Commenti a cura di Andrea Innocenti
Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 217-221
Kempis: “Osserviamo il vostro stupore di fronte ai concetti che vi stiamo illustrando. Stupore e sbigottimento. A chi ha capito può sembrare che il nostro tornare sui principi enunciati sia superflua ripetizione, ma perché il concetto sia afferrato occorre esaminarlo da diversi punti di vista. Per chi ha capito ciò costituisce un collaudo, per chi ha le idee confuse ulteriore esplicazione. Pensate, per portarvi a questo punto di conoscenza ci sono voluti venti anni ed era una conoscenza accessibile che non esulava dalla logica umana. Qui, invece, si tratta di vedere la Realtà da un punto di vista del tutto inusitato. Perciò, per il momento, dobbiamo parlare per principi. Quando vi enunciammo il principio della non contemporaneità del «sentire», questa verità vi parve strana; e via via, attraverso a spiegazioni, a discussioni, qualcuno di voi – per non dire tutti, o quasi – si è impossessato di questa Verità, prima conosciuta come semplice enunciazione di principi. Per «impossessato» intendo aver capito, non assimilato o compreso. Siamo nell’ambito del capire ed accontentiamoci di questo. Del resto è un punto di passaggio obbligato: se l’uomo prima non capisce, mai arriverà a comprendere. ATTENZIONE, CONSAPEVOLEZZA, COMPRENSIONE. È vero? Verità ancora valida.
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Il percorso, che indica il Maestro Claudio, è alla base di tutto l’insegnamento del Cerchio e riguarda non soltanto la parte relativa alla conoscenza interiore di ciascuno, ma lo si può volgere anche alla conoscenza generale, che è quella, che viene ampiamente trattata dal Maestro Kempis. Infatti, Kempis ha più volte detto, che le Verità da lui comunicate, qualora non capite a causa della loro complessità, possono essere non studiate, da coloro, che non se la sentano per il momento di accettarle, ma sono comunque conoscenze, che prima o poi dovranno essere acquisite. Se ne può perciò dedurre, che l’attenzione all’insegnamento filosofico del Maestro, apre la strada a quella consapevolezza, che è requisito indispensabile per la comprensione, ovvero una più ampia coscienza.
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Kempis: “Ora siamo giunti all’enunciazione di un altro principio: quello delle «varianti». Principio che per taluno di voi può sembrare superfluo o addirittura costituire motivo di confusione. Ebbene se questo può sembrarvi una zeppa, qualcosa che turba il quadro che ora dell’insegnamento vi siete fatti, vuol dire che non avete capito giustamente. Vuol dire che voi date al libero arbitrio un ‘interpretazione del tutto soggettiva, cioè pensate che l’individuo sia libero solo perché crede di esserlo, ma che in effetti non abbia alcuna libertà. Ciò non è tutta la verità; infatti l’individuo non è libero – sempre di quella porzione di libertà relativa – solo perché crede di essere libero, ma perché crede di essere libero e perché ha un’effettiva possibilità di scelta. Certo quando l’individuo subisce un karma non possiamo parlare di scelte, ma veniamo ad un esempio pratico. Le scelte che può fare l’individuo uomo e che veramente corrispondono ad una sua effettiva libertà, non possono essere tali da coinvolgere totalmente la sua esistenza. Nella vita di un uomo quella che apparentemente può sembrare una scelta le cui conseguenze hanno radicalmente mutato la sua esistenza, in effetti non costituiscono una sua libertà. L’uomo non ha la libertà così grande da mutare veramente la sua esistenza. Se la sua esistenza cambia completamente vuol dire che quello era il suo destino, cioè quello doveva fare e non quello che poteva fare. In linguaggio matematico la libertà di scelta dell’uomo potrebbe essere paragonata alle soluzioni di un’espressione condizionata di questo tipo A+B= 7 in cui A debba essere sempre minore di B. Le soluzioni possibili (scelta libera) sono alquanto limitate e lo sono vuoi dal risultato che è già determinato 7 e vuoi dalla condizione posta.
