Superamento della limitazione

Brano tratto dal libro OLTRE L’ILLUSIONE,[1] pp. 278-282


                                                              Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Vogliamo sfogliare assieme l’album dei ricordi per constatare quanto abbiate modificato certi concetti e come certe parole di sempre rivelino oggi significati nuovi. La prima cosa che confermammo con le nostre comunicazioni fu la sopravvivenza dell’uomo alla morte del suo corpo. A ben pensarci, oggi, sapendo quanto remota sia la parte che sopravvive rispetto all’effimera personalità umana,  pare più prossimo al vero chi neghi la sopravvivenza piuttosto di chi l’affermi. Influenzata dall’idea di un’imperitura integrità dei caratteri essenziali dell’uomo, risultava la Verità della reincarnazione, intesa come se l’uomo fosse chiamato a recitare , in vite successive, varie parti, dimenticando ogni volta chi era stato, ma rimanendo sempre essenzialmente lo stesso. In modo analogo l’evoluzione era intesa come un perpetuo divenire che faceva crescere l’uomo in una sorta di gerarchia spirituale, intesa come progressione in carriera, conferentegli mansioni di sempre più vasta importanza nei riguardi degli esseri meno evoluti. Chi di voi non si è visto proiettato nel futuro come un se stesso cresciuto d’importanza ed in conoscenza, senza pensare ad un eventuale cambiamento del <sentire>, ossia un cambiamento del proprio essere? Allo stesso modo la legge di causa e di effetto era apprezzata solo quale strumento di giustizia.  Questo concetto – pur risultando superiore all’altro secondo il quale il dolore era distribuito da Dio, non si sa bene con quale criterio e per quali fini – tuttavia non contemplava l’intera Verità della legge di causa e di effetto, Verità che è anche quella di riportare sul giusto cammino della comprensione l’individuo. Ricordate quando credevate che l’emanazione di spiriti da parte di Dio, fosse continua per tutto il periodo della Manifestazione? Devo però rilevare a vostro vantaggio che nel quadro di una perfetta eguaglianza degli esseri e di una scrupolosa giustizia nei loro confronti – quadro che noi vi abbiamo prospettato –  voi non comprendevate come in  seno ad una stessa razza di anime, ad uno stesso scaglione, potessero verificarsi sensibili disparità di evoluzione.”

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Il Maestro Kempis sembra qui fare un po’ il punto della situazione e mette così in evidenza come concetti, ormai acquisiti, siano ora superati da una nuova visione della realtà. L’io, che è sempre in agguato, ci porta a pensare noi stessi dopo il trapasso ancora con le caratteristiche della personalità vivente. Se la cosa in un primo momento è vera, poi cambia completamente, perché non soltanto il veicolo fisico viene distrutto, ma, dopo la morte fisica, con gradualità lo sono anche il corpo astrale e quello mentale inferiore, resta l’anima  o corpo causale. Questa è una struttura la cui sostanza è  fatta prevalentemente di materia dei sottopiani del mentale superiore, e pertanto  più diretta espressione del sentire di coscienza. Come tale non ha più molte delle  peculiarità, che la personalità mostrava nella vita fisica. Inoltre la nostra abitudine a pensare la realtà in divenire, ci fa ritenere il sentire di coscienza un ente in evoluzione, mentre la realtà è in essere, quindi il sentire non è un’unità, ma una successione di sentire virtuali,  fra loro  legati da una  consequenzialità logica così stretta da farli apparire un solo ente. Per quello che concerne la legge del karma, la sua  finalità è soprattutto quella di indurre nelle coscienze una sempre maggiore  consapevolezza, che poi diviene comprensione e ampliamento di. coscienza

