I sensori della Coscienza Assoluta

Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 210-216

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Una affermazione dice, significa qualcosa che va oltre il senso letterale. Se per esempio si dice: ‘oggi è una belle giornata’, nel significato di tempo atmosferico, implicitamente si afferma che esistono tutti quei fattori che sono propri del bel tempo: il sole, la temperatura mite, eccetera. Questo proprio perché chi fa l’affermazione, se è una persona oculata, la fa a conclusione della sua constatazione che vi sono quelle condizioni per cui il tempo è definito bello; non solo, vi sono anche delle implicazioni conseguenti a quel fatto: per esempio che le persone escono senza parapioggia, e via dicendo.”

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Con questa sua premessa Kempis affronta, sia pure con molta semplicità, il problema della trasmissione della conoscenza della realtà, vista dalla prospettiva di una coscienza elevata, a chi ancora è avvolto nella nebbia della scarsa evoluzione. È in una parola la difficoltà dell’evocazione rispetto all’angoscia dell’invocazione. La compassione spingerebbe il Maestro di Saggezza a liberare completamente dalla sofferenza chi è sopraffatto dal dolore, ma sa bene che i tempi devono essere rispettati, perché la coscienza può crescere soltanto attraverso la personale ed individuale esperienza.

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Kempis: “Allo stesso modo, quando noi affermiamo che la coscienza di esistere, il sentirsi d’essere non viene mai meno, non facciamo che enunciare un dato di fatto; ma voi siete nella condizione di chi si trovasse in una stanza buia, senza la possibilità di vedere fuori, e si sentisse dire: ‘oggi è una bella giornata’: dovrebbe starsene a ciò che gli dicono. Così voi, non avendo la possibilità di constatare la Verità della affermazione che il sentirsi di esistere non viene mai meno, dovete starvene a ciò che vi diciamo. Anzi, pensando allo stato di coma, al sonno senza sogni in cui sembra che l’autocoscienza venga meno, siete portati a dubitare di una simile affermazione.“

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Che il sentirsi d’esistere non venga mai meno, è il punto cardine di colui che pensa che tutta la realtà sia solo coscienza. Questa è la radicata convinzione di ogni esoterismo ed i Maestri del Cerchio Firenze 77 non fanno eccezione, ma chi vive con la propria consapevolezza, ancorata soltanto ai propri sensi, non può accettare tutto ciò. Basta un semplice svenimento per convincerlo, che quando non è presente a se stesso, la sua esistenza, intesa nella forma di sentire, cessa come ad un robot al quale sia stata staccata la spina, e se non lo si vuole indurre ad uno sterile fideismo, lo si può convincere del contrario soltanto ampliando la sua capacità percettiva.

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Kempis:“ Tuttavia dovete tenere presente che c’è differenza fra incoscienza, nel senso di mancanza di autoconsapevolezza, e oblio, cioè non ricordare; cosicché non ricordare ciò che avete fatto un anno fa a quest’ora non significa non averlo fatto. Per cui, chi cade in coma – nel cosiddetto stato d’incoscienza – non ricorda poi ciò che ha sognato o visto o pensato mentre il suo corpo non rispondeva; ma questo non significa che il suo sentirsi di esistere sia venuto meno; semplicemente non ne ha il ricordo, come probabilmente non ricorda tanti fatti trascorsi della sua vita. L’affermazione che la coscienza di esistere non viene mai meno significa che l’inconsapevolezza di sé non esiste.”

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Kempis, con argomentazioni logiche, rende plausibile, come è solito fare, la sua tesi, anche per coloro, che non abbiano le adeguate capacità percettive e che si rifiutino decisamente di ricorrere alla fede. La chiave è la memoria, infatti è tramite il ricordo che si attribuisce valore di realtà al sentirsi d’esistere, ma ciò è decisamente sbagliato, perché come dice il Maestro, non ricordare non vuole assolutamente dire non aver fatto. Quante volte ci siamo domandati: “Ho chiuso il gas? Ho spento la luce? ecc.” e poi accorgersi che tutto era stato fatto. Però qui, a mio parere, la sola logica non basta, necessita l’intuizione, cioè deve esserci un salto di piano. Infatti l’identità: esistenza uguale consapevolezza di sé, può essere veramente compresa solo in meditazione.