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Il Maestro Kempis riprende il concetto delle Varianti per fare delle chiarificazioni necessarie per possibili interpretazioni errate riguardo al tema del «libero arbitrio». Può essere questo interpretato come una libertà percepita, ma in realtà solo supposta e non effettivamente reale. Il Maestro precisa, che in alcune situazioni, la struttura del Cosmo è tale da creare una vera libertà. In quei casi abbiamo come due o più spezzoni di una pellicola, la quale si divide in più filmati costituenti delle vere varianti poste alla possibilità di scelta dell’individuo. Le varianti però sono molto rare e riguardano eventi della vita di un individuo non determinanti ai fini dello sviluppo della vita stessa. Inoltre queste possibilità di scelta hanno sempre dei condizionamenti ben precisi, per i quali non possono essere completamente arbitrarie. Costituisco comunque, pur con certe limitazioni, momenti di una vera e propria libertà. Libertà pura.
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Kempis: “Dunque, quando l’uomo ha di fronte a sé la possibilità di scegliere, può darsi che ciò corrisponda al vero, ad una effettiva libertà di scelta, soprattutto se le scelte non sono di una portata tale da mutare radicalmente la sua esistenza. Così egli può godere di due tipi di libertà: una libertà effettiva anche se relativa, ed una libertà supposta; la prima quando le sue scelte corrispondono ad una reale possibilità di scelta, la seconda quando questa possibilità è in effetti solo supposta. Ebbene questa sera dobbiamo enunciare il principio che il primo tipo di libertà si concretizza nell’esistenza dell’uomo, vista secondo l’esempio della bobina cinematografica, con tanti spezzoni (varianti) di film quante sono le effettive possibilità di scelta. Tutti gli spezzoni confluiscono, poi, nuovamente nella pellicola che ritorna ad essere una, ma tutti esistono allo stesso modo anche se uno solo sarà quello che rappresenta la scelta seguita dall’uomo.
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Importante è notare che una volta che gli spezzoni di variante siano conclusi, confluiscono tutti nell’unità della pellicola. Tutto ciò significa, che nella vita di ognuno possono esserci momenti nei quali abbiamo delle reali possibilità di scelta, ma che qualunque sia la strada che prendiamo, poi questa ci riporta nella direzione voluta dal nostro dharma. Quello che rende significativo ed importante per la scelta è il fatto, che qualora la scelta non sia dovuta ad una qualità di Luce, il percorso all’interno di quella strada, così intrapresa, sarà certamente più faticoso, e spesse volte non privo di sofferenza. In altri termini, paragonando ad una scuola l’incarnazione, si deve dire che: qualora la lezione non sia capita ed appresa, deve essere studiata ancora con più concentrazione e partecipazione, le quali possono venire soltanto da una stimolazione più o meno dolorosa.
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Kempis: “Per ora ci fermiamo e riprendiamo, invece, un altro argomento di discussione: la non contemporaneità del «sentire» i fotogrammi che abbiamo in comune. Voi avete obiettato che se prendiamo la mano di un nostro simile e gliela stringiamo forte, egli ha una reazione di dolore e questo prova, secondo voi, che il «sentire» i medesimi fotogrammi è contemporaneo fra noi e quel nostro simile. Infatti, dite, che l’azione che fate di stringere la mano può rientrare nel vostro libero arbitrio, e come si potrebbe spiegare la reazione di dolore se il «sentire» non fosse contemporaneo? Non c’è dubbio che la reazione è contemporanea o meglio immediatamente succedanea a quell’azione. Ma lasciamo, per semplificare le cose, per ora la questione del libero arbitrio. Supponiamo che l’unica libertà goduta sia quella supposta. Allora apparirebbe più chiaro, essendo tutto scritto nei minimi particolari, che fossero previste anche le reazioni. Se tutto fosse fatalisticamente scritto nei minimi particolari, sarebbe anche predeterminato il fatto che io chieda alla figlia Nella, ad esempio: «Nella, tu sei presente in questo istante? ». E sarebbe scritta anche la risposta, è vero? Ho detto «Chiedo alla figlia Nella», ma forse più preciso sarebbe dire «a quello che io vedo della figlia Nella», perché in realtà Nella sta oltre quello che io vedo; in ultima analisi Nella è l’individuo che sta oltre il corpo fisico, che occhi di un corpo fisico vedono. È vero? Allora il fatto che io chieda ad un corpo fisico che identifico nella figlia Nella: «Tu sei qua in questo momento? », ed il fatto che questo corpo fisico mi risponda: «Sì, io sono qua in questo momento», non prova a me Kempis che vivo questi fotogrammi – che dietro a quello che io vedo e chiamo «figlia Nella» vi sia l’individuo Nella. Direte: «Allora chi ha risposto? »; ha risposto il destino, perché abbiamo posto che tutto sia scritto nei minimi particolari. Era dunque scritto che io domandassi: «Nella, sei presente? », ed era scritto che mi si rispondesse: «Sono presente, in questo momento». Dunque, per un osservatore soggettivo, quale io in questo momento sono, il fatto che io riceva una risposta non mi prova che dietro il corpo fisico che io vedo vi sia ora (non «ora» di tempo astronomico) un «sentire». Questo vale per me Kempis e altrettanto vale per la figlia Nella.
