La divina sostanza indiversificata

Brano tratto dal libro OLTRE IL SILENZIO,[1] pp. 217-223

Commenti a cura di Andrea Innocenti

Voce del Maestro Kempis

Kempis: “Il cartesiano cogito ergo sum, cioè «penso quindi esisto», mise in crisi il pensiero filosofico occidentale fino ad allora esistito, che aveva ammesso reale – cioè in se stesso esistente – tutto quanto è oggetto della conoscenza dell’uomo; mentre l’affermazione di Cartesio rendeva certa solo l’esistenza del soggetto pensante. Una simile concezione trova nel solipsismo la sua estrema posizione, perché afferma come realmente esistente solo il soggetto percipiente, in quanto ogni altra cosa o persona sarebbero solo sue percezioni.”

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Molta parte dell’insegnamento dei Maestri del Cerchio Firenze 77 fa riferimento all’intimo dell’individuo, perché per essi la Realtà è coscienza od estrinsecazione di essa, quindi non poteva non essere preso in considerazione il dubbio cartesiano sull’oggettività dell’esistente al quale può dare una risposta soddisfacente soltanto l’interiore consapevolezza dell’io pensante, quale poi possa essere la sua vera essenza è un altro problema d’affrontare.

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Kempis: “Chi ha seguito ciò che in più occasioni abbiamo detto, sa che noi affermiamo che esiste solo ciò che sente in senso lato, ossia che percepisce, e ciò che è sentito ossia percepito; quindi le cose che non sentono e sono percepite saltuariamente, esistono solo allorché sono percepite. Non solo: abbiamo detto anche che le cose che sono percepite non esistono in sé come vengono percepite: la loro realtà – al di là delle limitazioni dei soggetti percipienti – è la realtà della sostanza indifferenziata. Sicché gli oggetti che cadono sotto la vostra attenzione, come voi li percepite esistono solo nella vostra percezione e in forza delle sue limitazioni. Quindi se venissero meno le limitazioni percettive sparirebbero gli oggetti, e non sareste voi a non percepirli più, pur essendo essi ancora esistenti oggettivamente, bensì l’inverso: non esisterebbero più in quanto voi non li percepireste più.”

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Va qui ben chiarito che quando Kempis parla di limitazioni intende limitazioni della coscienza. Infatti, secondo i Maestri del Cerchio, la Coscienza Assoluta virtualmente si fraziona limitandosi in sentire di coscienza sempre meno ampi, fino a raggiungere il massimo delle possibili limitazioni. Cioè essa allora si esprimerà mediante l’atomo di coscienza, il quale, dalla sua prospettiva, rifarà il percorso a ritroso verso il sentire più elevato, ciò avverrà attraverso la creazione di una realtà soggettiva, la percezione della quale trasformerà gradualmente l’ignoranza prima in consapevolezza e poi in comprensione. Da notare che i sentire di coscienza sono fra loro connessi mediante fusioni, in modo che i sentire più elevati contengono quelli a loro inferiori fino ad arrivare a quello massimo, che avendoli in sé tutti, esprime la totalità dell’esistente. Per quanto detto, avviene che ogni singolo sentire crea e percepisce una realtà conseguente al suo livello. Così quando un sentire si trova nella condizione di dover utilizzare un corpo fisico lo creerà insieme alla serie di fotogrammi ad esso collegati secondo le sue necessità.

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Kempis: “Allora, la realtà dei mondi della percezione è come un sogno che non esiste se non nella mente del sognatore, che finisce di esistere col risveglio del dormiente ma che in se stesso non esiste? Non è così, ma è qualcosa di molto simile. Vedrò di spiegarmi meglio.”