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Kempis: “Allora, come spiegare certi fatti che invece sembrano contraddire tale affermazione? Solo e sempre con il venir meno del ricordo? Non sempre. Il piano del sentire – cioè della coscienza di essere – è il piano akasico; però la consapevolezza del mondo esterno si sposta, traslata nel piano dove l’individuo ha il corpo con i sensi aperti al mondo esterno. Se è incarnato, i sensi del suo corpo fisico lo renderanno consapevole del mondo fisico con cui entra in contatto, ed egli crederà che tutto il suo essere sia in quel piano, mentre lo sarà solo elettivamente, virtualmente, in forza di tale meccanismo, perché il nucleo del suo essere – quello che è responsabile della sua esistenza, della sua coscienza di esistere – sarà sempre nel piano akasico. Così la sua consapevolezza sarà polarizzata sul piano fisico, pure essendo egli al centro dell’attività di altri corpi ubicati, per materia, in altri piani cioè astrale e mentale; solo che essendo i sensi di quei corpi non volti all’esterno, non gli daranno la consapevolezza della vita su quei piani.”

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Questa è un’affermazione molto importante, purtroppo non è facile accettare da chi sia radicato troppo fortemente sulle informazioni che gli vengono dall’esperienza ordinaria. Senza lasciarsi un po’ andare all’intuizione, abbandonare per qualche istante l’ordinaria consapevolezza, è assai difficile concepire possibile ciò che Kempis afferma. Non ci vuole la fede ma è soltanto necessario allentare un po’ la presa dell’io. Le tecniche indicate dagli Yoga Sutra di Patanjali danno però anche delle importanti indicazioni per sperimentare tutto questo. Il fine della scienza dello Yoga è di rendere scientifica quella conoscenza che l’esoterismo pone come filosofia.

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Kempis: “Nel caso, invece, di cosiddetto sdoppiamento, i sensi del corpo fisico si chiudono all’omonimo piano, mentre si aprono quelli del corpo astrale e l’individuo diviene consapevole della porzione del mondo astrale che le sue capacità ricettive gli consentono di avere. Ora, i sensi del corpo fisico si possono chiudere o attutire momentaneamente anche senza che si aprano esternamente quelli degli altri corpi. Ciò avviene più comunemente quando l’individuo è assorbito dalla intensa attività degli altri suoi corpi: per esempio quando pensa intensamente. Vi sarà capitato di pensare con intensità e di perdere, o avere molta attutita, la cognizione di cosa avviene attorno a voi nel piano fisico. Ciò non significa che avete cessato di esistere in senso assoluto; se mai vi siete astratti dall’esistenza in quel piano così come quando il vostro corpo fisico dorme; ma la vostra esistenza non è venuta meno e non è venuto meno il vostro sentirvi d’essere.”

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Con questi ulteriori esempi si mostra come nella nostra percezione ordinaria si possa perdere apparentemente consapevolezza di sé, senza che venga meno il sentirsi d’esistere. È evidente che alla base di queste osservazioni c’è una non usuale concezione di come sia costituita la struttura dell’essere umano. Infatti per Kempis, il sentire di coscienza, cioè ciò che solo esiste, esprime se stesso mediante differenti gradi di frequenza di energia, il più basso dei quali è corrispondente a quello fisico, con esso esprimiamo il nostro modo di essere in incarnazione. Poi abbiamo altri due livelli meno densi, ma sempre pesanti in rapporto ai piani della non dualità, uno crea le emozioni ed un altro rende possibile il pensiero. Oltre c’è l’akasico, coscienza pura, ma con vari gradi, avente in sé l’essenza dell’esistenza, divina in potenza, però limitata in atto, perché virtualmente separata dal Tutto nella consapevolezza.

