Sperimentare la Realtà significa identificarsi nell’Assoluto

11-04-1964

https://drive.google.com/file/d/1Dovb_wHwS_CBFVJzlgFjogR-zZNCKalj/view?usp=drive_link

DALI:

“Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini. Un caro saluto ed una benedizione a ognuno di voi, o figli.

Avete voluto raccogliere ciò che in più occasioni abbiamo avuto modo di dire o di scrivere o di rispondere alle vostre domande, figli, e di ciò vi ringraziamo, vedendo in questo una manifestazione dell’amore che ci portate. Ringraziamo singolarmente ognuno di voi per quanto avete fatto a questo proposito. E – come già ho scritto, figli – potremo fare ancora qualcosa. Questa raccolta, se voi volete, potrà essere inviata ad alcune creature, estranee a questo Cerchio; al riguardo vi saremo più precisi in seguito.

Voi, comunque, rileggete tutto quanto è stato scritto e meditate, figli; molte sono le cose che credete di avere capito e che invece, ancora, non siete riusciti a vedere nel loro completo significato. Per questo vi esortiamo a meditare ciò che è stato detto. 

Vi pregherei, poi – se mi è permesso intromettermi in una questione che non ci riguarda, al solo scopo di consigliarvi ad agire in armonia a ciò che il libro stesso vuol significare -, di non pretendere un compenso da quelle creature estranee al Cerchio, alle quali il libro fosse dato. Ed un altro consiglio, cari: di darlo con discernimento. Non deve essere, questa raccolta, presa come una sorta di comodità da parte vostra, nel senso che trovando una creatura propensa a questi insegnamenti, sia per voi più comodo consegnare la raccolta di queste cose che vi abbiamo detto, piuttosto che essere voi ad entrare in discussione. Prima di dare questo libro, o figli, dovete essere stati voi a parlare dell’insegnamento in generale; e solo quando vi sia necessità di un approfondimento, di un maggior dettaglio, di una conoscenza diretta della fonte, allora, figli, potete dare il libro.

Tutto quello che io vi dico, o cari, è un consiglio: voi potete seguire o non seguire, come sempre.

E veniamo poi alla vera e propria conversazione di questa sera, che noi vorremmo fosse di ogni volta che vi riunite in attesa della nostra venuta. Fosse con lo stesso vigore, con lo stesso interesse che voi vi riunite qui, ogni volta che vi riunite. Perché, figli cari, questo vigore e questo interesse è la manifestazione di una intima e reale partecipazione a ciò che viene detto, agli argomenti che sono toccati, e che vi toccano. Ma certo che niente, né mai, questo può essere fatto coercitivamente: si tratta solo di sentire o non sentire. Ma pure, figli, se anche taluni argomenti non sono egualmente sentiti da tutti, pur tuttavia, quando veramente da alcuni lo sono, anche gli altri, inevitabilmente, vengono trascinati dalla conversazione e meglio possono intendere ciò che noi diciamo. 

Che cosa noi diciamo, figli? Abbiamo noi bisogno, forse, di udire le vostre domande per capire e sapere quelli che sono i vostri problemi? Credo che ormai, dopo molti dei vostri anni che ci udite, non abbiate più dubbi in proposito. E quali, allora, sono le cose che noi vi diciamo? Sono cose che rispondono e che lasciano il campo aperto a quelle cose che non avete dette, o perché ancora non avete centrato il problema, o perché una sorta di ritegno ve lo ha impedito. E nel rispondere, figli, ben sapendo quali sono i problemi che vi assillano, non abbiamo alcuna pretesa di dare delle risposte che possano – in qualche modo – mostrare la nostra abilità nel rispondere, che possano in qualche modo farvi dire: “Ecco, ha detto ciò che io non avevo espresso”. Nel rispondere, figli, noi teniamo sempre di fronte a noi quello che è lo scopo delle nostre riunioni: la vostra comprensione, il vostro intimo chiarimento. Perché se, conoscendo il vostro problema, noi esaurissimo la risposta, e l’argomento fosse da noi – se ciò fosse possibile -, esaurito nella sua intierezza, senza che da parte vostra il problema fosse esattamente centrato, domandato, chiesto, allora la nostra risposta a niente servirebbe, figli, perché un dubbio non meditato, non compreso nella sua profondità o nella sua estensione, non può essere sradicato da una risposta che vada oltre i termini della domanda; non può essere sradicato se non vi è – da parte di colui che chiede – una profonda riflessione e meditazione su ciò che chiede, se non vi è un cercare di vedere il problema in tutti i suoi aspetti. Solo quando questa meditazione, questa maturazione è raggiunta, la risposta può essere completa ed il dubbio può essere chiarito e sradicato. Un argomento accennato e non profondamente meditato anche nell’interrogativo, non sarà mai chiarito definitivamente da una risposta, comunque essa possa essere vasta, per questo motivo, figli.