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Kempis non vuole confondere il suo insegnamento con quello che viene prospettato da alcune filosofie e concezioni solitamente di matrice indiana, che considerano la Realtà quale espressione di un sogno della divinità, dando perciò ad essa tutti i caratteri di ciò che appartiene al mondo dell’onirico, cioè vacuità, inafferrabilità e soprattutto illusorietà, facendo così perdere all’ascoltatore il senso di una dimensione pratica e concreta della vita con la quale si deve proprio misurare il limite della sua coscienza. Infatti è proprio dal confronto con la resistenza che la vita crea, che è possibile la consapevolezza del limite stesso, in altri termini l’esperienza è veramente l’unico ed insostituibile strumento di evoluzione della coscienza, al di là delle varie proposte soteriologiche di tutte le chiese e religioni. Il massimo che qualsiasi dottrina o pratica di ogni tipo può dare al cammino della crescita della coscienza, è quello di favorire l’attenzione alla vita stessa, eliminando tutti quegli elementi di disturbo della mente che possono essere generati dalle esperienze passate, che non essendo state comprese, tendono, come dei file annidati nelle nostre strutture, a coartare alla ripetizione il comportamento. La tanto diffusa e, reclamizzata oggi, pratica della meditazione ha come fondamentale scopo quello di favorire l’attenzione della mente alla consapevolezza della vera intenzione, quale intima causa dell’azione. Al riguardo si può ricordare che fra le voci, che a lungo hanno parlato nell’ambito del Cerchio Firenze 77 quella del maestro Claudio, ha, quale precipuo insegnamento, quello di guidare alla conoscenza di se stessi.

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Kempis:“È chiaro che la Realtà è la vera qualità condizione di tutto quanto esiste; ed è chiaro che la realtà è tanto meno relativa quanto più è totale. Ora, la Realtà assoluta non contiene oggettivamente esistenti i mondi che voi conoscete e quali li percepite come se fossero una porzione di essa Realtà, allo stesso modo di come voi considerate il pianeta Terra il contenitore dell’intera realtà della Terra in un certo tempo. Questo perché la Realtà assoluta, prescindendo da ogni limitazione, non può contenere oggettivamente esistenti quei mondi la cui esistenza è frutto appunto della limitazione. Se infatti la realtà fosse quale voi la percepite, o quanto meno esistesse oggettivamente un mondo del quale poi ciascuno avesse una sua immagine, ne deriverebbe che la vera condizione e qualità di tutto sarebbe uno stato reale di frazionamento e quindi verrebbe meno l’unità di Dio Tutto Uno Assoluto e, con essa, la trascendenza di Dio, la sua assolutezza e addirittura la sua esistenza; perché il divenire sarebbe reale e Dio – pur volendo continuare a concepirlo come l’insieme del Tutto – non potrebbe che essere un ente virtuale, mai identico a se stesso, e in mancanza dell’unità, destinato comunque alla disgregazione come il Tutto esistente. Infatti ciò che mantiene in vita un organismo è l’integrazione armoniosa delle parti, quindi l’unità del corpo.”

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Pur essendo assai stimolante questa concezione unitaria della Realtà, come potrebbe essere quella di un’Entità per la quale siano sviluppate all’infinito le sue caratteristiche, mantenendosi in essa l’essenza aggregante, si deve ammettere, che questa assioma di fondo, come un a-priori che condiziona tutto lo sviluppo logico del ragionamento, potrebbe disturbare un po’, perché implica una concezione della vita sostanzialmente religiosa. Ciò per un osservatore che voglia mantenere la propria laicità non è facile d’accettare. Compensa questo disagio il rigore logico di questa Voce, che riesce da tale premessa a dedurre una concezione del divino, che risuona in modo assai convincente nell’ intimo. Rimane comunque il fatto, e non si può non sottolinearlo, quanto la cosa stoni, anche se forse è impossibile fare altrimenti, perché il punto di partenza, per quanto lo si voglia giustificare con i lumi della ragione, non può che essere accettato mediante un atto di fede

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Kempis: “Questo discorso è la concezione logica di una determinata concezione di Dio, cioè di Dio Assoluto e quindi, come tale, che comprende in sé tutto quanto esiste, perciò di un Dio immanente, ma al tempo stesso trascendente perché non condizionato dal tutto esistente.”