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Kempis: “Esistenza e sentirsi di esistere sono inscindibili e in interrompibili, perché sono la stessa cosa. Mentre sono cose diverse e disgiungibili il senso di esistere ed il ricordo. Non si ha cognizione di aver fatto qualcosa o perché è venuto meno il ricordo dell’atto, o perché la si è fatta in un momento di distrazione, cioè mentre si era immersi in un assillante pensiero. Nell’uno o nell’altro caso, però, la mancanza di tale cognizione non significa che sia venuta meno la consapevolezza di esistere.”

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Questa netta affermazione di Kempis, condivisa anche da tutto l’esoterismo, sostiene che esistenza e coscienza sono la stessa cosa.

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Kempis: “Dicevo che esistenza e sentire sono una cosa sola; tant’è vero che niente può esistere se non sente o se non è sentito. La materia definita inanimata non sente ma è sentita dalla coscienza cosmica, la quale sente l’intera realtà cosmica di cui è costituita, cosicché la materia esiste in forza della coscienza cosmica.”

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Questa rappresentazione della Realtà è decisamente idealista, quindi forse troppo parziale, ma se la si considera nella totalità dell’ insegnamento, si vede che si tratta di un idealismo sui generis, che non si allontana molto, nella sostanza, da una certa prospettiva materialista.

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Kempis: “Ora, come ho detto in un’altra occasione, siccome la coscienza cosmica è tutta e solo quella che tutti i sentire degli esseri compongono, ciò significa che l’intera realtà cosmica è costituita da tutti i sentire di tutti gli esseri, e che la coscienza cosmica sente la realtà cosmica per mezzo dei sentire degli esseri. Sicché non può esistere una materia inanimata senza che almeno un essere la senta, la percepisca; e se è percepita saltuariamente, nei tempi in cui non è percepita da alcuno, non esiste.“

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Questa affermazione dà grande forza e valore al sentire di coscienza di ciascun essere, perché per essa è dal particolare che nasce l’archetipo e non viceversa. Questo è un aspetto assai meno idealista dell’affermazione precedente. Piuttosto appare sconvolgente e qui decisamente idealista, l’implicazione per la quale esiste solo ciò che è percepito o percepisce, potrei quindi logicamente dire: “Il tavolino, che mi trovo davanti, cessa d’esistere, nel momento in cui mi allontano dalla stanza, perché non è più da alcuno percepito.” Presa così di per sé questa osservazione è coerente con le premesse fatte, ma queste vanno coniugate con la concezione unitaria del tutto, per la quale è il sentire della coscienza cosmica, trascendenza e fusione dei sentire di coscienza individuali, che permette l’esistenza anche di ciò che non è percepito soggettivamente. La contraddizione appare qui evidente e può essere superata solo con l’intuizione ed il salto conoscitivo della logica dialettica, perché la logica, che ha il postulato della non contraddizione, non lo consente. È il nodo della trascendenza, a mio parere, il punto focale.

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Kempis: “Immaginiamo un ipotetico cosmo. Tale cosmo sarà costituito solo da ciò che gli esseri di quel cosmo percepiscono. E siccome il sentire degli esseri è in graduale ampliamento, anche il cosmo, considerato nella successione dei sentire dei suoi esseri è di conseguenza in graduale ampliamento. Cosicché quanto gli esseri percepiscono, sentono in senso lato, come conseguenza dell’ampliamento della loro coscienza, prima non esisteva. E siccome il cosmo è un dossier costituito da tutte le situazioni percepite dagli esseri, sono gli esseri stessi che creano il cosmo.”