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Kempis: “Oggi voi sapete che in effetti nessuna disuguaglianza esiste fra gli esseri; <sentire>  analoghi vibrano simultaneamente, e la differente evoluzione che si può riscontrare fra protagonisti di una stessa vicenda dei piani grossolani, si spiega con la non contemporanea percezione di quella vicenda da parte dei suoi protagonisti. Ossia i diversi livelli di evoluzione individuale degli esseri dei piani grossolani si riconducono ad una perfetta eguaglianza nel piano del <sentire>, dove ciascuno cammina di pari passo con i suoi simili. E, così, abbiamo approfondito altri concetti. Mi piace, però, soffermarmi su un altro ricordo: la nostra esistenza nei confronti di Dio. Forse l’approfondimento più grande che abbiamo operato ed al quale poniamo tuttora mano, è proprio in questo concetto di come dobbiamo vederci nel nostro futuro esistenziale. Come ho detto, ciascuno di voi pensava a se stesso come ad un essere destinato a crescere, a crescere a dismisura, rimanendo essenzialmente se stesso. Anche l’amore ai fratelli era visto come un sentimento che si doveva avere nel quadro di un’acquistata divinità, sentimento e divinità che lasciavano però ciascuno ben diviso dagli altri. Se limitiamo noi stessi alla percezione delle singole fasi della nostra esistenza, di quale futuro possiamo parlare? Noi, quali ci sentiamo, non sopravviviamo ad un attimo. Noi come personalità non andiamo oltre una vita, noi come <sentire individuale> non siamo che un momento del <sentire> dell’individualità, noi come individualità non oltrepassiamo un Cosmo. Allora di quale futuro esistenziale possiamo parlare? In qualunque modo vogliamo considerarci, mai siamo gli stessi, ogni attimo siamo un essere diverso, perciò se per sopravvivenza s’intende la continuità dello stesso essere immutato, la sopravvivenza non esiste. Di più: se la molteplicità è un’apparenza, noi esistiamo solo nell’illusione, non siamo nella realtà assoluta come individui da Dio distinti: la Realtà assoluta è solo Lui.”

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Queste frasi dell’insegnamento del maestro Kempis sono  un invito al superamento dell’ Io. E’ l’io che ci tiene ancorati alla personalità,  della quale lui stesso fa parte. Il tempo e lo spazio sono una sua illusione, originata dall’incapacità di andare oltre il proprio limite, della coscienza individuale. Non c’è un passato né un futuro, solo l’attimo è! E’ in esso, che scorgiamo il sentire d’esistere che sostiene  la rappresentazione, per la quale viviamo come umani,  aventi una personalità permeata da emozioni , passioni,  pensieri e attaccamenti. In quel marasma, che la personalità crea, si annebbia la consapevolezza e l’individuo dimentica la reale essenza del suo essere. 

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Kempis: “Riflettiamo: chi siamo noi se non <sentire relativi> che apparentemente si susseguono l’uno dopo l’altro, l’uno diverso dall’altro? Noi nasciamo nella separatività, che è un’illusione, e troviamo una continuità nel divenire, che è ancora un’illusione. Ma poiché l’illusione per propria natura è un processo della limitazione, cioè limitato, cioè finito, cioè che finisce, che ne sarà di noi? In Realtà esiste solo Dio. Ciò che dall’illusione è costruito, con essa si dissolve. Dunque, quello spettro che ogni uomo vede ad attenderlo alla fine della propria esistenza e che continuamente gli si para dinnanzi minaccioso, richiamato alla memoria da mille occasioni del dì e più terrificante nella notte, lo spettro della morte che l’uomo ha creduto di sconfiggere inventando la sopravvivenza, gli appare forse ora inesorabile, quale sentenza passata in giudicato? Forse che qui miseramente naufragano gli infantili sogni dei mendicanti d’essere in realtà figli di Re? D’essere chiamati ad una gloria eterna, di veder rifulgere la propria immortalità? Nelle antiche scuole d’iniziazione, gli iniziandi erano sottoposti alla prova dell’aria, dell’acqua, della terra e del fuoco, perché vincessero la paura e se stessi. Io  vi chiedo una sola prova, ma che per difficoltà le supera tutte: siete voi tanto forti e coraggiosi da credere alla morte vera? Gli atei lo sono. Debbo concludere che voi credete per paura e egoismo? In altre parole, avete trasceso l’io egoistico e personale tanto da pensare alla sua fine rimanendo sereni? No? Bene! Credete che il divenire non finisca mai e che con il suo perenne scorrere  si realizzerà la vostra perpetua esistenza. Ancora l’illusione per tenervi in vita. E chi  non sa rinunciarvi , più oltre non ascolti. Ma chi vuol conoscere la Verità, deve essere disposto a morire nel vero senso della parola, convinto che con la morte tutto finisca: morte senza possibilità di sopravvivenza. Solo se è disposto a tanto ricerca la Verità per la Verità  e non per accrescere se stesso. Sì fratelli, ve lo ripeto: rassegnatevi. Noi finiamo perché finiscono tutte le nostre debolezze, i nostri vizi, il nostro soffrire, il nostro sentirsi ed imporsi diversi dagli altri, la nostra crudeltà, il nostro egoismo, perché questi siamo noi oggi e finendo questi, noi finiamo! Capite che cosa intendo? Mi preme che voi lo comprendiate.”