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Come già osservato, questo è il postulato di partenza dell’insegnamento logico della filosofia del Cerchio; senza di esso cade tutto, l’ammetterlo richiede fede, anche se bisogna dire che si tratta di una fede che cerca la propria conferma nell’esperienza e nel buon senso. Infatti posto dinnanzi al dilemma “caso o finalità” è assai difficile, negare l’ordinata intelligenza del mondo della natura. Comunque al riguardo, in nome della obbiettività laica, ci limitiamo soltanto ad enunciare il messaggio della voce mantenendo un sostanziale agnosticismo.

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Kempis: “Certo, ciascuno è libero di immaginarsi anche una concezione assurda di Dio, come quella del Dio-persona che con un atto di volontà ha creato il mondo fuori di sé; ma, così concependolo, implicitamente lo pone dentro un tempo con tutto quello che segue, come per esempio l’ineguaglianza a se stesso e perciò la non costante perfezione. Inoltre lo rende incompleto perché mancante della sua creazione, estranea al suo essere. Altrettanto dicasi se lo si immagina come forgiatore del caos materiale preesistente. Insomma, l’unico concetto del divino che logicamente consente di attribuire a Dio i caratteri di assolutezza, infinità, eternità, completezza, perfezione, onnipresenza, onniscienza, eccetera, è quello di cui vi parliamo continuamente. Chiunque creda in Dio può immaginarLo come vuole, anche come un asino volante, ma implicitamente crede al Dio di cui vi parliamo perché è l’unico che può esistere. Parlare della Realtà è parlare della sua natura.”

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È qui esplicito il pensiero di Kempis, si vede chiaramente come il cuore della sua visione della Realtà trovi nella logica il suo punto cardine. L’assolutezza comporta quale inevitabile conseguenza del ragionamento tutte quelle caratterizzazioni che lui enuncia. Si può non accettare la premessa, non ritenere esaustivo l’argomentare della logica, ma il rigore della necessità non può essere eluso. In altre comunicazioni Kempis ha affermato che, per chi non ha il dono dell’intuizione spirituale, la logica è un buono strumento di verità, perché, se anche non si può dire che tutto ciò che è logico è vero, altrettanto la contraddizione è sempre prova di falsità. Qualcuno potrebbe osservare che la dialettica unifica e supera l’ossimoro ’tesi e non tesi’ mediante la sintesi; ciò è degno di considerazione, mail filosofo Karl Popper osserva che “La vaghezza è un altro dei pericoli della dialettica”, così per lui non c’è valore di certezza nella dialettica, soltanto di probabilità.

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Kempis:“Allora, concesso che la Realtà assoluta non può contenere come oggettivamente esistenti i mondi che voi percepite, e al tempo stesso, dato che niente può essere estraneo ad essa altrimenti non sarebbe tale, quei mondi sono contenuti in essa quali sono percepiti dagli esseri. Mi rifarò all’esempio del colore, che penso possa chiarire. Il colore in sé, quale è percepito, non esiste come lo conoscete perché è un prodotto della mente percepente. Ora, la Realtà assoluta, in quanto totale, non può non comprendere il colore; d’altra parte il colore, come lo conoscono gli oggetti percepenti, oggettivamente non esiste, perciò è compreso nella Realtà assoluta come tutte le altre percezioni degli esseri. In Dio non esiste il colore azzurro, ma esistono tanti azzurri quanti sono quelli percepiti dagli esseri. Allo stesso modo è del freddo o del caldo: nella Realtà assoluta non esiste freddo o caldo, perché le cose in sé sono fredde o calde solo in relazione alla valutazione del soggetto percepente.“

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Questa osservazione permette di dare grande valore ed importanza ad ogni percezione della nostra vita, perché, se anche soggettiva, esprime una frazione dell’Esistente, Che è costituito da ogni attimo di coscienza ed è tale che, se ne mancasse uno soltanto, perderebbe la Sua eterna ed immutabile perfezione, quindi ogni fotogramma percepito esprime il divino. L’essere consapevoli di questo, se letto dalla prospettiva dell’io, può determinare orgoglio, ma anch’esso, nell’economia della totalità, è un aspetto di Dio sia pure nella Sua manifestazione del relativo.