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La coscienza cosmica è costituita dall’insieme di tutti i sentire, quindi sono questi che fanno la nostra realtà. Non bisogna dimenticare però che essa non ne è la sommatoria, ma la loro fusione, che dà luogo alla trascendenza. Quindi abbiamo una realtà completamente diversa perché non ha più i limiti dei sentire individuali, anche se tali sentire sono algebricamente sommati fra loro.

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Kempis:“Totale rovesciamento del concetto di ”realtà” che ha l’uomo. Dire che la realtà cosmica è formata dall’insieme delle percezioni, da quanto gli esseri percepiscono, può suonare come una contraddizione. Infatti può sembrare che la realtà sia lì e che l’essere la colga con la percezione. Per non incorrere in tale errore, bisogna rifarsi al concetto di realtà più volte illustrato, ed in particolare al fatto che tutto fa parte di Dio e che tutto, quindi, è costituito di divina sostanza, cioè di spirito; e che l’essere, il soggetto limitato, percepisce la divina sostanza che lo costituisce, e nella quale è immerso, limitatamente. È in forza della sua percezione limitata che la realtà gli appare in un certo modo ed egli crede che la realtà esista oggettivamente come lui la vede, mentre la realtà in sé, al di là del soggetto percepente, è radicalmente diversa: dal punto di vista della sostanza, è sostanza indifferenziata.”

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Questo è un punto particolarmente importante, la teoria che Kempis presenta è direi quasi kantiana: Esiste un Tutto, costituito quantitativamente da materia indifferenziata, da un altro punto di vista Coscienza Assoluta. Questa, virtualmente è frazionata in sentire di coscienza limitati, che sono tali non perché lo siano oggettivamente, ma perché così si sentono. Le loro limitazioni determinano il film della vita. Questo è in sé soggettivo, non solipsista, perché le leggi che lo determinano sono comuni, ma per chi lo vive è reale, ed è giusto così, perché è dall’appalesamento di tale esperienza che la coscienza percorre il sentiero del ritorno al Padre. Da ciò la relatività della vita, assai difficile da accettare per l’io, che avviluppato in sé, vuole chiudere l’esistente nelle proprie spire. La vera e sincera tolleranza è una qualità assai difficile da trovare, perché implica la comprensione che ognuno è in cammino, e sempre la vita in ogni sua forma è possibilità d’evoluzione. Questo è il messaggio che Gesù ci ha dato con l’invocazione al Padre nel culmine della sofferenza: “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.

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Kempis: “Un oggetto che voi percepite in forza dei vostri sensi, esiste come voi lo cogliete in base alle limitazioni della vostra capacità di percepire la divina sostanza. Al di là di ogni limitazione della percezione, l’oggetto non esiste. In sé non esiste se non come sostanza indifferenziata. Ecco perché il cosmo non può che essere l’insieme di tutte le percezioni, cioè del sentire in senso lato di tutti gli esseri, e ciò che non è sentito non esiste. Ed ecco perché chi sente esiste: infatti sentire significa, prima di tutto, sentire se stessi, sentire di esistere. Da una simile concezione della realtà discende che ogni essere è un nucleo, un centro di sentire; sentire che è come minimo sensazione e come massimo coscienza onnicomprensiva; il quale, con la sua vita, con l’esistenza, contribuisce a creare, a determinare, a fare esistere non solo l’insieme dei cosmi, ma addirittura la coscienza assoluta.”

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La percezione è sempre soggettiva, può essere più o meno ampia in funzione delle limitazioni del soggetto percepente, non credo però sia corretto, come potremmo essere tentati, fare una scala di valori, perché tutto ciò che è percepito, pur non esistendo in sé, permette alla coscienza assoluta d’esistere. L’Assoluto esiste, in quanto si manifesta anche come relativo, ma vale naturalmente anche il viceversa. Potremmo dire che ogni istante di vita esprime la gloria di Dio. Il sentire, per Kempis, ne è l’essenza ed il sentirsi d’esistere, in noi, ne è la più intima manifestazione. Da tale considerazione, fuggire l’istante senza coglierlo in piena consapevolezza vuol dire negare Dio, ecco perché la gioia in tutti i suoi aspetti è uno dei più importanti valori della vita.