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Le argomentazioni di Kempis sono molto chiarificatrici. Non basta avere un rapporto diretto anche fisico con una persona per avere la certezza, che dietro ad essa ci sia il suo sentire di coscienza. Ed in fondo non ne possiamo mai essere certi. Questa è la conseguenza logica del nuovo concetto di contemporaneità, quale ora viene definito dai Maestri. Se accettiamo con piena convinzione tutto ciò, si può rimanerne disorientati ed un po’ sconvolti, perché mina le nostre sicurezze togliendo sostanza a quella che crediamo essere la realtà e ne palesa la vacuità. Dobbiamo in conclusione prendere coscienza di vivere nell’illusione. Ma questa illusione non è onirica, è la creazione-percezione del nostro sentire di coscienza e perciò determinata dalle sue intrinseche limitazioni a loro volta condizionate dalle leggi archetipiche della Coscienza Cosmica, ovvero il modulo fondamentale del Cosmo. Quindi viviamo in un sogno, ma che non è un sogno, perché la sua concretezza discende dall’unica vera Realtà, quella Assoluta.
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Kempis: Ed allora, siete da questo esempio, confusi?
D: Non sappiamo più se veramente ci siamo. Lo domando a te. Ci siamo?
R: Ecco la pazzia. Chi ode una domanda, la intende, la capisce, e risponde che non è sicuro di esserci è uno incamminato verso un manicomio. La risposta giusta è: «Io non sono sicuro di vivere questi fotogrammi, perché li «sento», ma non saprò mai se altri che io vedo li «sentono» contemporaneamente a me». Se tutto fosse come una bobina cinematografica, preordinato e predeterminato e gia esistente vin ogni particolare, ciascun individuo potrebbe immedesimarsi nella storia dei vari protagonisti del film che esistono solo nella celluloide, anziché contemporaneamente, in tante volte separatamente. Ciascuno di essi animerebbe il film singolarmente e quando giungesse all’episodio in cui tira la coda ad un gatto si beccherebbe una bella graffiata e ne proverebbe dolore anche se l’individuo che fa capo al gatto vivesse la scena non contemporaneamente a lui, anche, cioè, se quella volta, dietro al gatto non si nascondesse alcun «sentire». Verità che sconvolge, ma per questo non meno vera. Proseguendo nel filo del ragionamento, allora, il corpo fisico, il corpo astrale, il corpo mentale, che sono veicoli della stessa natura, vivono a sé in quanto osservando, scorrendo i fotogrammi, questi corpi son rappresentati in attività ma non per altro. Dietro questi veicoli, mentre io «sento» questi fotogrammi, può non esserci un «sentire». C’è forse già stato ed io sto osservando ora una scena già vissuta da altri, o forse ci sarà, oppure mai c’è stato e mai ci sarà? Avrete queste risposte se riuscirete a non definire queste Verità come pazzesche.