Se voi aveste letto con attenzione ciò che io ebbi a dire l’ultima volta, avreste capito quale era la nostra intenzione nel porvi la domanda a chiusura di una risposta; perché proprio in quella domanda, figli, voi avreste visto che il problema non era stato, da voi, esattamente centrato; che nel chiedere, voi stessi non avevate esaminato tutti gli aspetti del dubbio e che proprio in quella domanda che noi vi abbiamo fatto, o cari, sta la prova che noi conosciamo a fondo il vostro problema. Tanto a fondo da capire che voi stessi, ancora, vi chiedete qualcosa, ma non sapete esattamente quello che chiedete. 

E veniamo alle risposte che avete dato a questa nostra domanda. Quale significato può avere la domanda? L’uomo comprende e si identifica nell’Assoluto in un solo momento? Questa identificazione nell’Assoluto avviene in un attimo? Voi sapete che ogni conquista avviene preceduta da una maturazione, e senza la evoluzione necessaria, la maturazione intima, non è possibile – non dico l’identificazione con l’Assoluto -, ma nessuna altra comprensione, intima convinzione. Cercherò di spiegarmi meglio. L’uomo è posto di fronte alla Realtà e l’uomo deve comprendere la Realtà, figli. Ma questa comprensione non può avvenire in un solo momento; l’uomo non può comprendere la totalità della Realtà in un solo istante; egli, tassello per tassello – dicemmo – costituisce la sua coscienza. Ebbene, figli, una volta che il suo “sapere” è raggiunto, una volta che egli ha raggiunto la piena padronanza della conoscenza della Verità, avviene la intima convinzione, e questa intima convinzione avviene in un attimo. L’uomo può conoscere esattamente una enunciazione della Realtà, cioè una Verità, ma non esserne intimamente convinto; una volta che in lui è raggiunta la intima maturazione, la intima convinzione, avviene come le folgorazioni dei Santi. Così, figli, è della identificazione con l’Assoluto: sperimentare, in altre parole, o cari, la Realtà. Ebbene, sperimentare la Realtà significa appunto identificarsi nell’Assoluto, e questa identificazione, benché sia preparata, benché sia preceduta da un numero infinito – possiamo dire -, di esperienze, da una lunga maturazione, figli, questa identificazione avviene in un solo attimo.

Ebbene, può accadere che una creatura sperimenti la Realtà prima di raggiungere definitivamente l’identificazione con la Realtà stessa? Certo che è possibile; voi sapete che ciò è possibile anche con la intuizione; voi sapete che è possibile sperimentare la Realtà temporaneamente, salvo poi a ritornare al di fuori di questa Realtà. E dicendo questo io mi riferisco a quelle forme intuitive che possono avere avuto gli uomini, gli incarnati, coloro che ancora non hanno raggiunto la evoluzione che permetterà loro la definitiva identificazione con l’Assoluto. Ebbene, figli, è possibile tutto ciò? È possibile, per un istante, vivere nella Realtà Assoluta, ed in questa esperienza essere identificati con la massima Realtà, con Dio stesso, anche se non definitivamente. È una possibilità che viene all’uomo dal suo spirito. È, possiamo dire, una forma intuitiva, ma è qualcosa che va oltre l’intuizione. Ebbene, figli, coloro che hanno vissuta questa esperienza, una volta tornati nelle loro condizioni consuete, possono sentire diversamente la vita con i suoi problemi. Voi avete detto una grandissima Verità che da nessuno può essere smentita. E cioè che ciascuno vive la sua vita secondo le proprie convinzioni; ciascuno vede il mondo secondo quelle che sono le sue idee; che queste siano suggerite da altri, lette sui libri, conquistate personalmente, non ha importanza: la Verità rimane e nessuno può smentirla. Ma, figli cari, veniamo all’attuazione pratica di questa Verità: nessuno può smentire questa Verità perché è talmente generale, ha un sapore talmente esteso, un senso talmente generalizzato, che certamente non può trovarsi un caso particolare che in questa non rientri, ma occorre, figli, venire all’attuazione pratica di questa Verità, di questa Realtà. Chi ha sperimentato la Realtà nel modo che ora vi dicevo, certamente che cambia il suo intendere e sentire la vita. Anche per lui la Verità che ora abbiamo enunciata è valevole. Ma occorre vedere come cambia; ecco dove può essere l’errore ed un non giusto modo di agire, intendendo per “agire” anche lo stesso pensare; vivere, se volete. Occorre distinguere e vedere come cambia questo modo di vivere, come cambia l’interesse alla vita; perché è indubbio che cambi, ma come? E perché? Chi ha sperimentato questa Realtà, tornando nel suo normale stato di sentire, può vedere scolorito e da un altro punto di vista tutto quanto a lui è attorno; eppure, figli, tutto quanto a lui è attorno ha egualmente un interesse ed una importanza come prima lo aveva, perché, figli, non sono le cose in sé stesse che hanno un valore, ma le cose hanno il valore che gli uomini ad esse attribuiscono. Ebbene, se pure cambia il modo di osservare la vita, se pure cambia il modo di guardare i propri fratelli, pur tuttavia deve cambiare in modo che l’interesse al mondo che lo circonda permanga: la visione che di questo mondo l’uomo si è fatto resti viva, palpitante, perché se una esperienza di tal genere, come quella della intuizione della Realtà – se così vi resta più facile – vi è stata, e se questa esperienza vi è stata, ma ha condotto l’individuo ad una modificazione del suo modo di vedere il mondo che lo circonda nel senso che vi è in lui il vivere nell’ansito, nell’attesa di ripetere questa esperienza, evadendo – in questo modo – la Realtà stessa, dimenticando che quella esperienza è venuta non già per distoglierlo da ciò che a questa stessa esperienza l’ha portato, ma per rafforzarlo nelle stesse forme che a questa Realtà hanno condotto l’individuo, ebbene, figli, se questa esperienza vi è stata, sarebbe stata dannosa se l’individuo, dopo di questa, permanesse a lungo in uno stato di sbigottimento, di indecisione, di confusione, di senso di disorientamento. Perché, ripeto, questa esperienza viene non per distogliere l’individuo dalla Realtà, una volta che al di fuori di essa l’individuo stesso sia ritornato; ma per portarlo, conquistarlo definitivamente a questa Realtà.