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Kempis: “Ogni essere è un sensore della coscienza assoluta, il quale però non è un punto passivo di ricezione; al contrario: è un manifestatore, un creatore di una parte dell’esistente. Di più: ciò che esiste, esiste quale risultato del sentire, dell’esistere di ogni essere. Perciò tutto discende o risale al sentire. La stessa delimitazione dei cosmi non è un fatto precostituito, è un fatto consequenziale; cioè non è creato un cosmo nel quale sono collocati gli esseri, bensì dalla qualità dei sentire che sono conseguenza logica l’uno dell’altro e quindi della loro aggregazione, nasce un sistema, un insieme che si definisce cosmo. Ogni insieme, ogni sistema di sentire, ha uno svolgimento logico indipendente rispetto agli altri ed ha un solo punto di contatto: quello dove è risolta la diversità, origine e fine della separatività, della molteplicità.”

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La responsabilità di ognuno appare qui evidenziata in tutta la sua bellezza e gratificante potenza, perché è dalla qualità dei sentire che nasce il sistema dal quale proviene la struttura di un cosmo, ovviamente tutto avviene secondo una sequenzialità logica che va dalla minore evoluzione o atomo del sentire a quella massima o della coscienza cosmica stessa, la quale però unisce in sé tutto ciò che la compone ed in parte la determina. Poi lei stessa si fonde con le altre scintille divine o coscienze cosmiche per dare corpo alla coscienza assoluta.

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Kempis: “La struttura della realtà è logica e ciò garantisce l’impossibilità dell’assurdo e della mancanza della ragione, del motivo per cui. Infatti se ogni successivo è sempre un successivo logico, ciò significa che è sempre fondato e conseguente. Tuttavia ciò non significa che sia il solo possibile; lo svolgimento logico lascia spazio a più possibilità, sia pure di diversa qualità; ma è proprio dal salto di qualità, conseguenza della scelta delle possibilità, che si afferma una coscienza, un sentire più ampio.”

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Questa è un affermazione molto importante, perché investe il tema della libertà. Se tutto è una pura sequenzialità logica, può sembrare che la libertà non esista nel modo più assoluto. Ciò non è vero per Kempis. La soluzione che lui da’ è abbastanza complessa ed è stata affrontata in numerose sedute. Per presentarla a chi non è in grado di sperimentarla ,è stato necessario tradurla in termini speculativi e la sua accettazione, al di là della verifica logica, rimane affidata alle possibilità d’intuizione del ricercatore. Per Kempis, la struttura di ciò che noi viviamo, è come un film, costituito di tanti fotogrammi, perfettamente consequenziali. Finché il film è unico, la libertà non esiste, ma quando il costrutto logico lo permette, possono esserci delle varianti alla catena di fotogrammi, corrispondenti a più possibilità di scelta. Di fatto, si formano due spezzoni di film paralleli, scaturiti da un unico film e confluenti nel film originario. La libertà, sempre molto relativa, consiste nel viverne uno o l’altro, pur restando entrambi, ad un osservatore esterno, perfettamente identici nella loro vitale attività. Mi rendo conto della estrema sintesi di questa esposizione, ma la teoria delle varianti è assai complessa e di difficile accettazione, per questo le voci del Cerchio hanno dovuto rispondere a tante domande per chiarire i numerosi dubbi ed incomprensioni. Comunque questo tema potrà essere ripreso con più completezza in altre trattazioni.

