitata della consapevolezza e la possibilità di ritenere la dinamica degli avvenimenti creano l’io, il pensiero precipuo, le personali propensioni, il proprio punto di vista, l’indole, rappresentano la personalità, ossia la caratterizzazione dell’io, la colorazione della concezione dualistica di base, ma come la consapevolezza di esistere non viene meno col mutare- anche se radicale- della personalità, o con la perdita- anche se totale- della memoria, così non viene meno allorché vengono superati tutti i fattori che creano l’io, perché l’io non è un supporto essenziale all’esistenza dell’essere, ma solo una errata interpretazione, una “limitazione” dell’essere. L’esistenza dell’io non è necessariamente l’esistenza dell’essere. La consapevolezza di esistere non è conseguenza di una realtà necessariamente strutturata in soggetti ed oggetti, mentre lo è l’io. Chi ha una tale concezione della realtà, identifica il proprio essere nel e col proprio io ed ha un eccessivo amore di sé. Non è quindi un errore usare il termine io come sinonimo di egoismo, dal momento che il suo vecchio amore di sé è una caratteristica di chi ha una tale concezione dualistica della realtà. Quando parliamo di superamento dell’io, intendiamo superiamo superamento della concezione della realtà come strutturata in soggetti ed oggetti. Intendiamo rendersi consapevoli delle proprie reali intenzioni, delle ragioni che determinano i propri atteggiamenti. Intendiamo conoscenza di sé che non significa conoscenza teorica di com’è strutturato il proprio essere, ma significa conoscere quelli che sono i veri pensieri, i veri desideri, i reali sentimenti. Significa smascherare l’io e quindi superarlo senza che per questo venga meno la consapevolezza di esistere. Sarebbe un errore credere che la consapevolezza di esistere fosse un prodotto della realtà necessariamente strutturata in soggetti ed oggetti. La Coscienza Assoluta- Dio- non è un io, non è un soggetto; non potrebbe esserlo dal momento che in tale “stato d’essere” null’altro esiste se non Dio. In una simile Realtà, è assurdo il concetto di mio o di parte di me, come lo è il non-io, il non-me, il non parte di me. Dio non è auto-conoscenza o auto-consapevolezza assoluta; il concetto di auto-consapevolezza è proprio del mondo della limitazione. Può darsi che tutto questo risulti piuttosto confuso, ma può anche darsi che le vostre idee sull’io, sulla realtà e sull’essere non corrispondano a ciò che E’, e di ciò che E’ noi vi parliamo. Se invece le nostre parole vi convincono, allora vi proponete di superare l’io, ricadendo automaticamente nella concezione di un io illimitato. Ma è una contraddizione in termini: l’io è il prodotto di una limitazione. Come non si può affermare di aver superato l’io essendosi resi insensibili al piacere e al dolore; come non si può affermare di essersi resi forti ad ogni istinto, ad ogni tentazione, allorché si è fuori dal pericolo di essere tentati; di aver raggiunto il dominio di sé nell’assenza di limitazione, di aver rimosso la causa avendo stornato l’effetto; così l’io non cessa di esistere finché v’è distinzione tra soggetto ed oggetto, finché l’uomo non si identifica anche con il suo mondo, finché non comprende che l’essere è ben oltre la momentanea autoconsapevolezza, è oltre ogni limitazione, oltre ogni separazione.
Pace!