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Le affermazioni, che il Maestro Kempis sta facendo, possono indurre, in una mentalità estremamente concreta e legata alla percezione sensoria, una viva recriminazione, fini ad arrivare ad accusare di pazzia l’autore di queste. Per accettarle perciò è necessaria una buone dose di fiducia nei Maestri del Cerchio. Ma da dove può venire questa fiducia? Non certamente da una fede fanatica e priva di capacità dubitativa. La forza dell’insegnamento del Cerchio a mio parere si trova nella grande coerenza della struttura di tutto il loro messaggio. Non c’è niente che in sé crei contraddizioni ed illogicità. Nello specifico di questa comunicazione, l’essenza del messaggio sta nell’affermare, da parte del Maestro Kempis, che la vera e sola realtà è quella del «sentire di coscienza», tutto il resto è solo apparenza. Apparenza sono perciò le immagini, che si presentano davanti a noi, così è una grande illusione prenderle per reali. Ciò che, veramente è reale, è soltanto la «coscienza». Da essa discende la vera natura del tempo, così il concetto di contemporaneità non può che essere definito in rapporto al tempo degli individui, cioè dei «sentire». Per logica quindi non possiamo pensare pazzesca l’idea, che la rappresentazione di una situazione espressa in certi fotogrammi, non abbia in essa espressi dei «sentire» per tutti i personaggi rappresentati. Infatti i loro «sentire» non necessariamente vibrano all’unisono, ciò accade soltanto se hanno un grado equipollente di evoluzione.
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Kempis: “Di un uomo che con noi è rappresentato negli stesi fotogrammi è certo che esistono il suo corpo fisico, il suo corpo astrale, il suo corpo mentale. Il fisico come aspetto, l’astrale come sensazioni, il mentale come pensieri. Scorrendo, io, la comune serie di fotogrammi vedo il fisico come si muove, indovino, dietro a quel fisico delle sensazioni e dei pensieri. Ma perché? Tutto questo? Perché scorrendo da un fotogramma all’altro, questi veicoli sono rappresentati in attività; ma oltre questi veicoli c’è il «sentire»? Questo è importante. Quand’è che i fotogrammi sono «sentiti»? Quando l’individuo unirà la propria consapevolezza alla serie di fotogrammi che io sto vivendo ora. Quel Tizio che io ora vedo rappresentato e che mi sembra vivo, tanto che se lo tocco ne sento il calore del corpo, lo vedo reagire ai miei simili, rispondere alle mie domande, perché così è scritto, quand’è che «sentirà»? La risposta è semplice: quando percepirà quei fotogrammi rappresentanti il suo corpo mentale, il suo corpo astrale, ed il suo corpo fisico in attività. E chi vedrà? Vedrà il mio corpo fisico (ammesso che l’abbia un corpo fisico), il mio corpo astrale, il mio corpo mentale, che contribuiranno a dargli l’illusione di essere di fronte ad un essere vivente che dialoga con lui, ma dietro a questi non vi sarà il «sentire» di Kempis. Dunque è scritto anche il dialogo nei minimi particolari, dialogo che diventa monologo, in realtà; monologo a due, perché prima è vissuto da Kempis il quale ha l’esatta sensazione ed illusione che il suo interlocutore lo segua, lo capisca, vibri assieme a lui; e poi sarà vissuto dall’altro, se l’evoluzione fra me e l’altro è diversa. Quando egli vivrà lo stesso dialogo udrà le parole che io ho pronunciato, pronuncerà allora le domande che io ora ho da lui sentite ed alle quali ora rispondo.
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I fotogrammi sono rappresentati dal Maestro Kempis come delle realtà fisse nell’Eterno Presente, alle quali si legano i sentire di coscienza. Questa è una verità di passaggio, necessaria per chi ancora sia estremamente coinvolto dalla percezione duale del Reale. Più avanti, nel proseguo dell’insegnamento, cambierà il modo di presentare la teoria dei fotogrammi secondo i Maestri. Infatti i fotogrammi restano realtà immutabili, ma nella dimensione non duale sono intrinsecamente collegati ai sentire di coscienza, in quanto è a loro, che si deve la creazione e conseguente percezione. Ora i sentire di coscienza percepiranno gli stessi fotogrammi in contemporanea soltanto se sono fra loro equipollenti, vedi l’esempio fatto dal Maestro. In ogni modo ciascun sentire creerà e percepirà sempre alla sua maniera il proprio fotogramma. Può chiarire questo esempio: se all’interno di una stanza vi sono due o più persone, ciascuna vedrà l’ambiente circostante a modo suo, perché diverse sono le posizioni e le prospettive dei punti di vista. Tornando al punto fondamentale della comunicazione, resta fermo che: ciò che percepiamo, è soltanto una nastra creazione -percezione, al di là della quale, non è detto, che ci sia un sentire, solo potrebbe esserci, se questo fosse equipollente al nostro.
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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.