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Kempis: “In sostanza, la struttura matematica della realtà non rende il tutto un insensibile meccanismo. Ciò che rende inumana una macchina non è la sua struttura matematica, ma l’assenza di coscienza. Mentre si dà il caso che la realtà sia essenzialmente coscienza, perciò la sua strutturazione non annulla la sua esistenza; al contrario la rende possibile.“

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Questa affermazione è molto illuminante. La realtà così concepita richiama alla mente l’immagine di una cattedrale gotica, perfetta nell’armonia delle forme, costruite con precisi rapporti armonici, vedi sezione aurea, che è in grado di trasmettere, attraverso una limitata porzione di materia, un’idea universale. In altri termini, l’infinito potere della coscienza è manifestato attraverso la razionale strutturazione della pietra e del marmo, in sé materie, la cui coscienza esprime il massimo grado di limitatezza.

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Kempis:“Dire che esiste solo ciò che gli esseri sentono in senso lato potrebbe portare a credere che la realtà fosse onirica, un insieme di sogni; invece l’insieme dei sogni ubbidisce ad una logica matematica, cosicché il soggetto non vive mai l’assurdo fantastico, ma sempre il logico conseguente. Ed è questa consequenzialità che garantisce l’unità del Tutto, e viceversa; sicché ogni nucleo di coscienza – sia pure centro di sensazione – concretizza, manifesta, costituisce un quid di sentire che per esistere qualitativamente unico, al fine di dare la qualità assoluta al Tutto, deve avere il sapore che finisce, mentre ha una natura immutata nella eternità del non tempo.“

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La concezione della realtà in essere è alla base degli insegnamenti di Kempis. Questa può essere anche messa in discussione, ma, sia pure anche soltanto con l’intelletto, se l’evoluzione non è sufficiente, permette all’individuo di respirare una sensazione di grande liberazione e di distacco. Infatti, ogni nostro attimo vitale, qualunque esso sia, può essere vissuto quale goccia dell’ oceano onnipervadente, immutabile ed eternamente esistente, che è l’Assoluto. La legge morale rimane, ma quale aspetto della costruzione logica della vita e non incombe più come obbligo imposto dalle umane organizzazioni, vedi chiese, quasi sempre motivate dal potere e dall’avidità.

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Kempis: “Scopo del mio discorso è quello di farvi soffermare sul fatto che il cosmo è costituito solamente ed unicamente dai sentire degli esseri. Ecco perché il piano akasico, o dei sentire, è il mondo degli archètipi. Badate bene, gli archètipi non esistono alla maniera degli Universali di Platone, cioè in sé concepiti, separati dalle cose; bensì alla maniera dei Terministi, dei Nominalisti. In altre parole, come la legge della materia non esiste astrattamente ma è insita nella materia stessa, l’archètipo scappa fuori quale comun denominatore delle creazioni degli individui e non viceversa. Quindi importanti sono gli individui, il loro sentire e la loro conoscenza percettiva.“

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I Nominalisti ed i Terministi appartengono ad una corrente filosofica scolastica secondo la quale i concetti universali ricavati come astrazioni dal particolare sono privi di realtà sostanziale, poiché solo gli individui hanno esistenza reale. Posizione questa assai vicina a quella di Carlo Marx che ironizza sulla filosofia idealista di Hegel con queste parole nella sua opera la Sacra Famiglia: “Ma le mele, le pere, che ritroviamo nel mondo speculativo sono solo mele, pere apparenti; esse sono infatti momenti vitali del «frutto», astratta essenza intellettuale, quindi esse stesse sono astratte essenze intellettuali. Quindi, ciò che è bello nella speculazione è ritrovarvi tutte le frutta reali, ma come frutta che hanno un significato mistico più alto, e che, cresciute dall’etere del tuo cervello e non dal suolo materiale, sono le incarnazioni del «frutto» del soggetto assoluto …”. L’idealismo della filosofia dei Maestri del Cerchio acquista qui una connotazione materialista che, se anche in sé molto particolare, permette all’individuo di recuperare quel valore e quell’importanza, che gli sono negati da una concezione platonica del reale vissuta misticamente

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Kempis: “È ben diversa questa concezione della Realtà e quindi della Divinità, da quella delle varie religioni e filosofie. Ora essere immersi e fare parte della Realtà divina, cioè affermare l’immanenza di Dio in tutto quanto esiste, senza tenere presente che Dio trascende la somma di tutto, può erroneamente far ritenere che manchi quell’afflato di amore provvidente che invece facilmente si può attribuire ad un Dio-persona, distinto dalla sua creazione, spettatore e giudice delle azioni degli uomini. Ma l’ho detto prima: è un errore.”