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Kempis: “In una delle ultime comunicazioni ho affermato che a qualità diverse corrispondono sostanze diverse e che nella dimensione in cui non esiste la percezione – cioè nel mondo del sentire – la qualità si identifica con la sostanza. Ciò potrebbe sembrare in contrasto con quello che affermavo prima, cioè che la non realtà oggettiva della molteplicità in generale è del mondo percepito in particolare. Ma in effetti il contrasto esiste solo se si riduce la vita percettiva del soggetto ad un suo sogno svincolato da quello degli altri. Mentre esistono comun denominatori nelle percezioni dei soggetti che costituiscono quei vincoli, fra l’uno e l’altro, creatori dell’apparente oggettività del mondo percepito. In altre parole, che il mondo che percepite non esiste oggettivamente, ormai lo avete capito; come avete capito che la vostra vita non è un sogno nel senso irreale del termine. Si tratta di spiegare come queste due concezioni opposte siano in parte vere e come possano coesistere.“

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Questo è un punto focale della lezione. Come si concilia la non oggettività della nostra percezione con il fatto che la vita non può considerarsi solamente un’esperienza onirica? Vedremo più avanti come Kempis risolve la questione. A noi per ora viene da tenere presente, quale punto importante, il comun denominatore delle percezioni dei singoli soggetti percepenti; da qui partirà l’ulteriore argomentazione del Maestro.

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Kempis: “Cerchiamo di immaginare la sostanza di cui è costituito Dio nella sua totalità: essa non può che essere in sé ad uno stato indifferenziato. Infatti, se come prima ho spiegato si ammette l’impossibilità che i mondi esistano oggettivamente inseriti nella Realtà assoluta, ne deriva che la divina sostanza da cui essi trarrebbero esistenza è oggettivamente indiversificata: ed ecco la famosa unità base identica per ogni cosa esistente, sempre intuita e ancora ricercata. Tuttavia, per coglierla in quella condizione di indifferenziazione, è necessario coglierla nella sua totalità.“

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Il problema, che prima si è posto, riguarda il fatto di come possa conciliare Kempis la sua affermazione secondo la quale la nostra percezione non sia assolutamente reale, pur restando la nostra esperienza non soggettiva e non disgiunta dall’unità del Tutto. Il Maestro affronta questo ossimoro individuando una ‘Unità Base’ che valga per tutto ciò che esiste, concetto vicino alla concezione atomistica, ma sostenuto dalla non facile a comprendersi affermazione, che il suo carattere di indifferenziazione può essere colto soltanto in una visione di totalità. Viene da osservare che soltanto la Coscienza Assoluta può fare ciò e che quindi tutto questo rimane per noi soltanto una bella e stimolante ipotesi, sia pure supportata dalla logica. Comunque, se alla base di ciò che appare soggettivo c’è l’unità, si può facilmente dedurre che questo non lo sia veramente tale, ma che l’apparente forma nasconda l’essenza del reale.

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Kempis:“Supponiamo, ora, in questo oceano di coscienza impersonale, di creare un centro di coscienza in qualche modo distinto dal resto, ossia un centro individualizzato, e di dargli la capacità di percepire la sostanza divina nella quale è immerso. Ora, il fatto stesso di enucleare una parte della sostanza divina per farne un centro di coscienza, implica necessariamente una limitazione; cosicché la percezione della restante sostanza nella quale il centro autocosciente è immerso, è una percezione limitata. L’ effetto della percezione limitata è quello di vedere diversificata la sostanza in se stessa indifferenziata, e di vedere come oggettivo un mondo che, al di là della limitazione del soggetto percepiente, non esiste.”

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Bisogna qui ricordare, che nella concezione dei Maestri del Cerchio Firenze 77, la Coscienza Assoluta in se stessa si limita, dando luogo ad un frazionamento della Realtà Assoluta, soltanto virtuale però, perché così ora percepita da una coscienza autolimitatasi.