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Molto forti e significative sono queste parole del Maestro. L’illusione di non annullare se stessi con la teoria della rincarnazione, che da molti può essere accettata come sostegno e  conforto alla paura della morte, è  fatta cadere da Kempis. Siamo sì sentire! ma questi sentire non rappresentano un’unità, tanto meno un io che si protrae in eterno. Ogni sentire è una frazione di coscienza, che esiste in un solo attimo. La personalità, che lo accompagna quando il suo grado evolutivo lo necessita, si manifesta in tanti fotogrammi, che sono lì,  dispiegati nella realtà  essere. Il film esiste, finché la storia che rappresenta serve, dopo di che ne comincia un altro. Così l’io , filo conduttore della trama, cessa, non c’è più, appartiene ad un’altra storia. In sintesi, con la morte fisica, la morte astrale, quella mentale tutto finisce, e nuovi stati di essere si susseguono, sia pure logicamente collegati. Il Maestro Kempis ci invita ad accettare la perdita della personalità e tutto ciò che ad essa è legato, in primo luogo il possesso, che tanto ci vincola. Possiamo in conclusione dire cha la rinuncia è la prima  grande conquista dell’evoluzione.

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Kempis: “Non ci limitiamo ad enunciare delle Verità, cerchiamo di renderle a voi accessibili. Ciò  che vi diciamo del vostro futuro non è  una semplice – per quanto fondata – supposizione di ciò che sarà; il futuro esiste già, niente noi abbiamo da supporre. Ma non è neppure la fedele descrizione di ciò che constatiamo – la qual cosa potreste e non potreste credere – è anche, insieme, la spiegazione del perché non può essere che così. Comprendo la vostra obiezione, voi dite: <Tu stai parlando di Dio> . Come Dio può essere raggiunto dalla ragione? Se dico che Dio è infinito, esprimo un concetto e voi capite che cosa intendo, anche se non potete sperimentare l’infinità di Dio. Se dico che Dio è un sentire esprimo una realtà che non è raggiungibile, esperimentabile dall’intelletto, ma esprimo anche un concetto che è raggiungibile dalla ragione. Se dico che Dio è uno stato di coscienza in cui il Tutto è fuso nell’Unità, non vi do la possibilità di sperimentare questo stato di coscienza, ma vi do l’unico concetto che possa conciliare l’esistenza di Dio assoluto, eterno, infinito, immutabile, onnisciente, onnipresente, onnipotente, completo, perfetto, ecc, ecc, con la molteplicità degli esseri e dei mondi. Se Egli è la sola Realtà assoluta, ne discende che noi esistiamo solo nelle varie realtà relative. Ciascuna realtà relativa è sempre soggettiva, come ho creduto di spiegare nello scorso ciclo di riunioni.”

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L’insegnamento è arrivato ad un livello tale che è ben oltre le nostre possibilità di sperimentare. Il nostro grado di evoluzione con le sue limitazioni non trascende la dualità. Possono perciò in noi nascere dubbi e scetticismo. Lo strumento, che principalmente usano i Maestri per mantenere la nostra attenzione ai loro argomenti, facendoli ritenere da noi , prima credibili poi accettati,  è la ragione e, nella sua più peculiare proprietà, la logica. Questo metodo può essere usato perché il mondo da noi  percepito, è in buona parte logico. La legge del numero è in lui, bene aveva intuito Pitagora ! L’attività della mente inferiore, quando non è disturbata dagli impulsi, che le giungono dal veicolo delle emozioni, come abbiamo detto, si serve della ragione per conoscere, ma la Realtà va però ben oltre, così come ben al di là della mente inferiore vanno le potenzialità umane. Entra allora in gioco il corpo causale, la cui logica non è più aristotelica, ma dialettica, così come lo è l’intuizione,  che è propria dell’anima e che concilia gli opposti e li trascende. La comprensione allora diviene identificazione, la dualità è superata. Con la logica il Maestro ci conduce fino ad un certo punto, oltre il quale subentra l’intuizione  che. permette di .capire l’insegnamento nei suoi  più alti livelli. 