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Sembra esserci contraddizione in questa comunicazione. Ora l’immanenza di Dio appare come aspetto determinante dell’Assoluto, poi improvvisamente anche la trascendenza è fortemente sentita. Bisogna però tenere presente che parlare dell’Oltre è impossibile in termini razionali, il mentale inferiore non basta più. Allora Kempis stimola l’intuizione, che nasce sì in prima istanza dall’emozione, ma, coniugata con tutto ciò che la ragione, giunta ad estremo limite, ha prodotto, diviene percezione dell’anima.

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 Kempis: “Anche se Dio non ci guarda dall’alto ma ci ha in Sé, anche se non è una persona, ci conosce. Anzi ci sente più di un Dio antropomorfo perché facciamo parte del suo sentire, della sua Realtà, che è Sua in quanto nostra. Non solo: nel suo modo di essere, più simile al panteismo che al teismo, Egli ci parla, soccorre costantemente le nostre necessità e ci guida meglio di quello che potrebbe fare un Dio personalizzato.”

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Questa lode della preghiera, in un primo momento stupisce se si pensa a ciò che è stato detto finora, ma è assai consolante, ci fa sentire immersi in una realtà sostenuta dall’amore e non in una fredda macchina. Il Padre Nostro, la preghiera che Gesù ha insegnato, esprime poeticamente l’essenza del significato di queste parole. Quando il sentire di coscienza è sufficientemente ampio, quelle che sono le contrapposizioni del linguaggio logico, quali panteismo-teismo od altro, sono di colpo superate dalla sintesi della dialettica dello Spirito, ecco perché l’amore è il maggior potere che l’uomo possa avere, tutto il resto è conseguente.

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Kempis:“Non è forse l’esistenza tutta un interrotto contatto con Lui e non è il gesto affettuoso dell’amore, come lo sgarbo dell’antagonista, un suo discorso? Un suo modo di dirci di alimentare la coscienza? Tutto quello che gli esseri vivono ha tale unico scopo; perfino gli avvenimenti conseguenza di istinti peggiori accadono affinché gli esseri prendano cognizione delle loro limitazioni, e le trascendono. Stolti se credete che Dio si faccia sentire solo saltuariamente nella vostra vita, cioè solo quando le cose si mettono nel modo che vi aggrada; o quando la bontà e la gioia illuminano gli uomini. Dio sempre, costantemente conduce il nostro cammino. Solo che la vera ragione della vita, con tutti i problemi che il modo di essere di ognuno comporta, sfugge a chi non ha la capacità d’osservarla in tutte le sue vaste implicazioni; ed allora tutto sembra senza senso, o addirittura opera di un demone sadico.“

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“Tutto mi parla di Te” è l’essenza di queste frasi. Quanta fede ci vuole per accettarle fino in fondo, ma anche quanta consolazione se ne può ricavare. L’ansia che nasce dal senso di colpa del peccato svanisce, la punizione divina cessa d’essere concepita come tale, ogni atto della vita anche non nobile esprime il manifestarsi di Dio. È un paradosso, ma in fondo lo stesso buio quale sua negazione rivela l’esistenza della luce, senza il male non esiste il bene, perché altrimenti non potrebbe essere concepito. In apparenza ci vuole fede anche per percepire una ragione nella vita, intuire la consequenzialità logica negli avvenimenti non è facile a fare, più comodo è abbandonarsi al caso per sfuggire a se stessi. Chi sa guardare avverte ‘La sfortuna non esiste ‘, le voci della profetica medianità di Roberto Setti, lo dimostrano alla loro maniera, ma a ben vedere basterebbe un po’ di distacco nell’osservazione dei fatti per capirlo.