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Kempis: “Quindi non è un sogno, cioè qualcosa che esiste unicamente nella mente del soggetto percepiente ed è da lui solo percepito; infatti chiunque abbia le stesse limitazioni o gli stessi sensi limitati, percepisce la stessa realtà basilare, salvo ad avere poi la sua interpretazione soggettiva; cosicché la realtà percepita non è in se stessa esistente ed è legata alle limitazioni percettive del soggetto percepiente. Tuttavia, proprio il fatto che i soggetti che abbiano le stesse limitazioni percepiscono lo stesso tipo di realtà, crea una realtà comune ad essi soggetti che ha per loro il sembiante di realtà oggettiva. Quindi, né sogno né realtà oggettiva; pur essendo il mondo del percepiente tanto soggettivo da rasentare il sogno, e percepito tanto realmente, in forza delle comuni percezioni, da sembrare esistente in sé.”

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In tali affermazioni possiamo ritrovare anche delle assonanze con la filosofia di Emanuele Kant. A questo proposito viene da osservare come sia possibile individuare nell’insegnamento del Cerchio alcune intuizioni presenti nelle concezioni di altri grandi filosofi, ma le comunicazioni, che sono state date nell’arco di ben 37 anni da Roberto Setti, prese in una sintesi globale ed unitaria vanno oltre.

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Kempis:“Allora, quando affermiamo che a qualità diverse corrispondono sostanze diverse parliamo di quel mondo che è costruito dal soggetto percepiente in forza delle sue limitazioni percettive, che è comune a tutti i soggetti che percepiscono con le stesse limitazioni e che, per questo, ha parvenza di oggettività ma che in effetti non esiste oggettivamente. Sicché le sostanze diverse non lo sono in assoluto: appaiono, si mostrano diverse alla limitazione dell’ente creatore.”

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Quantità e qualità sono le due facce di una stessa medaglia, quindi la realtà così descritta dai Maestri del Cerchio non è ideale ma tangibile. Ogni coscienza relativa crea un suo mondo, che ha una sua concretezza, data dalla quantità-qualità del sentire di coscienza in atto, ma poiché questo si fonde secondo fasi successive nell’Unità tutta in sé inglobante, la sostanza finale non può che essere materia indiversificata, perché determinata dalla quantità-qualità di Dio.

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Kempis:“È difficile per voi comprendere tutto ciò perché, per voi, una cosa se è vista da tutti è oggettiva, esiste indipendentemente dal soggetto percepiente; mentre così non è. Anche nel campo della soggettività pura esistono le allucinazioni collettive. Il fatto che un fenomeno si riproduca tutte le volte che si riproducono certe condizioni e che sia visibile a tutti, non significa che la realtà sia oggettiva in senso assoluto. Questo porta ad affermare e capire che, se mutassero le limitazioni dei soggetti percepienti, muterebbe la realtà; e ci fa comprendere come possano esistere mondi paralleli, dimensioni, piani e stati diversi in uno stesso ambiente. A parità di limitazioni percettive, stessa appartenenza a quei mondi o stati strettamente inerenti a quelli limitazioni perché da esse originati.”

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Non è facile entrare in questa logica, pensare che ciò che è intorno a noi sia frutto della nostra creazione-percezione può turbare, male inteso può portare alla follia, ma se ci meditiamo sopra, tutto questo è veramente stimolante, per certi versi direi quasi esaltante: Ognuno è completamente responsabile della propria vita, perché ne è il creatore, sia nel bene che nel male! Ma vedremo come questa forma di esistenzialismo non sia così estremizzato come sembra.