Se un uomo, figli, è convinto dell’esistenza di Dio, e si è convinto udendo certe discussioni fatte fra atei e credenti, certamente che cambia il suo modo di ascoltare queste discussioni; però, figli, è anche vero che queste discussioni hanno per lui egualmente importanza, perché questa intima convinzione può – se veramente non è tale -, può anche non essere definitiva. (Ciò che io sto dicendo, figli, ha valore unicamente di esempio, poiché l’intima convinzione, una volta raggiunta, non può mai più essere demolita, è vero? Faccio un esempio unicamente per cercare di meglio spiegarmi: una analogia fra la intima convinzione e l’esperimento della Realtà). Quindi, figli, se lo sperimentare la Realtà è possibile, il capire il concetto dell’Uno-Assoluto è possibile, se è possibile intuirlo anche per un solo attimo, figli cari, nel momento in cui l’uomo ascolta i suoi simili, egli deve egualmente ascoltarli con lo stesso interesse e con la stessa partecipazione che aveva prima della sua raggiunta convinzione, o della sua esperienza del Reale; perché quella esperienza non ha significato per lui la identificazione definitiva con la Realtà, è stata una intuizione momentanea, ma noi possiamo dire che era nel giusto solo nell’attimo in cui ha avuto questa intuizione, e solo allora, quando era identificato nell’Assoluto egli poteva non avere domande. Ma nel momento che questa esperienza è cessata, figli, allora tutto quanto è attorno a lui, si intende più o meno, deve avere importanza perché egli si ritrova nelle condizioni antecedenti. Se questa identificazione non è stata definitiva, ciò vuol dire che ancora qualcosa v’è che è di ostacolo. Se il concetto non è profondamente assimilato, figli, non può dirsi che sia divenuto parte intima e costituente dell’individuo, e che lo abbia definitivamente cambiato. Ciò che è vero è che l’individuo cambia in continuazione, ma fino a che non è veramente, intimamente convinto, egli non ha superato; fino a che egli non si è impadronito di una Realtà, comprendendola appieno, non possiamo dire che quella Realtà è divenuta parte di lui stesso. Ed allora, figli, ecco l’insegnamento del Fratello Claudio: “Conosci te stesso!”, con la sua immensa importanza; perché è facile credere di essere cambiati e riuscire anche a vedere il mondo, con i suoi problemi – il mondo esteriore o il mondo interiore – in modo diverso, ma non essere cambiati e pensare diversamente per una illusione. Per questo noi vi diciamo che dovete, invece, domandare; anche sapendo che la Verità è una veste della Realtà, e che la Realtà non può che essere sentita, non può che essere intuita, sperimentata nella immedesimazione, non comunicata. Per questo noi insistiamo, perché ogni qual volta voi vi riponete in discussione, figli, voi non fate altro che sondare la vostra intima convinzione; ogni qual volta voi parlate dell’insegnamento, e dei problemi che possono interessarvi esteriormente o interiormente, voi, figli, non fate che consolidare la vostra intima convinzione, la quale solo quando veramente è intima convinzione diviene parte di voi stessi, e nessun dubbio può muoverla. Nessuna falsa interpretazione può da essa scaturire.

Meditate bene su quanto vi ho detto, poiché l’argomento non è facile ed è di vasta importanza.

Che la pace sia con voi e con tutti gli uomini.” 

Rispondi