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Kempis: “Non sto ripetendo con altre parole il discorso di altre concezioni: «che i disegni di Dio sono imperscrutabili e quindi non si deve indagare». Se non possiamo dire ad ognuno di voi la cronaca dettagliata delle precedenti azioni che vi hanno determinato ora, nel vostro attuale stato, e quindi la particolare ragione di esso, tuttavia abbiamo dato una spiegazione da cui emergono principi generali ai quali ubbidiscono tutti i casi particolari. Sicché la non conoscenza non riguarda la motivazione filosofica ma solo la cronaca dei fatti che a quella motivazione ubbidiscono. Il che è molto di più che dire: «non indagare per conoscere le cose divine», specie quando il sapere – secondo quella concezione – può fare ben scegliere fra l’inferno ed il paradiso con una conseguenza eterna.”

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Abbandonata la parentesi mistica, Kempis riprende la sua impostazione razionale, mettendo in evidenza come nel suo insegnamento viene enunciata e dimostrata la legge fondamentale della vita, detta del Karma o di Causa ed Effetto. In virtù di essa ognuno può facilmente trovare il filo delle proprie azioni e delle conseguenze da lui subite a causa di queste. Ancora la voce del Cerchio non perde occasione per avere una nota ironica e quindi polemica verso quelle religioni le cui affermazioni sono fatte basandosi soltanto sulla fede nei dogmi e per le quali la ragione è strumento superfluo.

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 Kempis: “In verità siamo nel seno di Dio, costantemente con Lui in contatto, da Lui alimentati, ognuno esprimente un grado di coscienza e quindi con una propria libertà e responsabilità, nonostante che Dio non sia una persona distinta da tutto quanto esiste e nonostante che la Realtà sia razionale. Dio non parla agli uomini alla maniera narrata dalle antiche scritture, non gioca con loro a nascondersi per farsi intravedere di tanto in tanto da qualcuno, ma ininterrottamente ci comunica l’esistenza e indiscriminatamente si rivela in ciascun essere alimentandogli il sentire. Il rapporto fra Dio e l’uomo non è quindi saltuario e di pochi, ma intimo e totale.”

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L’identificazione in Dio è un punto fermo per Kempis, sentire la sua presenza in noi è la più grande benedizione che possa alimentare la nostra vita, ma non nei testi sacri questa la si può trovare, solo il grande palpito della vita ce la può donare, a noi spetta porre la giusta attenzione per percepirla.

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Kempis: “È l’ora che vi stacchiate dalle figurazioni immaginifiche delle religioni, che vanno bene per l’uomo mentalmente bambino, altrimenti l’intelligenza sarà solo dell’ateismo. È l’ora che prendiate coscienza del fatto che la realtà materiale e spirituale sono una sola cosa, e soprattutto che questa unica realtà è assolutamente razionale. È finito il tempo in cui la morale veniva imposta, perché la verità dello spirito non appartiene al fantasioso mondo delle favole. Una nuova èra sorge e l’uomo esce dal confuso mondo del fanciullo per entrare in quello più consapevole dell’adulto. Per voi è già l’alba del nuovo giorno. Pace a voi.”

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La comunicazione termina con una forte esortazione che ha in sé un inno alla ragione. La morale che nel passato è stata comunicata ed a volte imposta con la paura o l’illusione dell’emozione, per l’uomo della nuova era deve essere frutto di ragionevole comprensione, non ci sono più scuse. L’uomo cresciuto ha gli strumenti giusti per potere veramente capire cosa intendeva Gesù con l’indicazione “Ama il prossimo tuo come te stesso” cioè che non esiste distinzione fra sé e l’altro.

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[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.