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Kempis: “Questa è la realtà nella quale vive l’essere limitato; una realtà che, come ho detto, non può essere oggettiva. Perché non potrebbe essere totalmente soggettiva?, un sogno individuale svincolato da ogni punto di contatto con i sogni altrui? Certo una ragione c’è perché non sia così. E la si può spiegare dal punto di vista dell’evoluzione dell’essere; ma è già viziata in partenza perché l’essere non evolve al di là dell’apparente divenire; oppure dal punto di vista della natura di Dio, correndo il rischio di dare una spiegazione incomprensibile e quindi inutile. Tuttavia può esistere un’iniziale via di mezzo che rappresenti un primo approccio alla questione.“

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Non possiamo fare a meno di osservare come sia assolutamente imprescindibile da questo insegnamento la fede in una finalità di tutto l’esistente, quindi non può certamente essere condiviso da una persona assolutamente atea, un agnostico invece, può trovare stimoli per considerarlo una ragionevole ipotesi di una nuova prospettiva di vita.

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Kempis:“Spero che abbiate posto attenzione al fatto che – incubi a parte – nei sogni sia estremamente facile capire qualcosa, scrivere bene, cantare bene e via dicendo. Insomma nel sogno, ad esempio, una poesia è bella non perché la si è letta e giudicata tale, ma perché la storia che si sta sognando la esige bella: è bella a priori. Se poi devi leggerla, ti sfuma fra le mani, non la cogli più; però rimane la convinzione che si tratti di una bella poesia.”

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Trovo questa osservazione estremamente vera, perché verificabile continuamente nella nostra esperienza; da notare l’analogia che possiamo fare con la percezione della realtà durante lo stato di veglia, anche questa ha degli a priori, cioè le limitazioni del sentire di coscienza; l’evoluzione però la modifica fino a ribaltarla completamente.

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Kempis:“Il fatto è legato all’allontanamento della percezione della realtà fisica. Infatti, quanti sono per esempio i pittori che si drogano e sotto l’impulso alienante della droga credono di dipingere chissà quale capolavoro, rimanendo poi delusi cessato l’effetto alienante? E – aggiungo io perché voi non lo ricordate – fra una incarnazione e l’altra, nei piani astrale e mentale, come è facile essere più disponibili, convincersi! D’altro canto in questo stato, come in quello di sogno naturale o di droga, non v’è evoluzione, come non v’è muovere di cause. Le visioni che emergono in quegli stati, o le azioni che immaginosamente si compiono, sono prive di effetti; al massimo sono indice dell’interiorità dell’individuo. Ed è logico che sia così: se fosse possibile evolvere assolutamente prescindendo dal piano fisico, perché esisterebbe questo piano?”

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Queste osservazioni di Kempis fanno capire quanto grande sia il valore dell’incarnazione; è il contrasto determinato dalla densità della materia fisica che permette la consapevolezza prima e poi la comprensione. Tutto ciò mette in evidenza l’importanza di una concezione anche materialistica della realtà, purché non intesa come visione globale, ma solo come momento di passaggio nell’evoluzione della coscienza, dal quale essa non può prescindere.

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Kempis:“Se la coscienza assoluta – per essere tale – non può che essere necessariamente la sintesi unitaria di tutti i possibili sentire, i quali altrettanto necessariamente non possono che essere diversi fra loro e da essa, ne discende che il sentire possibile più semplice è il più limitato. E il sentire più limitato non può che corrispondere alla più grossolana forma di esistenza, che è appunto quella che si manifesta nel mondo fisico. Sicché necessariamente a sentire limitati corrispondono forme di vita grossolane in mondi grossolani.”

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Ogni sentire con la sua esistenza esprime un unico ed insostituibile elemento della Coscienza Assoluta, la quale se ne fosse priva non potrebbe essere più la stessa; da questo deriva il grande valore di ciascun sentire, anche per quello più limitato, che in quanto tale si esprime prevalentemente sul piano fisico. In fondo si può dire che con questi concetti i Maestri del Cerchio, pur enunciando delle verità altamente spirituali, invitano a non dimenticare l’importanza della materia in tutte le sue espressioni, persino quelle più sgradevoli e riprovevoli. Può turbare, ma bisogna ammettere che: “Tutto è Dio”. Ovviamente questa affermazione va saputa interpretare con il dovuto equilibrio, l’innocuità rimane sempre l’insostituibile approdo per la coscienza di ogni essere umano.