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Kempis: “Che cosa significa <soggettiva?> Che dipende dal modo di pensare e di <sentire> di un soggetto, dice il dizionario. In effetti non esiste un soggetto che <sente>; il soggetto è il <sentire> stesso e rappresenta ciò che esprime, o se preferite, la <parte> dell’unica Realtà che esprime; essendo una parte, è dunque un <sentire> limitato. Ma come può realizzarsi la limitazione di un <sentire> , se non nel sentirsi di essere limitato? E come può sentirsi limitato un <sentire> se non fosse, in qualche modo subordinato alla sequenzialità ed alla separatività? Ossia ad un tempo ed uno spazio posti come oggettivi? Ciò che è oggettivo appare soggettivo allorché è posto oggettivo un soggettivo. E’ questo il modo con il quale è realizzata la limitazione del <sentire>, limitazione che, se fosse reale, smembrerebbe il Tutto in un numero indeterminato di frammenti, ciascuno dei quali fine a se stesso,  ammesso anche che così potesse esistere. Perciò il modo con il quale è realizzata la limitazione del <sentire> fa sì che questa limitazione non sia reale. Il rivelarsi come proveniente <da> e tendente <a> , è questo modo che limita e lega ciascun <sentire> all’altro, creando gli esseri; ma al tempo stesso conduce gli esseri nella fusione del Tutto, acciocché la limitazione non sia reale. Sì fratelli al di là delle nostre limitazioni, dell’essere o del credere d’essere in un certo modo, al di là di ogni trasformazione che sembra, subiamo, permane una continuità nel sentirsi d’esistere che è la vera sopravvivenza. Questa continuità conduce ognuno a riconoscersi uno col Tutto, ossia quello stato di coscienza chiamato Dio, dal quale nulla e nessuno può mai essere uscito, tornare o dipartirsi al di là del tempo.”

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Ciò che noi viviamo come oggettivo, è in realtà soggettivo, così accade per il mondo circostante, che crediamo reale, mentre fa parte della nostra grande illusione, la cui origine risiede nel limitarsi del Sentire Assoluto, ovvero il virtuale frazionamento. Da lì parte il film, che noi chiamiamo realtà. Questo limitarsi del sentire proviene dal fatto, che è come se Lui stesso si sentisse limitato, è per questo, che la  limitazione non può che essere virtuale. Si hanno perciò tanti stati di sentire in sé irreali, ma che hanno un filo conduttore che li lega e permette loro di ritrovare l’unità, ricomponendo il frazionamento. Questo filo conduttore consiste nel “sentirsi d’esistere”, e con la sua continuità esprime l’essenza della sopravvivenza. La sensazione di provenire ‘da’ e di andare ‘verso’ è ciò, che lo palesa, dando il senso della unità del Tutto. E non è questo Tutto la Realtà che chiamiamo Dio ? Unica e sola possibilità d’Esistenza.

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Kempis: “Dopo la morte che avete accettata, ecco dunque la resurrezione: essere Lui che non può certo esprimersi in un <io sono>; coscienza d’essere al di là di ogni separazione, di ogni divenire; supremo <sentire> che non conosce distinzione alcuna: eternità. Che cosa sono la luce e l’ombra, il bene e il male, l’io e il non-io, se non contrarie polarità in forza delle quali esistiamo? Dolore, gioia, libertà, schiavitù, vita e morte, opposti fra cui si libra, incerto e soffocato, un <sentire> che è il seme della divinità, ed è quello che conduce ogni essere a Dio, oltre ogni contrasto, ogni separazione, ogni limitazione. Ma allora, dopo avervi prospettato la vera morte, vi ho forse dato quello che mai nessuno ha osato darvi, vi ho forse fatto credere che voi siete Dio. No, noi non siamo Dio, noi quali ci sentiamo, non sopravviviamo ad un attimo perché ogni attimo siamo un essere diverso, ma la continuità del nostro  <essere>, legando l’un attimo all’altro, va oltre l’illusorio succedersi di essi e ci conduce di fronte all’unica Realtà nella quale non possiamo che riconoscerci: Lui, perché Lui tutto comprende, Lui , in cui si è Tutto e si è Uno nell’Eterno Presente. Lui, che è la vera natura di noi stessi, la reale condizione d’esistenza del Tutto. Se allora io e voi in Lui ci identifichiamo, ci riconosciamo, chi sono io, e voi chi  siete?”

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Dopo avere argomentato, con un linguaggio estremamente logico e razionale, che impegna notevolmente le capacità mentali dell’ascoltatore, il Maestro Kempis termina le sue comunicazioni .con un finale,  direi mistico, che stimola l’intuizione. Infatti è proprio mediante essa che si può fare un salto di comprensione ed assimilare l’insegnamento, che, a questo livello, è divenuto quasi  inafferrabile dalla ragione. Noi quali personalità non siamo eterni, non sopravviviamo un attimo all’istante al quale stiamo dando vita. C’è però un filo che lega ognuno di questi attimi, un filo sottile  che non ha inizio né  fine, è come un cerchio che abbia in sé il Tutto ed anche lo trascenda. Non è definibile, non è conoscibile, ma la Sua esistenza è radicata in noi. L’intuizione ce la mostra con forza ed evidenza ed è a questa evidenza che ci conducono le parole del Maestro.

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[1] OLTRE L’ILLUSIONE: Dalle apparenze alla realtà. Cerchio Firenze 77. Roma: Edizioni Mediterranee, 1978.