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Kempis:“Chi dice che esistono esseri che hanno la loro evoluzione pur non avendo mai toccato i mondi della percezione, parla per supposizioni e non per conoscenza diretta. O chiama esseri energie intelligenti ma prive di coscienza, come se confondesse l’uomo con i robot.”

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Con questa affermazione si mette su un piano di relativa eguaglianza tutto l’esistente, poiché è evidente come anche l’essere più evoluto sia passato dai livelli più bassi. Tutto questo se visto nell’ottica del divenire; se invece osserviamo la realtà con la logica dell’essere, come i Maestri del Cerchio insegnano, allora Tutto appare lì, immobile, in un Eterno Presente, mentre la percezione del movimento è solo la “magica illusione della dualità”.

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Kempis: “A sentire meno limitati corrispondono forme di vita meno limitate e quindi mondi meno grossolani; perciò gli esseri continuano la loro evoluzione anche fuori dai mondi della percezione, quando il sentire che manifestavano è ampio. Ma il sentire più semplice, che necessariamente fa parte della loro individualità, non può che manifestarsi e sussistere nei mondi grossolani. Questo proprio per il concetto di realtà. Infatti quei mondi non esistono oggettivamente, cioè indipendentemente da coloro che li abitano, ma esistono proprio per creazione percettiva dei loro abitanti: sono creati dai sentire più semplici. Ecco perché diciamo che le situazioni dei mondi della percezione non sono che estrinsecazioni del sentire.”

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Come già è stato detto sono i sentire che creano in base alle loro limitazioni i mondi della percezione, mondi che sono tanti quanti i sentire, ma che acquistano una loro relativa oggettività in base ai comuni denominatori degli stessi. In altri termini la realtà che noi viviamo trova la sua ragione d’essere nell’analogia dei gradi della coscienza.

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Kempis:“Ogni essere è un insieme di sentire legati in successione logica dal più semplice al più complesso, che quindi si manifestano nella stessa successione. Dire che esistono esseri che non si sono mai incarnati, o mai si incarneranno, è come dire che esistono esseri privi di metà del loro corpo, o che è logica e conseguente e completa un’equazione priva della metà della sua impostazione. Un essere non può essere completo privo dei suoi sentire più semplici, ed i sentire più semplici sono propri dei mondi della percezione: non esistono indipendenti da quelli.”

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L’immagine dell’esistente quale complesso algoritmico matematico affascina non poco, lo splendore e la bellezza del rigore della logica ricordano, come il filosofo Bertrand Russell sosteneva, l’esaltante armonia di una scultura greca. Così Kempis conclude la sua lunga comunicazione:

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Kempis:“Ma questo non significa che ciascuno debba crearsi un suo mondo soggettivo inerente al suo sentire ed a quello debba attendere esclusivamente. Al contrario: tanto più la visione del mondo diventa soggettiva, cioè isolata, e quanto meno si evolve. Cosa succede quando un essere dal sentire ancora ancorato al mondo fisico, da esso si aliena, si distacca in qualche modo? Cessa di produrre cause, di evolvere, e, da un evento rimedio naturale, vi viene di nuovo inserito. Vivere una vita totalmente soggettiva è liberarsi di certe limitazioni non già per superamento, ma per non realizzazione, per non attuazione; quindi è impedire ad una certa quantità di sentire, di manifestarsi, di esistere.”

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Questo singolare “idealismo-materialista” insegnato dalle Entità, sia pure nell’ottica dell’illusorio divenire, prospetta, mediante il rapporto dialettico fra quantità e qualità, una concezione che permette di conciliare la sublime trascendenza del Padre del Cristo con l’aspirazione di giustizia di tutti coloro che, come Marx e tantissimi altri, pur non credendo in Dio, hanno operato ed operano, anche sacrificando se stessi, per il bene dell’umanità.

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[1] OLTRE IL SILENZIO. Cerchio Firenze 77, (a cura di Luciana Campani Setti). Roma: Edizioni Mediterranee, 1984.